Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni)
Part 3
Del resto, il delirio alla prima occasione grave si manifestò chiaramente. Tornato dall'ultimo viaggio, i mali trattamenti del Bobadilla e le disgrazie enormi della traversata e della dimora alla Giamaica, dove si trovò su due magre caravelle quasi abbandonato ed in pericolo di morire di fame, acutizzarono la paranoia persecutiva e insieme anche religiosa. E l'acutizzarsi del delirio provocò una allucinazione in cui, come nei sogni dei paranoici, alle immagini di dolore presente ed urgente subentrano altre, rosee e lusinghiere. Egli racconta che mentre tanto soffriva, quando stava ancorato presso al fiume Betlen, sulla costa di Veragua, ebbe una visione che lo mise in comunicazione con Dio e lo sollevò all'altezza di Mosè e di Davide, i prediletti servi del Signore d'Israele.
Una voce divina gli gridò: "O stolto e tardo a credere e a servire il tuo Dio, Dio di tutti, che cosa fece egli di più per Mosè o per Davide, suo servo? dacchè nascesti, sempre egli ebbe gran cura di te. Quando egli ti vide giunto all'età che gli apparve conveniente, meravigliosamente fece risuonare il tuo nome pel mondo. Non temere, tutte queste tribolazioni rimangono scritte sul marmo e non senza causa". Questa voce non poteva, a suo credere, esser che quella di Dio: quantunque egli non osi confessarlo troppo chiaramente: e misteriosamente scrivesse: "_Così finì egli di parlare chiunque, poi si fosse_".
Meglio ciò si vede nelle lettere a donna Giovanna della Torre, quando sbarcò a Cadice incatenato: "Del nuovo cielo e terra che prefetizzarono Isaia prima e poi S. Giovanni nell'Apocalisse, _nostro Signore_ mi fece messaggero additandomi la loro postura".
Ma dello acutizzarsi di quella convenzione psicopatica lasciò un più completo documento nel _Libro de las Profecias_, compilato nel 1501, dove, certo trascinato come tanti paranoici, dal bisticcio col suo nome, (v. s.) riavvicina la propria sorte a quella di Cristo, che sofferse la croce per l'umanità redenta, così come egli subì l'onta delle catene per avere reintegrato l'umanità nel possesso del nuovo mondo.
Nella prima parte del _Libro de las Profecias_, si trovano riuniti i passi delle Sacre Scritture nei quali è profetizzato il trionfo universale del Dio d'Israele: e son raccolti tutti i passi della Bibbia dove si parla di isole che in remote plaghe dell'oceano attendono la voce del Signore.
Nella seconda: trovi tutti i passi che descrivono le tragiche vicende di Gerusalemme; nella terza i vaticini della fine del mondo e dell'avvento dell'Anticristo; nella quarta le sfolgoranti allusioni ai tesori dell'Oriente, ai blocchi d'oro e d'argento di Tarsi o di Ofir.
"Con la medesima cura (scrive il De Lollis) che durante le sue navigazioni egli poneva a rivelare ogni minimo fatto, ogni minimo indizio che giovasse a regolarle, con la medesima cura Colombo trae dalle pagine della Bibbia tutte le vaghe allusioni alle lontane isole che aspettano la voce del Signore.
"_In omnem terram exivit sonus eorum, et in fines orbis terrae verba eorum_. Questo passo del salmo XVIII, nel quale i cieli si tramandano gli echi della gloria del Signore, ricorre più e più volte sotto la penna di Colombo: _Deus Deorum dominus locutus est et vocavit terram a solis ortu usque ad occasum..... Sit nomen Domini benedictum ex hoc nunc, et usque in saeculum, a solis ortu usque ad occasum laudabile nomen Dei_".
Da queste ultime frasi Colombo, che cercò il Levante per la via di Ponente, pretende essere i termini del suo itinerario già fissati nei passi della Bibbia. Accanto a quella di Isaia e di Geremia sta l'autorità di S. Agostino, di Pietro d'Ailly; ma tutto l'insieme è coordinato a provare che la voce del Cristo dovrà correre attraverso a tutto l'Oceano ed echeggiare nelle più remote isole del mare prima che la fine del mondo abbia luogo.
È un libro come tanti se ne vedono nei manicomi.
