Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni)
Part 12
Se il Tolstoi, non commise alcun delitto, era certamente in stato epilettoide quando reagì così sproporzionatamente e così violentemente ad una punizione meritata e giusta. "Appena sentii la sua stretta non connettei più; fuori di me dalla rabbia, senza sapere quel che mi facessi, mi disvincolai e lo buttai con tutte le mie deboli forze".
Nel capitolo seguente: _Delirii_, si può ravvisare agevolmente lo stato delirante che sussegue ordinariamente ad un accesso di epilessia psichica; e ne sono caratteristiche le idee vaghe persecutorie ("_ero convinto che tutti, dalla nonna fino a Filippo il cocchiere, mi detestavano e godevano nel vedermi soffrire_"); idee melanconiche con depressione dell'animo: ("provai un sollievo nel pensare che ero infelice, perchè il destino mio era di essere sfortunato fin dalla mia nascita"), con allucinazioni terrifiche, ansiose: ("immaginai di essere vicino alla morte") e quindi espansive, religiose, in cui si deve salire al cielo, incontrarvi la madre e volare con lei "_in alto, sempre più in alto_" (_ibidem passim_).
Nè manca l'accesso classico di epilessia motoria a completare il quadro. Come in un epilettico genuino per la diminuzione di resistenza dei centri superiori inibitori, e l'aumentata eccitabilità delle zone motorie, basta una causa qualsiasi (intossicazione, emozione, ecc.) per produrre una scarica motoria disordinata ed automatica, così nel giovane Tolstoi, che trovavasi in uno stato di tensione psichica dopo la notte passata nello stanzino buio, bastò una parola rivoltagli dal padre in tono compassionevole, per farlo esplodere in nuove accuse contro il precettore, svolger idee di persecuzione ingiuste ed illogiche, e finalmente per soccombere ad un accesso convulsivo, con caduta e sonno consecutivo di dodici ore.
"Con chi l'hai? mi disse il papà con un tono compassionevole, piegandosi su me.
— "Egli... è il mio tiranno... il mio carnefice... ne morrò; non mi vuol bene nessuno! Pronunziai queste parole con fatica e fui preso dalle convulsioni.
"Il papà mi prese in braccio e mi portò in camera mia. Mi addormentai.
"Quando mi svegliai dopo 12 ore era già tardi. Vicino al mio letto era accesa una sola bugia; e il nostro medico con Mimì e Liubotska erano seduti poco distanti da me, tutti e tre inquieti per la mia salute, come apertamente si leggeva sui loro visi".
Questo accesso non ha bisogno di commenti: le convulsioni, l'incoscienza e la caduta (adombrata nelle parole: il papà mi prese in braccio), l'attacco di sonno profondo durato 12 ore, sono più che sufficienti per caratterizzarle un vero accesso epilettico.
E così col più grande dei scrittori viventi si completa la prova della psicosi epilettoide del genio.
APPENDICE
Alessandro — Cambise — G. Agnesi — Strindberg — Wagner — Goldoni — Maisonneuve — Rousseau.
Nè con questi la lista dei nuovi casi dei geni malati è chiusa.
Ad ogni sguardo che si getti sulla storia dei grandi uomini ne troviamo nuove prove, sian pure frammentarie, che giovano però a completare la dimostrazione della nevrosi del genio.
=Alessandro Magno=. — Troviamo p. e. in una bella monografia di Grasso Gabriele (_Questioni concernenti la vita di Antipatro_, 1889, Ariano) molti dati sulla follia morale di Alessandro: accessi di megalomania, di impulsività, di deliri religiosi, non che certe bizzarie simili a quelle or notate in Napoleone, la _Gamomania_, per esempio, per cui obbligò ottanta dei suoi ufficiali e dieci mila soldati ad unirsi in matrimonio con donne persiane.
Soprattutto spiccata ebbe l'eredità morbosa nella madre dissoluta, invidiosa, egoista, superstiziosa, altera, impetuosa, e nel fratello Filippo Avrideo, parzialmente imbecille.
=Cambise=. — _Criminalità e genio con epilessia in Cambise_. Leggo in Erodoto, III Libro, informazioni sulla pazzia morale, sull'epilessia e sul genio di Cambise sfuggite finora alle osservazioni degli alienisti.
