Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni)

Part 11

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Mi si permettano ancora alcune brevi citazioni: il giudizio del Giusti sull'_Assedio di Firenze_: "Il sarcasmo amaro e feroce, il dolore disperato e convulso d'uno che ha perduto la fede di tutti e di tutto, hanno dettato quel libro; va a sbalzi come il polso d'un febbricitante e finisce per bottate rotte e scomposte. Quel libro ti dice l'uomo". Egli stesso scrive a proposito della _Beatrice Cenci_: Al Massei da Bastia (giugno 54): "La Cenci fu scritta in carcere tra la rabbia, l'ira, l'ansietà, il tedio, con la febbre continua addosso, in mezzo a tale commozione di nervi, che finì con tre colpi di epilessia". E nel luglio: "La Cenci fu composta fra inenarrabili passioni e angosce mortali, e, fuori di figura rettorica, qualche volta scritta con mano agonizzante: _la mente delirava e la mia intelligenza era sbattuta fra quel mare di affanno come un annegato_".

Del resto a chi legge qualsiasi scritto del Guerrazzi appare, pur senza nulla sapere della sua vita, opera di uomo tutt'altro che normale, comechè poche pagine trova in cui non si alluda ad ossa, a sangue, a stupri, ad uccisioni, vendetta, ferocia.

Ed egli stesso ne conveniva. Nelle sue Memorie, il Giusti riferisce il racconto fattogli una volta dal Guerrazzi, di una orrenda e selvaggia scena di rissa a coltello fra delinquenti, suoi compagni di detenzione: A quegli urli feroci, a quelle atroci bestemmie, fra il cozzar dei corpi e dei ferri, il Guerrazzi diceva di aver teso avidamente l'orecchio, ed essersene sentito inspirar l'estro. "Io, diceva, mi sono sempre inspirato a cose terribili e orrende".

VERLAINE[45]

Come Leopardi, Manzoni e Byron, Verlaine (Verlaine intime, 1898) discende da una famiglia patrizia; e com'essi, anch'egli ebbe una strana precocità. A cinque anni era innamorato di una bimba di quattro: però restando il penultimo della scuola, fino all'università. La tendenza poetica nacque in lui alla pubertà e gli fece dettare a imitazione del Baudelaire i _Poemes saturniens_, ma a 20 anni si diede all'ubbriachezza comechè, diceva egli, "il vino tendeva le fibre del suo cervello come corde di violino, sicchè le minime impressioni sensorie facevano da archetto e ne spiccavano note fine, delicate, pungenti"; ma più in ragione del valore fonetico che del morale, cadendo già nell'osceno.

Innamoratosi precocemente, si ammogliò; ma tre settimane dopo, la sposa ritenendolo un ubriaco abituale lo abbandonò.

Divenne sotto la Comune direttore dell'ufficio della stampa, e poco dopo contrasse amicizia oscena col poeta Rimbaud, con cui si ubbriacava, rissava e vagabondava; e quando questi volle abbandonarlo, lo colpì con una palla al braccio: sicchè ben comprendesi com'egli cinicamente definisse nel romanzo _Sodoma_, la sua perversione sessuale come l'effetto di un'esaltazione intellettuale con intendimento classico, esagerato dalle disillusioni dell'amore. Incarcerato, passò d'un tratto alla religione più feticista: voleva confessarsi, comunicare, ogni momento, dettava versi mistici, interrotti ogni tanto da immagini ignobili e lubriche, come nel sonetto: _A propos d'un saint_. E la tendenza religiosa idillica continuò per poco in casa della madre, che era accorsa a ritirarlo dal carcere. Ma anche con questa non durò in armonia che per un mese, trascendendo poi perfino a vie di fatto; e ripresa la vita vagabonda, rimpiangeva come un paradiso perduto il carcere del Belgio, e perfino l'ospedale dove dopo d'allora veniva ogni tratto ricoverato un po' per reumi e un po' per paralisi alcooliche, molto per miseria non avendo altro soccorso che quello dell'editore Vannier, che male gli pagava i versi, e ch'egli colla sua mancanza di senso morale, male a sua volta ripagava, vendendo ad altri editori i manoscritti già cedutigli.

Nè usciva dall'ospedale che per abbandonarsi ad una vilissima prostituta, con cui amoreggiava in gergo, e che assistè alla sua agonia ubbriacandosi con una compagna e derubandolo degli ultimi soldi stentatamente guadagnati come poeta mestierante.

