Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni)

Part 2

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_Grafologia_. — Spiccati caratteri psicopatici ci presenta la sua scrittura (Vedi Tav. 1, 2, 3 e 4 coi facsimili dei suoi autografi tolti dal vol. III, e supplementi, della parte I della _Raccolta Colombiana_): Notiamo p. es., nella 2ª e 4ª uno strano cambiamento, presentando due tipi assolutamente diversi fra loro e differenti dallo stile dell'epoca, che era simile alla calligrafia dei num. 1 e 3, questo ultimo però sospetto nell'autenticità, e per la sigla incompleta, e perché troppo differente dalla scrittura solita di Colombo quale si vede p. es. nel numero 2, e specie del n. 4. Questa poi ha: caratteri di una mente molto conturbata; la direzione infatti della scrittura è contraddittoria, ora curva a destra, ora curva a sinistra; ora raddrizzata, con quelle vocali ora chiuse ora aperte in alto che usano i mistici, e con ricchezza strana di quelle parentesi che sono frequenti nei paranoici. Quella del numero 2, invece, è tutta curva a sinistra, ma tutta piena di sgraffe, di lettere aggrovigliate, come nei truffatori e monomani ambiziosi, con delle aste e degli occhielli enormi, tanto più significativi, in quanto lo stile calligrafico dell'epoca era in ciò eccessivamente sobrio, senza punti né virgole. In tutte mancano le forme caratteristiche della forte volontà, che pure emergerebbe nella sua vita, segno che le manifestazioni di questa dipendevano più dalle convinzioni deliranti che da vera energia. Non vi troviamo infatti nessun taglio energico nel _t_, nelle finali nessuna lettera finisce netta e recisa, e, meno nella 3ª, tanto sospetta, nessuna verticale vi è tracciata diritta e con energia[5].

_Stile pazzesco_. — È stato notato l'uso della continua ripetizione delle stesse lettere, delle stesse frasi (De Lollis, _Raccolta_, vol. II). Harrisse nota che nel _Libro delle Profezie_ settantacinque linee sono rimate; ed è notorio l'abuso della rima negli scritti dei paranoici (Vedi _Uomo di genio_, 6. ed., Torino, 1896). Ma il fenomeno più caratteristico del paranoico si raccoglie dalla firma, che egli usò dal 1494 in poi, come si vede nei numeri 2 e 4:

. S . . S . A . S . .XMY. ---- : Xro FERENS//.

Quella sigla è così strana, che invano, vi si sbizzarrirono attorno i biografi e i paleografi; eppur si ripete sempre con tale identità di particolari, che la mancanza d'uno di quelli che si ritrovano, sempre, negli originali come nel n. 3 che noi anche (v. s.) per altre ragioni grafologiche crediamo sospetto, è stata dai competenti ritenuta indizio sufficiente per sospettare trattarsi di falsificazioni come in tanti altri pretesi autografi colombiani, pullulati da ogni parte, specialmente in occasione del IV centenario della scoperta dell'America.

Ceradini (_Due globi_ "MERCATORES", p. 299) pretende spiegarla così: "Savonensis Suarum Altitudinum Servus — dec. mil. insula — Cristo ferens", alludendo così ad essere savonese, il che non era vero; e ad avere scoperte 10,000 isole, che avrebbe portate a Cristo, mentre egli stesso, che non peccava certo di modestia, dopo il secondo viaggio diceva di averne scoperte solo 700; anche pretende che egli intendesse dire: "Porto al Cristo le genti", mentre è noto, e don Fernando e il Las Casas v'insistono, che Colombo, così poco colto nella lingua latina, traduceva, sbagliando, il suo nome per: "Portatore del Cristo": "Certo cominciò, — egli dice, — a firmare con questa sigla dopo la scoperta"; ed infatti cominciò ad adoperarla solo dopo il 1494.

Reille (_Columbus und seine vier Reisen_, 1892) con altrettanta verosimiglianza spiega la sigla: "Servidor de sus altezas sacras Iesus Maria Joseph, — Portatore di Cristo".

Marguerite (_Navigation Francaise_, 1892) la spiega così: "Supplex servus Altissimus servatoris Christus Maria Joseph — Christum Ferens".

