Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni)

Part 9

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In lui inoltre si dimostra una grande tendenza p. es. al classicismo e a quella impulsività che nel figlio poi chiaramente sale all'accesso epilettico.

Ai figli "quasi ad ogni istante rampognava: Pompeo avrebbe fatto in tale e in tale altra maniera". Della virtù romanamente severa era così fervido seguace, che non volle per il figlio accettare l'eredità di una ricca zia, per quanto pregatone insistentemente: "perchè, disse, ho letto una volta che ricchezza fa ignoranza, ignoranza fa prosunzione, prosunzione ozio, ozio miseria". Quando accompagnò il figlio all'Università, se ne partì senza baci e senza lacrime, chè siffatte cose non sapeva neppure dove stessero di casa. La mania della virtus romana e l'impulsività si rivelano del pari nel fatto, narrato così nelle note come nelle memorie, delle percosse al figlio ferito; colpito da un grosso sasso sul capo in una rissa, Francesco Domenico, che era allora ragazzo, sbigottito dal colpo e dal sangue che in copia si versava su per la faccia, corse a casa lamentandosi: Il padre vedutolo e senza punto informarsi della ferita, invece di soccorrerlo, lo percosse sulla parte della testa rimasta sana, dicendogli: _Quando si temono ferite, non si va alla guerra_.

Ma contemporaneamente a questi caratteri patologici si sviluppa in lui una genialità che, a tenersi alle affermazioni del figlio, parrebbe non comune. La madre non potè fargli insegnar altro che il leggere e lo scrivere; ma egli, _dotato naturalmente d'ingegno_, e aiutato dallo scultore Corneille e dal pittore Fabre, studiò disegno e divenne nella scultura in legno "assai valente e senza dubbio il primo artista di Livorno", secondo dice il figlio.

Intorno alla madre nulla aveva scritto Francesco Domenico nelle memorie al Mazzini. Ma già nelle Memorie del Giusti ella era detta "una madre indiavolata, che accarezzava i figliuoli cogli urli e con le percosse. Una volta a lui (Francesco Domenico) che le era scappato di tra le mani, scaraventò dalla finestra un ferro da stirare del quale serba tutt'ora la cicatrice". Il Giusti è, per le cose guerrazziane, un testimone un po' sospetto; ma che questo giudizio non fosse punto esagerato vengono ora a dimostrare le note autobiografiche, ricche di indicazioni sul carattere della Teresa Ramponi.

"A me duole, — dice il Guerrazzi, — di non potere scrivere di mia madre quel bene che avrei desiderato; certo carità sarebbe che per me s'imitasse Jafet piuttosto che Cam, e lo farei _se il carattere di lei non avesse troppo influito sulla mia vita_". Egli dice di non averla potuta amare, solo aver potuto impedirsi di odiarla. "Ella nacque di sangue siciliano: d'imaginazione caldissima, furiosa, feroce, ardita, qualche volta sublime; non so se abbia fatto più male ai suoi figliuoli nei suoi furori, o nei suoi amori, ma certo ne ha recato moltissimo in ambi due i casi". Nelle sue ire si mostrava in lei una mania bestemmiatrice, che si rinnoverà poi in uno dei figli, Temistocle: — "_Prenderei Cristo per la barba_!" era la sua frase prediletta, allorchè l'agitava la rabbia". Furiosa in tutto, anche nelle faccende domestiche impiegava la stessa furia: "alzata col giorno, smuoveva e riponeva ogni cosa; si moltiplicava nell'opera; non tenne serve mai, prima perchè nessuna la contentava, poi perchè nessuna voleva rimanere con lei; lavare, stirare, cucinare, insomma fare tutto quanto abbisogna ad una numerosa famiglia; attingere ogni tre giorni l'acqua per i bagni, ogni cosa eseguiva con una specie di rabbia, tempestando, urlando, irritandosi contro le cose inanimate quando alcuna le si parava dinnanzi, e perfino mordendole.... Fu vendicativa oltre misura: usava sempre dire: _Cane non mi morse mai che che io non volli del suo pelo_. Proterva, contumeliosa, più pronta di mani, che di parole: persecutrice insistente, all'improvviso amorevole; forse in casa aveva in quel punto o maledetto o percosso un suo figliuolo, se uscendo ne udiva parlarne meno che bene, era donna da strozzare nè più nè meno il maldicente: nella contrada la temevano tutti e la chiamavano il gallo".

