Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni)

Part 4

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_Balbuzie_. — La sua balbuzie era, come la chiama Stricker una balbuzie psichica, _Gedanken-Stottern_, che s'arrestava ad un tratto davanti ad una parola difficile a pronunciare; e davanti a cause che aumentassero la sua naturale timidezza, sicchè egli come già Cartesio, Newton, Cornelio, era incapace di pronunciare davanti a molti fosse anche una sillaba sola. Questo arresto psichico emotivo pare si estendesse qualche volta anche alla scrittura, se con Bellezza si interpretano alcune frasi della figlia, e della madre, che p. es. dicono, "_Strappiamo la penna_ ad Alessandro che pensa _troppo_ per dirvi in due parole quanto potrebbe dirvi." "Scrivo invece del padre perché l'occasione instessa e precipitosa _non gli dà il tempo di scrivere da sè_," prova bellissima che il fenomeno è completamente corticale.

_Assenze epilettoidi_. — Soffriva fieri mali di capo, con senso di congestione, per cui si sentiva invadere la testa da un gran caldo[13] e insieme assenze _epilettoidi_. Queste erano segnalate dal camminare e leggere senza accorgersi di quanto accadesse e si dicesse intorno a lui: e dalle vertigini epilettoidi; le quali solo posson spiegare gli svenimenti o l'apprensione continua degli svenimenti; espressione questa, o meglio eufemismo, con cui spesso gli epilettici designano i loro accessi; tanto più che l'esame medico accurato fatto eseguire dalla madre, escluse ogni altra affezione cardiaca o cerebrale o gastrica, che potesse spiegarli: e che, persino un giorno, bizzarramente attribuiva al clima di Parigi[14] dove, viceversa, era andato appositamente per guarirne[15].

Portava con sé del forte aceto, per scongiurare questi accessi o deliqui; ed un giorno sentendoseli venire, mentre era lontano da casa, se ne gittò addosso con tanta precipitazione, da guastarsi per qualche tempo la vista. — Ed era questa del deliquio o accesso che fosse altra causa per cui non ardiva uscire da solo.

Lo Stampa racconta come una volta parve al Manzoni che il suo maestro di tedesco, certo Ekerlin, fosse caduto in deliquio durante la lezione; e che donna Giulia pregò quest'ultimo di astenersi dal frequentare il figlio, perché quello spettacolo ne aveva peggiorato lo stato nervoso. E a proposito del timore ond'era sempre assediato di svenire lontano di casa, lo Stampa, op. cit., osserva: "Il risvegliarsi da uno svenimento, col sentimento di _esser stato fuor di sè_, circondato da persone straniere che lo guardavano con un curioso interesse, era un accidente che sopra un temperamento veramente _nervoso_ e _convulso_, dovea fare una brutta e profonda impressione."

Tutto questo non può spiegarsi[16], soprattutto a chi sappia che la vertigine quando non sia effetto di complicazioni gastriche o cardiache, è il fenomeno più costante dell'epilessia, specie dell'epilessia psichica[17], ch'è come una forma di accessi istero-epilettici. Aggiungasi che la più ispirata delle sue liriche, — il 5 maggio, — fu composta in un vero accesso di epilessia psichica. La notizia della morte di Napoleone I gli giunse il 17 Luglio a Brusuglio, mentre era nel giardino; si chiuse nel suo studio e scrisse in 2 giorni l'inno (V. Op. ined. e rare di A. Manzoni, Vol. I. — Avvert. p. 14 — edite dal Brambilla) mentre tutti i precedenti altri inni furono stentati per 6 od 8 mesi di seguito; "i famigliari dissero che in quel giorno pareva impazzito.., che dettò l'inno in soli 2 giorni di _straordinaria irrequietudine_, durante i quali faceva suonare continuamente al piano la sua signora qualunque aria, pur che non s'interrompesse"[18]. E lo stato spasmodico in cui era quando lo dettava è provato anche grafologicamente (v. s).

CAPITOLO II.

Esame psicologico.

_Amnesie_. — A meglio fissare tale diagnosi, si aggiungono le singolari amnesie (altro fenomeno speciale all'epilessia) che in lui s'alternavano ad una meravigliosa memoria, sì da saper a mente quasi tutto Virgilio ed Orazio; e perciò erano assolutamente morbose. E qui le prove son numerose.

