Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni)

Part 7

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Ma nel sonno principalmente sembra che la pazzia di questo grande prendesse una forma precisa e degna di grave attenzione. Abbiamo veduto come credesse poter provocar l'estasi a volontà; ma solo nel letto, poco prima o poco dopo del sonno, egli possedeva questa nuova virtù, o piuttosto ei ne era posseduto. Una volta, p. es., essendo colto verso il mattino, in letto, dall'estasi, ed egli destato e postosi eretto, l'estasi sparve; tornato a giacere, riapparve; e fu allora che ei si credè precisarne la sensazione, e la disse un lieve spiro che non proprio nel cuore, ma più sotto gli palpitava, ecc. Anzi sembra che alcuni sogni eccitanti gli lasciassero una specie di estasi.

In sogno ei dichiarava avere ideato e composto alcune delle sue opere, p. es. quella sì voluminosa _De varietale rerum_ e quella _De subtilitate_. Un dì nel 1557, narra egli nei _Sommiis Synesiis_, c. IV, parvemi udire delle armonie più soavi; destatomi tosto, mi trovai in capo risolto un mio problema su le febbri (perchè ad alcuni letali, ad altri no), a cui invano aveva pensato per venticinque anni. È notevole qui l'associarsi ed il precedere dell'eccitazione del senso a quella dell'intelletto.

Impotente fino a 34 anni, un sogno gli restituisce la maschile virtù, e gli addita, nè troppo felicemente, l'oggetto delle sue cure, la sua futura moglie, una figlia di scherano, che prima del sogno ei non ebbe "dice" non che ricordata, nemmeno veduta! Che più, se spingeva la sua sciagurata follia a tanto, da regolare dietro i sogni suoi i consulti medici, come si vanta egli stesso di aver usato per il figlio di Borromeo?

Noi potremmo ancora citare degli esempi ora ridevoli, ora strani, ed ora tristi della sua fede nei sogni; ma per dirne uno che insieme ne raccolga tutti i caratteri, diremo del suo sogno della gemma.

Era il maggio 1560, cinquantaduesimo della sua vita. Il figlio gli era stato dannato pubblicamente per veneficio; niun'altra sventura poteva colpire più al vivo l'anima, già sì poco temperata di Cardano; egli che l'amava per tenerezza paterna, come ne sono prova quei versi sublimi _De morte filii_, in cui il gelido lutto della vera passione ha un'imagine sì tristamente, perfetta, l'amava anche per ambizione, perchè ne sperava un nipote che lo somigliasse, in fine in quella condanna vie più acceso dalla sventura nelle sue idee lipemaniache, credeva vedere il dito di quelli che si erano congiurati contro di lui (_De Vita_).

"Balestrato in tal guisa, invano io cercava distrarmi, — vi narra egli stesso, — con lo studio, col giuoco, e con morsi e battiture alle braccia ed alle gambe, (era questo uno strano ed antico suo divertimento); era la terza notte ch'io non potea prendere sonno; e due ore appena mancavano all'alba; e vedendo ch'io avrei dovuto morire od impazzire, pregava Dio che volesse togliermi affatto da questa vita.

"Ed ecco improvviso mi prende il sonno, e ad un tempo sento ravvicinarsi persona di cui le tenebre nascondeanmi le forme, che mi dicea: "Che ti duole del figlio....? La pietra che tieni appesa al collo, portala alla bocca, e fin che ve la terrai, non ti sovverrà più di lui". Desto dal sogno, pensava qual mai rapporto potesse esservi tra lo smeraldo e l'oblivione; ma poichè null'altra via mi restava, io ricordandomi le parole sacre: _Credidit et reputatum ei est ad justitiam_, abboccai lo smeraldo. Ed ecco che, fuori d'ogni mia aspettazione (_et ecce quod supra fidem omnem est_), ogni cosa che spettava al figlio svaniva dalla memoria; così allora che di nuovo ricaddi nel sonno, come per tutto un anno e mezzo da poi; e solo quando, mangiando, o professando in pubblico, non poteva tenere la gemma alla bocca, io ritornava in braccio al primo dolore."

Questo sogno accenna ad alcune leggi non poco notevoli per la storia psichiatrica.