Queste parole, — osserva il Guastalla, — che il Guerrazzi scrive contro sua madre, sono gravi, gravissime, ma sono ugualmente meritate? Ed egli qui riferisce un'affettuosa lettera da lei diretta a Francesco Domenico, per mostrare come questa donna non fu in tutto e per tutto quale viene descritta. Ora si osservi: Anzi tutto il Guerrazzi non dice che sua madre non amasse i figli; ma li amava in un modo suo speciale, che non poteva riuscire se non ad alienarsene l'animo: "non so se abbia fatto più male ai suoi figliuoli coi suoi furori o nei suoi amori, ma certo ne ha recato moltissimo in ambedue i casi". Da questa lettera, che il Guastalla riporta, non traspare la solita furia che, al dir del figlio, in ogni cosa la dominava; ma è naturale che in una persona poco meno che analfabeta, costretta a scrivere con estrema lentezza, senza per ciò salvarsi dai più grossolani errori, l'impeto della passione animatrice non possa trasfondersi nelle espressioni scritte. L'indole impetuosa, impulsiva, apparrà piena ed intera nelle lettere di chi, come Francesco Domenico o suo fratello Temistocle, scrive così velocemente quasi come pensa, non in quelle di chi, con grande stento, riesce a metter insieme le lettere per compor le sillabe e le sillabe per compor le parole; nelle prime si ha la rapida e pronta espressione del pensiero spontaneo, nelle seconde il frutto faticato del pensiero riflesso. D'altra parte, se pure nelle parole di Francesco Domenico fossevi qualche esagerazione, non per ciò potremmo con minor sicurezza conchiudere che la violenza e l'impulsività furono il carattere fondamentale dell'indole sua sino a produrre vere manifestazioni di epilessia psichica. Lo prova ad esuberanza un fatto in queste note raccontato: "Circa questo tempo (quando il figlio era sui 14 anni) accadde che, possedendo io un bello stile, ella lo prese per nettare certe erbe; increscendomi vederlo guastare in un uso pel quale ella aveva in pronto i coltelli a ciò destinati, dolcemente le dissi di posarlo: sia che male intendesse, o qualche cruccio a me ignoto la turbasse, tolta fuori di sè da cieca ira me lo scagliò contro; io balzai da terra con un salto, sicchè il ferro mi aggiunse la coscia sinistra e squarciando le carni vi rimase confitto; dove non avessi spiccato quel salto mi percuoteva nel fianco e certo con quella forza con la quale venne lanciato mi traforava le viscere. Il sangue sgorgò copioso dalla ferita, ed io senza aprir bocca guardava il sangue, e poi.... Ella si spaventò, e subito mutata mi si fece addosso piangendo, ed estrasse lo stile, e siccome continuava a piangere, e mi lasciava perdere il sangue, la pregai con fermo sembiante a portarmi acqua tepida etc..."

Da questa unione di un lipemaniaco con una impulsiva epilettoide nascevano cinque figli: Riccarda, Giovanni Gualberto, Francesco Domenico, Temistocle e Giorgio. Sulla prima ha il Guerrazzi queste parole di colore oscuro: "la sorella era oppressa dalla sciagura e meritata; parola dura ma giusta", dalle quali non è difficile il dedurre che non dovette essere d'indole onesta. Giovanni Gualberto fu "uomo buono, però di sensi poco alti: nelle cose meccaniche valentissimo, nelle intellettuali anzi grosso che no"; da lui nasce Francesco Michele, di cui il Guerrazzi fu poi tutore e nel quale, come l'epistolario del Guerrazzi attesta, torna a manifestarsi in grado acuto l'_indole inquieta_ (morbosa tendenza ambulatoria) del nonno Donato. Questa è pure caratteristica di Giorgio: "Io mi chiudo gli occhi sul futuro di questo giovane (dice il Guerrazzi); in così poca età egli ha sviluppato inclinazioni perniciosissime: ozioso, inquieto, a quanti mestieri si applicava di subito gli riuscivano fastidiosi; ha già viaggiato per l'Egitto, poi lo prese talento di navigare e se ne andò fino al Brasile; quivi mercè le cure di un mio amico ottenne certo impiego nella marina dello Stato, ma quando stava per dirigersi alla volta del mare del Sud, non gli andò a grado il travaglioso mestiere; e se ne tornò a casa". È a dolersi che, per essere rimaste incompiute le note, il Guerrazzi non abbia potuto tenere la promessa di dire più a lungo di questi fratelli: solo di Temistocle, il quarto, egli parla un poco più distesamente, ed altre notizie intorno a lui il Mandolfo potè ricavare da sue lettere inedite e dall'incartamento di un suo processo.

