Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni)

Part 5

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Ora un simile delirio di peccato può passare anche per naturale effetto dell'età in un uomo disfatto dagli anni, ma in un giovane geniale, già Voltairiano per giunta, è evidentemente morboso.

Il Tosi suo confessore si era completamente impadronito di lui; secondo lui, per redimere il suo passato peccaminoso (eppure a dire il vero, peccato non aveva egli che di idee), non sarebbe bastato dettasse dodici inni sacri, tanti cioè quanti erano i mesi dell'anno, ma doveva scrivere _La Morale cattolica_ in difesa della religione. E il Magenta pretende (non è però ben provato, e Cantù e Stampa lo negherebbero) che più volte il Tosi chiudesse il Manzoni nel suo studio, come uno scolaretto, dichiarando che non lo avrebbe lasciato uscire da lì fino che non avesse scritto un certo numero di pagine; certo è che pretendeva che il Manzoni mettesse in versi oltre che quella collana di Inni mensili "la storia di Mosè, e tracciasse un lavoro ascetico in cui si dovea dimostrare che l'uomo abbandonato a sè cerca la soddisfazione in una scienza vana, felice viceversa se sappia comprendere che l'unica vera gioia e l'unica scienza vengono dallo Spirito che il Padre ci manda in nome di Gesù Cristo".

Infine per comprendere fino a qual punto giungesse il fanatismo suo e del suo convertitore, Tosi, basti dire che trovò peccaminoso fino quel brano bellissimo dei Promessi Sposi in cui il Padre Cristoforo assolve Lucia dal voto, brano che fu salvato per miracolo più tardi dalla scancellatura al cessare dell'acuzie della crisi psichiatrica.

Secondo De Gubernatis, che però qui vuolsi da alcuni esageri un fatto vero, da quell'anno 1810, l'anno della conversione, fino al 1818; e, lasciando la cronologia che potrebbe esser inesatta, certo nei migliori e più fecondi anni della vita, egli fu completamente sterile;[24] men che qualche piantagione agricola, qualche disegno di villa e gli stentati e sterili primi inni sacri, e due canti patriottici classici, egli non avrebbe fatto nulla di grande; e ciò perchè il bigottismo più gretto invase e guastò quella nobile anima (come persino il clericale Cantù dovette confessare), sostituendosi, non che al positivismo, al vero sentimento religioso. E il bigottismo che ha abbattuto due grandi nazioni, la Spagna e la Francia, ha forza che basti per annichilire anche il più grande dei geni.

Vero è che lo Stampa pretende confutare in proposito ambedue quei biografi: ma la sua invece che una confutazione ne è una riconferma; perchè deve ammettere che il Manzoni pregava tre volte al giorno, che recitava i _paternoster_ alla sera con quelli della sua famiglia, che suggeriva a un malato un santone che guariva con benedizioni, che avrebbe voluto baciare i piedi al Papa, infine, che ne sosteneva la completa infallibilità in questioni religiose, il che si vede del resto nell'Epistolario (vol. 4), egli, che non foss'altro dalla condotta del Vaticano col suo grande Rosmini, torturato moralmente in vita, e forse spento dal noto a Sarpi _stylum Romanae Ecclesiae_ avrebbe dovuto almeno per ragione di sentimento, per ragion d'amicizia, comprendere la terribile fallibilità della Chiesa.

Certo che: se il delirio religioso sorto a poco a poco — prima in grazia ad un accesso epilettoide e poi mercè la suggestione della moglie, della madre e del Tosi, e Degola in un organismo debole e predisposto a passare agli eccessi opposti dalla nevrosi dominante e dagli incidenti che questa ingrandiva, — se quel delirio avesse continuato ad imperversare a questo modo sull'anima di quel grande, noi del Manzoni non avremmo più avuto, toltone i bei versi giovanili, che quei poco felici primi inni e l'importazione di qualche pianta esotica d'alto fusto.