È evidente in questo racconto quella legge che, facendo del sogno l'espressione più esagerata del desiderio, serve come di valvola di sicurezza, per cui passioni troppo eccitate possano rimettere della loro violenza fatale, e porre, direi, per qualche tempo in equilibrio la macchina scomposta. Che se la causa impellente perduri, e le forze dell'individuo non bastino alla reazione, allora la valvola non si chiude più; ed abbiamo quelle forme di pazzia sì comuni, che sono al sogno nel rapporto di un morbo cronico ad un morbo acutissimo.

Ma è curioso il processo d'autosuggestione che segue qui la natura per conseguire codesto scopo. Si direbbe che i fenomeni vengano eseguiti dall'individuo a sua insaputa, come per altrui comando. Sembra che la volontà, tesa dal desiderio e dalla passione ad un dominio violento, acceleri tanto in questi casi la serie dei movimenti della memoria, da non lasciare campo all'attenzione, di esaminarne li edotti e l'origine, per cui l'uomo non s'accorge che il sogno e l'allucinazione non furono che una fattura rapidissima della memoria sua per opera di una volontà, che quasi precedeva il desiderio.

Così il nostro Cardano sapeva già prima del sogno quello che con tanto mistero ei sentì rivelarsi dal Genio.

Eccone le prove. Nel libro _De Subtilitate_, scritto quasi dieci anni prima del sogno: _In annulo gemma vel collo appensa aut etiam sub linguam retenta confirmat rei venturae opinionem_. Nel libro _De Gemmis et coloribus_: "Lo smeraldo (che è precisamente la gemma di Cardano) seda li affetti dell'animo ed è utilissimo a divinare".

Nel libro _De Somniis_: "Le gemme del sogno sono simboliche di figli, di libri, di cosa insperata, delizia, jocondità. Significano allegria non solo per la natura, ma per il nome italiano _giojre gioia_, che si accorda con gioia."

Il che è bene una strana ragione, ma come lui la pensava tutta la dotta plebaglia del medio evo; eppure in quel momento egli assicura non aver mai compreso qual rapporto vi fosse tra lo smeraldo e l'oblio, e lo pose solo alla bocca per le parole: "_Credidit et reputatum ei est ad justitiam_"; e vedutone l'effetto, ne trasse alta meraviglia. Questo fenomeno del dualismo è comunissimo nel sogno come in molte frenopatie; ma nel sogno assume una doppia importanza e gravità; senza questo apparente dualismo, per cui l'uomo cela sè a sè medesimo, ei ricadrebbe nel dubbio ed il sogno non avrebbe raggiunto lo scopo; così succede comunemente che chi richiede un consiglio circa un proprio progetto, non cerca altro che di veder riprodotta e pòrtagli di nuovo per mano altrui la sua opinione, onde meglio trovare modo di riconfermarvisi; qui il dualismo è vero in apparenza, falso nel fondo; nel caso del sogno manca e fondo ed apparenza, ma sono simili in ogni punto e la causa e l'effetto.

La durata dell'influenza di questo sogno accenna la sua origine e natura patologica, senza la quale niun sogno può lasciare tracce sì lunghe e sì forti.