In mezzo ad una disputa di materia storica, gli viene in mente di guardare che cosa dice in proposito il Gibbon, e trova il volume... postillato da lui stesso. "_Ecco cos'è la mia memoria_!" esclama poi ridendo.

Un'altra volta, spedisce un libro ad un amico "per la posta a foggia di lettera", cagionando una spesa inutile e relativamente grave al destinatario, a cui deve poi chiederne perdono[19].

Scrivendo al Fauriel gli accenna a un lavoro che egli avrebbe tra le mani sopra gli stoici; l'amico, il quale pensa agli stoici come al Gran Turco, casca, dalle nuvole ed egli se ne scusa in questo modo:

"_Je ne sais pourquoi je vous ai parlé des stoiciens, quand je savais très bien que c'est à ce discours que vous travaillez. Mais c'est que je parle quelquefois comme un oison_".

Dimenticanze e distrazioni gli avveniva di commettere persino in ciò che più dappresso riguardava i suoi studi: nelle note storiche premesse all'Adelchi, dopo il cenno del matrimonio di Desiderata o Ermengarda, figlia di Desiderio, con Carlo Magno, aveva scritto che: "le cronache di quei tempi variano perfin nei nomi, quando però li dànno". Federico Odorici lo avvertì che ambedue i nomi in tedesco significavano "figlia di Desiderio" e che perciò erano identici. Il Manzoni ringraziò e promise di sopprimere nella nuova edizione l'immeritato rimprovero a' cronisti; ma poi se ne dimenticò, ed ebbe a scusarsi della sua "scapatagine" presso l'Odorici". (Bellezza o. c.)

Una volta, conversando con un amico, gli citò una sentenza che gli pareva bella, ma non si rammentava più dove l'avesse trovata. _Sfido!_ gli disse l'amico: _è vostra!_ (_Dialogo dell'invenzione_); egli restò confuso, corse al volume delle sue Opere Varie, e rispose un po' balbettando: "_Quand'è così, la citazione non ha alcun valore._" E mutò discorso. Nè questo è il solo né il più sorprendente esempio della sua davvero "portentosa" dimenticanza di ciò ch'egli stesso aveva scritto. Una sera, narra il Fabris, a chi gli citava due o tre versi del coro: "_Dagli atri muscosi_", ecc. egli disse non ricordare punto quei versi. Un'altra sera una signora, che aveva recitato stupendamente a Napoli la parte d'Ermengarda, gli diede il proprio ritratto; con sotto scritti alcuni versi di questo personaggio; invano i famigliari gli ricordavano che eran suoi; egli sostenne risolutamente di non averli mai scritti; finché dovette cedere alla evidenza: "quando gli additai (scrive Fabris) il luogo preciso della tragedia dove si trovavano. Un'altra volta lo trovai circondato da un mucchio di libri, e tutt'intento a cercare un passo di un autore, ch'egli aveva in mente; e richiesto da lui se lo sapessi trovare, gl'indicai una delle sue opere, al che egli stentando a prestar fede, andò a cercare il volume, né si acquetò fino a che non gli ebbi mostrata la pagina". (Bellezza, o. c.)

Era così misoneico, che non andò a vedere lo zio Beccaria morente, in ferrovia, perchè quella allora era una novità. Già a 22 anni scriveva (Epist. I, 72) del ribrezzo che gli metteva addosso il vedere nuove facce; anche Stampa afferma, che il solo vedere una persona nuova lo metteva sempre di malumore; e che estendeva il misoneismo ai bicchieri, alle scatole del tabacco, alle cravatte, le cui forme non mutò mai, come la madre sua non mutò mai le mode che avea portate nella giovinezza.

_Paure_. — Egli, poi, fondeva il misoneismo alla panofobia: aveva paura di tutto, delle strade ferrate, del colera, del dentista; provava _vero spavento a visitare_ un paese straniero.