Ma nel 1818, a rompere la prepotente suggestione altrui e la propria — gli sorse contro una di quelle grandi sventure che omeopaticamente spesso servono di rimedio alle più gravi psicopatie: in causa della pessima amministrazione sua, se egli, malgrado la lauta eredità Imbonati, quasi 300,000 lire, (secondo Petrocchi o. c.,) volle conservare Brusuglio, dovette vendere la casa e villa paterna, cui era affezionatissimo e nel cui villaggio, come è confermato dai colloqui del Manzoni con la Maffei (v. Barbiera, p. 362) egli impostò la scena principale dei Promessi Sposi. Il dolore dovette essere acerbo, "il più grande dispiacere", disse[25] egli, "della mia vita": Egli ne ebbe, perciò, come appare dalle lettere della madre e di lui stesso al Tosi, un aggravamento nella nevrosi, e nelle vertigini. — Ma sotto quella grande scossa morale riacquistò completamente la sua attività poetica, nuova prova del legame di questa colla nevrosi. E fu appunto allora che stese con novo stile l'inno della Pentecoste, l'unico veramente perfetto fra i suoi inni religiosi; ed in breve tempo; fu allora che concepì il Carmagnola e poi l'Adelchi; e si noti che nel _Carmagnola_ anche a sfogo della sua melanconia introduce i cori per poter parlare (come confessò) in persona propria e senza prestare ai veri personaggi i propri sentimenti; e infatti egli sfogò molti dei suoi segreti rimpianti nel dipingere quest'eroe d'animo grande e desideroso di grandi imprese, che si dibatte con la piccolezza dei suoi tempi.

Un altro campo... Correr degg'io, dove in periglio sono Di riportar, forza è pur dirlo, il brutto Nome d'ingrato, l'insoffribil nome Di traditor.

CAPITOLO III.

Eredità morbosa.

Nè a completare il quadro patologico di Manzoni manca l'influenza ereditaria.

L'eredità pazzesca e geniale in Manzoni è veramente molteplice, specie dalla parte della madre. Già Cesare Beccarla, da cui discende Giulia, la madre del Manzoni, apparteneva a una famiglia nobiliare dove molti erano i pazzi, da una famiglia di cui diceva Verri: "non conoscere nè passato nè futuro, e operare quasi per istinto sulle sensazioni del momento attuale, e padre e madre mostrarsi tanto deboli e inconsequenti quanto i loro figli. Il padre, anzi, avendo per sè la borsa e le leggi, ha operato sì che nessuno dei figli ha alcun riguardo per lui, sino a non lasciargli una porzione di piatto a tavola." Quanto a lui Beccaria, era abulico, molti giorni restava inerte senza pensare, senza leggere, stanco, annojato, fin le lettere intime faceva scrivere dagli amici. Lasciò incomplete quasi tutte le sue opere, a 32 anni abbandonò ogni studio, come più tardi Manzoni che in 88 anni di vita non ne occupò che 35 come scrittore; fu dimostrato che aveva allucinazioni, e idee megalomaniache persecutive, e strane fobie; tremava, anche giunto in età matura, per paura dei folletti e delle streghe; dormiva in un'amaca appesa al soffitto per sottrarsi agli spiriti. Avea paura del bujo, dei birri del S. Uffizio, egli che con audacia sì grande avea proclamati nuovi veri; e dopo aver combattuto la tortura nei libri, ad un primo sospetto di furto la fece applicare ad un suo servitore; risoltosi dopo molta esitanza ad andar a Parigi, dopo 30 miglia vuol ritornare a casa; — giustamente nota Villari in proposito "tal timidezza in un uomo così ardito nell'idea essere assai strana". — S'aggiunga: che egli, grande filantropo nei libri, è senza cuore col padre, col fratello, coi figli, coi poveri, cogli amici, e colla stessa moglie di cui era gelosissimo e che pure, pochi mesi dopo morta, sostituì;[26] proclive ai più strani paradossi, scrive, per esempio, che egli dà dei consigli per _riescire, scrivendo, saggiamente pazzo_.