"Le vedute mistiche", nota il De Lollis, "soppiantavano così quelle cosmografiche nella mente e nell'animo di Colombo; e mentre, in origine, sull'autorità di Aristotile e di Strabone, la Spagna gli era apparsa, per la sua posizione geografica, come il punto di partenza naturale per una navigazione alle terre transatlantiche, egli preferiva oggi considerarla come la Nazione che la volontà Divina aveva specialmente predestinata ad agevolare il trionfo completo del Cristianesimo, con la cacciata degli Ebrei e dei Mori dal suo seno e con la riconquista della Santa Casa. Anche l'anima profetica dell'abate Gioacchino (che pure influì, aggiungo io, su Cola di Rienzo e su Lazzaretti), s'era espressa in questo senso". L'abate Gioacchino Calabrese, notava Colombo aver profetato che "doveva uscire di Spagna colui che avrebbe riedificata la casa del Monte Sion".
Egli vedendo in sè l'uomo vaticinato da Dio per... _portare_ (ed ecco di nuovo l'esagerata importanza del bisticcio col suo nome _Christo-ferens-Cristoforo_) il _nome_ e la gloria _di Dio_ agli estremi del mondo, raccolse dai profeti e dalla Bibbia tutte le pretese allusioni alle sue scoperte.
Egli è fiero di dimostrare che ha operato sotto l'influenza dello Spirito Santo; e si gode a mettere in evidente contrasto la propria ignoranza col sapere di quelli che risero del suo progetto.
"Per l'esecuzione dell'impresa, non mi valse né ragione, né mate matica, né mappamondi, ma semplicemente si compie quel che predisse Isaia".
Egli fu prescelto, non per attitudini speciali, ma perchè grande era sempre stata la sua fede. S. Pietro, saltando in mare, si resse sopra l'onda, perchè fu ferma la fede sua. "E non sapete" ripete con Cristo: "che dalla bocca dei fanciulli e degli innocenti (e noi aggiungeremo dei pazzi) esce la verità?".
In una lettera che accompagna al Re il _Libro de las Profecias_, egli stesso dichiara d'averla scritta per dimostrare come egli fosse predestinato a compiere la restituzione della Santa Casa alla Santa Chiesa militante; ribadisce questi argomenti con le ricchezze che egli avrebbe scoperto; e questo diventa lo scopo esclusivo dei suoi viaggi; anzi pretende che Iddio gli avesse inspirato l'impresa delle Indie solo per questa nobile meta.
Il tutto è completato con un ragionamento perfettamente... paranoico: I santi padri della Chiesa affermarono che la durata del mondo non poteva andare oltre ai 7000 anni; ora siccome, stando alle Tavole Alfonsine erano decorsi 6845 anni; in breve, in 155 anni, l'ombra nefasta dell'Anticristo avrebbe velata la luce del sole e l'Eterno avrebbe disperso negli abissi del suolo il mondo.
Dunque il nuovo mondo sarebbe perito fra un secolo e mezzo; ma siccome è scritto nelle sacre carte che prima che il mondo finisse, la voce del Cristo sarebbe pervenuta ai più lontani confini, era chiaro che egli, Cristoforo, era scelto ad esserne il banditore.
Solo un secolo e mezzo di vita egli assegna al Nuovo Mondo da lui tratto alla luce della civiltà; né per questo la sua opera gli par caduca: Non era forse scritto: che prima della fine del mondo la voce di Dio avrebbe raggiunti gli estremi confini?
Così Cristoforo Colombo, che con l'opera propria aveva definitivamente chiuso il medio evo, rievoca in una forma concreta, pressoché matematica, le più umilianti superstizioni del più tenebroso medio evo.
Egli scriveva questa lettera nel 1501, quando aveva già subita — conseguenza diretta delle sue crudeltà e delle esagerazioni e menzogne con cui aveva eccitato l'avidità di Re Ferdinando, — l'onta delle catene, gli insulti del Bobadilla; pure non ne appare scoraggiato: e torna a ripetere ai Sovrani, che egli, vecchio cadente, non altri che egli, provvederà alla ristaurazione della Santa Casa: "Geruselemme e il Monte Sion han da essere riedificati per mano di un grande Cristiano. Chi debba essere costui lo predissero i profeti, e più precisamente ancora l'abate Gioacchino", il quale asserì che tale uomo doveva uscire di Spagna... reticenza facile a supplire.
