Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni)

Part 8

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1344 Aprilis 21 mer. nocte proxima. Jouis, prox. nocte. Junii 8º... nocte. Mercurii, prox. nocte. Jouis, prox. nocte. Domini. prox. nocte, 13 Junii. Martis, prox. nocte. Domini. 20 Junii. nocte. Martis, 22 nocte. Veneris, 25 nocte. Junii 7° Mercurii, nocte. Jouis proxima nocte. Heu. 1348 Hon. pu... plurima, sed que in ca... exci... patuerint h. Maii 30. Veneris. die (heu, heu Junii 8. Domini. Penthecoste. die. Martis. prox. Junii 10. die. Jouis. prox. 12 Junii. die. Domini. prox. 15 Junii. die. Domini. prox. 22 Junii. die. Mercurii. prox. 25 Junii. nocte. Veneris. prox. 27 Junii. nocte Lune. prox. 30 Junii nocte. Domini. prox. 6 Julii. die Domini. Prox. 13 Julii. die, ecc.".

Il Finzi non può spiegare queste note che come registrazioni di imprese... erotiche evidentemente poco sentimentali.

_Influenza meteorica_. — Quanta fosse l'influenza meteorica sopra i movimenti del suo spirito "s'intravvede, scrive Finzi, sol che ci riduciamo alla memoria quante volte nell'epistolario egli si fermi a descrivere uragani ed acquazzoni."

"Così è anche della primavera, e particolarmente dell'aprile, rispetto alle circostanze più interessanti della sua vita di poeta. Non dirò nulla di quel che si connette col _Canzoniere_, per ricordare soltanto quel _venerdì santo_ che girovagando per i colli di Valchiusa, concepisce l'idea dell'_Affrica_, e quell'altro giorno _d'aprile_ che girovagando per i colli di Selvapiana si sente inspirato a riprendere il poema interrotto. Laura veduta e perduta nel medesimo giorno; l'_Affrica_ incominciata e ripresa quasi nelle medesime circostanze di natura e di tempo! Sarà stata proprio una combinazione di fatti reali, o piuttosto una particolare simpatia di date e di stagioni? Par difficile credere che in ciò non sia un che di suggestivo; comunque, il fatto sta che da quando egli lascia Bologna nel 1326 a quando riceve nel 51 la visita del Boccaccio (ed egli dice che fu _il 6 aprile_) a quando fa nel '73 il suo testamento, il mese d'aprile è quello che ritorna più frequentemente nel complesso delle sue memorie"; come insieme al Maggio, Giugno e Luglio vedemmo il mese che corrisponde al maggiore numero delle creazioni geniali (V. mio Uomo di Genio, VI ed.).

_Vanità_. — "Senza dubbio la debolezza francamente confessata di volersi dare a credere più giovane che non fosse, di guastarsi la fronte a furia di scottature per arricciarsi i capelli, di storpiarsi i piedi per portare calzari stretti, di nascondere, aggiungo io, il difetto del piede zoppo rivelatoci dal Canestrini dopo 500 anni, ci mostrerebbe un animo assai pieghevole alla vanità, anzi alle piccole vanità. Quando poi si leggono nell'epistolario gli accenni ch'egli fa, tra il modesto ed il pretensioso, agli elogi ed onori che gii vengono tributati; quando esprime talvolta con ingenuità e talvolta con sicumera il desiderio di essere conosciuto e lodato, e il sentimento del proprio merito, anzi della propria grandezza, si direbbe che anche la vanità, la grande vanità, entri per qualche poco nell'indole sua. Nè si dette pensiero di dissimularla. Fu ingenuità o inconsapevolezza? Quando si ricorda quella curiosa letterina da lui indirizzata a Francesco dei Santi Apostoli circa il tardato arrivo del vescovo Acciaiuoli, c'è da pensare all'inconsapevole vanità dell'orgoglio esagerato.

"Con che sprezzatura egli affetta di non invidiare a Dante il plauso dei tavernieri e dei lanaiuoli, egli corteggiato ed ammirato dai principi e dalle dame! In quell'espressione è tutta la vanità, tutto il piccolo orgoglio dell'anima sua, troppo debole, troppo malata perchè potesse concepire un forte odio. Non è anomalia psichica ancor questa?" si chiede l'egregio biografo.