_Manzoni_. — È curioso qui[27] e colpì Graf, come Cantù, come Bellezza, la strana somiglianza tra il Beccaria e il Manzoni; ambidue appassionati del nuovo, ammirarono da giovani gli enciclopedisti, ambedue dopo aver amata pazzamente la moglie, passano rapidamente alle seconde nozze, e ambidue abbandonano l'amico più intimo senza una causa chiara; ambidue combattono il classicismo nello stile; e l'uno da scienziato divien letterato, l'altro da letterato diviene scienziato. Ambidue lasciano incomplete quasi tutte le opere; a mezzo il cammin della vita, ed anzi prima abbandonano ogni studio; ed ambidue mostrano molto scarsa affettività, mancanza di senso comune, di volontà e quindi incapacità di amministrare, e lentezza nell'elaborare; e in tutti e due predominò la paura senza causa, e la timidezza nella vita pratica, in contrasto all'audacia del pensiero e all'amore del paradosso.

Strano effetto dell'eredità e anche insieme dell'analogia nelle condizioni della vita.

_Giulia_. — Quanto alla madre di Manzoni, Giulia Beccaria, già accennava Foscolo nelle sue lettere esser essa considerata pazza da molti degli amici di casa; certo nata da madre corrottissima, calunniatrice del fratello e bisbetica[28], Giulia sposata, pare contro sua inclinazione, giovane, a un marito frigido e vecchio, se ne stancava subito, né lo rivide nemmeno al momento della morte; si innamorava dell'Imbonati che accompagnò a Parigi e da cui ebbe poi una pingue eredità; pure a lui ancor vivente diede per successore o meglio per associato il Fauriel, che ella soleva chiamare _Divino_; poco curante, nei giovanissimi anni, del figlio lo abbandonò prima in mani mercenarie; e poi per nove anni in pessimi collegi: univa alla scorrettezza dei costumi il bigottismo, specialmente per una certa Madonna di S. Carlo, di cui, sul serio, credeva aver sperimentata la protezione; aveva morbose paure di mali e pericoli immaginari; per tema di ammalarsi lontana da un medico non istava a Brusuglio, e conservò nella vecchiaia le vesti e le mode della gioventù. Orgogliosa del nome paterno, sottaceva il cognome coniugale e lo dissimulò fino nell'epitaffio; ove volle si incidesse: "_A Giulia Beccaria — figlia di Cesare — madre di Alessandro Manzoni_"; fino nel testamento (sì poco era previdente) fece legati che assorbivano tutti i suoi beni.

Questi sono caratteri, nota giustamente il Cappelli (o. c.), più comuni agli alienati che ai sani.

Da questi fatti notori, dal testamento rogato in suo favore da Carlo Imbonati, e dalla coincidenza dell'amicizia intimissima sua con la gravidanza del figlio, dalla somiglianza poi della fisionomia dell'Imbonati (Petrocchi o. c.) e di molti Carcano (imparentati cogli Imbonati) col Manzoni stesso, dall'ammirazione eccessiva che essa seppe destare per lui nel suggestionabile figliuolo e dal ribrezzo suscitato in questi, più tardi, quando seppe completo il vero, sicchè distrusse il monumento erettogli in Brusuglio, mandò alla fossa comune le sue ossa prima preziosamente raccoltevi; e più tardi ne distrusse e sperperò fino i libri tutti, fin le lettere (Petrocchi) e tentò far scomparire fin la celebre epistola a lui dedicata, si hanno indizi non lievi a sospettar vera la voce pubblica, secondo cui non dal marito legittimo, ma dall'Imbonati sarebbe nato il grande poeta.

E giova notare: che in questo caso si avrebbe una doppia eredità intellettuale e morale, poichè da uno studio del Buzzetti (_I conti Imbonati_, Como 1898) si viene a sapere come il nonno di questo suo probabile padre fosse Giuseppe Imbonati, geniale poeta, fondatore di un'accademia letteraria celebre in Milano; il quale, a sua volta, sarebbe stato (come appunto Manzoni) figlio naturale di un Carlo Antonio, ricco banchiere di grandissimo ingegno; sicchè da costui si inizierebbe pel Manzoni l'eredità atavica-geniale... ed erotica (Vedi albero genealogico, 79ª pagina). Quanto al Carlo, il suo presunto padre, secondo alcuni era buon poeta e forte pensatore, e degno allievo di Parini; secondo altri non aveva il genio nè il cuore del padre, faceva pessimi versi e, quel che è peggio, giocava d'azzardo e un giorno arrischiovvi tutta la sua tenuta di Cavallasca; impulsivo, gettò, fra gli insulti più ignobili, un grappolo d'uva in faccia al Baretti.