Ruge opina che la sigla sia l'effetto d'una inutile... pedanteria.

Non sarà ardito l'alienista, che, invece di lambiccarsi il cervello in istrambe interpretazioni, pretenda che fosse invece una di quelle grafe simboliche così speciali ai paranoici, sopratutto quando si preoccupano del proprio nome, da cui cavano i più strani auguri o promesse; e che sono per questi esseri stranamente egocentrici, il punto di partenza di tutta una complicata impalcatura delirante.

Così io vidi una stiratrice pretendere di esser figlia di Maria Luisa, perchè si chiamava... Maria Luigia; e un povero ferroviere pretendere di essere promosso al trono d'Italia; e sparare sui compagni d'ufficio poco di lui adeguatamente rispettosi, perchè si chiamava Savoia.

Ricorderò, anche Cola di Rienzo che usava firmarsi: "Umile creatura, candidato dello Spirito Santo, Nicola Severo, Clemente liberatore della città, zelante d'Italia, amante del mondo, che baciò i piedi dei beati".[6]

Fra i miei malati di Pesaro eravi un prete, paranoico-ambizioso, che si credeva papa, ed intestava l'arma papale nelle sue lettere, e le firmava: "Sono Sisto I, unico creatore e signore e padrone e commendatore e Spirito Santo e grande Iddio, che sono in questo mondo, vivo Imperatore d'Italia, romano e vero nativo Senigagliese. Nicola Palota".

Un altro firmava: "Ambasciatore, direttore delle strade ferrate mondane, direttore commendatore dei tranvai d'Italia, tenente generale delle Potenze mondane, commendatore del Consiglio dei falegnami".

Uno, forse il più strano di tutti, firmavasi con un'aquila.

Un povero portiere, ventenne, megalomane, che si crede scopritore di un nuovo mondo filosofico, si firma così:

[Illustrazione]

in alcune anzi N. A. son sostituiti nientemeno che da _Nuovo Aristotele_. Sigla proprio similissima a quella del grande scopritore dell'America.

Un operaio ch'era stato semplice caporale, divenuto paranoico ambizioso, vagabondava per tutti i confini d'Italia, facendosi arrestare e condannare una ventina di volte per fare gli schizzi assolutamente grotteschi dei luoghi fortificati d'Austria e di Francia, onde preparare, a suo credere, l'Italia per la futura guerra, — e firmava: _Generale G. Godi generalissimo di Cristo, di Crispi e del Re di Italia_.

E nell'Atlante dell'Uomo Delinquente ho portato delle firme o sigle ripiene fra le graffe di centinaia di parole, sigle che occupavan delle intere pagine, — e ne ho fatto un carattere speciale dell'epilettico e del paranoico.

In Colombo, a tutto ciò si aggiungeva, come in Tasso[7] l'ubbia religiosa, comune in quei tempi, ma esageratissima in lui, che si sa essere stato fervente Terziario, sicchè non cominciava a far nulla d'importante, se prima non aveva invocata la Santa Trinità, e ogni lettera intestava colla formola: "_Jesus cun Maria sit vobis in via_", e volle morire in abito da francescano.

_Ignoranza_. — Gli ultimi studi su Colombo, specialmente l'esame dei suoi autografi maggiori e minori, hanno rivelato in lui una enorme ignoranza ed incoltura: certo egli non si mise a leggere libri scientifici che a 31 anno circa. I libri che solo studiò, se non possedette, si riducevano alla _Historia di papa Pio II_, 1475; a un _Tolomeo_, 1478; ai _Trattati di Pietro d'Ailly_, 1480-83; alla _Historia_ di Plinio, trad. in italiano, 1489; alla _Vite_ di Plutarco, tradotte in castigliano, 1491; al _Marco Polo_, in latino, 1485. (Il Marco Polo, nota il De Lollis, è costellato di note così primitive per forma e sostanza, da mostrare essere di un novellino che apriva per la prima volta un libro. Par certo ch'egli non si dié alla lettura che dopo il 1485).