_Poca affettività_. — "Era affezionato agli estranei, ma assai poco ai suoi. Che facesse del figliuol suo Giovanni, richiamato da Verona, non si sa; ma contento di lui non era, giacchè appunto in quell'anno '57 al suo Guido Settimo scriveva amare parole sulla riluttanza del giovane alle fatiche dello studio; lo mandò poi ad Avignone, e di là il suo Lelio gli riscriveva lodandosene di molto "per il pudore, la modestia e la promettente indole giovanile". Egli poi lo richiamò; e nel '59 Giovanni doveva essere a Milano, se del furto che patì in sua casa mentre villeggiava a Linterno, il padre suo potè incolpare lui appunto, scacciandolo di casa e lasciandone poco edificante ricordo alla posterità. Anche nei momenti che lo rimpiange morto, non mostra alcun affetto, così:

"Il mio Giovanni, nato a mio _peso e dolore_, e che vivendo mi diede gravi e continui fastidi, e morendo mi recò aspro cordoglio, dopo aver veduti in sua vita pochi giorni felici, morì nell'età di anni 24". Così registrò il suo lutto il poeta. Con l'amico Simonide si lagnò poi ch'egli morisse proprio quando "accennava a diventar migliore", e scrivendo a Guglielmo da Pastrengo, lodava Iddio d'essere stato "_liberato da un lungo travaglio, non senza grave dolore_".

"Forse neanche alla figliuola Francesca, che almeno dal 1353 in poi egli tenne a convivere seco e che poi accasò con un amico, fu benevolo, se il marito, affettuoso, nell'epitaffio che le fece scolpire sulla tomba, e che tuttavia si legge nei chiostri inferiori del duomo di Treviso, dove essa morì, potè alludere, con un riserbo che pur non dissimula interamente l'amarezza, all'equivoca sua nascita e alle poche consolazioni della sua esistenza. "Non so, vi dichiara ella stessa, se io fui più fedele al marito, o _sottomessa al padre_, o ignara di esterna felicità. In vario modo la mia sorte mi perseguitò negli anni giovanili; qui è per me quiete duratura, qui _certa domus_...".

_Epilessia psichica_. — Il Finzi non trova prova chiara dell'epilessia psichica, ma io ne vedo nella sua stessa monografia. Cacciatosi dentro alla storia romana, che designava di scrivere, almeno da Romolo a Tito, gli si ravvivò nell'animo l'antica predilezione per Scipione Africano, a tale che narra egli stesso come il venerdì santo del '39, passeggiando a sollazzo per i monti, concepisse l'idea di un poema per celebrarne le gesta. E ci si mise con tanto ardore e con sì ostinata intensità d'applicazione _da trovarsi presto rifinito dalla fatica_; la qual cosa vedendo il suo amico vescovo di Cavaillon, si fece promettere da lui che avrebbe aderito a un suo desiderio. Egli promise, e l'altro: "Dammi le chiavi del tuo armadio". Il Petrarca, un po' sorpreso, le dette, e il vescovo, raccattati libri e carte e quanto serviva a scrivere, rinchiuse tutto nell'armadio, dicendo: "Ti do dieci giorni di vacanza, durante i quali mi devi promettere di non leggere nè scrivere". E se n'andò. Il poeta da quell'ozio forzato ebbe men riposo che pena. _Quel giorno gli parve un anno_; la mattina seguente si destò con un gran _mal di capo_, che l'oppresse tutto il dì; _il giorno dipoi s'alzò coi brividi_ della febbre; onde l'amico, saputa la cosa, vedendo che il rimedio era peggiore del male, gli riportò le chiavi, ed egli risanò, e si rimise al lavoro con "_tanto impeto e sì fervido estro_", che in pochi mesi condusse molto innanzi il poema.

Ma più la vedo da queste pagine in cui è chiaro lo _status epilepticus_ prolungato più giorni.

"... Intorno alla metà d'aprile si mise finalmente in viaggio per Roma; ma giunto a Ferrara fu colpito da una _sincope, che lo tenne per trent'ore_ come morto. Gli furono intorno _i medici con energici rimedi per farlo riavere, ed egli non se n'accorse_, e come riprese i sensi, si trovò ospitato dai signori di quella città, che lo circondarono di cure sollecite. Corse novamente la fama della sua morte; e gli amici di Padova e Venezia se ne commossero; onde lo risalutarono poi con assai gioia mista a grande stupore quando, giacente sopra una barca, lo videro ritornare dopo che, per la prostrazione delle forze, egli dovette comprendere che non era più in grado di proseguire il viaggio per Roma." Poiché se fosse stato quello un colpo apoplettico, avrebbe lasciato dietro se la paralisi ecc.