Ma l'eredità poetica di Manzoni si spiegherebbe meglio, dati questi fatti, con un'altra radice, avendo il presunto suo nonno Giuseppe Imbonati sposato una Francesca Bicetti, celebre poetessa dei suoi tempi, sorella ad un Bicetti dei Buttinoni, notissimo per poemi e per opere mediche, e per avere primo fra noi introdotto la cura del vaiuolo cogl'innesti.

ALBERO GENEALOGICO

=Bicetti= =C. Carlo Antonio Imbonati= banchiere ________________________________ | | | Giovanni Maria Bicetti Francesca Bicetti | dei Buttinoni dei Buttinoni | medico e poeta poetessa sposa il C. Giuseppe Imbonati | figlio naturale | poeta | | |______________________________________________| | ___________________________|_____________________ | | Marianna Conte Carlo Imbonati Sposata al nobile lasciò... erede Francesco Carcano Giulia Beccaria Fanatico per le muse madre di A. Manzoni | | ____|_______________ Beccaria semi-imbecille padre di | | | Giuseppe Carcano Vincenzo Carcano | eresse | Cesare Beccaria il Teatro Carcano | geniale e pazzo sciupando un patrimonio | ammogliato a donna inumana | | Giulio Carcano Giulia Beccaria bizzarra poeta madre di | A. Manzoni

La eredità poetica mista ad una pazzesca, in linea non diretta ma parallela, si trasfonde ancora in un altro ramo, perchè una sorella Marianna del Conte Carlo Imbonati, si sposò ad un Francesco Carcano, bizzarro nobile milanese, messo in canzone come _fanatico per le muse_ dal Goldoni; da cui nacquero Giuseppe Carcano, che pure bizzarro sciupò un patrimonio ad erigere un teatro, e Vincenzo padre all'illustre poeta Giulio. Notisi che in molti altri affini ai Carcano, ch'io conobbi, si son notate spesso genialità insieme e bizzarrie e quelle fobie del dubbio, così spiccate in Manzoni: una, per esempio, di cui ebbi speciale conoscenza, rupofoba all'estremo grado, si bagnava cento volte al giorno; un'altra vedeva veleno dappertutto; un terzo, amico mio, coltissimo del resto, non può accostarsi alle vetrine per paura di romperle ed ha la singolarissima fobia d'esitare a ricevere il denaro dovutogli.

Queste singolari fobie che arieggiano tanto a quelle del Manzoni, e la grande somiglianza nella fisonomia dei Carcano al Manzoni, confermerebbero, parmi assai bene, sebben indirettamente, la ipotesi della consanguineità degl'Imbonati col grande poeta.

CAPITOLO IV.

Applicazioni letterarie.

Chi credesse un inutile passatempo erudito questa ricerca dell'anomalie psichiche del Manzoni, se ne dissuaderà subito quando pensi che essa illumina molta parte della sua opera letteraria e filosofica: la improvvisa e temporanea decadenza all'epoca degl'inni sacri e la loro origine, la contraddizione filosofica di metà della sua vita, i frequenti bisticci, i paradossi così discordanti col fine buon senso che domina in tutti i suoi libri; essa ci dà anche la chiave di certe note che vi predominano: la strana frequenza, in ispecie, delle allusioni a quella che fu uno dei sentimenti più intensi in lui — la paura.

Il Puccini (_Il romanzo psicologico_, 1856) ed il Graf nel mirabile studio _Foscolo, Manzoni, e Leopardi_, 1898, ebbero a dire che un esempio delle sue smanie paurose "lo lasciò egli stesso nei Promessi Sposi, quando descrisse lo spavento di Renzo, solo, nel bosco..., le ansie di Lucia..., il terrore dello stesso Innominato e di Don Abbondio." E l'eruditissimo Bellezza, che nella citata opera ne dà sette pagine intere di prove, ricorda non esservi vizio o virtù, passione o sentimento che abbia parte più larga o più importante nell'opera manzoniana, della paura: non essere quasi personaggio nel romanzo, che non ne sia preso, un momento o l'altro (op. cit.).