Scriveva un latino quasi maccheronico, pieno di errori, nel quale la declinazione latina era ricalcata su quella spagnola, sicché, cosa incredibile, _os_ e _as_ sono normalmente le terminazioni dei nominativi plurali (_Ebreos dicunt_, p. es.)[8]. E ciò in pieno Rinascimento, e sotto la penna d'un italiano del Rinascimento!![9]

Anche di cosmografia sapeva assai meno di qualunque colto contemporaneo, come vedremo dagli errori dei gradi; benché qualche coltura avesse in cartografia, se si vuol credere a don Ferdinando ed al Las Casas; il primo dei quali ne fa, del resto senza provarlo, anche un geometra e un astronomo! — Infatti, pretendeva di essere stato in Islanda, all'ultima Tule, e aver osservato distare la parte australe dalla equatoriale di 73° e non di 63°; e qui commetteva un errore di 9° e ½, poichè la costa meridionale dell'isola cade sotto il parallelo boreale di 63° e ½. Ma probabilmente raccontava una fola, perocché quando poi nel suo _Giornale di bordo_ precisò (V. De Lollis, op. cit.) gli estremi a nord e a sud da lui toccati, accenna all'Inghilterra e alla Guinea e non mai all'Islanda; e il Goodrich (_A history of the character and achievements of the so called Christofer Columbus_) nega la possibilità di questa navigazione al nord, allegando che Colombo, nella sua qualità di pirata, non avrebbe avuto ragione per affrontare l'Atlantico, tanto meno ricco di bottino del Mediterraneo; e osserva che egli mai fa menzione della nave che lo portò, né del porto da cui salpò, ecc., ecc., il che prova che, anche nelle menzogne buttate là senza neppure curare la parvenza della verosimiglianza, era uno squilibrato; e di lui ben si può dire che avesse l'abito della menzogna scientifica. Così scrive: "India est in estrema terra, in Oriente, in Hispania, cum Etiopia in Occidente; intermedio est mare!": credeva che la distanza fra le isole del Capo Verde e l'Estremo Oriente (per lui l'America) fosse al più, di otto giorni; errore questo che fu la prima, forse l'unica causa della sua recisa risoluzione di giungervi e quindi della sua gloria!

E non bisogna dimenticare che Colombo, allorché ebbe qualche momento di completa sincerità (effetto invero delle catene del Bobadilla) pur rinnovando le vanterie di aver studiato "e istorie, cosmografia, croniche e filosofia e altre arti", riconosce poi, come a lungo vedremo, che "tutte quelle scienze a nulla gli giovarono" e che la sua scoperta fu mera ispirazione dello Spirito Santo! (Nella lettera p. es. ai Re cattolici unita al _Libro de las Profecias_, di cui parleremo).

L'applicazione letterale, come era la sua, del progetto Toscanelliano, includeva la possibilità, in quell'epoca, praticamente almeno inammessibile, o solo con spese e pericoli troppo grandi, che una nave staccatasi dalle coste di Spagna potesse scivolare sulla superficie del mare fino a trovarsi in posizione opposta al punto di partenza, fatto spiegabilissimo ora che si conoscono le leggi della gravità, impossibile a spiegarsi allora che quelle non si conoscevano.

La sua immaginazione, dice il De Lollis, lo trascinò a considerare vero il verosimile e sicure le conclusioni del Toscanelli, che egli si era procurate, notisi, in Portogallo, scrivendogli _in portoghese e fingendosi tale_, e che egli non fece che copiare, decalcare letteralmente, senza coglierne la parte erronea, che giustamente aveva destato la incredulità dei veri cosmografi d'allora; compresi quelli della Corte portoghese, cui Colombo stesso ricorda con un'ammirazione che non può essere adulatrice, poichè era riposta nelle note intime che apponeva sui margini dei libri; eppure egli ne era convinto con una evidenza tale, _che gli pareva_, dice il Las Casas, _di aver dentro, nella propria camera, quelle terre sognate dal Toscanelli_.

Nel tratto di mare che separava la costa occidentale dell'Europa e le orientali asiatiche, Toscanelli, infatti, non sospettava intercedesse un Continente; e perciò Colombo, credette esser approdato all'estremità dell'India quando era giunto invece a... Cuba.