_Genialità_. — Eppure con tante anomalie era un vero genio, od almeno uno di quegli ingegni sommi che raggiungono il _maximum_ del livello dei loro contemporanei, e qualche volta lo sùperano. "Con molta indipendenza di spirito, egli, uomo di chiesa, seguì una direzione intellettuale e si formò una cultura essenzialmente laica, in un tempo che anche i laici ricevevano dalla Chiesa gli elementi del sapere e l'indirizzo del pensiero.

"Con larghezza di vedute e forza d'intuizione nuove e mirabili egli abbracciò, il primo, l'antichità classica in tutto il suo insieme, e volle rifarsene l'anima. Dall'alto della sua dottrina classica egli sentì un acre dispregio per tutto quello che costituiva il fondo del pensiero medioevale, mortificato in tanta ristrettezza di nozioni e fallacia di postulati. Tradizioni e leggende, pregiudizi e superstizioni si trovano, fin dalla sua giovinezza, fuori del circolo delle sue idee. Quel che era il fondamento della cultura e le condizioni del sapere al suo tempo egli ebbe in aborrimento, cosicchè, filosofo, sdegnò la scolastica; asceta, la teologia; uomo di mondo e spirito utilitario, la giurisprudenza. Con la mente libera dal rigido convenzionalismo proprio degli studi dell'età sua, egli esplorò con baldanza d'uomo nuovo tutte le regioni del sapere antico, e in presso che tutte s'industriò di esercitare o di provare almeno le proprie forze. Epico e lirico, bucolico e drammaturgo, storico e geografo, moralista e politico, polemista ed oratore, disegnatore e musico, adoratore della sapienza e dell'arte, egli preluse a quell'università di intelletto ed a quella signorile genialità, che poi furono un privilegio del secolo di Leonardo e dell'Alberti.

"Mentre i contemporanei esalavano il nativo sentimento dell'arte innalzando con trepido entusiasmo le volte aeree delle loro cattedrali, il Petrarca, con un gusto che doveva parere barbaro, cercava e ammirava i monumenti dell'antichità. Dilettante di musica, altra nota di modernità, ne raccomandava lo studio ai giovani e i principi esortava a diffonderne il culto, mostrandone la civile efficacia" (Finzi).

Ho tracciato questa monografia sulla falsariga di un egregio letterato estraneo, se non avverso alla mia scola — perchè sia più sicuro il lettore sull'imparzialità della conclusione, che è completamente conforme a quella che essa darebbe.

PASCAL[34]

CAPITOLO I.

Eredità.

Della famiglia di Pascal si conoscono solo: il padre, un po' superstizioso, e credente nelle streghe; una sorella, Gilberta, impressionabile, suggestionabile, che divenne devota a 26 anni, e morì di morte subitanea a 67; un'altra sorella, la Jacqueline, che ebbe un certo ritardo di sviluppo fisico, sicchè dimostrava sette anni a nove, ed otto a tredici, ed a quindici anni giocava ancora con la bambola; in essa il Binet-Sanglé[35] riscontra ragionamenti falsi, emotività eccessiva, grandissima suggestionabilità. "Sotto all'influenza famigliare, anch'essa divenne bigotta"; verso i ventiquattro anni si sottomise ad una tale astinenza, da perdere le forze e da giungere al punto di non poter più digerire la razione normale di cibo; sì grande era la sua emotività che le persecuzioni contro Port-Royal e il consenso accordato dai Giansenisti alla firma d'un formolario contrario alla sua fede, la immersero in una tristezza "alla quale" scriveva "io sento bene che dovrò soccombere, se io non avrò la _consolazione_ di vedere _almeno_ qualcuno rendersi volontariamente vittima della verità".

V. Cousin, che nota l'analogia della sua con la vita di Pascal, racconta pure che a tredici anni ella benediceva al vaiuolo, il quale, deturpandole il volto, la rendeva più degna di Dio. E sì che, — come nota argutamente la Gilberta, — essa aveva lo spirito abbastanza sviluppato per amare la bellezza, ed essere dolente d'averla perduta!