Nè la pazzia morale e l'alcoolismo lo condussero solo alle risse ed ai pervertimenti sessuali, ma anche alla megalomania; sicchè, ancora sconosciuto, credeva che i suoi libri dovessero esser letti a migliaia di copie, oppure credeva di essere un grande agricoltore, un accademico, un deputato, un senatore.

Quest'ultimo delirio infierì sempre nella sua arte a intermittenza, e si manifestava nei suoi scritti in cui, com'è uso dei paranoici[46], si ritrattava tutto coperto di medaglie o con un campanello in mano con sotto la scritta: "_Presidente del Senato_" ecc. E come nei paranoici, tutti i suoi quaderni sono pieni a zeppo a sinistra e destra di figure simboliche che alludono alle sue glorificazioni. E dappertutto vi spicca quella contraddizione che offrono tutti i suoi versi e tutta la sua vita. In 22 lettere mandate all'ultima amasia in due settimane si passa dall'epiteto di _cherie_ a quelli di _sale put_,... nè manca il caso che il nome dell'amante ultima sia scambiato con quello della rivale.

A corroborare e completare le dimostrazioni della congenita degenerazione, giova il suo ritratto, con il cranio idrocefalico, tutto a rilevatezze e avvallamenti, le orecchie ad ansa, gli zigomi voluminosi (V. Donos. Verlaine Intime, 1898).

SCHOPENHAUER E GOETHE

Schopenhauer.

Nè qui finisce la lista dei geni malati. Così negli studi recenti di Möbius su Schopenhauer nuove prove troviamo da aggiungere a quelle da me addotte nell'Uomo di Genio 13. 21. 33. 36. 93. 122, 213. 222. 253. 393. 535. 547. 615, sulla sua psicosi messa in dubbio da tanti, specie in Germania.

_Schopenhauer_. — Scrive MÖBIUS (_Uber Schopenhauer_, Leipzig, Barth, 1899): Gli Schopenhauer derivano dall'Olanda; il nonno del filosofo, Andrea, era un fine intenditore d'arte e si era formato una bella collezione di quadri; egli sposò l'olandese Anna Renata Soermans, la quale dopo la morte del marito, fu dichiarata debole di mente e posta sotto tutela; e finì in età avanzata nella demenza. Andrea contava fra gli zii paterni, uno imbecille, l'altro quasi pazzo, il terzo tisico; la madre sua era coltissima scrittrice ma atrofica nel sentimento, la sorella somigliantissima al padre.

Dei quattro suoi figli, uno, Michele Andrea, fu imbecille dalla nascita; un altro, Carlo Gottfried, era molto eccentrico; di un terzo, Giovanni Federico, non si hanno chiare notizie. Enrico, il primogenito dei figli di Andrea e Anna Renata, il padre del filosofo, fu grande e forte, con viso corto, gran bocca e mandibole sporgenti; sordastro in buona età, era considerato da tutti come eccentrico; uomo d'onore, però, nel miglior senso della parola, si sposò in età avanzata con Giovanna Enrichetta Trosiener, che pure non lo amava, ma che parlò sempre di lui con grande stima, quantunque gli riconoscesse non pochi difetti, come eccessivo amor proprio, pedanteria, durezza nei modi. Schopenhauer stesso scrisse aver avuto molto a soffrire, da giovane, per le asprezze del padre.

Il Möbius fa osservare qui la singolare somiglianza tra la famiglia di Goethe e quella di Schopenhauer; in entrambe: un uomo maturo sposa una donna giovane piena di spirito, la quale stima suo marito, ma non lo ama, in entrambe si osservan frutto di questo connubio un uomo di genio ed una figliuola buona, ma anomala.

Enrico Schopenhauer era molto appassionato pei viaggi, era divenuto negli ultimi anni irritabile e violento; a 58 anni morì in seguito ad una caduta in un canale; nè si esclude che la caduta fosse volontaria e che si sia trattato d'un suicidio.

La sorella del filosofo, Luisa Adele, era come il fratello, di carattere violento ed orgoglioso, di temperamento melanconico.

La madre del filosofo, mentre ne era incinta, fu quasi continuamente costretta a viaggi difficili per quei tempi e d'inverno molto incomodi, per la Germania, il Belgio, la Francia e l'Inghilterra.