Non si sa poi se attribuire al suo abito della menzogna o al delirio, l'iperbolica rappresentazione ch'egli fa nella lettera alla nutrice del Principe Don Giovanni (fine del 1500), dei poveri Indiani quasi "popoli innumerevoli e bellicosi" da lui soggiogati (De Lollis, _Nuova Antologia_, 16 agosto 1892).
La compilazione del _Libro de las Profecias_ cade nel periodo di intervallo fra il terzo e il quarto viaggio: e lo scopo di quest'ultimo era appunto quello di ammassare i tesori giacenti sin dai tempi più remoti di Salomone nelle isole dell'Oriente, e impiegarli nella impresa santa di Gerusalemme.
Nella Relazione che di quella disastrosa spedizione scrisse ai Re, il 7 luglio 1503 da Giamaica, Colombo è animato sempre dalla stessa fede e dalle medesime intenzioni. Egli non aveva trovato lo stretto che doveva condurlo sulla costa occidentale dell'istmo di Panama; dove si immaginava accumulati i tesori delle leggende bibliche; ma questo non gli impedisce di serbare la convinzione che dall'interno del Veragua, da lui solo in parte esplorato, Davide aveva tratti i tre mila quintali d'oro lasciati a Salomone per l'edificazione del Tempio, e che di lì pure provenivano gli altri seicento sessanta quintali, che allo stesso Salomone recarono i suoi messi.
Egli continua a sentire in sé qualche cosa di più che umano, e nel descrivere la tempesta che lo colse sulla costa meridionale di Haïti, e inghiottì il suo mortale nemico Bobadilla, ravvicina con vantaggio proprio i suoi patimenti a quelli che misero a prova la pazienza di Giobbe. "Qual uomo nato di donna" esclama egli con una formola che poi rinnovava Lazzaretti, "non escluso Giobbe, non sarebbe morto di disperazione?"
Ora chi fra gli alienisti potrebbe dubitare che non si tratti qui di un paranoico religioso, ambizioso e allucinato?
Che egli in quel momento fosse in un accesso di melanconia religiosa è molto chiaro: e che questo fosse l'esagerazione di tendenze esistenti in lui fino dall'infanzia è anche certo, perchè sappiamo che a nessuna azione egli si risolveva già fin da giovane senza rivolgere prima una speciale preghiera alla Madonna, e perchè quell'opera, _Las Profecias_, non è che la continuazione, ed insieme la caricatura delle idee che lo dominarono in gran parte della sua vita.
Egli stesso, come vedemmo, afferma che non fu l'ingegno a condurlo alla grande scoperta, nè la cognizione, benchè avesse pratica marina, ma l'aiuto divino; e il De Lollis conferma che non fu il genio, ma la fede che ve lo condusse. Noi sostituiremo alla fede e all'aiuto divino l'autosuggestione paranoica, che lo acceca su tutte le difficoltà vere, che gli fa credere di essere uno strumento di Dio, che sopra fragilissime basi, come era l'ipotesi toscanelliana, gli fa abbracciare e sostenere fin alla meta l'immenso problema che avrebbe spaventato qualunque altro uomo d'ingegno normale.
La paranoia ambiziosa e religiosa, già in germe prima in lui fin da giovanotto, giganteggiante poi sotto agli strazi della Giamaica, come gli fa sopportare fatiche e dolori, che avrebbero abbattuto qualunque uomo sano, così ispira nella maturità quell'uomo, che per coltura di poco passava la media, e lo fa giungere lì dove appena una grande genialità od una profonda dottrina sarebbero pervenute.
Nè si dica, col solito banale _clichè_ dei critici volgari, essere stata così la ispirazione religiosa che tanto lo ingrandì, come molti dei caratteri che egli offerse, scrittura, firma, un effetto dei tempi. Prima di tutto i geni sono sempre superiori, sono i padroni, non gli schiavi dei loro tempi, specie nelle cose che già appaiono a questi assurde: d'altronde poi ogni paranoico assume il punto di partenza dei suoi deliri alle condizioni ambienti; così ora si preoccupa dello spiritismo e del magnetismo, della quadratura del circolo, come allora dei diavoli, delle streghe, della fine del mondo e della liberazione del S. Sepolcro. — D'altra parte quando l'interesse o la vanità, base del delirio, erano in causa, Colombo passava sopra alle più precise norme della religione, a quelle cui nessun uomo di media devozione anche allor avrebbe trasandato; come quando mentiva, anzi spergiurava, sulla ricchezza in oro dei nuovi paesi; e peggio quando impediva il battesimo degli Indi. Era una religione dunque morbosa, la sua, quella da cui fu invaso, almeno, negli ultimi tempi.