Ma più chiaramente che in tutti gli altri scritti ed atti della vita di Cardano, nel libro _De Somniis_ si palesa quella singolare fusione di genio e di pazzia, come pure l'influenza ipnotica su questa. È un libro che parla al psichiatra come una pseudo-membrana parlerebbe al patologo. Ivi da prima egli espone le più giuste e curiose osservazioni su i fenomeni del sogno, per es. che i grandi dolori fisici vi agiscono con minor energia e con maggiore i leggieri, fatto recentemente confermato da M. De Sanctis (Dei sogni); che agli idioti non appaiono mai sogni complessi, ma _idola_; che i pazzi sognano moltissimo; che nel sogno come nella scena, in brevissimo spazio si percorrono serie lunghissime d'idee; finalmente (e l'osservazione è piena di verità), che li uomini tengono sogni o analoghi affatto, o affatto contrari alle proprie abitudini, tornando ciò uguale nell'effetto. Ebbene, dopo sì lucidi intervalli e tratti di genio egli rinnova una delle più meschine e più assurde teorie dell'antiche età, secondo le quali il più breve accidente del sogno deve essere rivelatore d'un futuro più o meno lontano. Ei detta quindi con la convinzione più sincera e con esempi di propria esperienza un infelice dizionario, identico nella forma come nell'origine veramente patologica, a quei libriccioli di _Cabala del Lotto_, che si gettano, unica e calcolata pastura, alla povera plebe. Ogni oggetto, ogni parola, che può cadere nel sogno, vi è legato ad una serie di allusioni che devono servire nell'interpretazione l'una per l'altra. Il _Pater_ p. es. può significare autore, marito, figlio, comandante; _Pedes_, fondamenta della casa, arti, operai, ecc.; _Cavallo_, apparendo in sogno, può significare fuga, ricchezza, moglie; _Calzolaio_ e _Medico_ valgono l'uno per l'altro: come se la natura potesse non solo pensare, ma parlare con la lingua dell'uomo (ed anzi in latino e raramente in italiano); sicchè non è già la concatenazione e analogia dei fatti che vi prevale, ma quella delle parole, dei suoni, che più....! delle rime. _Orior_ e _morior_ hanno un pronostico uguale, perchè "_una tantum litera cum defferantur, vicissim unum in alium transit_. Oh! ti prende proprio compassione della natura umana e di te stesso, quando tu lo senti commentare il fatto che un cavaliere calcoloso se sognava di cibi era preso al dì dopo dal male, e se di materie indigeribili, pietre, ecc., il morbo gli durava più a lungo, coll'osservazione "_Cibos enim ac dolore degustare dicimus_", come se la natura bisticciasse in latino, proprio per la bocca di lui che aveva divinato quelle stupende teorie che accennammo su le sensazioni dolorifiche nel sogno.

CAPITOLO III.

Genialità.

_Genialità_. — Eppure la pazzia non escludeva in lui una straordinaria genialità nei rami più svariati dello scibile; così egli scoperse la misura delle curve e delle superficie irregolari, e sospettò l'influenza degl'infusorì nelle malattie. Prevenne i moderni liberali nel definire il governo una cospirazione di pochi tiranni allo scopo di opprimere i paurosi, gl'innocui e i deboli.

Egli giustificò la possibilità dei fenomeni medianici, che anche nella nostra epoca trovano tanti increduli, coll'asserto che potrebbe ora disperdersi che il non conoscere le cause dei fenomeni naturali non è una ragione per negarli.

Creò il piroforo e intravide l'ossigeno come causa della combustione.

Precedette il nostro De Sanctis nello studio scientifico dei Sogni.

Egli pel primo in medicina osò abbattere il Galenismo, onorare e criticare Ippocrate; in teologia meritò da Scaligero il titolo di empio: egli che, mentre adottava tante idee magiche, fu pure però il precursore di Wiero, di Bayle, di Muraton e di Zimmermann nel credere allucinati gli ossessi e le streghe, e pare anche i santi. Infatti, dopo avere esposte alcune illusioni che sofferse Andrea Osiander durante una quartana, aggiunge: "_Similia haec prorsus existimo his qua videbantur eremum incolentibus magna ex parte; solitudo ipsa, mensque aegra laboribus ac jejuniis, tum temperatura mutata quod umor poterai in illos melancholicus representabat_."

Ed è per questo appunto che molti dei suoi strampalati asserti non sono errori di logica, ma sintomi di pazzia.

Tutte le nazioni, fin quelle che non seppero crearsi Enti o Elisi, credettero alle rivelazioni dei sogni. Iamblico, Sinesio, Artemidoro, scrissero libri analoghi e confratelli di questo; p. e., l'ultimo asserisce che sognare d'essere tosato è buon segno, perchè Charites è parente di Carine, allegrezza; facendo così bisticciare la natura in greco ed egizio, come il nostro in latino e in italiano. Il selvaggio, non potendo con i propri sensi nè con le sensazioni abituali spiegarsi i fenomeni naturali e quelli dell'anima umana, li attribuisce ad enti esteriori, a Genj; darà un Dio alla pioggia, allo starnuto, come al fascino delle grazie, e alle strette della paura, modellando alla meglio nella sua meschina relatività le nuove sulle vecchie impressioni; ei commette così un errore simile a quello del dotto che crea l'archeo, il fluido nerveo e la forza vitale.