Cambise, figlio di Ciro, re dei Persiani, trascinato dal genio della conquista, pensò prima a conquistare l'Egitto, nel che riesci facilmente; ma subito dopo volle conquistare contemporaneamente gli Ammoniti, gli Etiopi e i Cartaginesi, e senza le precauzioni e le alleanze che aveva saputo prendere nella prima conquista, quando si era alleato cogli Arabi provvedendosi, cioè di otri d'acqua, e fatto riconoscere il terreno, ecc. — E così dell'armata contro gli Ammoniti non rimase più uno che tornasse indietro; tutti morirono di sete e di fame. Anche nelle spedizioni contro gli Etiopi un quinto dei suoi soldati perì di fame dopo esser ricorsa fino a mangiare i propri compagni. Trascinato dalla violenza del potere, commise in Egitto crudeltà bestiali: non potendo più trovare vivo il re Amasi, ne volle far bastonare la mummia; poi con un'ordinanza che feriva profondamente il senso religioso dei Persiani insieme degli Egiziani, la fece abbruciare. Vedendo che i reggitori del Municipio di Memfi facevano allegrezze per il bue Api, (quando cioè si manifestava un bue con certi segni simbolici sulla schiena), li fece morire; e di più fece bastonare a morte i sacerdoti e lo stesso bue Api.
Sposò due sorelle, contro la legge persiana, poi ne uccise una con un calcio nel ventre.
Aveva un fido ministro, Procaste, a cui domandando che opinione dominasse nel pubblico su lui, e sentendo dire che lo si biasimava per gli eccessi alcoolici, gli fece vedere come fosse bene in gamba collo spaccare con una freccia il cuore di suo figlio; più tardi fece seppellire dodici Persiani vivi col capo in giù; per un sogno fece uccidere il fratello Smerti.
Nè debbon destare meraviglia, continua Erodoto, prevenendo la nostra teoria dell'equivalenza dell'epilessia colla criminalità, questi eccessi, _perchè fin dagli anni dieci patì il morbo sacro_.
Ora a chi soccorre in mente il grande epilettico del nostri tempi, Napoleone, vede, salvo il colorito dei tempi, quasi uguali analogie: — le spedizioni in Russia, gli amori incestuosi, le crudeltà inutili sotto forma politica[49]; anche soccorre in mente il tipo dei conquistatori quasi sempre pazzi ed impulsivi che ci dà il Ferrero nel _Militarismo_.
È singolare che nella storia di Appiano si legga pure come Cesare per sfogare la sua malattia epilettica che s'aggravava nell'inerzia conquistasse le Gallie, dandoci fin da quei tempi un equivalente epilettico nell'anelare continuamente a dietro lontane conquiste!
=Gaetana Agnesi=. — AMATI e Luigia ANZOLETTI[50] ci esumano sulla famosa matematica Gaetana Agnesi, notizie che ne mostrano la nevrosi. — Ed anzitutto la grande precocità. A 5 anni era già forte nella lingua francese, a 9 nel latino, a 11 nel greco, nell'ebraico, nello spagnuolo, e pochi anni dopo apprendeva la filosofia e la matematica. Anche da bimba mostrò quelle disposizioni ascetiche che più tardi crebbero tanto in lei da deciderla a 30 anni ad abbandonar gli studi. Giova notare pure un altro fatto singolarissimo e che giova anche a dimostrare l'influenza grande dell'incoscienza nell'opera geniale, (Vedi Vol. II): che essa trovò molte soluzioni dei problemi matematici nel sonno, o meglio nei sogni, "Pensando in sogno, dice il Frisi[51], ad un quesito meditato nel giorno, balzava dal letto, andava allo studio, annotava la soluzione, poi andava a letto e alla mattina trovava sul tavolino l'annotazione stesa nella notte incoscientemente." E a 12 anni all'epoca della pubertà fu presa da accessi isterepilettici che poi si dissiparono. Si notò in lei anche completa anafrodisia; e come accennammo, a 30 anni la scienziata si trasformava in filantropa, anzi in devota.
Sua sorella Maria Teresa emerse nella musica e compose il celebrato dramma musicale _Sofonisba_. Maritata sui trent'anni compose il _Ciro_, il _Nitocri_, e fu una delle compositrici di musica più ricche di fantasia che vanti la storia dell'arte.
La sorella Paolina era d'una mirabile filantropia.