Toscanelli pose a base della sua teoria un calcolo sbagliato, per cui la circonferenza della Terra veniva ad essere di molto impicciolita, e veniva quindi ad essere pochissima la distanza da percorrere partendo da ponente, per venire a levante: aveva ridotto di un grado le coste della China, che figurano come una linea che tagliasse il meridiano dell'attuale Terranuova: e così credette Colombo (De Lollis, op. cit.).

Ma nemmeno (indizio assai più sicuro della sua grande ignoranza), nemmeno dopo il 1º e il 2º viaggio comprese di avere sbagliato: fedele alla falsariga di Toscanelli, non vede nell'isola Cubana, poverissima allora di oro e droghe, che oro, spezie, cotone, aloe e fiumi in cui scorresse oro; e fu solo nel 1498 che cominciò a dire che l'oro bisognava cercarlo nelle miniere come le spezie negli alberi: egli, infatti, giunse a chiamare il fiume Iachi "_fiume dell'oro_" per pochi grani che vi aveva veduto o, meglio, creduto vedervi; e fondò nell'isola Isabella, nella seconda sua spedizione, un forte, che che denominò San Tommaso, per satireggiare coloro che si ostinavano a non credere all'esistenza dell'oro, di cui (come diceva Michele da Cuneo, che prese parte alla spedizione) _non fu mai trovato nemmeno un grano_.

E ancora nella seconda spedizione, malgrado che la circumnavigazione avesse chiaramente dimostrato essere Cuba un'isola, sicché un cosmografo, e buon pilota (Juan de la Cosa) che era al suo seguito, ritraevala come isola, malgrado che gli indigeni dichiarassero Cuba una grande isola, non solo egli seguitò a credere e dire che essa fosse un continente, ma, davanti a notaio, fece giurare ai suoi marinai e ufficiali, _sotto pena di perdere una mano_ (strano modo questo per una dimostrazione geografica) che quella era terraferma e che mai lo smentirebbero.

Impose agli indigeni, malgrado le numerose prove del non esservi oro, di fornirgliene una data quantità ogni mese; e quando uno dei capi, il Guarionex, sensatissimamente, proposegli di coltivare a grano una estensione di 45 leghe, purchè non gli si chiedesse ciò che non potevagli dare, l'oro, non accettò; mentre economicamente era quello un eccellente equivalente; né smise dalle pretese neppure quando vide quegli infelici indigeni lasciare, disperati, ogni coltura nella speranza che così la fame cacciasse lui e gli invasori dall'isola.

Peggio: quando nella terza spedizione si trovò poi, davvero, in terraferma in vicinanza della punta di Ikakos, egli pretese di essere in un'isola che chiamò "Isla de Gracia"; e neppure cambiò idea quando vi scoprì lo sbocco di un immenso fiume, l'Orenoco, il quale certo non poteva venire che da un gran continente. Solo notava: _Sono tante terre, che sono altro mondo_. Due volte, spinto dal vento propizio verso il Messico, invitato dalla fortuna a precedere Cortes, vi si rifiutò, ostinandosi dieci mesi, fino al disfacimento del naviglio, in mezzo a correnti pericolosissime, mentre era a due passi da un Continente che ostinavasi a non vedere, o almeno a credere fosse ancora... Asia.

Nell'ultimo viaggio a Costarica e Veragua, egli non solo non presentiva la vicinanza dei due grandi Imperi, ma raffiguravasi l'America centrale come una penisola del Continente Asiatico, protendetesi a sud nell'Oceano Indiano e paralello, simmetrico a quella di Cuba.

Si è voluto sostenere, è vero, da molti: che nella quarta spedizione Colombo presentisse l'esistenza del Pacifico, allorchè egli cercava ostinatamente un passaggio lungo l'istmo di Panama. Ma questo non fu; a meno di volergli riconoscere uno spirito fatidico: in realtà egli si lasciava anche allora guidare dai dati falsi o incerti, che lo avevano condotto alla scoperta dell'America; ché, se veramente egli cercava uno stretto là dove ai nostri giorni si tentò di scavare un canale, egli aveva probabilmente in mira quello stretto del Catai, di cui fa menzione Marco Polo! (Cfr. De Lollis nella _Revue des Revues_, 15 gennaio 1898).