Ma anche in lei la mania religiosa predominava, non solo a danno dell'arte a cui si era così precocemente dedicata, ma anche degli affetti. Tanto che — scrive il Cousin, — "essa, giovane, spiritosa, ricercatissima, abbandonò tutto, _anche il suo vecchio padre e il suo fratello ammalato, per darsi a Dio_".

E con tutto ciò il vigore della sua intelligenza, ben altro che femminile, non si mostrò punto diminuito, come dimostra la sua attitudine nelle lotte religiose del suo tempo.

_Rami collaterali_. — La base ereditaria della religiosità morbosa dei Pascal è anche confermata dallo studio dei rami collaterali e discendenti. Oltre alla Jacqueline Pascal, tutta la famiglia Périer (da Gilberta Pascal maritata Périer) vi fu singolarmente predisposta.

Infatti, Margherita Périer, figlia della Gilberte, scriveva: "Tutti i miei parenti ed i miei fratelli sono morti nel servizio di Dio... e il mio terzo fratello, Blaise, era diacono; la sua vita e la sua morte furono delle più edificanti.... La mia sorella Jacqueline... voleva farsi monaca; ma fu obbligata ad uscire da Port-Royal per ordine del Re.... Ella visse sempre molto distaccata dal mondo... era d'un carattere molto serio ed anche strano, comechè non volesse vedere alcuno e passasse tutto il suo tempo nelle preghiere."

CAPITOLO II.

Pascal.

Con tanti sprazzi ereditari, Pascal, già fino dal primo anno di vita presentò numerose forme psicopatiche, specie, fobie; non poteva, p. es., veder l'acqua nè parecchie persone riunite dinnanzi a sè, senza gridare e dibattersi violentemente; ebbe, a due anni, un accesso "di morte apparente, in cui non aveva più nè voce, nè polso, nè conoscenza, e durante il quale la sua temperatura era molto bassa". E quattro settimane dopo, quelle fobie erano scomparse. Si constatò in lui una persistenza prolungata della fontanella anteriore fino ai tardi anni. Verso i dodici anni diede segno della sua straordinaria intelligenza, e a quindici era d'un'attività intellettuale straordinaria; ma appunto pel troppo lavoro, pel _surmenage_, incomincia allora in lui a manifestarsi un deterioramento nella salute fisica e psichica. — E d'allora, scrive il Binet-Sanglé, ci possiamo immaginare Blaise Pascal come lo ritroveremo sei anni più tardi, debole, insonne e triste. A 23 anni, sotto l'influenza di due Giansenisti, incomincia a diventar bigotto; a 24, in seguito ad eccessive fatiche, ha una grande prostrazione, una paraplegia incompleta, una cefalgia continua, esofagismo, sudori notturni ed insonnia. Fra alternative di lavoro e di ossessioni religiose, tocca i 30 anni. A quest'epoca, non riceve più che gente religiosa, passa tutto il suo tempo nella preghiera e nella lettura della Sacra Scrittura, di cui impara a memoria intere pagine, si dà alle mortificazioni della carne; si fissa, p. es., una razione di cibo, che non sorpasserà mai, per quanto abbia appetito, e che mangia anche quando ne prova disgusto; porta addosso una cintura di ferro guernita di punte, che si fa penetrare nella pelle a colpi di gomito quando prova qualche piacere.

A 31 anno, dopochè, passando un ponte, fu per cadere nell'acqua, restando la vettura sospesa sull'abisso, fu preso da un'allucinazione terrifica per cui vedeva al lato destro un abisso, sicchè faceva mettere una sedia da quel lato per rassicurarsi; allucinazione a cui alludeva in una strana pergamena od amuleto che faceva ricucire nei suoi abiti, e che riproduciamo, per dimostrare come portasse e nella forma e nel contenuto l'incoerenza del pazzo.