Schopenhauer ereditò dal padre la smania del vagabondaggio, sicchè girava da Berlino a Napoli e viceversa continuamente. Möbius, che pure tenta mettere in forse la realtà della sua psicosi, conviene poi che mancava di misura, che diffidava di tutti, prendeva tutto in cattiva parte, vedeva in tutto il lato triste, era violento, e non già per difettosa educazione, ma per tendenza congenita, il che l'avvicina assai al lipemaniaco; ed infatti egli stesso a Stramenstadt che gli chiedeva, per spiegare il suo pessimismo, se avesse molto sofferto da bimbo, rispose: essere stato sempre malinconico.

In un viaggio in Italia, nel 1819, parlava continuamente di morire e di far testamento. Alle volte, e fin dall'età di 6 anni, per minime cause si vedeva assalito da un'angoscia che confinava colla manìa e che noi sappiamo ora esser la base delle fobie e delle idee fisse; infatti spesso l'angoscia si associava ad idee ipocondriache o meglio a vere ossessioni: a Berlino si credette per lungo tempo spacciato; a Napoli fu assalito dalla paura del vaiuolo; a Verona credette d'aver preso tabacco avvelenato.

A 17 anni Schopenhauer era così compreso della vanità della vita, come se avesse già conosciuto la malattia, la vecchiaia; fin d'allora era persuaso non aver il mondo alcun valore, e volentieri s'isolava. L'improvvisa morte del padre, nel 1805, ne aumentò in modo la mestizia che poco differiva da una vera melanconia; egli sfogava il suo dolore in lettere desolate alla madre: ma non perdeva la lena dello studio.

A 27 anni (nel 1814) aveva formulato tutti i dogmi del suo sistema, a 30 anni sembra avesse già composto l'opera sua capitale: _Il mondo come volontà e come rappresentazione_.

Il 21 marzo 1824 scriveva all'amico Osann: "Ho passato tutto l'inverno in camera ed ho molto sofferto". Egli aveva allora un tremore alla mano, tanto che solo con gran fatica poteva rispondere alle lettere, e l'orecchio destro era completamente sordo.

Scorgeva pericoli anche là dove non esistevano. Di notte, ad ogni piccolo rumore si svegliava ed afferrava la spada o la pistola, che teneva costantemente caricata; ingrandiva all'infinito le più piccole contrarietà, così che ogni rapporto colle persone gli riesciva difficile: scriveva in greco, in latino ed in inglese tutto quanto si riferiva ai suoi dolori. Faceva passare le sue carte di valore, come _Arcana medica_, per difendersi dai ladri, e le nascondeva tra le vecchie carte o documenti, e sotto il calamaio dello scrittoio, finendo per dimenticarle. Non si fidò mai del rasoio del barbiere.

Temeva sempre di essere corbellato nelle sue relazioni d'affari. Per timore dell'incendio, abitava dal 1836 al piano terreno. Tutte queste sono prove dell'esistenza in lui di una follia del dubbio, o di _fobie_ sian pure rudimentali.

Come molti pazzi prestava fede ai sogni: nella notte del 7 settembre 1830 sognò che il padre gli appariva ad annunciargli una grave malattia, la quale, infatti, si avverò nell'inverno.

Di più, egli ebbe quattro periodi di vera melancolia o come lo vuole Möbius depressione psichica: nel 1805, dopo la morte del padre; nel 1813, quando scrisse la sua dissertazione; nel 1823, quando abitò a Monaco; nel 1831-32, a Francoforte; qui però gli si aggiunse verosimilmente una malattia somatica.

Möbius finisce per ammettere in lui l'esistenza di una forma periodica di depressione psichica, con intervalli della durata di 7 a 10 a 17 mesi quando toccò i 25, i 35, i 43 anni, il che in lingua povera si traduce in melomalia intermittente con fobie.

Ma nell'età matura scomparvero questi accessi, divenne allegro e la salute migliorò molto; non sì che non gli si ridestassero molti ticchi paranoici persecutivi e molte fobie.

Siccome i suoi libri per lungo tempo non gli fruttarono nulla, egli opinava che i filosofi ed i critici avessero fatto contro di lui una vera congiura di silenzio.

