Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni)
Part 6
_Bisticci_. — E la psicosi spiega l'insorgere ogni tratto in una mente così quadra, che fu giustamente detta da Graf peccante in rapporto alla poesia d'eccesso nel ragionare, di quegli strani paradossi, che molte volte basansi sui contrasti dei termini, qualche volta, come nei ragionamenti dei pazzi, in quelli dei suoni.
Così "una guerra difensiva di chi ha ragione è buona; ma non può esistere se non con la condizione d'una guerra ingiusta". Che fa l'arte della guerra? — seguita ad argomentare; — "insegna a uno il mezzo di fare una cosa, all'altro il mezzo di impedirla". "E però ha un intento dubbio, anzi contraddittorio: aiutare e dirigere chi vuole una cosa e chi vuole che la cosa non sia".
E dopo aver constatato che "le verità matematiche si contrappongono sovente alle verità morali, come aventi una certezza di un genere che non si può trovare in queste", sostiene e dimostra come la cosa stia per l'appunto alla rovescia; e come, cioè, le verità morali abbiano, nell'applicazione, il vantaggio d'una minore incertezza!! — E fa le meraviglie del fatto che "v'ha uomini i quali negano le verità morali astratte, mentre non ve n'ha che neghino le matematiche."
Ecco alcuna delle sentenze o bisticci che ci trasmise di lui il Bonghi: "Gli _animali sono, eppure non son loro_"; _Noi siamo tra due lacci scorsoi, o ci affoga l'uno o ci affoga l'altro_; e, che è più strano, per non lasciarsi affogare nè dall'uno nè dall'altro, dobbiamo stringerli _tutti e due_. — "Sovente si mette più presso, e più dentro alla cosa medesima, chi se ne fa più lontano". (Stresiane).
Egli trova che "lo spirito storico del dramma è in molti punti affatto opposto a quello che esce dalle più riputate storie moderne"; e che, mentre la tragedia antica si fondava sulla cognizione che lo spettatore dovea avere dei soggetti, la moderna è costretta a fare assegnamento sulla dimenticanza; che "le mutazioni nella lingua sono un inconveniente, anche quando sono un vantaggio"; che "per essere creatore in fatto di lingue, non c'è niente come il saper poco quella in cui si parla o si scrive".
E questa tendenza paradossale si infiltra nelle frasi; e basti ricordare solo alcune delle molte annotate dal Bellezza (v. c.), come queste:
"Nemico mio carissimo, — indotto e sapiente contadino, — inconveniente prezioso, — felice prepotenza, — irrisolutezza arrogante, — ammirazione ingiuriosa, — umilmente altera, — dolce in vista ed umano, e insiem feroce, — devoto suicida, — gentili masnadieri, — amabil terror, — gaudio amaro, — vil trionfo, — tristo conforto, — tristo vincitore, — squisiti digiuni, — lieto error, — lieto ribrezzo, — dolci ferite, — povero signore, — giorno tanto temuto e bramato, — età sucida e sfarzosa, — (sentimento), imperioso insieme e soave, — cenci sfarzosi, — nome illustre e infame, — ignoranza coraggiosa e guardinga, — trista allegrezza. — Pensò o piuttosto non ci pensò, — voglio andare avanti o piuttosto tornare indietro, — l'effetto o piuttosto la mancanza dell'effetto, — solo un bene di quel genere, o piuttosto quel bene fuori d'ogni genere, — non badiamo alle parole, o, per dir meglio, badiamoci bene, perchè proprio qui non ci abbiano a menar fuori di strada." —
Ora questi bisticci, queste — come li chiamava egli stesso, — _trappole di parole_ che si basano su contrasti di suoni, non si possono spiegare senza lo influsso morboso in uno che le stigmatizzava così fieramente nel _Dialogo dell'invenzione_, in uno che spesso ripeteva essere i _traslati traditori_, e che le parole, "se non ci si bada bene, menan fuor di strada". (Opere varie, pag. 829-1870).
Ora è noto che gli ammalati di ossessione hanno spesso tendenza a frasi ed idee in contrasto col loro pensiero e fra di loro a dire p. e., "_Vi ho in c_.... invece: _Vi ho in cuore_" che pur pensano (Krafft, Ebb. Trad. de Psych. 543). _Maledetto_ per _benedetto_ (Raggi, Archivio Italiano per le Mal. Nevrose 1887) e Seglas — altrettanto vedremo qui confessarci di Cardano (pag. 106).