L'ambiente influiva sulla impalcatura delle sue fantasticherie paranoiche anche per quell'altro lato che più qui importa: la scoperta di nuove terre; in quell'epoca, infatti, se era viva la devozione per Gerusalemme, l'era ancor più la passione per le scoperte geografiche, le quali da ogni parte pullulavano. Anzi le stesse ipotesi di Toscanelli, che ispirarono Colombo, erano state formulate dal Munzer, che presentava a questo scopo Martin Behaim a Juan II di Portogallo, proponendogli, con lettera, notisi, quasi contemporanea all'impresa colombiana, del 15 luglio 1493, d'equipaggiar navi per andare al paese delle sete e delle spezie, cogli stessi argomenti di Colombo, o meglio del suo copiato Toscanelli: fondandosi cioè:
I. Sul detto di Aristotele, che l'estremo Oriente è più vicino all'Ovest;
II. Sul non essere vero che il mare sia più esteso che la terra;
III. Sull'esservi molte prove che in pochi giorni di navigazione si può andare al Katai;
IV. Sull'essere la Terra rotonda;
V. Sull'essersi trovati piedi di _bambou_ alle Azzorre, cacciativi dalle tempeste (Harrisse, op. cit.).
La paranoia di Colombo, dunque, pure attingendo i materiali del delirio dall'ambiente, ne acutizzava l'ingegno e specialmente la neofilia; sopprimeva il misoneismo, facendo, sotto l'eccitamento cerebrale esagerato, tacere i calcoli della prudenza, le obbiezioni della critica, le incertezze e le pigrizie dell'inerzia; ne acuiva l'ingegno al grado del genio, almeno per tutto quanto riferivasi alla grande scoperta: trascinandosi perciò ad operare più oltre e di molto di quanto avrebbe potuto un uomo medio. Così ho mostrato, nel mio _Uomo di Genio_, come un venditore di spugne, d'ingegno medio, giungesse nel delirio a presentire, dopo aver visto crescere rapido un albero dove aveva seppellito un asino, il circolo della vita; così Cola di Rienzo previene, sotto l'impulso paranoico, le conclusioni di Cavour, e abbatte, quasi inerme, il governo dei nobili armati. Lazzaretti, un ignorantissimo carrettiere, spinge sotto l'ispirazione paranoica un'intera popolazione, quella del Monte Amiata, ad una vera rivolta religiosa, abortita solo perchè nelle altre regioni i tempi non eranvi adatti nè propensi.
Nè con ciò intendo negare in Colombo l'impronta del genio: un'immensa pratica di mare, e di cartografia, una straordinaria intuizione gli teneano luogo di cultura: gli permisero così di cogliere dai menomi indizi la certezza dell'avvicinarsi della terra.
Ed anche al di fuori della scoperta del nuovo mondo, che era sua come vedemmo, solo in parte, egli ebbe vere intuizioni scientifiche. Così, osservando prima a 260 leghe dall'Isola del Ferro e poi a Somana gli immensi ammassi di Fucus galleggianti, intuì che il mare di Sargassi doveva segnare una linea quasi stabile nel bacino dell'Oceano, e che le piante terrestri staccate dagli scogli si accumulavano con una certa regolarità determinata da una corrente diretta da est ad ovest: era una divinazione della corrente equatoriale, le cui ragioni fisiche egli riuscì poi a spiegare nei suoi primi viaggi in modo affatto conforme al vero. (Lolli o. c.).