_Paradossi_. — È strano ch'egli, così equilibrato in ogni suo lavoro, si piacesse così spesso (Cantù, op. cit.) di quei paradossi, _ove_ (le son frasi Manzoniane): _la salsa è tutto_; e non solo in letteratura, anzi più spesso ancora che in letteratura, in politica, e in economia, come quando voleva che si lodasse l'architetto Mengoni per le difficoltà vinte nel costrurre la Biblioteca Ambrosiana sopra area limitata e disuguale, e poi suggeriva di... demolirla. Alcuni eran geniali come: quando proponeva smetter gli ambasciadori, essendo divenuti ora inutili: e come quando affermava — "esservi mancanze, le quali, lungi dal far perdere a un autore il titolo di galantuomo, gli acquistano spesso quello di benemerito" — e che: — "l'accusa di plagio è stata fatta sempre agli scrittori che hanno detto il più di cose nuove" — e che: — "la rappresentazione delle passioni che non eccitano simpatia, ma riflessione sentita, è più poetica d'ogni altra".

E nel parlare e nello scrivere in Italia constata che, "per non dare nello strano, bisogna tenersi lontano dal naturale"; e ciò per "non saper come fare per dire una cosa che si dice ogni momento".

Son queste tutte, in vero, delle trovate più paradossali in apparenza che non in realtà, e che possono parere tali solo all'uomo volgare. Ma però egli si piaceva troppo in altre sentenze, peggio che paradossali, solo basate sulla forma, sul suono, sul contrasto dell'espressione — come quando pretendeva _la moda una libertà portata dal Cristianesimo_, che, viceversa, perpetua, perfino nelle cocolle del frate, la veste delle plebi Romane; e quando parla del vezzo del pubblico, il quale s'ostina "a demander des explications sur ce qui n'avait que le défaut d'être trop clair", e che "l'osservar poco è.... il mezzo più sicuro per concludere molto": e come quando trovava la seconda Gerusalemme di Tasso "indubbiamente migliore della prima, sia riguardo ai versi, sia riguardo alle altre correzioni", e quando in una lettera al Bonghi sostiene che il Baretti "quell'Aristarco, che ebbe e ha ancora la riputazione di critico incontentabile, peccò piuttosto di troppa indulgenza"!!

Chiamava i ladri i più gran partigiani del diritto di proprietà, perchè... arrischiano la vita per ottenerla. Discorrendo col Torti del vino e dei suoi componenti conchiudeva: "IN FINE DEI CONTI, LA BASE DEL VINO È L'ACQUA".

La frequenza di questi paradossi o meglio dei bisticci che come vedremo formano non scarsa parte del suo contenuto letterario in prosa, è tanto più strana in lui che in alcune severe sentenze ne riprovava l'uso come perniciosissimo al giusto ragionamento (v. sotto).

_Abulia_. — Come accade in molti geni, la profondità del pensiero, che malgrado tante mende era in lui mirabile, ne aveva depressa la robustezza della volontà e il senso pratico, il che chiaramente confessò in questa lettera a Briano giustificando con ciò il rifiuto dell'offertagli deputazione (V. _Epistolario_, Vol. II — Milano, 1883 — pag. 176).

"Il senso pratico dell'opportunità, del saper discernere il punto o un punto dove il desiderabile si incontri col riescibile; e attenersi sacrificando il primo con rassegnazione non solo, ma con fermezza fin dove è necessario, salvo il diritto si intende, è un dono che mi manca a un segno singolare: e per una singolarità opposta, ma che non è nemmeno un rimedio, perchè riesce non a temperare ma a impedire ciò che mi pare desiderabile, mi guarderei bene dal saperlo non che dal sostenerlo. Ardito nel mettere in campo proposizioni, che paiono e saran paradossi, e tenace non meno nel difenderle, tutto mi si fa dubbioso, oscuro e complicato, quando le parole possono condurre a una deliberazione.

"Un utopista e un irresoluto son due soggetti inutili, per lo meno, in una riunione in cui si tratti di conchiudere; io sarei l'uno e l'altro nello stesso tempo.

"Il fattibile più volte non mi piace e dirò anzi mi ripugna; ciò che mi piace non solo parrebbe fuor di proposito e fuor di tempo agli altri, ma sgomenterebbe me medesimo, quando si trattasse non di vagheggiarlo o lodarlo semplicemente, ma di promuoverlo in effetto; e d'averne poi sulla coscienza una parte qualunque delle conseguenze."

Son le parole stesse con cui espressero la loro abulia Cardano, Newton e Rousseau, e recentemente Renan ed Amiel[20].