TAV. II.
AUTOGRAFI DI MANZONI
Fig. 1.
[Illustrazione: _Autografi di Manzoni._ (Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).]
Fig. 2.
[Illustrazione: _Autografi di Manzoni._ (Dal Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).]
Fig. 3.
[Illustrazione: _Autografi di Manzoni._ (Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).]
Fig. 4.
[Illustrazione: _Autografi di Manzoni._ (Dal Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).]
TAV. III.
AUTOGRAFI DI MANZONI
Fig. 5.
[Illustrazione: _Autografi di Manzoni._ (Dal Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).]
Fig. 6.
[Illustrazione: _Autografi di Manzoni._ (Dal Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).]
TAV. IV.
AUTOGRAFI DI MANZONI
Fig. 8.
[Illustrazione: _Autografi di Manzoni._ (Dal Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).]
Fig. 9.
[Illustrazione: _Autografi di Manzoni._ (Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).]
Swedenborg[30]
Nato nel gennaio del 1688 in Stoccolma da una famiglia tra ecclesiastica e burocratica, fu dal quarto al decimo anno sempre preoccupato di Dio e della felicità eterna; e dal sesto al dodicesimo, considerava come il suo più grande piacere l'intrattenersi coi preti sulla fede; studiò ad Upsala letteratura, matematica, fisica, teologia con grande fervore, e nel 1700, andando a Londra, cominciò quella serie di viaggi, descritti poi nell'_Itinerarium Swedenborgii_, a Londra, a Oxford, in Olanda, a Parigi; e ritornò in Svezia quando Carlo XII, liberatosi dai Turchi, assediava e occupava Stralsunda, così che potè pronunziare davanti al Re un ampolloso panegirico della vittoria.
Stabilitosi a Upsala, dove pubblicava un grande annuario delle invenzioni e delle scoperte scientifiche sotto il nome di Daedalus Hyperboreus, fu eletto a ventott'anni ingegnere del Re; costrusse moli, aprì porti, fondò chiese, scavò canali, inventò il modo di trasportare per monti e per valli all'assedio di Friederichshall scialuppe e galèe, dettò lavori di meccanica, d'algebra, d'astronomia, di meteorologia, nonchè di matematica, con una fecondità e un'originalità straordinaria, tanto che la regina Ulrica Eleonora lo fece nobile.
Dedicatosi, poi, allo studio dell'industrie minerarie, ne scrisse altri dieci volumi; e tornò a viaggiare per questo scopo mezza Europa fino al 1722, tornandone nel 1733.
A quel punto egli è all'apice degli onori. Affabile, semplice, forte, sobrio, dottissimo, dovea sembrare il primo, se non l'unico, esempio di un genio completamente equilibrato. Dopo aver nel 1734 assistito a Stoccolma all'Assemblea degli Stati, ripartì per l'Olanda, la Francia e l'Italia, dove, a Firenze, scrisse una memoria su l'arte del mosaico e a Roma un'altra sulle febbri.
Ma durante un altro viaggio a Londra, nel 1745, a cinquantasei anni, avviene in lui una strana metamorfosi. Egli era là tutto occupato a scrivere a pubblicare i tre volumi del _Regnum animale_; l'anatomia e la fisiologia parevan occupare la sua mente.
Quando egli che avea scritto: il problema dell'anima _dipendere dallo studio del corpo_ (Non licet scandere ad animam nisi per anatomiam) ed ancora che: "L'anima è rappresentata nel corpo come in uno specchio; esaminando l'anatomia di tutte le parti del corpo, in specie del cervello, e svolgendone a uno a uno gl'involucri che ci nascondono l'anima, noi dovremo finire con scoprirla" — tutto ad un tratto da questa serenità positivista, da questa severità di logica aristotelica, spicca un _salto_ oltre i limiti dello spazio e del tempo, e scompare, o, per adoperare una giusta frase del De Roberto, cade nell'abisso metafisico che non ha principio nè fine; e le cose del mondo non gli appaiono più positive e reali, ma pure corrispondenze di esseri e di idee celesti e oltrumane (De Roberto o. c.).