Nè fu questa la sola osservazione originale che sorgesse nella mente di Colombo lungo il percorso di quella navigazione affatto nuova. Difatti, già fra il 13 e il 17 settembre del 1492 egli aveva compiute, ricollegandole con mirabile perspicacia, le sue osservazioni sulle declinazioni dell'ago magnetico: l'uso della bussola rimontava ad epoche remote, alla civiltà cinese: forse, durante le audaci navigazioni del secolo XV attraverso l'Atlantico, s'era anche osservato che la punta dell'ago calamitato non mirava diritto al polo, ma inclinava verso nord-est; ma fu egli indubbiamente il primo che, per dirla colle parole dell'Humboldt, constatò che questa stessa _variazione variava_; vale a dire che la bussola, a una certa distanza a ponente delle Azorre, declinava verso nord-ovest. Combinando le sue osservazioni sulla declinazione magnetica con quelle sulla linea stabile del mar di Sargassi e il cambiamento di temperatura notato a 100 leghe dalle Azorre, egli doveva poi più tardi giungere a stabilire una linea senza variazione nell'Atlantico, che fissava le grandi divisioni climatiche dell'Oceano e potè riuscire utilissima per la determinazione della longitudine.
La sua tenacia infine fu meravigliosa, geniale; scrivemi in proposito il geografo Prof. Errera, "la genialità sua massima sta nell'aver _attuato_ il progetto di Toscanelli, che a tutti i dotti del tempo doveva parere _tecnicamente_ possibile, _praticamente_ inutile o pazzesco: — inutile, perchè un'altra via oceanica alle Indie era già stata trovata (giro del capo di Buona Speranza); — pazzesca, perchè un viaggio che lasciasse dietro a sè ogni terra gettandosi a capofitto nei deserti dell'Oceano sulla sola fede dei calcoli d'un solo cosmografo, doveva parere idea da matti e non da savi, per quanto si temperasse con l'erroneo calcolo del potersi compiere in pochi giorni."
"Taluno, è vero, aveva già tentato dei viaggi verso ponente alla scoperta d'isole supposte; ma tra questi e Colombo v'è la stessa differenza, che tra un nuotatore che s'allontana dalla sponda tanto da esser sicuro di potervi ritornare prima che gli manchino le forze, e il nuotatore che lasci la sponda senza voler più tornare indietro, diretto ad una meta che egli suppone esista al di là."
"Ora di un progetto che i savi praticamente e giustamente sconsigliavano, egli volle e seppe esser attuatore. Forse fu il morbo che nascose alla sua mente gl'inconvenienti dell'impresa; ma certo esso gl'instillò la tenacia e l'energia dell'uomo che è spinto da una idea fissa."
Ma quando una idea fissa è la scoperta di un nuovo mondo, abbiamo innanzi una meta così gigantesca, da non poterla assimilare alle quasi sempre sterili, sempre incomplete, concezioni dei pazzi.
TAV. I.
AUTOGRAFI DI COLOMBO
N. 1.
[Illustrazione: _Autografi di Colombo._ (Raccolta Colombiana, Parte 1.)]
N. 2.
[Illustrazione: _Autografi di Colombo._ (Raccolta Colombiana, Parte 2.)]
N. 3.
[Illustrazione: _Autografi di Colombo._ (Raccolta Colombiana, Parte 3.)]
N. 4.
[Illustrazione: _Autografi di Colombo._ (Raccolta Colombiana, Parte 4.)]
MANZONI[11]
(_Con 3 tavole_)
L'UOMO
CAPITOLO I.
Esame somatico e biologico.
Alessandro Manzoni era di alta statura, m. 1. 67, con apertura delle braccia (carattere questo degenerativo) molto maggiore della statura 1.75; circonferenza del capo molto vasta — 580mm.; — fronte larga alla base 110, ma sfuggente. Ebbe acutezza visiva grande fino a tarda età, che contrastava coll'ottusità notevole del gusto e dell'odorato, che non lo lasciava accorgere dei cibi che sapessero di fumo; la poca sensibilità musicale contrastava ad una strana iperacusia, specie, notturna. — Moderato nel cibo, salvo quando avesse dei grandi dispiaceri; occasioni queste, in cui, all'inverso dei più, mangiava assai. Come i nevropatici aveva grande sensibilità meteorica. "_È tranquillo, è buono, salvo quando vuol mutare il tempo e quando non ha emozioni_", scriveva di lui, giovane, la madre Giulia a Fauriel, (Cantù, o. c., II, 160).
Soffriva di balbuzie iniziale specialmente davanti agli estranei ed in alcuni giorni più che in altri; fu in preda a continui disturbi nervosi, — mali di stomaco, lombaggini, mali di denti, di testa, un'impossibilità di lavorare più di 5 giorni in un mese, inquietudini, angosce, — che provocavano in lui strani scoraggiamenti.