Sfuggito all'unghie della giustizia, Renzo si sente addosso "quella paura di dar sospetto cresciuta allora oltremodo, e fatta tiranna di tutti i suoi pensieri". S'inoltra poi nel bosco "pieno di fantasie, di brutte apprensioni", che diventano ben presto "terrore"; e nell'altra sua gita a Milano un monatto gli grida: "hai avuto una bella paura" (Bellezza).

Lucia teme ad ogni istante le ire dello sposo all'avventura notturna; "il terrore, l'angoscia di lei", accorata, affannata, atterrita, quando è condotta al castello dell'Innominato, durano per quasi tutta "la notte della paura". E "costernazione" e "terrore" la prendono al ricordo del voto fatto e al momento d'infrangerlo; per "varî timori" non fa parola di esso alla madre; la storia di Geltrude la riempì di "paurosa meraviglia" (Bellezza).

E poi abbiamo la paura: di Ambrogio, desto di sopprassalto dello sgangherato grido di don Abbondio; di Menico, acciuffato dai bravi; quella dei bravi stessi ai rintocchi della campana a martello del vicario di provvisione; dei bravi dell'Innominato, i quali in fatto di religione, eran stati soliti a prevenir con le beffe la paura che gliene sarebbe venuta, "ma che al vedere l'effetto che una tal paura aveva prodotto nel loro padrone, chi più, chi meno, non ce n'era uno che non gli se n'attaccasse". L'Innominato medesimo prova "quasi un terrore" nel mettere le mani su Lucia, e i terrori della notte per poco non lo portano alla disperazione. Persino "quel bestione di Rodrigo" non ne esce netto d'"apprensione" che la profezia di fra Cristoforo gli ha messo in corpo, e si risveglia la notte nel sogno finchè lo invade "il terror della morte".

Don Abbondio è "la personificazione della paura": ha paura di ogni cosa, a ogni momento; anzi, gli avviene d'averne addosso due nello stesso tempo, come durante il colloquio con Renzo: di provocare questo, tacendogli le cose, o di mancare alla ingiunzione fattagli (PETROCCHI, _Dell'opera e della vita di A. Manzoni_). Nella spedizione al castello dell'Innominato è in preda ad una "paura ecc.". Un'altra di diverso genere, gli viene dalla paternale di Federico.

Alla calata dell'esercito alemanno, ha una paura classica; rifugiatosi presso l'Innominato, circa la conversione del quale ha ancora i suoi timori, il pensiero d'esser colto in una battaglia gli mette addosso "uno spavento indistinto, generale, continuo", così da farsi dire da Perpetua che ha "paura anche di essere difeso ed aiutato".

Si direbbe insomma che il Manzoni si sentisse attratto in modo speciale da quelli tra i fatti umani in cui predomina questo sentimento. La storia della Colonna Infame è una serie d'atrocità e di terrori che si alternano e si collegano l'un l'altro. "Bisogna dire che il furore soffocasse la paura, che pure era una delle sue cagioni." I motivi che condussero i giudici a procedere così iniquamente, egli osserva, furono appunto "la rabbia resa spietata da una lunga paura... il timore di mancare _a un'aspettativa generale... di parer meno abili se scoprivano degl'innocenti, di voltar contro di sè le grida della moltitudine... il timore fors'anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire_".