Il padre Don Pietro, egli pure matematico, ebbe da 2 mogli 23 figli; artritico, era vecchio quando nacque la Agnesi, e passò ai suoi tempi per un famoso egoista, che non voleva maritare le figliuole per conservare il vanto del loro nome alla famiglia.
=Strindberg=. — Strindberg fu quello che in tedesco si chiama un _selbstqualer_, un torturatore del proprio corpo e della propria anima; e tutto ciò per speciale disposizione ereditaria e per le condizioni della prima giovinezza; forsanco per la troppa coltura. Volle essere artista e scienziato, comico, giornalista, pittore, musico e teologo, e infine terminò per essere bibliotecario, passò dal socialismo all'anarchia, e dall'anarchia al cattolicismo, come dal monastero al manicomio. Vuolsi che la monomania di cui era afflitto derivasse da un colpo di pietra alla fronte ch'ebbe da giovane e che fu seguito subito da afasia duratagli vario tempo.
=Riccardo Wagner=. — Roncoroni (_La lotta per la vita e per l'arte, "Rivista moderna di coltura_" anno I, fascicoli 3, 5, 6. — 1898), ci dimostra la grande sua precocità nell'ingegno e la violenza delle emozioni nella _megalomania_, nel "_gigantismo monoemozionale_" che lo caratterizzarono poi sempre. Fin dall'età che per gli altri ragazzi è destinata ai giuochi dell'infanzia, si rivelarono in Wagner la passione per l'arte e per la gloria, e il tratto caratteristico della impossibilità di battere la via comune, di assoggettarsi alle leggi stabilite. Spirito fantastico, dominato da un misticismo esagerato, "faceva dei sogni in pieno giorno", scrive egli stesso, "durante i quali la nota fondamentale, le terze e le quinte mi apparivano in persona e mi rivelavano la loro significazione importante." A 17 anni compone un'_ouverture_ a tessuto complicatissimo, e la scrive con tre inchiostri differenti, pei varî strumenti.
Anche il suo egoismo è dimostrato dalla sua relazione con Meyerbeer, e con molti amici.
La violenza delle sue emozioni è rivelata dall'importanza che attribuiva alle critiche altrui: _Mi si lodi, o mi si biasimi_ — scriveva — _è come mi si pugnalassero le intestina_.
Agilissimo, saliva sugli alberi più alti del giardino, ed era vanitosissimo della sua agilità. Nei momenti di eccitamento sembrava in preda alla febbre; tutto pieno di fuoco, incapace di star fermo, saltava, si dimenava, agitava a destra ed a sinistra le sue braccia di ragno; le parole uscivano dalla sua bocca a fiotti, disordinate; sempre furioso, sempre in attitudine, scrive il Tissot, di battersi, di predicare una crociata.
Incontrato un amico che da gran tempo non avea veduto, si mise per la gioia col capo in basso ed i piedi in alto.
Vero zoofilomaniaco ebbe amicissimi 13 cani, a molti dei quali elevò tombe: nè se ne privò anche quando versava nella massima miseria.
Odiava (vere fobie), la barba, gli occhiali, i velluti, i merletti, e amava i vecchi vestiti che ricomprava dai servi (Kienz, Deutsche Revue, 1900).
Soffrì spesso di cefalea: "I miei nervi", scrive, "sono sempre eccitati e stanchi, mai in riposo: il mio male è incurabile". Talora invece, ha periodi di euforia, e gode di un'ebbrezza eterea in confronto alla quale l'eccitazione del vino gli pare infinitamente grossolana.
Uno dei suoi tratti caratteristici fu l'instabilità delle idee e della condotta, rivelata specialmente dalle sue opinioni politiche e dai suoi atti, come pure dai viaggi frequentissimi spesso fatti senza alcuna necessità. Caratteri dominanti erano pure il bisogno di esteriorità e l'imprevidenza per la ricerca dei mezzi di sussistenza.
Andò soggetto a vere _assenze_, di cui una descritta in modo tipico dal Noufflard. Ebbe, secondo il Nisbet, _accessi epilettici_ prima di morire. Il rapporto tra l'ispirazione generale e l'accesso epilettico appare alle parole stesse del Wagner sul suo estro: "_I miei occhi si oscurano, il mondo mortale scompare, e l'ispirazione si espande in lacrime divine_". Anche, la sua amicizia per Luigi II di Baviera, "il re psicopatico, lipemaniaco", dimostra l'affinità elettiva.