L'abulia lo lasciava preda del suo ambiente, favoriva la sua suggestionabilità, il che spiega perché fino a che fu sotto l'influenza della madre vedesse dei geni nei suoi amanti e non s'accorgesse dell'indelicatezza nel farne egli l'elogio; appena caduto nel dominio dei preti passa ad un fanatismo bigotto così esagerato come era forse esagerato l'anticristianesimo e l'odio dei preti quando era sotto l'influsso degli enciclopedisti. Vedremo presto come alla sua conversione abbia contribuito molto la suggestione della moglie, della madre, di due preti e d'una... vicina di casa.

Questa abulia ed insieme la poca affettività che fra poco dimostrerò, spiegano la sua ripugnanza a scrivere agli amici, a rispondere loro anche in cose importantissime.

Se il prendere la penna era per lui sempre una "_azione eroica_" — così confidava egli al Grossi, — quando poi si trattava "di scrivere una lettera di cerimonia", allora "l'_impresa_" (è ancor egli che parla), _si facea addirittura "erculea"_. Questa lettera diventava per lui una vera calamità! Vi pensava delle settimane senza mai sapersi risolvere a mettersi alla scrivania; oppure vi si metteva varie volte... per non scrivere poi altro che qualche linea (Bellezza o. c.).

Finalmente, dopo esitanze, meditazioni e perdite di tempo deplorabili, finiva a scriverla e a spedirla; e allora ridiventava di buon umore, non senza rimpiangere tutto il tempo che vi aveva perduto; però non di raro dopo scrittala era oppresso dal tormento dei pentimenti; sicchè molte volte mandava il servo a ritirarla dalla Posta per paura gli fosse sfuggito qualche errore. — Quando ristampò la sua lettera famosa a Cesare D'Azeglio intorno al Romanticismo, ne volle rivedere le bozze, chi dice quattro, chi dice tredici volte...; e si trattava di una ristampa (V. Barbiera, op. cit., pag. 364).

_Senso pratico_. — Questa abulia era in lui peggiorata dall'assenza di ogni senso pratico della vita o _senso comune_. Quindi, erede d'un forte patrimonio, venutogli inaspettato — quello dell'Imbonati, — non sa valersene per migliorare il proprio censo, sicchè finisce a dover vendere tutti i poderi aviti, ai quali era affezionatissimo: autore d'un'opera coronata da un immenso successo come i _Promessi Sposi_, venduta in poco tempo a due mila copie, — cosa straordinaria in quei tempi — riesce invece a rimettervi 80 mila lire quando se ne fa egli l'editore per non volersi adattare a dare alcuno sconto ai librai, che è la condizione _sine qua non_ d'ogni smercio librario. Finalmente, proprietario agricolo, manca della previdenza più semplice — quella di prendere un'assicurazione sugl'incendi.

_Affettività_. — Aveva, come accennai, comune coi folli morali la poca affettività; fu ingrato col Foscolo (Lettera al Trechi), col Torti; amico intimo del Grossi, non volle pronunciare due sole parole che avrebbero potuto salvarlo da gravissime noie nelle polemiche coi critici pei suoi _Lombardi alla prima Crociata_; amico antico del Fauriel, ne divenne dopo qualche anno quasi un estraneo; poco e male si preoccupò dei figli, non dandosi il menomo pensiero della loro educazione e collocazione. Come Beccaria, dopo aver amato caldamente la prima moglie, ne sposa dopo 3 anni un'altra; al figlio Pietro che gli domanda una raccomandazione per riavere un impiego, risponde con una lettera che parrebbe diretta ad un ignoto, in cui protesta non avere relazione con alcuna persona influente, il che non era vero perchè lo vediamo — quasi contemporaneamente (Epist. II) — raccomandare persona affatto a lui estranea nè gran che più meritevole.

_Precoce_. — Fu (De Gubernatis, op. cit.), precoce come sono tutti i degenerati; a 15 anni aveva scritto il _Trionfo della libertà_, a 18 le _Armonie giovanili_, e non mancava nei suoi primi anni di quella megalomania così frequente nei giovani ma che contrasta stranamente coll'eccessiva umiltà e modestia della età matura, in cui avea tanto più ragioni d'insuperbire: come provano questi versi nel _Trionfo della Libertà_, dettato a 15 anni:

Ed io pur anco ed io vate _trilustre_ Forse ahi! che spero la seconda vita Vivrò se alle mie forze inferme e frali....

E più sotto...