Le cause e gli effetti molteplici della paura, le varie forme e manifestazioni, nonchè la natura specifica di essa, trovano la massima illustrazione nell'opera manzoniana. È magistralmente descritto il combinarsi di essa con altri sentimenti; così don Abbondio s'accorge della gran collera che aveva in corpo, e che era stata fin allora "nascosta e involta nella paura"; il conflitto di perplessità e di terrori nell'animo di Don Abbondio; lo stato d'animo nell'intervallo; l'irragionevolezza e il carattere paradossale del sentimento stesso. "_Il timore opera... sulla evidenza, portando talvolta a negar fede alle cose minacciate, e talvolta a prestargliene più di quella che si meritino". — "Il sentimento che porta il timoroso a ingrandire o a immaginarsi il pericolo, è quello stesso che lo fa fuggire dal pericolo reale... e leva la tranquillità della mente_"; la conseguenza ch'esso di frequente produce, di suscitare in chi ne è preso l'impazienza, o un sentimento affatto contrario, l'ardire.

"_Mi struggo e temo di vederti". — Don Abbondio aspetta Renzo "con timore e, ad un tempo, con impazienza". — Menico... comandava "con la forza d'uno spaventato". — Lucia "rinvigorita dallo spavento". — Agli occhi del padre, Gertrude quantunque ne avesse paura, o... risoluta per paura, con la stessa prontezza con cui avrebbe preso la fuga dinanzi un oggetto terribile_".

"_Ora temeva il giorno... ora lo sospirava_." — Renzo "_era ansioso insieme e timoroso di veder qualcheduno_".

Anche nella Tragedia e negli Inni del Manzoni Bellezza troverebbe una varietà infinita di "paure": dal "terrore" onde son presi i tiranni, a quello dell'"anima" impaurita d'Ermengarda; dai signori romani, _Irsuti per tema le folte criniere_, e dai Franchi tenuti sotto le Chiuse "ad una scola di terror", a Marco senatore, _Il rio timor che a goccia a goccia ei fea — Scender sull'alma mia_. E il "turbamento leggero... che si mostra di quando in quando sul volto delle spose"; e la "paura del fanciullo, che trema nelle tenebre, senza sapere di che".

Nelle paure della veglia bruna Te noma il fanciulletto.

"Il terror della caccia" che traluce negli occhi del lupo; "il timore che nasce anche negli animi più determinati e li rende crudeli"; "il timor santo e nobile per gli altri"; il "timor veramente nobile e veramente sapiente, di commetter un'ingiustizia"; il "terror che ispira il coraggio, avvezzando chi lo sente a nulla temere degli uomini"... (Bellezza).

Vero è che testè il Bertani[29] pur confermando che tutte le opere poetiche e romantiche di Manzoni sono zeppe di paura, pretende spiegarlo con ciò, che di paura è piena la natura umana, di cui Manzoni era fedel dipintore; ma E. Carrara giustamente gli risponde: che la scienza moderna dimostra profondo il legame indissolubile fra la psiche dell'artista e l'opera sua: ora l'esistenza di un profondo e profuso senso di paura, di timidezza anormale in Manzoni è confermata da tutti i suoi biografi. A chi obbiettasse che egli deride nel suo romanzo questo sentimento, si può rispondere che un critico come Manzoni sa analizzare sè stesso e sa scherzare sui propri difetti; anzi, solo a questo patto poteva trasfonderli nei suoi personaggi. (E. Carrara).

E poi, aggiungeremo noi, anche la vanità, anche la vendetta, sono sentimenti e passioni diffusissime agli uomini: eppure egli non ne abusa negli scritti, quasi anzi non ne usa, come invece fa della paura.

Si notò dal Bellezza, op. c. pag. 234, e dal Graf che anche la frequenza dei caratteri deboli, abulici, come di Lucia, di Renzo, del grande Romanzo ha una prima fonte nella sua stessa debolezza d'animo.

E così l'eccessiva incertezza e pigrizia di don Ferrante _schivafatiche_, riprodurrebbe, secondo Graf, le analoghe sue tendenze (v. s.) e così si spiegano pure le frequenti incertezze e i dubbi dei suoi personaggi, di Renzo, p. es., se troverebbe Lucia o no, se Lucia rinunzierebbe o no al voto; — fino l'Innominato e fin Federico, fin don Rodrigo son sospesi per più giorni tra il sì e il no, l'uno più dell'altro; e così si spiega la perplessità di Geltrude, e fin quella dei bravi dell'Innominato.