Del resto egli trovò sempre modo di persuadere a sè stesso di non avere scoperto un nuovo grande Continente. Le grandi masse d'acqua dolce che trovava, egli se le spiegò col passo del libro (che è apocrifo) d'Esdra, dove si legge che "sei parti del mondo sono asciutte e la settima è d'acqua". E non basta: ma vi aggiunge poi del suo una altra ipotesi spropositata; per spiegare cioè la gran massa d'acqua dolce che si trovava colà, pretende che essa procedesse dal Paradiso terrestre, donde, secondo la Bibbia, derivano il Tigri, il Nilo, ecc.; e che il mondo, invece di essere sferico fosse conico, _col Paradiso in cima al cono_: e che la conicità cominciasse colà... dove egli era.

E propriamente nella relazione ai Re del suo terzo viaggio, egli afferma che il mondo non era rotondo, ma della forma di una pera, che si prolungava molto là dove si trova il picciuolo; o di una palla a cui si sia sovrapposta una mammella "intendendosi (son sue parole) che la parte del mondo corrispondente alla parte della pera verso il picciuolo sia la più alta e la più vicina al cielo e si trovi al disotto della linea equinoziale e in questo mare l'Oceano, in fine dell'Oriente".

Così spiegava la deviazione che notò ivi dell'ago magnetico, e perchè la stella polare descrivesse un più largo giro nel cielo, e perchè l'aria vi fosse più temperata.

Giustamente osservava Humboldt, che pure abbiam visto ammirarne erroneamente la coltura letteraria: queste false ipotesi dedotte da sbagliate misure, indicare in Colombo una deficienza di conoscenze matematiche e uno strano imbizzarrimento di fantasia; noi diremo: provarne la pazzia.

Ma nulla meglio prova l'incoscienza di Colombo, rispetto ai risultati dell'opera propria, che le parole sue stesse.

In una lettera scritta ai Re cattolici nell'ottobre del 1498, egli afferma che la terra ferma scoperta da lui era stata benissimo conosciuta dagli antichi, e non ignorata "come vogliono sostenere gli invidiosi o gli ignoranti" (De Lollis, _Revue des Revues_, 15 gennaio 1898). Egli, dunque, non si riconosceva, non sapeva riconoscersi altro merito che di aver raggiunto per altra via i paesi dell'Asia Orientale, già scoperti da Marco Polo!

_Senso morale. — Crudeltà_. — Come accade ai psicopatici, egli difettava più assai dell'uomo medio anche dei suoi tempi, nel senso morale; ed una causa, non ingiusta, delle sue persecuzioni fu che, non avendo trovato oro e volendone ricavare dalla vendita degli indigeni, sia pure col pretesto che fossero idolatri, impediva si desse loro il battesimo; certo egli, fin da quando mise il piede a San Salvador, contò il mercato delle vite umane come uno degli introiti più sicuri delle sue nuove conquiste.

E la prima volta che scrive alle loro Altezze accenna: "Vi è aloe quanto ne vorranno, e _schiavi pure scelti_ fra gli idolatri" e 500 infatti ne mandava sul mercato di Spagna, fin dal 1495.

Né si dica che queste erano abitudini medioevali; perchè dal medio-evo s'era già fuori, e il Las Casas, contemporaneo di Colombo, che, come religioso, delle superstizioni medioevali avrebbe dovuto essere imbevuto, propugnò strenuamente l'abolizione dei mercati di carne umana; né il Las Casas, né la regina Isabella, né i molti altri che si erano ribellati alla triste sua speculazione erano superiori ai loro tempi. Ricordiamo pure che Colombo nel suo secondo viaggio giunto ad Haiti, dà ordine (V. _Istruzioni di Colombo a Pedro Margarite_) che se fosse stato trovato alcun indiano in atto di rubare, gli fosse tagliato il naso e le orecchie; _perchè sono membri che non potranno nascondere_; il che prova quale carità avesse per costoro: ricordiamo che quando egli aveva meditato di render schiavi gli indigeni, essi ch'erano di carattere mitissimo, non solo non gli si erano ancor ribellati, ma non avevangli manifestato che una incondizionata adorazione; ed erano pronti a cambiare di fede; e quindi prima di liberare, a indefinita scadenza, il Santo Sepolcro, avrebbe potuto convertire subito costoro, il che dal lato religioso sarebbe stata la più sicura e la più utile impresa.

