Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni)
Part 1
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CESARE LOMBROSO
NUOVI STUDII SUL GENIO
I
DA COLOMBO A MANZONI
con incisioni intercalate nel testo e 4 tavole
1902 REMO SANDRON Editore. Brevettato da S. M. il Re d'Italia MILANO-PALERMO-NAPOLI
Tip. F. ANDO' — Via Celso N. 61.
ALLA MIA GINA
LA MIGLIORE DELLE MIE OPERE
ERRATA CORRIGE.
ERRATO CORRETTO
Pag 67 destasse dettasse " 68 psichiatria psichiatrica " 125 seguendolo letteralmente per seguendolo letteralmente dimostrarlo. dimostrarlo. " 139 Cesare Cesareo " 201 Felicista Feticisti " " ripugnava ripagava " 208 il cranio con il " 216 E si apposta persino contro e ci si oppone, appunto, la teoria contro la teoria " 223 aspetto l'anomalo l'aspetto anomalo " 238 conquisti conquistò " 243 vere follie vere fobie " xii canto l'incanto " vi attrazione alterazione.
RETTIFICA a pag. 217. — "In un viaggio recente al museo di Göethe a Francoforte ho potuto notare che la assimetria non era congenita, ma acquisita per paresi certo sopraggiunta in età matura".
PREFAZIONE
Non ho mai nelle mie lunghe e dure battaglie sul delitto e sul genio, risposto agli attacchi dei metafisici, non perchè non senta tutto il rispetto che si deve a quei forti pensatori che credono dominare dall'alto il mondo scientifico; ma perchè uso ad altre armi, più umili, se non meno sicure, a quelle dell'osservazione e dell'esperienza, mi sento in faccia a loro troppo o troppo poco armato per combattere senza meritare la taccia di spavaldo o di ingeneroso.
Se non che, innanzi ad un avversario che porta il nome di Bovio, al facondo filosofo, all'intemerato tribuno, sarebbe colpevole ogni esitanza; anche se per rispondergli non mi riescisse a disporre di altri argomenti che di quelli.... dei fatti.
Egli trova che la mia teoria sul genio fallisce in gran parte perchè molti dei geni da me studiati son genialoidi, non veri geni. E sarà vero.
Più certo, però, è che egli ha considerato solo le ricerche da me esposte nel _Genio e Degenerazione_, che sono appena un'appendice del mio _Uomo di Genio_, nel quale certamente egli avrebbe trovato tentativi di studio che rispondono anche alla sua idea preconcetta del Genio, come quelli su Darwin, Michelangelo, Kant, Fusinieri. Ciò malgrado, volendo per quella deferenza di cui egli è così meritevole, seguirlo passo per passo anche in codeste obbiezioni, e vedendo che nei veri geni e non nei genialoidi, così rudemente maltrattati da lui benchè pure ne siano un'attenuazione, egli contempla Colombo e Manzoni, gli rispondo subito studiando accuratamente quest'ultimi e dimostrandogli come a questi s'attagli completamente la combattuta teoria della nevrosi geniale; vi aggiungo, poi, altri geni certo altrettanto incontestati, come Goethe, Cardano, Schopenhauer secondo gli studi di Möbius.
E questo in risposta ad un altro egregio scienziato, il Tamburini, che non ricordando come nel mio _Uomo di Genio_ abbia pur tentato ricerche e studi su Kant, Darwin, Galileo, e accenni sulla vita di Dante cavati dalle sue parole e dal suo poema, che sono i soli documenti più intimi e più sicuri della sua biografia, i soli ad ogni modo che ci restino, mi obbietta (Illustrazione Emiliana, Aprile 1900), e con lui Adolfo Padovan (I figli della Gloria, 1900), che per sostenere la tesi della nevrosi degenerativa del genio, io vada a cercare quei geni unilaterali (e sarebbero ad ogni modo geni), che furono realmente nevrotici, come Tasso, Poe, Rousseau, Lenau, ma non mi attenti di affrontare l'analisi di Leonardo da Vinci, di Darwin, di Galileo, di Kant e di Goethe, che offrono insieme il più saldo equilibrio congiunto alla più alta potenza intellettuale.
Perciò di costoro cercai di tracciare la psicopatologia; non di tutti, essendovene pure alcuni della cui vita psicologica manca completamente ogni dato, o perchè trascorsa ignorata da sè e dagli altri, o perchè invasati dell'arte non si preoccuparono un solo momento di sè stessi; tali furono certo, malgrado i numerosissimi lor lavori, Aristotile e Leonardo da Vinci, del quale anche la recente ed eruditissima memoria del Solmi, pur spilluzzicando nei numerosi manoscritti ogni minimo accenno, non riesce che a confermare il mancinismo e forse l'omosessualità: e a dimostrare una eccessiva curiosità nell'arte e nella scienza, un amore così morboso, così, direi, impulsivo del vero e del bello, da non lasciargli finire quasi alcuna opera grande per il piacere di studiarne sempre una nuova.