Mentre egli credeva di poter vivere ancora venti anni, morì improvvisamente a 72 anni per paralisi cardiaca. Egli aveva proibito che gli si facesse l'autopsia, e solo si conosce che l'enorme capacità cranica — 1676 — faceva sospettare d'idrocefalia, e l'indice quasi di trococefalia.

Goethe.

_Goethe._ — Goethe è il genio che pareva finora poter sfuggire ad ogni sospetto di nevrosi: e ci si oppone, appunto, contro la teoria della psicosi geniale, ma gli ultimi studi, però, vanno modificando le opinioni in proposito.

E, prima di tutto, in quel fronte olimpico che a tutti parve il modello più puro dell'Uomo di genio, si scoperse l'assimetria.

Sadgar, nell'articolo _Goethe era egli un fenomeno patologico_? dimostra che la metà destra del suo frontale presentava una singolare depressione e l'occhio destro era pure depresso.

"È uno schiaffetto che m'impresse la natura", soleva egli dire in proposito. Ora è noto che l'assimetria facciale è uno dei caratteri più frequenti dell'epilessia. ("_Deutsche Revue_", aprile 1899)

L'eredità morbosa si disse mancare in Goethe: però nella recente monografia di Möbius (_Ueber das Pathologische bei Goethe_, Leipzig, 1898) si nota la poca affinità tra la madre sua, giovine e gaia, ed il padre, maturo, accigliato; e la eredità morbosa ad ogni modo negli affini, figli o fratelli: una sorella di Goethe aveva lineamenti maschili: il fratello soleva dire di lei che era composta di forza e di debolezza, di caparbietà e di arrendevolezza, che era senza fede, senz'amore e senza speranza; e il Möbius la considera come una natura patologica per la nessuna propensione all'amore, per le tendenze ipocondriache, per l'esagerata sensibilità meteorica; morì in età ancor giovane; come giovine e semi alcoolizzato, forse suicida, morì l'unico figlio di Goethe, Augusto, essendo i tre altri figli morti nel nascere.

Nella giovinezza, Goethe ebbe idee ipocondriache, irritabilità nervosa, stanchezza della vita, tendenza al suicidio, e per poco non divenne alcoolico.

Una volta, prima di addormentarsi, provò ad immergersi un pugnale acuto nel seno, ma tosto smise e ne rise..., e scrisse il _Werther_ in istato quasi incosciente, in 4 settimane: l'alta ispirazione poetica del _Werther_ deriva quindi dalle sue condizioni patologiche.

Ebbe, infatti, dei veri periodi di eccitamento intellettuale abnorme, di _Zwangsdichten_ (poesia coatta), di veri _impulsi coatti alla poesia_, com'egli li chiamava, che duravano da due in due anni, sicchè appena svegliato, venivagli in mente un canto e correva allo scrittoio per scriverlo. Una volta lo scricchiolìo della penna lo risvegliò dal suo sonnambulismo poetico e non potè più scrivere che pochi versi. In questi periodi aveva anche uno strano eccitamento sessuale; e fu allora che cadde in amori di donne indegnissime.

Nell'età virile i momenti patologici in Goethe scemano; egli guadagnò sia in profondità che in grandezza di pensiero e così pure in fermezza di carattere, sebbene qualche volta soffrisse qualche ritorno alle nevrosi di gioventù.

Così, per molto tempo non potè sopportare i forti rumori; gli ripugnava tutto quanto avesse rapporto con malattie, e quando si trovava in alto soffriva vertigini con ansia; era in continua ebollizione mentale, dormiva pochissimo, abusava di alcoolici; nei momenti di collera rompeva le stoviglie e stracciava i libri.

Ebbe gravi malattie, specie polmonari, che lo condussero più d'una volta all'orlo della tomba; ma fu attivo fino agli ultimi istanti della vita.

E qui ricordo con Patrizi che Goethe rappresenterebbe "un caso lieve, ma puro, di criminalità estetico-scientifica".