_"L'an de grace 1654, Lundi, 23 novembre, pour de saint Clèment pape et Martyr etacches au martyrologe. Veille de Saint Crysostome, martyr et autres, Depuis environ dix heures et demi eudu soir, jusques Environ minuit, et demi_

FEU

_Dieu d'Abraham, Dieu d'Isaac, Dieu de Jacobe, Non des Philosophes et des savants, Certitude Certitude, sentiment, Joie, Pàix Dieu de Jèsus-Crist Deum meum et Deum vestrum, "Ton Dieu sera mon Dieu Oubli du monde et de tout hormis Dieu. Il ne se trouve que par les voies enseignèes dans l'Evangile, Grandeur des l'ame humaine "Pere juste, le monde ne l'a pas connu, mais je, l'ai connu, Joie, Joie, Joie pleurs de joie. Je m'en suis séparè. Deliquerunt me fontem aquae vivae Mon Dieu, me quitterez-vous? Que je n'en sois pa séparè éternellement, "Cette sol la vie, vie eternelle, qu'ils le connaissens seul vrai Dieu, et celui que tu as envoyè Jesus Crist Jesus-Crist Jesus-Crist Je m'en suis sèparè, je l'ai fui, renoncè, crucifiè._

FEU

_Que je n'en sois jamais separè. Il ne se conserve que par les voies enseignèes dans l'Evangile. Renonciation totale et douce Soumission totale à Jesus-Crist et a mon Directeur Eternellement en Joie pour un jour d'exsercice sur la terre Non obliviscar sermones tuos. Amen."_

L'amuleto ha del paranoico la ripetizione continua delle stesse frasi: Feu; _Joie, Joie, Joie, pleurs de joie. Certitude, Certitude, Sentiment, Joie, Paix_; le rime; le due croci che sono in capo ed in fondo all'amuleto; le maiuscole fuor di posto, e il contenuto assolutamente delirante, in cui predominano il rimorso, l'autoaccusa, il delirio di indegnità e la dissociazione del demente.

L'affettività è diventata in lui così ottusa, — come il Binet Sangle ci nota, — che, apprendendo la morte della sorella Jacqueline, che prima era la persona da lui più amata, disse semplicemente: "Dio ci faccia la grazia di morire altrettanto bene", e "Beati coloro che muoiono nel Signore". Del resto già un po' prima la sorella Gilberta aveva notato il raffreddarsi in lui degli affetti famigliari, fino a respingere le cure delle sorelle e a sdegnarsi o scandalezzarsi per le carezze che i bimbi facevano a queste e fin all'odio di sè medesimi; infatti il Pascal giunge a scrivere: "La vera ed unica virtù è quella di odiar sè stessi". E insieme anche l'odio vero per gli scettici, gli eretici, e gli atei. Anche la sua carità verso i poveri è più una manifestazione delle sue idee religiose, che di sentimenti altruistici. Il sentimento che domina in lui è la paura. I suoi _Pensées_, quando hanno per oggetto le cose scientifiche, sono semplici e chiari, penetranti; quando hanno per oggetto cose religiose, sono oscuri, contorti, superficiali ed anche stravaganti[36]. Alcuni sono assolutamente _vesanici_, come: "La grazia non è che la rappresentazione della gloria, perchè essa non è l'ultimo fine. Ella fu raffigurata dalla legge e rappresenta essa stessa la gloria, ma essa ne è la figura, o il principio o la causa". Finalmente, un frammento dei Pensèes, porta come l'amuleto, gli stupidi disegni simbolici dei paranoici.

J.C. | | Paiens — O — Mahomet

Anche le sue manifestazioni geniali sono prettamente morbose. A 35 anni, per esempio, in una notte in cui soffriva d'insonnia e di odontalgia, risolve il problema della cicloide e subito l'odontalgia cessa bruscamente per non ritornare.

E notiamo che il modo con cui questa risoluzione avvenne, descritto mirabilmente dalla Gilberta Pascal, è assolutamente quello di un accesso d'epilessia psichica. Il Pascal non pensava allora alla scienza, che odiava in omaggio alle sue ossessioni religiose; ma quella notte, d'un tratto, gli passano alla mente l'una dopo l'altra le idee, si associano tumultuariamente e "gli discoprono _suo malgrado_" — osserva la Gilberta, — la risoluzione del problema della cicloide, ed egli non vuol fermarcisi sopra e soltanto per le pressioni dei suoi pii consiglieri si decide a scriverlo e a pubblicarlo.

Coll'esame grafologico dei suoi _Pensieri_ si vedono parole dimenticate, linee montanti e poi discendenti, scrittura irregolare, senza punteggiatura.