Era insieme claustrofobo ed agorafobo, sicchè una strada grande gli dava una sensazione penosa, e doveva camminarvi sempre rasente il muro, appoggiandosi dall'altra parte ad un amico; e mentre gli era fisicamente e moralmente impossibile di rimanere da solo in una camera chiusa a chiave e di rimanere nella folla, dichiarava star bene solo camminando; e camminava così rapido, che meglio poteva dirsi corresse. "Ieri mattina, — scriveva egli, per es., a Fauriel, — sentendomi bene, andai a piedi a Brusuglio, e dopo avere corso nelle vie e nel giardino quasi quattro ore, ne sono rivenuto a piedi". Però era incapace di fare un solo passo fuori di casa da solo; per cui, pochi potendolo seguire nel suo passo stranamente affrettato, dovette anche da giovinetto, come ne informa sua madre, passare molti giorni in angoscia, per non poter uscire.
E tutti questi mali partivano o si riflettevano su e dai centri nervosi: così evidentemente nevrotico era il suo mal di stomaco che non gli lascia _forza d'intendere ciò che scrive_, e talvolta non gli lascia pigliar la penna in mano.
_Doppia personalità_, — Presentò in tutta la vita, non che passando dalla giovinezza all'età adulta, una vera doppia personalità: ora timida, ora audace, ora bigotta, ora Voltairiana, ora affettuosa, ora muta d'affetto.
Avea una vera forma di follia circolare: giorni nefasti, come egli li chiamava, di angosce, inquietudine, di singolari scoraggiamenti, durante i quali non poteva nemmeno passeggiare, e giorni tranquilli.
_Scrittura_. — La doppia personalità di Manzoni si riflette nella scrittura ora nitida e calma ora procellosa, come aveva già intraveduto Bonghi. Se noi esaminiamo, per es., l'autografo di quel frammento sul Corpus Domini pubblicato nel _Carteggio fra Rosmini e Manzoni_ (vedi n. 1), e la dichiarazione premessa in età adulta al giovanile _Trionfo della libertà_; ed il ms. del _Trionfo della Libertà_, (Bonghi. Opera inedita di Manzoni, Vol. I, p. 30, Fig. 2-3, e le note al Canto I., idem, Fig. 4), vediamo nelle ultime, ma più specialmente nella prima, che crederei scritta nel 53, un tipo comune agli ecclesiastici, che risulta da un'eguaglianza monotona di tutte le lettere, curve e filetti, senza risalto alcuno di filetti, nè di hampe allungate nè di curve personali, nè di volute, nè di tagli del _t_, senza pendenze spiccate a destra nè a sinistra.
Invece l'autoritratto (Fig. 5) ha un tipo artistico spiccato, che ricorda quello di Raffaello e anche Mantegazza, Calderini, Mazzini, Bistolfi con belle maiuscole, con curve artistiche, col taglio del _t_ qualche volta al di sopra, qualche volta all'indietro o al davanti della lettera, con accentuati filetti e i grassetti.
Tutti questi caratteri differiscono stranamente dalla scrittura del 5 maggio (Fig. 6 e 7) e così anche dall'_Inno delle Pentecoste_ che parrebbero assolutamente vergati da un altro. Qui la scrittura è ora diritta, ora assolutamente pendente a sinistra, appuntata invece che curva, legata invece che giusta-posta, colle lettere piccole e le hampe in confronto molto grandi, colle linee serpeggianti e spaziate, con qualche voluta, con macchie e scarabocchi, e correzioni a masse e in cui si accentua la nota appassionata e la grande irrequietudine dello spirito in contrasto colla impassibile eleganza ed apatia delle altre, per cui al minimo possiamo trovare nel Manzoni tre caratteri speciali che covavano già nella sua giovinezza e divennero spiccatissimi nell'età matura.
Questi mutamenti grafologici si possono trovare anche nel ms. di una stessa ode; p. es. nel 5 maggio (fig. 6 e 7) è curioso il notare in B il carattere calmo e quasi apata della correzione della 2ª. strofa, che è ben più poetica della prima gettata[12] e che assomiglia molto a un'altra scrittura che qualche volta usa il Manzoni, quale si trova nella lettera a Federico Gonfalonieri n. 8 e che, se frequente, costituirebbe quasi un quarto tipo grafologico.