Ma quando un uomo studia sè stesso in epoca in cui la credenza ai Geni è scomparsa, non solo attribuisce ad un Genio quell'eretismo nervoso che gli precipita il formarsi de' suoi concetti, ma perfino il muoversi del letto, lo scrosciare del tavolo, il tremolìo della penna, non può essere che un allucinato.

Ed una prova egli stesso singolarissima ne fornisce nel libro _De Varietate_, scrivendo, certo in un momento lucido: "_Ego certe nullum demonem aut Genium habeo, sed mihi pro bono Genio data ratio_", pochi capitoli dopo aver descritto e particolarmente la natura del Genio addetto a lui e a suo padre.

Così pure la credenza al pronostico dei sogni nata dall'ignoranza completa dei rapporti della natura con l'uomo, dal desiderio d'allargare il limitato presente, è una delle più radicate ed universali delle tante che deturparono fino dalla culla la specie nostra; essa era in voga certamente anche nella plebe del secolo di Cardano; troppo lo confermano i suoi biografi contemporanei, che lo chiamano pazzo perciò solo "_nec video quam aliud existimetur_, (dice), p. e. Naudeo Praef. "_existimetur qui somniis, ostensis fidem habens ex vetularum delirantium observationibus pendeat_".

Già sorgevano Telesio, Cartesio, Bacone, Scaligero, Campanella; e Cardano stesso s'era spesso elevato sopra i pregiudizi anche dei più grandi coetanei. Quando, adunque, Cardano, non solo abbracciava quell'assurda credenza popolare dei sogni, ma ne faceva scopo di lunghi lavori e bussola d'ogni sua azione, dovette certo sottostare ad una metamorfosi regrediente, ad una qualche modificazione cerebrale, che ridestasse su la compressa logica e su le cancellate impressioni anteriori, istinti ed idee d'uomo primitivo. E noi, senza vagare nelle ipotesi, ne abbiamo già le tracce nell'influenza ereditaria di morbo e nella paranoia di cui adducemmo prove sì numerose.

PETRARCA[31]

Quanto gravi fossero le anomalie nervose e psichiche in Petrarca avevo tentato di mostrare nell'_Uomo de Genio_ p. 22, 60, 142, 157, 180, 194, 218, 244, 414.

Godo di vederlo confermato con ben maggiore precisione e saldezza dal Cesareo[32] e più accuratamente dal Finzi, che, come E. Carrara e Squillace s'accosta non solo alla combattuta teoria della nevrosi del genio, ma vi apporta nuove e importanti dimostrazioni[33].

"A me pare, scrive Finzi, che in molte anomalie psichiche del Petrarca possa offrirsi qualche piccola materia di studio ai maestri della nuova dottrina." — E noi possiamo, seguendolo letteralmente dimostrarlo.

_Melanconia_. Infatti, secondo la sua erudita monografia, se anche lasciamo stare l'eccentricità e il misticismo intermittente, troviamo quella costante condizione patologica del suo spirito, che egli stesso confessò nel _Secreto_, quando a Sant'Agostino che lo apostrofa: "Tu sei tormentato da una funesta pestilenza, detta _acedia_ dai moderni e _malinconia_ degli antichi", — egli risponde: "Lo confesso: dominato da siffatta tristezza, io vedo tutto aspro, tutto misero, tutto orrendo; mi sembra di essere sempre sulla via della disperazione". E continua affermando che questo travaglio lo opprime per interi giorni e per intere notti; e che nondimeno si trova spesso condotto al termine di pascersi delle proprie angosce, assaporandole con una specie di acuta voluttà. Certamente poi quand'egli si fa ad indagare le cagioni di questa sua malinconia, esse appaiono molto sproporzionate a così triste effetto. Ma gli è che a lui medesimo non si mostrava ben chiara l'indole del suo male, ch'era tutto interiore; e ne cercava le cause fuori di sè, nell'opinione pubblica, che pure lo accarezzava con tanta parzialità, che sarebbe stata bastevole ad appagare qualunque più superba ambizione; nella fortuna, che in effetto non gli fu mai matrigna; nella sentina Avignonese, dove in sostanza egli stava perchè gli piaceva e gli conveniva di starvi.