=Goldoni=. — G. BROGNOLIGO (_Nevrasteria di Goldoni. — "Il Medico Olandese" di Carlo Goldoni. — "Biblioteca della Scuola Italiana_" n. 12-15 marzo 1899), mostra Goldoni come abbia nel _Medico Olandese_ riprodotto la nevrastenia o meglio lipamania che ebbe in gioventù dal 1754 al 1756, acutizzata dalla morte di un altro nevrastenico suo amico, Angeleri, morto mentre recitava.
Questi versi, messi in bocca al curato del _Medico Olandese_, sono un'immagine spiccatissima di un nevrastenico:
"Dal cor in pochi istanti parvemi a poco a poco Stendersi per le membra e dilatarsi in foco, Sentomi il capo acceso, tremo, mancar mi sento, Più non mi reggo, e credo morir in quel momento, Stendo al polso la mano, parmi più non sentirlo. Corro così tremante, fin dove non so dirlo, Acqua gridando, andava, chi mi soccorre? Io spiro. Recanmi alfin dell'acqua; alfin bevo, e respiro, Ma che? quel dì fatale l'epoca è sventurata Di tai barbari assalti, ch'io provo alla giornata. Ma la notte, la notte è il mio crudel tormento. Quando la sera imbruna, s'accresce il mio spavento, Parmi, che mi si stacchino le viscere dal petto: Sei, sette volte almeno forza è balzar dal letto. E se mi prende il sonno, ahi che dormir funesto! Veggo leoni, e domani, e con tremor mi desto, A tavola, a teatro, in un festino, al gioco, Sentomi questa fiamma salire a poco a poco; E funestar temendo altrui colla mia morte, Mi forza un rio timor fuggir da quella parte. Niente mi consola, ogni piacer m'è odioso, Son diventato agli altri, a me stesso noioso."
È curioso che dopo ciò suggerisca la cura di cacciar chiodo con chiodo, cioè di innamorarsi, per cacciare una passione con un'altra.
=Maisonneuve=. — Maissonneuve per mostrare la benignità del suo terribile uretrotomo davanti al pubblico, ordinava ai malati di operarsi da se: metteva la lama nelle loro mani, smarginava le guide, e poi diceva: "Spingete fermo come fosse la bacchetta di un fucile"; quelli eseguivano mezzo rovinandosi; poi li rimandava: e ve n'erano che morivano per via.
Per impedire la setticemia pretendeva sostituire il bisturi con macchine spaventevoli, schiacciatoi, garrot, diaclasti, osteoclasti, caustici solidi e liquidi così orrendi che si dovette pregarlo di ritirarsi, perchè terrorizzava i malati.
Del resto tagliava tutto: si pretende che un assistente gli abbia una volta chiesto dopo una di quelle due brutali operazioni o meglio carnificine quale fosse la parte del malato che doveva riportare nel letto.
Soleva dire: "Parigi non ha che due chirurghi: Chassagnac e me; Chassagnac però è un imbecille."
=Rousseau=. — Di Rousseau io avea a lungo dimostrato la neuropatia nell'_Uomo di Genio_ p. 3, 34, 41, 106, 180, 204, 352, 365 — ma nulla avevo detto sugli antenati, che ci son rivelati dal Dufour-Vernes[52].
La famiglia di Rousseau discende da Francesi protestanti perseguitati ed esigliati, e precisamente da un Didier, vinaio e libraio, nel 1550, che fece fortuna negli affari, e si sposò con una brava savoiarda e ne ebbe 5 figli, 4 morti da piccini: e uno che fu il Giovanni, ammogliatosi con una Blouet, protestante francese. La figlia loro primogenita sposò un orologiaio: e per tre generazioni divenne questa la professione della famiglia.
Giovanni II Rousseau, 1654, ebbe 19 figli; David, il settimo di questi figli, fu il nonno del grande Rousseau, e morì quasi centenario; era un orologiaio attivissimo, sposò a 24 anni una Cartier e ne ebbe 14 figli.
Egli fece carriera molto modesta, anzi avendo mostrato qualche simpatia per i ribelli del 1707, fu destituito da un piccolo ufficio di giudice di pace — e rimproverati e sospettati pare ne siano stati i fratelli.
Isacco Rousseau, un altro figlio, si ammogliò con una Bernard. I Bernard erano dei borghesi modesti ma imparentati con ricchi e con nobili. Uno fra gli altri che era pastore ebbe a figlio Jacques, il nonno materno di Rousseau. Fu costui un libertino; dopo aver tradito molte fanciulle morì a trentatre anni, pare di esaurimento; mentre due suoi fratelli, uno negoziante ed un altro pastore, erano stati uomini saggi.
La madre di Rousseau, era intelligente, seducente ma anche poco onesta, o almeno squilibrata, come l'era certo il marito Isacco Rousseau. Dopo due mesi di matrimonio aveva costui cominciato a fare cambiali; tre volte fu minacciato e punito per risse e litigi. Tutto ad un tratto si mise in mente un anno dopo il matrimonio di partire per Costantinopoli e stette via sei anni; ammesso a 22 anni nella _Compagnia_ degli orologiai, un bel giorno lascia il mestiere, prende un violino, e si mette a dare lezioni di ballo.
Al suo ritorno dalla Turchia nacque Rousseau; morendone dopo il parto la madre.
Il padre, rimasto vedovo, chiamò una sorella a dirigere la casa; e la direzione fu ottima, ma il padre la guastava. Leggeva delle notti intere, col futuro filosofo, dei romanzi leggeri, il che gli preparava una fantasia sbrigliata; peggio è che malgrado la età matura riprese le sue vecchie abitudini litigiose. — Un giorno percorrendo un prato non suo ne fu rimproverato dal proprietario, ed egli lo minacciò coll'archibuso; pochi giorni dopo incontrandolo, lo apostrofò, lo minacciò, e sfidò, e ferì sicchè dovette esigliarsi.
=Savonarola=. — Sul Savonarola abbiam nuove ricerche del Dottor Vetrani di Ferrara (Genio e Pazzia in Savonarola, 1899, Bologna). E prima di tutto pare che Savonarola avesse strane anomalia craniane.
"Tutti i ritratti (scrive Villari) dipingono il Savonarola col cappuccio in testa, accettuatone solo quello dell'Accademia di Belle Arti, _nel quale si vede che il giro del suo cranio mancava verso il vertice_ (cimbocefalo?), _ragione secondo alcuni che gli faceva portare sempre il capo coperto_."
La sua adolescenza è tutta oscurata da una sconsolata tristezza. È il tempo che Ferrara è piena di quelle feste, celebri nelle memorie, nelle quali i dominatori profondevano una inaudita opulenza? corteggi ducali, papali, imperiali procedevano per le sue vie tra la gioia del popolo che gavazzava, ubriaco di sollazzi, in un carnevale perpetuo. E mentre la sua famiglia si compiace nei favori della corte, egli pervaso dalle predilette letture ascetiche vi ripugna:
E nella canzone "_De ruina mundi_" scritta a vent'anni, trovò il primo grido della sua anima offesa dallo spettacolo dell'ingiustizia e della iniquità degli uomini.
Fece ormai chi vive di rapina E chi dell'altrui sangue più si pasce: Chi vede spoglia e i suoi pupilli in fasce E chi di povri corre alla ruina Quell'anima è gentile e peregrina Che per fraude e per forza fa più acquisto
Così egli apriva la sua guerra col mondo.
Ma già egli era in piena neuropatia. Fin d'allora ebbe visioni: lo confessò più tardi nella predica della Rinnovazione: "Io le ebbi fin dalla mia prima giovanezza; ma cominciai a manifestarle solo a Brescia".
Di ventidue anni trovandosi a una predica "_una parola_ sulla quale tenne sempre un segreto quasi misterioso", tanto gli rimane impressa, lo decide a farsi frate.
"Ed avendo (racconta il Burlamacchi) consumato più giorni in questo pensiero, una notte dormendo _sentì spargersi il corpo d'acqua freddissima_, per il che subito destandosi e narrando quanto gli era occorso, fermò l'animo a lasciare la gloria del mondo, ecc."