È forse a somma gloria ogni via chiusa Che ancor non sia d'altre vestigia folta? Dante ha la tromba e il cigno di Val Chiusa La dolce lira....

mettendosi, come si vede, in troppo buona compagnia.

_Contraddizione. Bigottismo_. — Nel 1810, a 26 anni circa, colui che era stato fino allora, non solo Voltairiano convinto, come mostrò in quei due poemi e nelle corrispondenze, ma fin eccessivo odiatore del prete, colui che si lagnava che al letto del moribondo suo Arese, appena allontanati gli amici, si fosse fatta affacciare l'_orribile figura del prete_, che andò nel 1806 precisamente per questo, a Parigi, comechè, diceva: "in Italia uno non potere vivere nè morire come vuole, mentre in Francia almeno sono indifferenti", passò all'improvviso al cattolicismo più esagerato. La causa predisponente pare ne fosse in parte l'equivalente psichico di uno dei suoi accessi epilettoidi.

Secondo il Barbiera (_Il Salotto della contessa Maffei e Camillo Cavour_ — 6. Edizione, Baldini e Castoldi, Milano, p. 359), in un momento di delirio il Manzoni che avea smarrito per le vie di Parigi la moglie, sarebbe entrato angoscioso e tremante nella chiesa di S. Rocco esclamando: — "Dio mio, se esisti, rivèlati a me; e fammi trovare Enrichetta". Secondo Stampa, che forse ne ebbe informazioni più esatte e dirette dalla seconda moglie, egli, nel 1810, mentre passava vicino alla chiesa di S. Rocco, fu colpito dal solito deliquio o paura che fosse di deliquio, e mal reggendosi in piede potè ripararsi in quella chiesa; vi si sentì subito meglio e trovò un immenso conforto nel trovarsi in un luogo sacro. E da allora comincia la sua conversione.

Chi conosce il colorito terrifico religioso[21] frequente nell'epilessia, la sua facilità a polarizzare gli animi di chi ne sia colpito nelle direzioni più contradditorie, trova invece più naturale che questa malattia in lui da anni radicata, benché come vedemmo in forma frusta[22] riuscisse a polarizzarne completamente la personalità psichica nel senso contrario al proprio passato positivista, anzi antireligioso; come in S. Paolo, e come vedemmo in molti altri epilettici e geni, Swedenborg, p. e., Pascal, Rousseau, Cardano (Uomo di Genio Parte II e III).

E ciò tanto più facilmente, perchè in quegli anni era, come scrive la madre, assai più del solito in preda ai suoi disturbi nervosi, in seguito alla paura incontrata assistendo all'incoronazione di Napoleone (siamo di nuovo a manifestazioni panofobiche) nelle vie di Parigi, ove credè di essere soffocato dalla folla.

Un più recente studio (E. Degola: per De Gubernatis) spiega meglio questa sua strana condotta o meglio forse aggiunge un altro più potente a questi moventi. — Secondo il carteggio dell'Ab. Degola, un santo uomo sempre in cerca di proseliti, avendo costui convertito una certa Geymüller e poi sua figlia, protestanti, amici, correligionari e quasi coinquilini della Blondel in quell'epoca (1810) a Parigi — questa ultima ne fu così impressionata da decidersi subitamente ad imitarla e si convertì il 22 Maggio; — Manzoni prima la lasciò fare senza molto esserne scosso, ne disputò anzi un poco con Degola, — poi cominciò a subirne l'azione suggestiva, come è prova l'aver consentito il 15 Febbraio 1810 a rinnovare il rito nuziale; poi a quella di Degola si aggiunse l'opera di Monsig. Tosi — ma pure al 28 Agosto 1810 non era convertito che a metà. — "Il già sì fiero Alessandro (scrive il suo 2º. domatore Tosi a Degola) quantunque _mostri molta docilità_ non è ancor conquistato alla fede." — Ma i preti convertono anche la madre Donna Giulia, che s'accosta alla mensa della B. V.; e la suggestione quindi aumenta sempre più; — benché il 22 Febb. 1811, Tosi volesse vederlo _più docile all'insinuazione dolcissima della moglie e della madre_. Ma sotto quattro suggestionatori di quella forza finiva per cader, non solo ma andar al polo opposto dell'ascetismo morboso. — Il 7 Marzo 1811, ossia 15 giorni dopo, Manzoni ne era già preda completa, era secondo la mite formula di Lojola _perinde ac cadaver_ e scriveva di sè: Soffrire giusto questo castigo per chi non solo dimenticava Iddio, ma ebbe la _disgrazia, l'ardire_ di negarlo.