A 39 anni, morì fra vive sofferenze di colica, insonnia, vertigine seguite di un male di capo straordinario e da convulsioni.

All'autopsia si trovò sangue coagulato nei ventricoli cerebrali; sutura frontale metopica ricoperta da una callosità od ostefita che fosse.

FRANC. DOMENICO GUERRAZZI[37]

CAPITOLO I.

Eredità.

In Donato, nonno di Francesco Domenico, cominciano a intravvedersi alcuni dei caratteri degenerativi che troveremo esagerati nel grande scrittore: il nipote nota in lui _indole inquieta_, delirio di grandezza e delirio melanconico, accompagnato da abulia e aggravato dall'erpete e dall'alcoolismo; tutti caratteri che si ritrovano poi, tranne quest'ultimo, largamente svolti nei suoi discendenti; la sua famiglia abitava in campagna, ma Donato non seppe sopportare la vita troppo quieta; lasciò la famiglia e il paese ed andò soldato con gli spagnuoli, spintovi anche da una grande ambizione e orgoglio; egli credeva, — scrive il Guerrazzi, — di ritornare almeno maresciallo; tornò invece povero e ferito a Livorno. Vergognandosi di mostrarsi in quello stato là donde erasi dipartito con tanta iattanza, qui si stanziò. Roso dal tedio, condusse _tardi_ in moglie una del popolo. Le nozze furono a lungo sterili; ma quando egli, _già vecchio_, "dopo una vita a sè e ad altrui fastidiosa morì d'erpete, di vino e di cruccio", lasciava incinta la moglie.

Così il padre di Francesco Domenico nasceva da un uomo vecchio e, verosimilmente di età affatto sproporzionata a quella della moglie che lo aveva inoltre generato in condizioni fisiche e psichiche tutt'altro che buone, il che, come dimostra Marro, doveva favorirne la degenerazione e la tendenza alla follia. Dal padre, inoltre, egli ereditava la melanconia (_infermità di famiglia_, la chiama più volte il Guerrazzi), accompagnata anche in lui, almeno negli ultimi anni, da gravissima abulia, e dall'orgoglio (_malattia che si è resa fidecommissaria in famiglia_) e l'erpete che, coadiuvato dai dolori morali, contribuì a rendere sempre più acuto il delirio melanconico. Se questo si manifestasse fin dai primi anni, o solo in età matura, non possiamo sapere con certezza: le notizie delle Note autobiografiche sono in ciò alquanto discordi da quelle delle Memorie al Mazzini. Nelle prime scrive il Guerrazzi: "Da giovane, sostenuto dalla naturale gagliardia dell'età, si accostò agli esempi materni, _la quale_ (sic) fu donna buona, operosa e d'animo oltre il suo stato gentile; avanzando negli anni prevalse in lui la indolenza, il cruccio, la misantropia del padre; io mi ricordo che una volta durò bene otto mesi senza parlare.... La moglie e i dolori sofferti a cagione dei figli gl'incrudirono il sangue per modo, che l'erpete gli guastò tutto il corpo; le infermità fisiche tornando, come sogliono, ad agir sopra lo spirito, terminarono di guastare una delle più belle indoli che uscirono di mano alla natura. Io lo conobbi liberalissimo del suo, poi diventò avaro; l'ho veduto animoso, e in processo di tempo tutto sconfortato; operoso, gagliardo, quindi languido, inerte passare giorni e giorni in letto senza voglia di nulla". Nella memoria al Mazzini, invece, quella che qui è data come malattia dell'età avanzata, si riferisce anche agli anni più giovani, prima che cause esterne intervenissero a determinarne lo sviluppo. "Fin dai primi anni mio padre si mostrò taciturno e mesto, malinconia che di mano in mano crebbe in cupezza; costumò tenere stanza appartata dalla famiglia e quivi stette solo intere giornate; silenzioso durò con noi perfino un mese, e i nostri pranzi spesso si assomigliavano a quelli dei cenobiti. Solo che il padre mio sollevasse le ciglia, ogni giovanile gaiezza vedevi andare in bando". Per altro, sia che si accolga la versione delle memorie, sia quella delle note autobiografiche, l'eredità paterna si manifesta chiaramente per questo riguardo in Francesco Donato.