Nell'_Officio del venerabile Savonarola_ scritto nel secolo XVI ed illustrato dal Carducci, si legge che "l'anima di lui era spesso rapita, e alla luce divina per guisa accoppiavasi che _il corpo venendogli meno ai servigi dei sensi ne restava come morto_". Forse di questi accidenti neuropatici egli intendeva parlare quando diceva "che accade qualche volta alli profeti che per le visioni li viene qualche impedimento", perchè quando nelle sue prediche discorre di profeti è sempre manifesta l'allusione a sè stesso. Della quale sua persuasione (di essere cioè profeta) io non starò qui a ridire ciò che già ho espresso nell'_Uomo di genio_. Balenatagli alla mente colla luce di un lampo un giorno in chiesa, non l'abbandona più: egli la proclama dal pergamo; la riafferma dopo che la tortura gli ha straziate le misere carni; la difende in due volumi che sono, evidentemente, per chi sa leggere, l'opera di un paranoico.
Forse tale sarà stato giudicato da taluno anche a' suoi tempi, se egli più d'una volta nelle prediche protesta di non esser pazzo, e nel "_Compendio di rivelazione_" s'immagina che altri gli opponga e gli dica "che pare ad alcuno questo suo profetare proceda da spirito di malinconia, il quale ti fa pensare e parlare in questo modo o vero che proceda da tuoi sogni e forte immaginazione".
Ed ora analizziamo la storia di queste visioni, come è da lui tracciata nel "Compendio di rivelatione dello inutile servo di Jesu Christo, Frate Hieronimo da Ferrara".
"Essendochè (così comincia) lungo tempo in molti modi per inspirazione divina io abbia predetto molte cose future: nientemeno considerando la sentenzia del nostro salvatore Christo Jesu che dice: _Nolite sanctos dare canis nec mittatis margaritas vestras ante porcos; ne forte conculcent eas pedibus_, sono sempre stato scarso nel dire... servando sempre segreto il modo e la moltitudine delle visioni e molte altre rivelazioni, le quali non ho mai detto, non essendo io stato inspirato a dirle e non parendomi necessario alla salute, nè essendo ancora disposti gli uomini a crederle".
E seguita dicendo più avanti come "vedendo lo onnipotente Dio multiplicare li peccati nella bella Italia massime nelli Capi così ecclesiastici come seculari non potendo ciò sostenere determinò purgare la chiesa sua per un grande flagello". E poichè "vuolsi che questo flagello fosse prenunziato, avendo tra gli altri suoi servi eletto un indegno e inutile a questo officio, mi fece venire a Firenze l'anno 1489. Et predicando tutto quell'anno, tre cose continuamente preposi al popolo: la prima che la Chiesa si aveva a rinnovare in questi tempi; la seconda che innanzi a questa renovazione Dio darebbe un grande flagello a tutta l'Italia; la terza che queste cose sarebbero presto.
"E queste tre conclusioni mi sforzai sempre di provarle con ragione probabile..., non dichiarando che io avessi queste cose per altra via che per questa ragione.... Da poi vedendo migliore disposizione degli uomini al credere, produssi fuori qualche volta alcuna visione... Da poi vedendo la grande contraddizione e derisione che io avevo quasi da ogni generazione di uomini, molte volte come pusillanime mi proponevo di predicare altre cose che quelle,... e non lo potevo fare".
Ma poi risolve di non parlarne più: "tutto il giorno e tutta la notte vigilai infino alla mattina... e non potetti mai volgermi ad altro, tanto mi fu serrato ogni passo e tolta ogni altra dottrina, eccetta quella. E sentii la mattina (essendo per la lunga vigilia molto lasso) dirmi: Stolto, non vedi tu che la voluntà di Dio è che tu predichi in questo modo? E così quella mattina feci una spaventosa predicazione."
Leggendo questa pagina anche chi non ha conoscenza e pratica di malattie mentali riconosce senz'altro le allucinazioni, il delirio di grandezza, la fissità delle idee coatte, la dissimulazione delle concezioni deliranti; poichè è noto che sul loro delirio molti paranoici[53] usano custodire gelosamente il segreto: la tempesta turbina dentro il cranio, ma niente ne apparisce di fuori. O sono alienati che vivono tra fantasmi di persecuzione che dissimulano a fine di compiere un proposito di vendetta lungamente accarezzato; o melanconici, nei quali l'idea del suicidio è avvinta al cervello con catene di ferro e si propongono tacendo di addormentare l'attenzione vigile di chi può impedirneli; o sono megalomani, che nascondono il delirio di grandezza per non esporlo alla derisione. "C'est une affaire que je garde en moi mème... On n'aime pas à raconter ses secrets", diceva un megalomane a Briand. (Vetrani o. c.).