Il modo in cui avvenne questa metamorfosi potrebbe, a chi non ricorda quella di Manzoni, Cardano, S. Paolo — a chi non pensa al così frequente sdoppiamento della personalità del Genio, — sembrare, nei particolari, puerile e... anche peggio. —
Una sera dell'inverno del 1745, a Londra, egli stava in un albergo mangiando con vivo appetito. "Alla fine del pranzo, sentii (ci confida) come una nebbia scendere sui miei occhi, e travidi mille serpenti invadere la stanza. A un tratto l'oscurità si rischiarò, un uomo dentro un gran fulgore mi apparve seduto all'angolo opposto a me, e mi disse con severità: "_Non mangiar tanto_!" — Turbato, corre a casa e si pone a meditarvi su, quando "l'uomo raggiante mi riapparve e mi disse: "Io sono Dio, Signore, Creatore e Redentore, t'ho eletto per svelare agli uomini il senso intimo spirituale delle Sante Scritture, e ti detterò quel che dovrai scrivere". — Era un'allucinazione religiosa!
E da quel giorno diviene il più fanatico spiritualista e non vuole più attendere che a cose teologiche. Crede di conversare con cento, con mille spiriti dei morti, alcuni dei quali gli parlano per giorni, per mesi e perfino per anni di seguito; egli non viaggia, scrive il suo amico Bruno, più con servitori, affermando di non aver bisogno di alcun aiuto, avendo un angelo per compagno. Dimentica tutta la famiglia, fa vita casta, vive di solo caffè, cioccolata e biscotti; si riserva il matrimonio... per l'altro mondo, ove l'aspetta la contessa Syllenborg.
Da quel giorno egli può vedere quel che avviene negli altri mondi, nei cieli e negl'inferni; conversa con gli angeli; sale e scende dai pianeti (_sic_) più lontani. E narra in cinquanta volumi tutte queste visioni; fonda una nuova religione con la _Doctrina nova Hierosolymae de scriptura sacra_, cui obbedisce ancora, secondo il dottor Ballet, in Inghilterra, in America, in Germania, qualche migliaio di fedeli; infine redige per vent'anni un _Diarium spirituale_, che è veramente completamente pazzesco, visto che nel solo anno 1748 egli avrebbe esplorato sei volte Mercurio, ventitrè volte Giove, sei Marte, tre Saturno, due Venere, una volta la Luna e ventiquattro volte altre terre del Cielo Australe!!!
Tutte queste rivelazioni non sono che nuove allucinazioni psico-motorie; così gli spiriti di Mercurio non comunicano con lui col linguaggio, ma col pensiero attivo, noi diremmo ora per telepatia.
Anche quelli di Marte soffiavangli le parole verso la tempia destra, donde il soffio s'avanzava verso l'occhio; di là verso le labbra, da cui entrava per la bocca nel cervello; e notava che quando essi parlavano, le sue labbra erano in movimento e anche la lingua. Il che mostra che mentre egli parlava e pensava date parole, egli credeva che altri le pronunziasse — fatto psicologico non raro nei pazzi, che credono dettate ed eseguite da altri quello che pensano e fanno, inconsci, essi stessi.
E in tutte queste visioni "ex auditis et visis", come egli afferma nei frontispizi di tutti i suoi libri, la sua parola resta limpida, come quando doveva descrivere le trasformazioni dei minerali o la costruzione anatomica del nostro corpo. Solo la grande gioia d'essere per aiuto divino giunto alla sintesi e alla verità, dà alle sue pagine un'intonazione profetica nuova, quale si conviene a chi "divenendo talvolta simile agli angeli, poteva intrattenersi con loro e sapere tutto". E gli angeli e i demoni e tutti gli spiriti hanno volti, mani, orecchie, occhi come noi abbiamo, salvo piccole variazioni nei vari pianeti; e i cieli e gl'inferni hanno valli, monti, selve, grotte, sabbie, come la nostra Terra.
Oltre a queste allucinazioni _astrali_, egli ebbe delle vere premonizioni e delle vere visioni a distansza; che si spiegano colle attuale cognizioni ipnotiche e mediameniche; così egli, essendo a Gottemburgo, vide un incendio in una data via di Stoccolma, che ne distava due giorni, e fissò il momento in cui cessò il fuoco; fatto questo appurato con una inchiesta da Kant.
Un altro giorno sollecita un fabbricante, Bollander, che con lui tranquillamente mangiava, di ritornare subito alla sua officina, ch'era in pericolo — e dove in fatto era cominciato un incendio. — Riporta alla regina Ulrica Eleonora alcuni discorsi intimi e segretissimi che gli aveva tenuto il fratello Guglielmo di Prussia anni prima.