L'indole di Temistocle si presenta per molti riguardi simile a quella di Francesco Domenico, il quale già osservava che la causa dei frequenti loro bisticci era non già differenza, ma piuttosto soverchia uguaglianza di carattere: ambedue impetuosi, ambedue ostinati, ambedue orgogliosi, ambedue tormentati dalla melanconia. "Giovane d'ingegno quasi smisurato" lo dice il fratello; e sebbene dalle opere che di lui si conservano questo genio straordinario non appaia, conviene tener conto dell'asserzione del fratello che la scultura mal si confaceva con il suo animo orgoglioso e i suoi scarsi mezzi. "Quella sua indole energica inasprita dalle vicende contrarie si esala in continuo ruggito; diventa increscioso a sè e ad altrui; vivergli appresso è cosa piena di gravezza.... Di mani pronte, gagliardo e di cuore generosissimo. Una volta è tornato a casa senza calzoni per averne coperto un miserabile assiderato".

L'indole impetuosa, che si intuisce dal ritratto che il Guastalla ne pubblica, con l'aria inspirata e i capelli al vento, si rivela anche nelle sue lettere, nelle quali torna a mostrarsi quella mania bestemmiatrice che già vedemmo propria di sua madre. Queste lettere provano anche all'evidenza come sian giuste le parole, che su lui scrive il fratello: "Quella sua indole inasprita dalle vicende si esala in continuo ruggito". "Io pensava, scrisse in una lettera al fratello, Giovedì essere in viaggio per Livorno; se tu vuoi mi tratterrò... ma non per andare dal Sovrano, perchè promessi a me nell'ora della disperazione che non sarei andato mai da un Sovrano, altro che a ricever degli onori. Caro fratello, compatiscimi; di' pure che faccio il mio danno; ma promessi a me e, vedi bene, che passerei da uomo debole con me stesso. È inutile, non vi anderò; _lo giuro urlando ancora adesso_".[38] La rigidità nell'osservare le promesse fatte a se stesso è un insegnamento paterno, il cui effetto si vedrà anche in Francesco Domenico, per il quale ogni proponimento fatto, sia pure il più assurdo, diventa decreto fatale. Ciò almeno in teoria, perchè nella pratica non sempre riesce loro di salvarsi dalle contraddizioni, nè a Temistocle vale giurarvi — _urlando_ — che la promessa fatta a sè stesso va mantenuta. In una lettera posteriore infatti egli consente anche a recarsi dal Sovrano; ma l'ira scoppia ed erompe dalla sua lettera, sfogandosi in bestemmie per la costrizione che sopra sè stesso deve esercitare. "Io spero di finire il mio san Giovanni fra breve tempo; consigliami se lo debbo presentare al Sovrano. Un senso segreto e voce di potente natura mi fa arrossire al pensarne; pure il bisogno e la speranza mi strascinerebbero, Dio infame! a chiedere a un uomo.... Pure chiederei; ma credimi, l'evento non sarà che il mio avvilimento." La lotta contro le avversità, il contrasto fra l'orgoglio intimo che pretenderebbe gl'inchini dei sovrani, e la realtà della vita che ai sovrani lo costringe ad inchinarsi, induce in lui l'odio della vita e l'amore al suicidio, che pare comune all'intera famiglia, sia nel ramo degli ascendenti diretti (padre e nonno lipemaniaci) sia nei rami collaterali dei consanguinei, in uno dei quali, Pietro, assume le forme di una vera e propria monomania suicida. Al fratello, che gli aveva narrato di un suicidio, egli scrive: "Non mi accenni il nome di quel giovane che si è ucciso; sebbene non meni a nulla amerei saperlo: io amo il suicida, lo stimo e piango a calde lacrime alla memoria di quello che seppe liberarsi da tutto. Io non spero nulla, e quando il mio sperare conseguir si dovesse per disperar di te e di altri pochi a me cari, ci rinunzio, per il core di Dio. Speriamo, forse nel corso della nostra vita avremo un momento che ci consolerà; ma quale... la morte!...". Non so se per usarli eventualmente contro sè stesso o contro altri egli chiedeva in altra lettera al fratello che gli portasse "quei certi pugnali, che ritiene tuttora il vecchio Guerrazzi". Nell'interrogatorio subito il 31 luglio 1832, chiestagli spiegazione di questa frase, egli mostra un'amnesia completa, simulata certamente, e attribuisce quelle espressioni, che dice non sapersi neppur egli spiegare, a mente smarrita ed alterata. "Se dovessi dirgli il perchè rammentassi quei pugnali che diceva ritenere il vecchio Guerrazzi, io non potrei davvero, perchè non so che nessun della mia famiglia abbia mai ritenuto armi di nessuna specie, e sicuramente poi non mi son pervenute nè per parte di mio fratello nè di altri armi di sorta, per cui ne deduco che quelle espressioni fossero l'effetto di mente smarrita ed alterata...". In questo medesimo interrogatorio gli chiedono conto di altre gravi alterazioni del senso morale, che dalle sue lettere appaiono: la mania bestemmiatrice, l'amore al suicidio, il consiglio che dà al fratello di rubare se ne ha bisogno; e di tutte egli si giustifica coll'attribuirle a mente alterata: "Dettogli che l'empie espressioni contro la divinità le quali passo passo s'incontrano nelle citate di lui lettere, le ripetute proteste di amare il suicida e di essere pronto a togliersi la vita quando non potesse altrimenti soffrirne le avversità, ed il consiglio che dà al fratello di rubare liberamente qualora ingenti strettezze ve lo richiamino, provare chiaramente le sue massime corrotte, ed il suo carattere immorale affatto e irreligioso — R.: Le massime che io ho emesse in queste lettere non sono al certo quelle che ho, e ben si conosce dal contesto delle lettere stesse che sono scritte da un uomo di mente alterata." — Ora questa alterazione di mente che egli recava a sua discolpa, senza probabilmente crederla realmente esistente, non può essere messa in dubbio da chi ne studi oggettivamente il carattere e le manifestazioni. Con la differenza che dove egli invocava a sua difesa un'alterazione mentale momentanea, e prodotta dalle avversità del momento, noi ritroviamo anomalie permanenti prodotte da cause solo in parte esterne, ma sopratutto congenite, ereditarie. Temistocle è, tra i fratelli del Guerrazzi, quello che più a lui si avvicina nello eccesso così della genialità come della degenerazione; e la somiglianza dell'indole loro meglio apparrà quando, esposti i caratteri personali più notevoli di Francesco Domenico, sarà più agevole ed evidente il confronto. Chiude la rassegna dei congiunti del Guerrazzi — il Pietro, tipico esempio di lipemaniaco, con delirio ipocondriaco, — di disperazione — fors'anche di persecuzione, con forme larvate di epilessia, impulsività, assenze e allucinazioni, e con acuta mania suicida. Di lui parla il Guerrazzi nelle Memorie al Mazzini: "Pietro Guerrazzi mio congiunto, nelle scienze fisiche peritissimo, roso dalla domestica malinconia, preso dal tedio degli uomini, venne in pensiero di uccidersi. Ruggiva vedendo la codardia, la inerzia, e la bassezza dell'uomo degradato dalla diuturna servitù...; da prima l'anima sua si dispose allo scherno, poi al disprezzo, e finalmente al tedio invincibile della vita...; prese a curare poco la persona, ad assottigliare il cibo onde ne apparve squallido e macilento; sempre solo, iracondo, e spesso avviluppato in cupo silenzio, talvolta prorompente in focosissime filippiche contro il genere umano. Allora gli occhi suoi mandavano faville, e il labbro, tumido e acceso, gli tremolava convulso. Alle gravi ammonizioni del padre mio non rispondeva; si empiva la bocca di carta e la masticava come un cavallo impaziente rode il freno." Se il vecchio Guerrazzi gli parlava del dolore che avrebbe recato alla famiglia, si commoveva, ma senza recedere dal fatale proponimento ed esclamava affannosamente: Dio mio che cosa ho da fare? La mia esistenza mi pesa.... Spesso io lo sorpresi seduto col mento giù declinato sul petto, le gambe stese, le braccia penzoloni; le tempie e le guance incavate e con gli occhi più lustri del vetro guardare intensissimo qualche cosa che certamente non era in questo mondo. Se battendogli leggermente sopra la spalla taluno si avvisava domandargli come stesse, sorgeva dispettoso e quinci partivasi senza profferire parola". Saputo che aveva comprato due pistole e le teneva cariche in tasca, il padre di Francesco Domenico cercò d'indurlo a desistere dai suoi pensieri di suicidio; non riuscendogli, gli chiese che volesse restar in vita ancora un anno. All'altro parve troppo e offerse un mese; allora, quasi si trattasse della scadenza di una cambiale, cominciarono a contrattare e alla fine si concordarono per due mesi. Allo spirar di questi, chiamato in disparte il vecchio Guerrazzi, gli disse: "Domani sono libero." A gran fatica potè strappargli un altro mese.