_Abulia_. — ... "Da ciò infine gli abbattimenti, spesso confessati fin dalla sua giovinezza, e la mancanza d'energia nel mantenere i propositi, anzi la perpetua irresolutezza fin nel concepirli. Tante volte si mette in cammino per un lungo viaggio, non senza aver preparato gran bagaglio e fatti tutti gli allestimenti necessari a non breve assenza; nullameno per il più piccolo accidente, o torna indietro, o muta direzione, o scappa via appena giunto.

"E confessa egli stesso di soffrire assai per questo suo perpetuo dibattersi nell'incertezza, alla quale talora gli riesce di sottrarsi, non tanto perchè con un atto energico della volontà abbia saputo prendere coscientemente una ferma deliberazione, quanto perchè sì grande è in lui l'angoscia dello stare un pezzo in fra due, che si risolve una buona volta, non per altro che per uscirne e provare il sollievo proprio di chi non ha più il rovello di pensarci su. Ma non sempre l'espediente gli giova, perchè continua ad essere posseduto da un'agitazione, da un'irrequietezza indomabile, per la quale rassomiglia sè stesso ad "un malato che si rivolta per il letto senza trovare riposo", e confessa di essere sempre in lotta con sè medesimo "come se la sua volontà fosse divisa in due parti contrastanti l'una all'altra", e si compiange come sopraffatto dalla difficoltà di tutte le cose e spesso costretto a "porre tutto da banda e possibilmente nel dimenticatoio", appunto, e soltanto, per non aver l'energia di appigliarsi ad un partito". — È proprio completa l'abulia del melancolico.

_Epilessia ambulatoria_. — E si può sorprendere in lui il germe della epilessia propulsiva. "Questa condizione abituale, scrive Finzi o. c., dell'animo, che dappertutto gli faceva parere insormontabili le difficoltà della vita, dappertutto spaventosi e fatali anche i più piccoli contrattempi e inconvenienti, fu lo sprone che del continuo lo incalzò a mutar di sede. Il fuggire i luoghi delle sue simpatie e debolezze erotiche, il cercar libri, il veder paesi nuovi e nuove cose, il visitare amici, l'adempiere incarichi, saranno stati a volta a volta cause occasionali dei suoi viaggi; ma la ragione vera, la ragione generale è da cercare proprio nell'anima sua irrequieta, indocile, che non sapeva trovar posa in un luogo e fuggiva, o almeno avrebbe voluto continuamente fuggire se stessa, non sentendosi capace di niuno sforzo di adattamento. Cominciato per singolari circostanze fin dall'infanzia e durato sino agli ultimi anni, proprio fino a che le forze mancanti non lo cacciarono giù di sella negandogli di più risalirvi, questo perpetuo vagabondaggio è una delle più significanti espressioni di quello stato quasi patologico dell'animo che nel Petrarca si manifesta per così numerosi e diversi aspetti.

"Curioso che, sempre in moto com'egli è, e confessando molto spesso la sua irrequietudine e instabilità, ogni tanto ammonisce sè medesimo a mutar registro. "_Abbiamo girato abbastanza di qua e di là: è tempo di riposare_", sentenzia ancora nel '52; eppure "seguiterà altri vent'anni a rincorrere la sua quiete per tanti luoghi, senza trovarla mai".

_Bugia_. — E peggio, egli era un classico bugiardo, nota Cesaro; mentiva ai superiori la causa del suo viaggio in Germania (Epistola _ad posteros_); e appunto in questa lettera egli dissimulò ai figli la propria paternità; dichiarava di aver abbandonato ogni oscenità, a 40 anni, e poi ne troviamo il catalogo fin passati i 46; scrive sonetti per Laura viva, quand'era morta; giura che quell'amore era purissimo e nel _Secretum_, III, confessa che l'amore per Laura sua non era onesto. _Turpe igitur aliquid interdum voluisti_. Pretendeva con Boccaccio di non aver mai letto Dante, mentre invece l'aveva studiato profondamente ed anzi imitato. (Giornale Dantesco — Anno VIII)