"L'imperatore di Russia, narra Lewes, aveva favorito a Dobereiner, il grande chimico, una bacchetta di platino; essa fu consegnata a Goethe, perchè l'esaminasse, facesse gli esperimenti che più gli piacesse fare, e la restituisse poi a Dobereiner. Goethe, di cui è nota la passione pei minerali, la "manìa collezionista", collocò tra i suoi tesori la sbarra di platino, e tanto si dilettò a contemplarla, che non riuscì più a privarsene". E per quanto il chimico scrivesse per riaverla, e' si trovò in posizione molto simile a quella del professor Büttner, che avendo prestato a Goethe i prismi e altri strumenti d'ottica, invano spedì lettere, perchè tornassero a casa, finchè fu costretto d'inviare il servo coll'ingiunzione di portarli via a forza". Goethe non restituì la sbarra[47]. È anche da sapersi che Goethe asportò dalla collezione Knebel circa cento incisioni di Alberto Dürer per istudiarle con comodo in casa; ma quelle incisioni Knebel non le rivide più".

TOLSTOI

Già nell'_Uomo di genio_, aveva notato che Tolstoi avesse l'aspetto anomalo, che lo scetticismo filosofico l'aveva condotto ad uno stato vicino alla follia del dubbio; e che a somiglianza di molti altri geni, mancava in lui il tipo etnico, — una visita di più giorni presso di lui mi rivelava in lui un genio ancor fresco, malgrado l'età avanzata, ed una forza muscolare singolarissima, uno spirito di contraddizione impulsivo e nei discendenti spruzzi di gravi nevrosi.

Ora dal primo volume delle _Memorie_ del Tolstoi recentemente pubblicate, e che comprende l'infanzia, l'adolescenza e la giovinezza, per quanto rivestano le spoglie di un altro, il Dr. Mariani sorprese altri fatti non meno importanti per dimostrare in Tolstoi qualche cosa di più[48] della semplice nevrosi del genio, ormai da tutti ammessa, anche dai più restii. Già uno storico russo, il Waliszewski nell'_Hèritage de Pierre le Grand_ (Paris, Plon, 1901), ci attesta che un antenato del Tolstoi prese parte al colpo di Stato, che dopo la morte di Pietro il Grande, portò al trono la vedova di lui Caterina I ad assicurarsi la continuazione delle ricche prebende di cui era stato gratificato, insieme agli altri congiurati.

Da varî passi delle _Memorie_ il padre di Tolstoi ci appare, sia nel lato fisico che nel morale, fornito di tutte le stigmate fisiche e psichiche che caratterizzano i degenerati, quali il _tic_ ed il difetto nella pronunzia, l'emotività esagerata, la scarsa moralità, l'egoismo, la ricerca istintiva e costante del piacere sotto tutte le forme, ecc.

"Le sue due grandi (vi è scritto) passioni erano il giuoco e le donne. Egli guadagnò o perdette al giuoco, durante la sua vita, parecchi milioni, ed amò un numero incalcolabile di donne, in tutti i ceti sociali."

Di moralità dubbia o scarsa: "In morale aveva dei principî? Dio solo lo sa: ma la vita era sempre stata per lui così piena di attrattive di ogni genere, che non doveva aver avuto il tempo di formarsene. — "Tutto ciò che gli procurava piacere e felicità era buono".

Era anche invidioso: "egli serbava rancore ai vecchi suoi compagni, per essere giunti ad un'alta posizione sociale, mentre egli era rimasto luogotenente in ritiro". Egoista, era incapace di capire e di apprezzare quell'angelica creatura che fu sua moglie, ch'egli non seppe rendere felice; e non molto tempo dopo la morte di lei, passò a seconde nozze, sposando una signorina ch'era invisa alla sua prima moglie e che questa non aveva mai voluto frequentare.

La madre di Tolstoi, una santa donna, come si rileva dallo splendido ritratto morale che ne fa il figlio, era nervosa, frequentemente estatica, tanto da non accorgersi "benchè avesse lo sguardo fisso sulla teiera, che questa traboccava e l'acqua scendeva nel vassoio"; credeva fermamente alle predizioni di Gricha, un idiota vagabondo, che pronunziava parole enigmatiche, che alcuni prendevane per profezie. Morì prematuramente di malattia polmonare, dopo aver predetto la sua prossima fine.

La nonna materna di Tolstoi, buona, ma austera e rigida, tanto che il Tolstoi stesso dice che gli "ispirava terrore e sottomissione rispettosa", dopo la morte della figlia (madre di Tolstoi) sofferse frequenti _attacchi di nervi_. Veramente questi che il Tolstoi chiama "attacchi di nervi", per noi alienisti sono veri accessi istero-epilettici. Riporterò testualmente i brani delle Memorie che li descrivono:

"A volte, seduta nella poltrona, sola nella sua camera, aveva a un tratto un accesso di riso seguito da singhiozzi senza lagrime che la conducevano a convulsioni, grida forsennate, parole senza senso e spaventevoli. Aveva bisogno di accusare qualcuno e pronunziava parole orribili, minacce furibonde. Si alzava a un tratto dalla poltrona, misurava la camera a lunghi passi e cadeva svenuta.