Quando si uccise, Francesco Domenico era a confino; Carlo Bini nell'annunziargli il fatto così gli scriveva: "Tre giorni prima che morisse io lo trovai lungo una strada così tramutato nel sembiante e negli atti, che provai fatica a conoscerlo, e passava ratto e sospettoso come l'uomo perseguitato. Gli dimandai come stesse, ed egli mi strinse la mano e mi guardò di traverso, e quasi fuggì fremendo come una belva. La più parte del mondo, che non può comprendere il sublime, e la necessità di un'azione che non sa, o non deve fare, diè nome di pazzo al povero giovane." In una lettera del marzo '59 al Carletti, il Guerrazzi racconta come suo cugino Pietro, "sdegnato della viltà del tempo, si fracassava la testa di una pistolettata, sollecitava lui con lettera scritta poco prima di morire, a imitarlo."

CAPITOLO II.

F. D. Guerrazzi.

Da tutto ci risulta evidente quanto l'eredità morbosa predomina nella famiglia del Guerrazzi: lipemania, alterazioni del tono sentimentale, della volontà, del senso morale, delirio orgoglioso, e in genere, tendenza alle monomanie, indole inquieta, violenza e impulsività, epilessia psichica etc. sono tutti caratteri patologici che in Francesco Domenico si ripetono e si svolgono contemporaneamente alla genialità.

Ma prima di cominciare a parlare di Francesco Domenico, conviene avvertire non doversi accettare a occhi chiusi le testimonianze di lui: preoccupato sempre di ingigantire la propria figura (come vedremo poi, parlando della sua mania di grandezza), egli esagera, in tutto ciò che a lui si riferiva, le proporzioni e le tinte, giungendo spesso a falsare del tutto la verità. Premesso ciò, e riservandoci di vagliare caso per caso le sue affermazioni, quando alla realtà delle cose ci risultino non conformi, passiamo a considerare in lui lo svolgimento dei caratteri patologici.

_Precocità_. — La precocità nel Guerrazzi si manifesta così per riguardo all'ingegno come per riguardo alla melanconia, alla misantropia, al misticismo, all'impulsività, all'orgoglio. Le Note autobiografiche contengono per questo lato attestazioni interessanti, per quanto, secondo il solito, non del tutto accettabili.