Tutto ciò gli avveniva in uno stato di _trance_, di cui però egli conservava chiara la memoria.
Ed era insieme megalomane; grazie a lui, scrive egli, "l'aurora si leva sulle nazioni pagane, perfino sulle africane; gli angeli dettano agli uomini le cose che egli ha pubblicato nella dottrina della nuova Gerusalemme".
Qui egli tentò ricrear l'unità del Cosmo con la teoria dell'identità, o meglio della corrispondenza del mondo spirituale col mondo fisico; tanto che questo è per lui un puro simbolo di quello, l'impronta di quel suggello. Così i suoi angeli, dei quali egli poeticamente narra che vanno sempre verso la primavera della vita, e i più vecchi sembrano i più giovani. Ed egli con loro, quando vedono cose terrestri, non pensano a quel che esse sono pei sensi, ma a quel che significano, cioè allo spirito divino che contengono e pel quale convergono in un sol punto, — Dio.
Ma nel medesimo foglio in cui traccia quei sogni divini, egli ti annunzia che il Signore deve venire a fondare una nuova Chiesa; e siccome ora nol può fare, ha scelto lui in sua vece; e detta l'_Anania celeste_ e la teoria dei rappresentanti, in cui espone le sue allucinazioni visive di globi infocati, di fiamme e nubi, fra cui quello di uno spirito, che con voce rauca gli espone delle teorie sensatissime; offrendoci un evidente caso di megalomania, religiosa, allucinatoria, che evidentemente dovea rimontare alla prima giovinezza, non essendovi alcuna causa che ne spieghi la tarda comparsa.
_Genialità_. — Eppure fu un vero Genio. — Nelle sue "Opera philosophica et mineralia" e nel primo volume dei _Principia rerum naturalium_, egli è il creatore della cristallografia, il precursore di Dalton nelle leggi dell'ottica, di Herschel nel determinare la posizione del sistema solare, di Lagrange nel definire le deviazioni periodiche delle orbite planetarie.
I suoi trattati metallurgici sono degni di essere posti vicino ai più moderni; molto prima di Faraday egli intravide le leggi del magnetismo terrestre, e che il polo magnetico sud ha un asse più distante dall'equatore magnetico del polo nord, e che ha un'attrazione maggiore; prima di Lavoisier intravide che l'acqua è un composto di due elementi e vide l'analogia fra la luce e il magnetismo.
Delle imprese da lui eseguite, come idraulico, mineralogista, ingegnere, astronomo, scrittore, dicemmo nelle prime pagine (p. 93-94).
CARDANO
CAPITOLO I.
Eredità morbosa.
La pazzia di Cardano è più che precoce, ereditaria, e infatti l'eredità morbosa è spiccatissima in tutta la sua famiglia.
Suo padre, matematico, balbuziente, con occhi da albino; ferito nel capo più volte da giovine; era di una strana vanità ed incoerenza, che manifestava anche in pubblico con bizzarro andazzo, con vestimenta scarlatte, con discorsi fuor di luogo, ecc.; egli credeva all'esistenza d'un genio a lui solo proprio, e precisamente della stessa natura di quello che pretese avere il figlio fino al 59° anno, il quale poi gli rivelava i rimedi nel sonno, come nell'epoca terribile della peste, e dai cui consigli si allontanava solo per comporre quei mistici farmachi, di cui sembra non essersi trovato scontento nemmeno il nostro Cardano.
In fatto, nel libro _De subtilitate_, parlando delle rivelazioni ipnotiche, Cardano aggiunge: "_Sed haec nostrae gentis propria sunt atque ab utroque parente haereditario jure accepta_".
Quando il nostro Cardano era moribondo di dissenteria, il padre "_B. Hyeronimi vim experiri potius voluit, quam a Daemone, quem palam familiarem habere profitebatur" (De Vita)._
Nè qui finisce l'eredità morbosa. Cardano stesso ebbe un figliolo, che somigliava in ogni tratto l'avolo suo: ugual portamento, uguale temperamento, uguale fisonomia ed ingegno; nottiveggente, sordo d'un orecchio com'egli, per di più rachitico, coi _piedi sindattili_, che è uno dei segni più spiccati della degenerazione; orbene, la sua pazzia lo condusse al veneficio della moglie, al patibolo. Nè gli altri figli di Cardano furono molto dissimili, per tristizia, da questi — ingrati e crudeli col padre, ecc.
La madre sua, dice lui, era proclive agli sdegni, gozzuta; ambidue, e più il padre, incostanti nell'amore del figlio, che spesso battevano.
Finalmente, perchè nulla mancasse, nell'opera "_De rerum varietate_, 87" egli ci parla di un Michele, di un Aldo, di uno Stefano Cardano, cugini suoi o consanguinei, tutti soggetti a rivelazioni, cioè ad allucinazioni ipnotiche.
CAPITOLO II.
Cardano.
Quanto a lui, il grande scienziato, aveva testa abnorme, scafocefala, gozzo, ernia; più patì di gotta, di erpete, diabete tra i 7 e i 12 anni, sonnambulismo; e come il padre sofferse due volte gravi traumi nel capo.
_Pazzia morale_. — Egli descrive sè stesso, iracondo, lascivo, imprudente, desideroso di vendette, quando anche non lo consentissero le forze, prono ad ogni vizio, giocatore sfrenato, tenace nell'ambizione e nell'ira, litigioso, sicchè durò alle liti dalla morte del padre fino a 46 anni, e diceva di sè stesso, che egli troppo giustificava il proverbio: La nostra natura esser incline al male.
Era infatti impulsivo fino al delitto; si sa che maltrattò il grande suo maestro Tartaglia; strappò un orecchio al figlio minore. "Non vi è (confessa egli) cosa che più mi piacesse, quanto il dire cose che tornassero spiacevoli a chi mi ascoltasse: Portavo vitupero a chi avrei voluto lodare". Passione strana aveva per gli animali, sicchè riempivangli la casa lepri, conigli, capre e cicogne. E noi sappiamo che è questo un carattere dei degenerati (Vedi: L'Uomo Delinquente, VI ed. Vol. 1.).
Della grande sua surrecitazione sono prova le veglie quasi continue che sofferse dai sette ai dodici anni, l'algore delle estremità, quando si poneva a letto, l'impotenza che durò fino a 34 anni, e quell'eccessiva sensibilità che unita alle sue cognizioni mediche (sì dannose agli ipocondriaci), faceva in guisa, che non vi era morbo ch'ei non avesse sofferto, nè istante in cui non credesse soffrirne. _Tunc maxime sanum me existimo cum raucedine laboro; nam cum ad ventriculum defluit fluxus ventris, abominationem cibi efficit, nec semel credidi veneno me tentatum, e postridie salvus eram._
Ne è una bellissima prova quel singolare piacere che ei dichiarava di provare nel comprimersi i muscoli brachiali e mordersi le labbra fino alle lagrime, nè tanto per la voluttà leggerissima del contrasto lasciato dal dolore, a tutti comune, quanto per il bisogno non mai saziato di energiche sensazioni. "Cause di dolore, — ei dice nella propria vita, — se non ne aveva, ne cercava, per godere del piacere della cessazione del duolo, e perchè io esperimentai che non posso far senza di dolore, e se mai mi capitasse (_modo contingat_) mi assalta l'animo un impeto sì molesto e sì grave, che molto meno è il dolore che la cagione di dolore". Non può dare questo brano curioso la spiegazione di quel fenomeno, che appare anche in alienati non stupidi o idioti, del ricercar essi più che fuggire le abbruciature, i geli, le ferite, le contusioni, quasi che nello stato patologico particolare del sistema nervoso sieno quelle sensazioni dilettose piuttosto che atroci?
_Paranoia persecutiva ed ambiziosa_. — Si disse dai contemporanei, ch'egli era più saggio di tutti gli uomini e meno savio di un bimbo. Certo, presentò molti sintomi di paranoia persecutiva ed ambiziosa. Come Byron, Alfieri, Wagner ecc., protesta che non è ambizioso; ma viceversa; ammette che trova sempre fallaci le scoperte altrui e sempre migliori le sue; e disse di sè nell'arte medica, non comparire che ogni 10 secoli un grand'uomo, ed essere egli il settimo (Capitolo VIII); ed afferma nella sua _De Vita_ d'aver fatto 40,000 scoperte e 200.000 (_sic_) piccole pubblicazioni; tra i suoi schemi genetliaci comprende quello di Gesù Cristo; più volte dichiarò essere protetto dalla Beata Vergine e da S. Martino, che lo avvertivano coi sogni dell'avvenire della vita, dei rimedi da somministrare ecc. Tutto il mondo gli sembra ora congiurato contro di lui, ora genuflesso estimatore dei suoi talenti; ei si crede invulnerabile agli strumenti umani. La megalomania si rivelò certo nelle opere _De Vita, De libris propriis, De Somniis_, che lungi dell'essere, come vorrebbero Baillarger e Burdach, una mirabile prova dell'attenzione analitica di sè stesso, non sembrano altro che sintomi ed effetti di quell'impulso morboso, colorati dall'eloquenza del genio, quali si vedono nei numerosi scartafacci dei paranoici.