"Una volta andai da lei: era seduta e pareva calma, ma il suo sguardo mi colpì, gli occhi spalancati, avevano un che d'indefinito, di ebete quasi: li fissò su di me e pareva non mi vedesse. Le sue labbra si socchiusero lentamente, sorrise, e disse con voce affettuosa, commovente: "Vieni qui, angelo mio, avvicinati". Credetti che parlasse a me e mi accostai; non era me che vedeva, ma la madre defunta.

"Mi immaginavo che non esistesse nulla, nè nessuno al mondo, che gli oggetti non erano realtà, ma delle apparenze evocate da me nel momento in cui fermavo su di loro la mia attenzione e che svanivano quando appunto cessava di pensarci. C'erano dei momenti nei quali, sotto l'influenza di questa _idea invadente_, giungeva a un tal punto di smarrimento che tutto ad un tratto mi voltavo indietro nella speranza di scorgere all'improvviso il nulla, là ove io non era!" Era un'ossessione.

Presentò anche fenomeni di paramnesia come si può rilevare dal passo seguente:

"Provai improvvisamente una strana impressione. Mi parve che tutto quello che mi capitava in quel momento fosse la ripetizione di ciò che era avvenuto un'altra volta: allora come oggi, pioveva, il sole tramontava dietro le betulle, lei leggeva; guardandola, la magnetizzavo, lei alzava gli occhi...."

Tralascio altre bizzarrie, anomalie del sentimento e della sensibilità, che si potrebbero spigolare ancora, specie nei capitoli che trattano dei suoi amori precoci e delle sue amicizie, per venir subito all'esame di fatti ben più importanti, per la diagnosi della nevrosi di Tolstoi.

I più interessanti in proposito sono i due capitoli: _L'Eclissi e Delirii_.

Nel primo noi vediamo ritratto un particolare stato d'animo che entra già nel campo delle alterazioni psichiche gravi, e che non può spiegarsi altrimenti che ammettendo in Tolstoi uno _stato morboso epilettico_.

"Quando penso alla mia adolescenza e soprattutto al mio stato d'animo di quel giorno nefasto, capisco benissimo i più atroci delitti, commessi senza un fine, senza intenzione di nuocere, semplicemente così per curiosità, per bisogno incosciente d'azione. In quei momenti in cui il pensiero non controlla più gl'impulsi della volontà, e in cui gl'istinti grossolani rimangono i soli padroni dell'essere, io capisco il ragazzo inesperto, il quale senza ombra di esitazione nè di paura, con un sorriso di curiosità accende ed alimenta il fuoco nella propria casa, dove dormono i suoi fratelli, suo padre, sua madre, tutti coloro ch'egli ama teneramente: Sotto l'influenza di questa eclissi temporanea del pensiero, direi quasi di questa distrazione, un giovane contadino di 17 anni contempla un'accetta, arrotata di fresco, vicino alla panca su cui dorme supino il suo vecchio genitore; ad un tratto la impugna, poi guarda, con curiosità ebete, come dalla gola tagliata del padre il sangue cola sotto la panca".

Secondo Mariani (ed io sono in gran parte d'accordo con lui), la è questa una magistrale descrizione dello stato psichico in cui si compie il crimine epilettico, di cui sono classiche caratteristiche: l'incoscienza (_ecclissi temporaneo del pensiero_); la causale futile o nulla (_per curiosità, per bisogno incosciente d'azione_); la freddezza e la calma nel colpire (_senza ombra d'esitazione nè di paura_); ne è persino indagato il meccanismo psicogenetico, cioè l'abolizione od almeno la diminuzione dell'azione inibitoria e direttrice dei centri superiori, colla prevalenza ed aumento dell'eccitabilità dei centri subprimario sottoposti, che tendono a rendersi preponderanti, ed adombrato sapientemente nelle parole: "il pensiero _non controlla più gli impulsi della volontà... e gli istinti grossolani rimangono i soli padroni dell'essere_". (_ibidem_).