Le anomalie psichiche sono nel loro svolgersi favorite, oltre che dalla naturale predisposizione, dall'orgoglio. Nel Guerrazzi fanciullo noi abbiamo un impasto di un fondo sdegnoso e superbo che dalla compagnia dei coetanei rifugge, desideroso e orgoglioso quasi della solitudine, e di un'alternarsi di impulsi generosi che lo spingono a soccorrer gli altri, e di impulsi criminali che l'aizzano ad associarsi, nel vagabondaggio, nelle sassaiole e perfino nelle coltellate, a quella ragazzaglia che la forzata incuria dei genitori e la condizione sociale caccian per le vie a impararvi il vizio e il delitto[39]. E là asserisce di esser sempre stato pronto a battersi in difesa dei compagni e a far loro i compiti di scuola (e in ciò forse aveva parte anche il bisogno della rissa e l'orgoglio), ma confessa d'altra parte di essersi sempre allontanato dai comuni ritrovi perchè _nessuno lo aveva invitato, nessuno lo cercava_; così restava solo, "e questo, dice, talora mi piaceva, talora mi angustiava; la superbia m'impediva di accostarmi a loro, e non pertanto mi travagliava nel trovarmi così solo." Quindi dal naturale orgoglio è favorito lo sviluppo della misantropia e della melanconia; "il mio carattere si fece concentrato, cupo, e a undici anni il dolore mi aveva svelato cose, che altri non pensa a venti." Allontanandosi dai lieti giochi fanciulleschi se ne andava solo a passeggiare per i boschi, e al cimitero, dandosi in balìa alle meditazioni più tetre e più contrarie alla sua età, immaginando orrendi assassinî nel cupo del bosco, che poi riprodurrà nei suoi romanzi (v. s.) o meditando sulle miserie della vita e sulla morte; e da queste meditazioni, che in lui dimostrano una morbosa precocità e uno straordinario sviluppo del misticismo, usciva poi fuori un poema, _La Società_, scritto pur esso in età giovanissima[40].

Certamente la melanconia, che egli chiama malattia di famiglia, cominciò a manifestarsi di per sè stessa e indipendentemente da ogni circostanza esteriore, essendo in lui congenita. Ma il suo aggravarsi fu favorito dall'orgoglio, che più tardi degenera in vero delirio di grandezza, e dal quale, come poi vedremo, si sviluppa anche, vero o finto che sia, il delirio di persecuzione, per un procedimento affatto inverso a quello descritto dal Roncoroni a proposito del Tasso (v. o. c.).

La precoce misantropia e melanconia del Guerrazzi è attestata anche dal Giusti: "Svegliato di ingegno, profittò nelle scuole tanto che andò a Pisa non so come, e là si distinse per una certa cupezza di vita, aliena dalle gaiezze che portano quell'età e quel tempo. Della precocità dell'ingegno, qui pure attestata dal Giusti, e confermataci da quanto sopra si è detto intorno alle meditazioni della sua fanciullezza, e dal poema _La Società_, un'altra prova troviamo nelle Note autobiografiche: "A 14 anni il padre si determinava inviarmi alla Università di Pisa; a ciò lo mossero i conforti di D. Bartolomeo e di altri familiari di casa, i quali non cessavano dal ripetergli ch'io era un mostro, un portento d'ingegno."

_Cause: debolezza congenita, malattie, dolori morali, soverchio lavoro intellettuale_. — Le cause della nevrosi nel Guerrazzi si possono distinguere in congenite ed acquisite, fisiologiche e parafisiologiche. Esse sono: l'eredità e la debolezza congenita, le malattie, i dolori morali e il soverchio lavoro intellettuale (Mondolfo o. c.).

La debolezza si manifesta con anomalie delle funzioni sessuali, digestive e vasomotorie (intolleranza agli alcoolici): "io, di stomaco debole, non ebbi mai vaghezza di cibi diversi da quelli imbanditi su la mensa domestica, e se talora me ne venne talento, il dolore mi costringeva a tornare alla solita sobrietà; io, di sangue acre, non potei senza danno usare liquori; io, debole creatura, dovei rinunziare e tuttavia devo a buona parte dei piaceri sensuali". "Anche me vinse il reo costume (del piacere sensuale), non però tanto che mi danneggiasse il corpo, imperciocchè la immaginazione prostrava le mie forze già per natura fievoli, sicchè mi convenne stare più temperato di quello che non volessi."

Su questo terreno, già predisposto alla nevrosi, vengono a fecondare il mal seme, le malattie, i dolori morali e il soverchio lavoro. Va qui notata un'intima connessione tra le malattie, da cui il Guerrazzi fu afflitto, e i dolori morali, che sempre in lui ne provocarono la ricaduta[41].