Nel 1817 ancor però tremavano i due convertitori e le due loro alunne che tornando a Parigi potesse venir meno la loro potente azione suggestiva — da cui solo evidentemente credevano dipendesse la conversione e deploravano ch'egli — un grande egoista nel fondo anche con tutta la sua religione — "_non si consigliasse se non con le sue convulsioni contro cui credea unico rimedio il viaggio_". (De Gubernatis, S. E. Degola).

Ma checchè affermino Magenta che ne tentò un'apposita dimostrazione per Tosi, e De Gubernatis che sotto altra forma e con maggiori documenti la riconformò a quasi esclusivo vantaggio di Degola, se giovinetto Manzoni non avesse fatto ricerche filosofiche elevatissime e osservazioni fin troppo dal vero, delle scuole pretesche, di cui si dichiarò vittima per parecchi anni[23], e se non avesse avuto per maestri ed amici, Cabanis e Tracy, al cui confronto Tosi e Degola erano troppo poca cosa, il fatto potrebbe parere strano, ma non istraordinario.

Tanto più che ad ogni modo non giungerebbe mai un pensatore, sia pure convertito, fino all'esagerazione di cacciare di casa le opere più pregiate del Voltaire ornate di autografi suoi; e giustificarsi dell'amore che vi aveva sempre posto, col dire che non ne aveva prima letto le confutazioni d'un volgarissimo critico (Guenèe); nè giungerebbe mai alle morbose effusioni ascetiche, simili a quelle in cui si abbandona Manzoni quando scrive al Tosi: "Col Padre della Misericordia si ricordi di questo _povero uomo, la cui miseria le è nota_". E più tardi: "Si ricordi innanzi a Colui che ascolta; tribolati di chi ha _tanto bisogno di essere perdonato_"; o quando scrive nelle lettere al Tosi pubblicate dal Magenta: "Ringrazio vivamente il Signore che ci ha offerto questo fortunato mezzo di propiziazione per noi peccatori" (_sic_!) e "ringrazio pure di cuore la bontà di lei del cui santo ministero si vale per tutto ciò che io possa fare. Dico e senza esitare questa parola, se malgrado la mia profonda indegnità (_ecco la linea che segna il delirio di indegnità e di peccato dalla comune umiltà_), sento quanto possa in me operare la Onnipotenza della Divina Grazia, (_D_ e _G_ grandi). Si compiaccia di pregare il buon Gesù che non si stanchi di farne risplendere i miracoli in un cuore che ne ha tanto bisogno. Mi tenga sempre suo umilissimo e affezionatissimo figlio in Gesù Cristo. — Alessandro Manzoni".

Notisi che la lettera, riguardava non un atto ignobile od equivoco, od almeno indifferente che abbisognasse di scusa; ma una buon'azione, una opera di carità commessa in segreto!!

Oh! non ti par di vedere un vecchio instupidito dall'età, accasciato e curvo ai piedi del prete?! — Eppure qui si tratta di un giovane baldo ch'era pochi anni prima audace pensatore, e perfino _schernitore_ di preti.

Giustamente avvertiva il De Gubernatis, che non è certo alienista nè amico degli alienisti, ed in un'epoca in cui tali questioni non si toccavano ancora, anzi non si sognava nemmeno dai letterati che esistessero, tanto erano digiuni d'ogni scienza psicologica non che psichiatrica; non potersi spiegare tutto ciò se non per un delirio: ed io aggiungerò per il delirio così detto d'indegnità, o di _peccato_ che è una nota varietà della lipemania.

E ciò è ribadito dalla lettura di questi suoi _pensieri_ mandati al Tosi: "Felici noi se sappiamo comprendere che l'unica vera gioia e l'unico sapere viene dallo spirito che il Padre ci manda nel nome di Gesù Cristo." — E poi: "Gesù Cristo, nostro esemplare, (_sic_) ha proferito parole che noi dobbiamo ripetere; e quante volte quelle parole sono per noi terribili da proferirsi, perchè racchiudono la nostra condanna e svelano la funesta parola, contraddizione, tra il nostro esemplare e la nostra condotta". (Magenta o. c.)