E dopo che, conosciuto ch'ebbe la Corte di Spagna le tristizie dei suoi seguaci, usi a maltrattare gli indigeni, a tenerne concubine le donne, schiavi i giovani, e dei vecchi servirsi a bersaglio, scoppiò in una giusta reazione, Colombo non solo non vi si associava; ma apertamente chiedeva ai Re la continuazione di quello stato di cose: "Supplico le Altezze Vostre di voler permettere che questa gente faccia il suo vantaggio per un anno, fino a che tutto si accomodi per il meglio".

Come a chiaro indizio della sua impulsività, sarà bene, pure, ricordare che durante i preparativi del terzo viaggio, davanti a molta gente di mare e ad uomini di Corte, egli malmenò, gittandolo in terra, e calpestandolo, Ximene de Briviesca, un personaggio autorevole, il cui giusto risentimento per l'affronto fu poi una delle principali cause per cui Colombo cadde in disgrazia dei Sovrani.

Ed anche fu poco delicato verso la sua concubina Beatrice Enriquez, da cui ebbe Fernando, poichè lasciolla vivacchiare miseramente con 296 lire di pensione, del che si pentiva troppo tardi, nel testamento, scrivendo al figlio che la mettesse in posizione di vivere onoratamente, e aggiungendo: "Per alleggerire così la mia coscienza, perchè ciò pesa gravemente sulla mia anima". Evidentemente egli aveva dunque mancato alla morale e alla religione anche di quei tempi, trascurandola. E così quando si tenne il premio di 10,000 maravedis per chi prima segnalava la terra in America, mentre pare che Rodrigo de Triana l'avesse prevenuto. E certo è poi che egli non segnalava mai in alcun modo, in alcuna delle sue lettere, come tutto il merito della scoperta dell'America rimontasse a Toscanelli.

_Menzogne_. — Giova pur ricordare l'impressione che Colombo fece su Giovanni II di Portogallo, quando gli presentò il suo progetto: Quella d'un "chiacchierone ampolloso", secondo ne scrisse il Barros, il Tito Livio portoghese. Né invero a torto; infatti egli affermò, sia pure facendo una di quelle transazioni di coscienza, non rare nel medio-evo, di non essere il _primo ammiraglio_ della sua famiglia, mentre così fresche nella sua memoria dovevano essere le sue origini più che modeste.

Nelle sue corrispondenze ufficiali continuò sempre a mentire, dicendo d'aver trovato abbondanza di spezie e fiumi da cui si traeva l'oro; e mentì quando affermò aver navigato tutto il Ponente ed il Levante: mentiva quando affermava che per 7 anni tutto il mondo l'aveva respinto, che fu l'oggetto delle risa di tutti, che solo un povero monaco ebbe pietà di lui, mentre il Duca di Medina aveva disposto di fornirgli 4000 ducati e 2 navi, ma sospese la spedizione per far piacere alla Regina che voleva esserne l'iniziatrice, come prova una lettera del Duca al Re[10]; anche Diego de Deza, vescovo di Zamora, precettore dell'erede del Re, lo protesse continuamente, e così Faraveggia Quintane, Talavera, come dimostrò assai bene l'Harrisse (_Cristophe Colomb devant l'histoire_).

E questo suo abito della menzogna spavalda ed ignorante era diventato proverbiale nel Portogallo; tantochè, quando egli approdava dall'America la prima volta, non vi credettero affatto; e il Re stesso di Portogallo, diffidandone, volle, con un ingegnoso espediente, sapere dagli stessi indigeni la verità.

_Delirio_. — La nettezza, dice giustamente il De Lollis, con la quale egli aveva formulato il suo progetto, la costanza più che decennale, nel sostenerlo, la cura minuziosa nel redigere i capitolati dell'impresa col Principe, la ostinazione con la quale egli ricusò sempre di modificare, pur leggermente, le condizioni da lui poste, tutto ciò dimostra più che la convinzione dell'uomo medio, la visione materiale della meta, come solo, aggiungo io, il _paranoico_ può averla.