_Contraddizione_. — "... La contraddizone è anch'essa abituale in lui; anzi è un altro carattere singolare del suo stato psicologico. In tutta la gran mole delle sue opere egli affetta sempre un austero stoicismo; ma non gli riesce mai di metterlo in pratica, e con ingenuo candore se ne confessa. Esorta gli amici a sostenere serenamente la sventura, ma de' suoi propri e men gravi fastidi mena scalpore infinito; predica la vanità dell'orgoglio e dell'ambizione, ma guai a chi lo punga o gli attraversi la via; biasima il lusso nei costumi e perfin negli arredi sacri, ma dal lusso egli stesso non sa difendersi mai, così nel culto della persona come nelle abitudini della vita; condanna l'avarizia ed usa liberalità, ma pur si mostra avido di prebende. Scrive parole infocate contro i rei costumi del tempo, e chiama i principi tanti Dionigi e Demetri Falerei; ma vive nelle loro corti la maggior parte dei suoi anni migliori. Si professa adoratore della verità e afferma ad essa sola dovuto tutto il culto dell'anima e della mente; ma si lascia andare volentieri all'adulazione; e si direbbe persino che gli piaccia adulare sè medesimo, presentandosi ai posteri interessante, reverendo ed ammirabile per la magnificata nobiltà degli affetti e per l'ostentazione dell'austera virtù. Disprezza le donne e inveisce contro di loro sul tenore dei più arcigni misogini del medio-evo; ma, giovine, ne cerca le grazie; vecchio, ne gradisce la compagnia, e giovine e vecchio le canta con insuperata squisitezza di sentimentalità. Si dà gran faccenda per ottenere la laurea poetica e poi la predica una _vanità_; condanna l'amore della gloria e se ne strugge per tutta la vita. (Finzi, o. c.).

"Dopo che ha lavorato a martello con lungo amore d'artista le sue liriche più belle, egli le condanna come opera risibile e riprovevole, e apparentemente se ne vergogna; ma non per questo le distrugge; anzi con carezzevole e pertinace sollecitudine fin presso ai sessant'anni seguita a pur correggerle e perfezionarle. Innalza al cielo i suoi Colonnesi e poi, come appare Cola di Rienzo, piglia tale una caldana patriottica, da gridar quasi il _crucifige_ contro i magnificati benefattori d'un tempo. In prosa e in verso si lasciò andare a facili rampogne contro i tiranni; ma alle prime blandizie mutava tono e si profondeva in adulazioni, che oltrepassavano certamente i termini di quella relativa necessità che le circostanze potevano portare.

"Certamente anche la sua professione d'infelicità sente dell'esagerato. Il dire che fin dall'infanzia la sua vita fu un ordito di travagli, di lagrime, di gemiti, com'egli fa in un'epistola poetica; il dire che quand'egli è posseduto dalla sua indefinibile _acedia_ si trova come piombato nelle tenebre dell'inferno e soffre la più crudele delle morti, come fa nel _Secreto_, parrebbe soverchio anche per uno che non avesse avuto tanta prosperità di fortuna come il Petrarca.

"Si direbbe che la contraddizione è la forma perpetua del suo sentire e del suo operare. Quando si procura un'agiatezza, un piccolo piacere, sia pur l'innocente soddisfazione di una comoda casetta o di un modesto giardinetto, un'ombra lugubre gli attraversa la mente: è il pensiero della brevità e inanità delle cose umane. Quando si trova a deliziarsi dei più magnifici spettacoli della natura, gli sorge nell'animo una dolorosa tetraggine di asceta. Se il calore del temperamento gli fa scordare nell'ebrezza del senso l'austerità canonicale, a sterile ammonimento di sè stesso ne tiene misterioso e lamentoso ricordo nelle pagine d'un libro appassionato".

_Erotismo eccessivo_. — "Nè è da passare sotto silenzio una serie di memorie registrate sopra una pergamena contenente le lettere d'Abelardo ed Eloisa, a cui il poeta fece delle "note assai curiose". Eccone un saggio, senza però le sigle convenzionali, che non si possono riprodurre a stampa: