Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni)

Part 13

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L'anno del Signore 1483 cominciò ad essere fatto partecipe delle divine illuminazioni, come si legge in una sua predica che parla della _renovazione della Chiesa_ fatta l'anno 1494; e nel principio ebbe speciale rivelazione del rinnovamento di essa Chiesa... Di più l'anno medesimo in Brescia disse ad alcune persone private qualche cosa di flagello futuro..." Così il Burlamacchi.

Ma questi fantasmi di grandezza, i maggiori che potessero attraversare una coscienza cristiana la quale, tanto più si nobilita e si magnifica, quanto più si fa umile, non gli apparvero allora per la prima volta.

Il Savonarola, che fin dalle prime allucinazioni, si era persuaso di esser un profeta mandato da Dio ad annunciare ai popoli la riforma della Chiesa e i danni imminenti sulla vita d'Italia; aveva trasmesso quel delirio alla moltitudine. "Al popolo di Firenze, scriveva Nicolò Machiavelli, non pare essere ignorante nè rozzo; nondimanco da frate Girolamo Savonarola fu persuaso che parlava con Dio. Io non voglio giudicare s'egli era vero o no, perchè d'un tanto uomo se ne debba parlare con reverenza: ma io dico bene che infiniti lo credevano, senza aver visto cosa nessuna straordinaria da farlo loro credere; perchè la vita sua, la dottrina, il soggetto che prese erano sufficienti a fargli prestare fede." Spesso il frate avrà visto dipingersi la irrisione quando gridava con tono profetico: "Firenze, che hai tu fatto? vuoi tu che te lo dica? Ohimè, egli è pieno il sacco, la tua malizia è venuta al sommo. Firenze egli è pieno: aspetta, aspetta un grande flagello!" Allora discendeva col proposito "di non più parlare nè predicare di queste cose".

Infatti, seguitando la lettura del "_Compendio di rivelazione_" dov'egli si spoglia di questi pudori, troviamo quanto segue: "Ritornando al proposito nostro, dico che queste cose future per la indisposizione del popolo le prenunciavo in quegli primi anni con la probazione delle scritture e con ragione e diverse similitudini.

"Di poi cominciai a allargarmi et dimostrare che queste cose future io avevo per altro lume che per sola intelligenza delle scritture. E di poi ancora cominciai più ad allargarmi e a venire alle parole formali a me ispirate dal cielo, e tra le altre spesso replicavo queste: _Gladius domini super terram cito et velociter_, ecc.... Le quali parole non sono cavate dalle sacre scritture come credevano alcuni, ma sono nuovamente venute dal cielo. Et poichè in una visione sono molte parole delle quali parte ne dissi pubblicamente, _benchè la visione celassi acciò che la non fusse derisa dalli increduli_, mi è parso necessario questa cosa descrivere....

"Vidi dunque nell'anno 1492 la notte precedente a l'ultima predicazione che io feci quello avvento in Santa Reparata, una mano in cielo con una spada sopra la quale era scritto: _Gladius_ ecc.... E di poi venne una voce grande, ecc." (allucinazioni visive e uditive). Più avanti narrata un'altra visione, seguita: "E a questo medesimo proposito molte altre visioni ho avuto molto più chiare di questa così come anche di molte altre cose che io ho predette, massime della revoluzione della chiesa e del flagello sono stato confermato per molte visioni e certissime illuminazioni avute in diversi tempi."

Quando colla mente ancora piena di tali allucinazioni saliva sul pergamo, allora appunto era più terribile la sua eloquenza.

Quando parlava del reo pontefice e della sua corte, la eloquenza di lui aveva accensioni improvvise e si illuminava di belli a terribili lampeggiamenti.

"E fanno tutta questa guerra — egli disse una volta — perchè hanno in odio la verità, e hanno paura che i loro vizi siano scoperti: sono come colui che va di notte per far male, e vede venire un lume e non vorrebbe essere veduto, e grida spegni quel lume. Questa dottrina è un lume che scopre le loro ribalderie. O sacerdoti, io vi dico che questa torcia è tanto accesa che voi non la potrete spegnere: soffiate pure quanto voi volete."

E un'altra volta: "Tu sei stato a Roma, e conosci pure la vita di questi preti. Dimmi, ti paiono essi sostenitori della Chiesa, o signori temporali? Hanno cortigiani e scodieri e cavalli e cani; le loro case sono piene di tappeti, di sete, di profumi, di servi: parti che questa sia la Chiesa di Dio? La loro superbia empie il mondo e non è minore la loro avarizia. Ogni cosa fanno per danaro e le campane loro suonano ad avarizia e non chiamano che pane, danari e candele. Vendono i benefizi, vendono i sacramenti, vendono le messe dei matrimoni, vendono ogni cosa...".

E poi vengon le audaci ribellioni e le minacce profetiche che per le loro ripetizioni e per le forme simboliche — appaion prettamente paranoiche:

"Serpente, serpente, corpo ecclesiastico, io non voglio amicizia teco; io metterò inimicizia tra li buoni e te; li cattivi ti vorranno, ma li buoni non ti vorranno vedere; noi vogliamo essere tuoi inimici".

Savonarola fu dunque un genio, ma fu anche un paranoico.

=Augusto Comte=. — Renda[54] ci dà nuove prove della follia di Comte; e, quel che è più, la prova del nesso tra quella e le sue opere.

La madre Rosalia Boyer, mistica fino all'esaltazione delirante, presentava bizzarrie nel suo carattere.

Un carattere notevole del Comte è una passionalità eccessiva, con esplicazioni a volte strane ed esagerate. Parecchi sono gli eccessi che troviamo nella sua esistenza; trascinato impulsivamente a scoppi improvvisi di furore, costrinse spesso la moglie a mettersi in salvo, dando di piglio a tutto ciò che gli capitava fra le mani, coltelli, piatti, e lanciandoseli addosso: lo stesso fece con un domestico. Egli stesso confessa che le sue emozioni per cose inadeguate, come per l'esame soddisfacente di un giovinetto, "arrivano facilmente sino alle lagrime, se io non mi contengo attentamente".

Fu singolarmente precoce. Sotto le apparenze di una natura infantile e malaticcia, all'età di sedici anni, aveva, digià, a quanto dicono i suoi compagni, la ragione e la maturità di un uomo: a 21 anno diventa collaboratore del "Saint-Simon" e scrive quei celebri opuscoli, ricchi di cognizioni e di osservazioni profonde, in cui è il piano di tutte le sue concezioni posteriori. Se non che la coscienza smodata di sè si tramuta in delirio di grandezza. "Dalla sua giovinezza alla sua morte, scrive Dumas, Comte sogna nientemeno che di riformare il mondo; e difatti egli ebbe l'orgoglio di tutti i riformatori". In questo sentimento vi è un dettaglio patologico; egli arriva ad assommare in sè la potenza indagatrice di Aristotile e quella costruttiva di San Paolo, a credersi papa dell'umanità rigenerata da lui, e come tale agisce scrivendo brevi, impartendo i suoi nuovi e singolari sacramenti, decretandosi un trionfo ed un Pantheon. Il suo linguaggio è quello di cui ridonda la letteratura psichiatrica dei mattoidi e dei deliranti; egli parla spesso "di una missione affidatagli dal complesso dei destini umani", oblia la propria personalità normale e trasforma sè stesso in un simbolo, in un categoria.

E alla megalomania si aggiunge la mania di persecuzione: egli non manca di esagerare l'importanza delle animosità che egli sollevava: egli crede troppo facilmente alle cospirazioni del silenzio attorno al suo nome; ed attribuisce ai suoi avversari lo strano progetto di farlo ricadere, con le loro persecuzioni, (mentre non ve n'era bisogno) in una crisi mentale analoga a quella del 1826.

Come avviene in tutti gl'infelici affetti da delirio, il Comte estende i suoi timori da un individuo a una categoria di individui; così la polemica con un matematico diventa lotta contro tutta una scuola, il dissenso con Bazar, guerra dei rivoluzionari utopisti, congiura per rubargli le idee. A ciò si aggiungono allucinazioni periodiche, qualche catalessi, di cui il Comte medesimo ci fa cenno, e assalti intermittenti di gravi crisi nervose. Egli stesso scrive: "Tutti i passi decisivi dei miei lavori filosofici hanno dato luogo ad una crisi patologica: il mio nuovo lavoro non fa eccezione". Anche prima della crisi del 1826, dettando il suo "Corso di filosofia positiva", si abbandona, come racconta a Clottide, ad accessi di pianti, di commozioni, stranissimi, se si pensi alla rigida secchezza di quel lavoro.

Le sue crisi sopravvenivano generalmente in primavera e in estate (aprile 1826, primavera 1838, giugno 1842, giugno 1845). Quella del 1845 coincide con la concezione del suo sistema politico.

Ed il Renda, coll'analisi minuta dell'opera politica del Comte, dimostra il nesso tra essa e i caratteri psicologici del suo autore.

Ora il _Sistema di filosofia positiva_, diceva egli, non è affatto una derivazione logica del _Corso di filosofia positiva_: la genesi delle costruzioni politiche del Comte è così aliena dagli ordinari progressi logici del suo sistema fllosofico, che egli medesimo confessa di aver sostituito l'analisi soggettiva alla ricerca obbiettiva, e, quel che è più, in una lettera a Clotilde nota che il carattere del suo lavoro è l'effetto delle riflessioni _fatte nei tre mesi della sua crisi nervosa_ ed erotica; ed al Mill scrive: Voi vedete quale è stata naturalmente la tendenza continua delle mie meditazioni _ involontarie_; tendenza che non è divenuta ora in me sistematica veramente che dopo di essere stata puramente spontanea tutto il tempo conveniente per assicurarne la realtà e la consistenza". Nella prefazione al primo volume egli conclude: "Tal fu dunque il risultato generale di questa crisi decisiva, _subito seguìta da una profonda tempesta cerebrale_".

Alla sua emotività enorme corrisponde l'origine soggettiva ed emotiva dell'opera; alle crisi nervose e allo indebolimento della inibizione, l'elaborazione incosciente quasi sospinta da un impulso incoercibile: — alla ipertrofia dell'_io_, le induzioni grandiose, non arrestate da ostacoli logici o da presupposti scientifici; — alla tendenza mistica, ereditata dalla madre, il carattere religioso dell'opera.

=Leopardi=. — Mentre le fiere polemiche degli avversari non sanno portare un solo argomento contro le prove della grave nevrosi di Leopardi, ecco i lavori poderosi di Sergi e di Patrizi accumularci una vera valanga di fatti che pienamente la riconfermano e completano.

È curiosissimo, sopratutto, e da nessuno mai finora avvertito, il fatto ricordato dal Patrizi[55] che il Leopardi in quei giorni in cui dicevasi perseguitato dai suoi concittadini ne era invece onorato, certo come viventi non furono mai nel nostro paese, così fiero odiatore degli ingegni ed ammiratore dei mediocri.

Nel 1882, una epigrafe stampata e pubblicata nel Teatro di Recanati, durante la rappresentazione d'un lavoro del padre, chiamavalo "padre famoso di celebre figlio"; eppure in una lettera di Giacomo del giugno 1821 al Origlienti, è scritto: _Io sto qui deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l'intera vita in una stanza, in maniera che, se ci penso, mi fa raccapricciare. E tuttavia mi avvezzo a ridere e ci riesco. E nessuno trionferà di me finchè non potrà spargermi per la campagna e divertirsi a far volare la mia cenere in aria_. Così informava un amico, che ogni ora "gli pareva mill'anni di scappar via da quella porca città, dove non sapeva se gli uomini erano più asini o birbanti". "Ora il solo documento" osserva il Patrizi, "non fantastico, non leggendario, delle ingiurie patite in quel tempo da Giacomo, è un sonetto, che, salutando il ritorno di lui in patria, lo diceva "Genio sublime". Nell'autunno del 1829 egli flagella i Recanatesi nelle "Ricordanze....", e nell'ottobre dell'anno avanti; egli avea ricevuto in casa l'omaggio di vecchi e modesti rappresentanti della coltura paesana; e per la via, le riverenze in massa dei giovanetti studiosi; nel marzo del 1831, con unanime acclamazione, veniva prescelto a Deputato del Distretto per l'Assemblea Nazionale, "atteso il corredo dei tanti lumi e le già sperimentate prove di eroismo". "Nè, chi ben rifletta, segue Patrizi, la cosa poteva andare diversamente, anche per la soggezione e la simpatia che doveva ispirare il figlio del conte Monaldo-Leopardi-Confalonieri (titolare delle più alte pubbliche cariche....)" in una piccola città, dove, anche ora, "i più vengono al mondo, starei per dire, coll'istinto della sudditanza e della paura di fronte alle Autorità e ai ricchi di vecchio e recente sangue".

Ed aggiunge che "paure di persecuzione da parte dei concittadini inquietarono anche Carlo e Paolina; e qualche altro della famiglia non fu salvo da quel segno di nervoso disquilibrio; Leopardi temeva, a Napoli, di aver che fare a ogni passo coi ladri; ed una volta (per una "strana allucinazione" dice il Ranieri) sostenne di essere stato derubato.

È noto che già dall'esame delle liriche fu il Sergi[56] indotto a concludere di un esagerato predominio dell'elemento subbiettivo nelle sue opere poetiche e la povertà della rappresentazione della natura, che è quasi sempre notturna o al tramonto, e la monotonia dei sentimenti (nullità dell'universo della vita; tedio, giovinezza perduta, amore insoddisfatto), ne sono le prove.

Volendo poi dimostrare che il dolore del Leopardi è puramente individuale, non universale, analizza i canti del dolore, concludendo, che il Leopardi attribuiva agli altri i dolori che egli provava per le peculiari sue condizioni, mentre l'arte si mantiene uniforme nei sentimenti e nelle immagini pallide e scure, il che non vuol dire che sia inefficace, perchè il lettore aggiunge facilmente ciò che manca alla poesia. Insomma, il carattere della lirica del Leopardi fu un prodotto della sua degenerazione fisica e psicologica con nessuna influenza delle idee del secolo, sicchè la infelicità del Leopardi, come uomo, fu causa della sua gloria come poeta. Ora chi non vede che così il Sergi ci dimostrava quanto l'analisi antropologica possa giovare anche all'ermeneutica letteraria?

Ora un sistematico nostro avversario, il PAOLO BELLEZZA (Della forma superlativa presso il Leopardi, "Giornale storico della Lett. Ital., XXXIII, pag. 73-105") scovava un altro carattere letterario, diremo degenerativo, nelle sue opere: quello di esagerare come il Tasso nella forma superlativa, sicchè annoveransi 251 superlativi in circa 55 pagine delle Prose, non tenendo calcolo dei frequentissimi superlativi di significato, come immenso, infinito, usati spesso per grande e numeroso. Il che proviene dalla sua smania d'esagerare in ogni ordine di idee e di fatti: e se (scrive il Bellezza) ne volessimo trovare la prima origine... ricorderemo che fra le stimmate fisiologiche e psichiche degli uomini di genio e più particolarmente dei pessimisti, vi è quella d'esagerare.

FINE.

INDICE

PREFAZIONE Pag. III

La pazzia ed il genio di Cristoforo Colombo, con una tavola, 1 Caratteri antropologici 5 Grafologia 6 Stile pazzesco 7 Ignoranza 11 Senso morale. — Crudeltà 20 Menzogne 23 Delirio 24

Tavola I. Autografi di Colombo.

Manzoni, con 3 tavole 41 L'UOMO. — Capitolo I. — Esame somatico e biologico 43 Doppia personalità 45 Scrittura ivi Balbuzie 47 Assenze epilettoidi 48 Capitolo II. — Esame psicologico 51 Amnesie ivi Paure 54 Paradossi ivi Abulia 56 Senso pratico 59 Affettività 60 Precocità ivi Contraddizione. Bigottismo 61 Capitolo III. — Eredità morbosa 73 Manzoni 75 Giulia ivi Capitolo IV. — Applicazioni letterarie 81 Bisticci 88

Tav. II. III. e IV. Autografi di Manzoni.

Swedenborg 91 Genialità 99

Cardano 101 Capitolo I. — Eredità morbosa 103 Capitolo II. — Cardano 105 Pazzia morale ivi Paranoia persecutiva ed ambiziosa 107 Capitolo III. — Genialità 119 Genialità ivi

Petrarca 123 Melanconia 125 Epilessia ambulatoria 128 Bugia 129 Contraddizione ivi Erotismo eccessivo 132 Influenza meteorica 133 Vanità 134 Poca affettività 136 Epilessia psichica 137 Genialità 139

Pascal 141 Capitolo I. — Eredità 143 Rami collaterali 144 Capitolo II. — Pascal 147

Franc. Domenico Guerrazzi 155 Capitolo I. — Eredità 157 Capitolo II. — F. D. Guerrazzi 175 Precocità 176 Cause: debolezza congenita, malattie, dolori morali, soverchio lavoro intellettuale 179 Esaurimento 182 Delirio melanconico 183 Misticismo 185 Allucinazioni 186 Delirio di grandezza e di persecuzione 187 Bizzarrie 190 Impulsività e contraddizioni 193 Delirio 195 Nevrosi. — Epilessia 196 Riflessi del carattere nello stile e nelle opere 199

Verlaine 203

Schopenhauer e Goethe 209 Schopenhauer 211 Goethe 217

Tolstoi 221

Appendice 233 Alessandro — Cambise — G. Agnesi — Strindberg — Wagner — Goldoni — Maisonneuve — Rousseau 235 Alessandro Magno ivi Cambise 236 Gaetana Agnesi 238 Strindberg 240 Riccardo Wagner ivi Goldoni 243 Maisonneuve 244 Rousseau 245 Savonarola 247 Augusto Comte 256 Leopardi 260

NOTE:

[1] Vedi _Uomo di Genio_, VI ediz., Torino.

[2] Dalla _Palingenesi_, 1900.

[3] _I caposaldi delle teorie artistiche_ di Wagner. — In Rivista moderna di cultura, 1900.

[4] Per documenti: _Raccolta Colombiana_. Roma 1892-1895. — REILLE, _Columbus und seine vier Reisen_, 1892. — HARRISSE, _C. Colomb devant l'histoire_ 1892. — RUGE, _Cristoph. Columbus_. Dresda 1892. — DE LOLLIS, _La mente e l'opera di C. Colombo nella leggenda e nella storia_, Milano 1892. — Manuel Sangiuly, _El descubrimento de America_. Habana 1892. — Don Cesareo F. Duro, _La Nebulosa de Colon_. 1890 Madrid.

[5] _Grafologia_, di C. LOMBROSO. — Milano 1890.

[6] Vedi LOMBROSO. _Tre Tribuni_, Bocca, Torino 1886.

[7] Vedi RONCORONI, _Genio e pazzia in Torquato Tasso_. — Torino, 1896.

[8] _Raccolta Colombiana_ 5, p. LXXXI.

[9] Il Sangiuly giustamente nota — _Colon no podia esse, né era tampoco un humanista_: — e cita Gomara che avea pur notato: — _No era docto C. Colon ma era ben intendido_. E Bernaldez (Hist.) _Hombre de muy alto ingenio sin saber muchas letras_.

Sbagliava Humboldt dunque nell'ammirare l'estensione della sua coltura letteraria XV. (F. II. pg. 350).

[10] HARRISSE, op. cit.

[11] STAMPA. — _A Manzoni e la sua famiglia_. Milano, 1885.

P. BELLEZZA. — _Genio e follia di A. Manzoni_. Milano, 1898.

CANTÙ. — _A. Manzoni: Reminiscenze_ 1882.

A. MANZONI. — _Lettere inedite pubblicate da Gnecchi_. Milano, 1896.

ID. _Epistolario, raccolto da Sforza_. Milano, 1882-83. Vol. II.

STOPPANI. — _I primi anni di A. Manzoni_, 1874.

DE GUBERNATIS. — _A. Manzoni_. Roma, 1880.

ID. _Il Manzoni ed il Fauriel studiati nel loro carteggio_. Roma, 1880.

ID. _E. Degola_. Firenze, Barbèra, 1889.

BARBIERA. — _Il salotto della Contessa Maffei e Cavour_. VI. ed. Milano, 1900.

GRAF. — _Foscolo, Manzoni e Leopardi_. Torino, Loescher, 1897.

PETROCCHI. — _Giovinezza di Alessandro Manzoni_ (N. Antologia, 1897); Id., Milano, 1899.

MAGENTA. — _Monsignor Luigi Tosi e Alessandro Manzoni_. Pavia, 1876.

Non cito le _Stresiane_ del Bonghi, gli _Scritti Postumi_ del Manzoni, il _Carteggio di Rosmini e A. Manzoni_, perché dalla loro lettura non cavai alcuna notizia nemmeno di lieve utilità. Ho avuto buoni consigli ed ajuti e critiche per questo studio, da Graf, da Momigliano, da mia figlia Gina per la parte grafologica.

[12] Lo stesso carattere calmo è nella correzione

Muta pensando all'ultima Ora dell'uom fatale,

immensamente più poetica dell'altro:

Che innanzi a lui già tacquesi, Che lo nomò fatale...

scritto pure col carattere procelloso.

[13] Manzoni confessa che il verso: _Come sul capo al naufrago_ fu ispirato dalle congestioni che soffriva improvvise al capo.

[14] _Lettere di Tosi a Lamennais_ 21 sett. 1819. "Manzoni è venuto a stabilirsi a Parigi per riaversi dei suoi incomodi, e specialmente delle vertigini chel'affliggono da più di 3 anni. Ma la vertigine crebbe (28 dic.) anzichè scemare a Parigi."

A sua volta scrive Manzoni a Fauriel: "Àpeine descendu da Mont Cenis et sorti des ètats du dieu _vertige_."

[15] Cantù, p. 164 (Vol. II.)

[16] Potrebbe essere un'ossessione o fobia del deliquio che non di raro notasi fra le forme di ossessioni (vedi Pitres. Congres de Moscou 1898) ma come vedremo nel 2º. volume anche queste entrano, almeno secondo me, nella cerchia dei fenomeni epilettoidi; e poi le semplici ossessioni di questo genere non presentano nè deliqui, nè vertigini ma bensì i timori di questi.

[17] Vedi: Lombroso. L'Uomo delinquente, 2º Vol.