Si faceva trascinare in Bologna da un cocchio a cui aveva... fatto togliere una ruota: credeva a continui complotti contro lui dai colleghi che l'aveano eletto membro dell'Accademia degli Affiliati.... per farlo morire; infatti il dì dopo che vi entrava, inciampò in una trave e per poco non ne morì; sicchè il furbo per prevenire l'opera dei sicari, andava all'Accademia o prima o a mezzo della seduta. — Nessuno dei cospiratori gli sopravvisse, tanto ne lo proteggeva il suo santo. Più volte pretendeva avere lo spirito profetico (_De Vita_, Cap. XXXXII), avere una luce speciale nell'anima (XXXVI), avere appreso per forza d'incanto le lingue (cap. XLIII), aver guarito malati di lebbra e di tisi; aver perduto un solo malato fra 300 curati dalle malattie più gravi; avere avuto la premonizione della morte di persone sanissime, che all'epoca preveduta morivano.
Pare intervenissero veramente intorno a lui dei fenomeni medianici e spiritici; certo in questo: Una mattina sente battere forte un colpo al muro, che si ripete una seconda volta; egli apprende che allo stesso momento moriva un Galeazzo suo cliente.
Pretendeva aver avuto premonizioni della morte del figlio. Nell'estate del 1557 sogna che il figlio suo minore stia male; in quel momento accorre la serva per chiamarlo, poichè veramente quello stava per morire.
Allucinazioni soffrì dai quattro ai sette anni; vedeva in aria anelli, cavalli, trombe, campi, soldati, fiori. Subì dai sette fino ai dodici anni l'allucinazione costante di un gallo che gli parlava e lo spaventava con voce d'uomo, e della vista tremendamente animata del Tartaro ripieno d'ossa. "Svanite queste allucinazioni, mi successe sempre da poi, — scrive egli stesso, — che alzando il capo dopo una lieve meditazione vedeva la Luna. A diciotto anni ove fosse chi di me ragionasse a qualunque distanza, sentiva nell'orecchio uno strepito particolare dal lato onde si parlava; se si ragionava in favore, nell'orecchio destro, e viceversa, nel sinistro."
Dal 1532, cioè a 26 anni, fino al 1567, ebbe la prerogativa non poco singolare della rivelazione del futuro o per mezzo di sogni simbolici, o per la voce diretta di un genio.
Tutti i suoi meriti e le sue scoperte deve ad uno spirito, che gli si rivelava per sogni e strepiti e gli mostrava 3 soli e 3 lune a mezzogiorno.
Passò nel 1567 ogni soccorso soprannaturale (_destitutus numine a quo impellebar_), restandogli una crescente lucidezza di mente; ma non è men vero che nel 1572 ebbe un'allucinazione d'un contadino che gli disse "_Te sin casa_"; di un altro che gli passeggiava a fianco nella strada, e poi svanì alla soglia dell'abitazione; che più? nel 1570 una ricetta per il cardinale Morone salì dalla terra al suo leggio, senza spirare di vento, dimenticandosi delle leggi di gravità, per avvertirlo del pericolo che ei correva commettendola all'illustre cliente, lui che fu sì felice indagatore delle leggi del moto!
Quanto alla varietà dell'allucinazione, noi lo vediamo ora credere che le sue carni putano di zolfo, che sieno i vasi ed i piatti pieni di vermini, che la stanza e l'aria senta odore di ceri spenti; ora udire il grugnito dei porci, ora essere balzato da violenti terremoti, ora vedere fiamme e fantasmi, mentre di nulla s'accorgono i suoi familiari, privi, come erano, del suo genio benefico; ora, ipocondriaco, si crede avvelenato, cinto di nemici e di congiurati, affetto da uresi, da ernia, da podagra, che dispaiono meravigliosamente senza cura, e spesso con qualche prece al B. Girolamo od alla Vergine.