Ma l'ignorare i pochi non impedisce il concludere sui molti.
E bisogna anche avere in mente l'acuta osservazione di Sergi, che anche quando sono noti i caratteri inferiori di un genio, il prestigio esagerato nella vita, il processo psicologico incosciente che esalta e divinizza ogni persona cara dopo morte, con quell'adorazione dei defunti, con quell'apoteosi che fu un uso primitivo dei popoli; (N. Antolog. 1900) e continua però sotto forme diverse incosciente fra noi e v'esagera pel genio, provoca la dissimulazione, mentre ne ricorda ed esalta solo i caratteri nobili, giungendo perfino ad alterarne le linee fisionomiche, come per Alessandro e Napoleone; sicchè molte volte anche quando se ne son faticosamente racimolate le notizie, non rispondono alla vera loro psicologia e meno ancora alla loro patologia.
Giova anche aggiungere: che quando da nuove ricerche, come con gli epistolari del Manzoni, di Michelangelo, di Galileo, si colmaron le lacune che questi grandi lasciarono sopra sè stessi, si potè subito sorprendere quella nevrosi, cui, dapprima, quando mancavano o scarseggiavano i documenti, nessuno pur sospettava.
Quanto all'obbiezione che mi eleva di nuovo sotto altre forme il mio carissimo Morselli (Rivista critica di filosofia scientif., gennaio 1899) doversi trovare l'anomalia del genio nel senso di un maggior differenziamento, di una più avanzata specificazione del tipo umano e non in quello di una diminuzione o perdita dei suoi caratteri specifici, anche se si debba astrarre dalla grossolana morfologia e rimanere nelle sfere del sentimento, dell'intelletto e della volontà, rispondo: Voi, mio poderoso quanto caro avversario, non avete voluto vedere che non tanto nelle anomalie morfologiche, quanto appunto in queste sfere psichiche spicca la massima alterazione; che alterazione maggiore, p. es. volete nelle sfere della volontà, dell'abulia, che pure è così frequente nei grandi (Renan, Amiel); quale alterazione maggiore del sentimento — della perdita completa dell'affettività e del senso morale, come in Galileo, come in Sallustio, Seneca, Cremani, Foscolo, Byron, Villon, Musset, Napoleone, Fontenelle, Donizetti, Federico II, Schopenhauer?
Che più, se ne abbiamo dimostrato l'alterazione non di raro anche nel regno dell'intelligenza? poichè mentre in alcuni si mostrano sviluppate in modo straordinario la memoria musicale o la visiva, o la fantasia, od il calcolo, vi si nota mancare quasi sempre il senso comune, il buon senso, tanto che è ciò appunto che facilita, come in Colombo (vedi testo) scoperte, a cui con maggior talento ma minor genio niuno sarebbe riescito.
E posto ciò, — non si capisce come possa egli sostenere manifestarsi il genio non per causa della degenerazione, ma suo malgrado; mentre ne è precisamente la degenerazione la prima e la principalissima causa — fungendo, spesso, appunto essa da fermento, da fulcro ad una mente volgare per farla divenire geniale.
Nè è vero che l'epilessia (come mi obbietta il mio Sergi nella Nuova Antologia, febbraio 1900), giovi solo ad esplicare l'estro del genio; essa ne spiega ben più: vale a dire la doppia personalità, la impulsività, la mancanza d'affetti e di senso morale, la frequente nevrosi, specialmente le cefalee, le vertigini, la forma propulsiva del vagabondaggio, l'ottusità sensoria, tattile in ispecie, gli scotomi periferici del campo visivo, e gli speciali caratteri grafologici[1], proprio quelle forme più inferiori, che s'innestano sulla superiorità psichica del genio, quasi a compenso di questa; s'aggiunga: che l'anomalia epilettica è la sola, salvo solo alcune paranoie, delle affezioni mentali in cui agli eccessi delle manifestazioni dell'ingegno s'innestino, s'associno e s'alternino i difetti della psiche.
Sergi, invece, mi obbietta assai giustamente come l'incosciente abbia una buona parte del lavoro dell'uomo mediocre; egli ed Hamilton hanno il merito d'averne dato la completa dimostrazione, ma come mostrerò nel 2º volume, è nella parte enorme, leonina, che ha nel genio la incoscienza che sta la differenza di questo dall'uomo normale.
E giusta è pure la sua obbiezione che io abbia lasciata inesplicata l'origine delle varietà geniale; e perciò gli rispondo con un intero volume, il 2º, in cui credo esser riuscito a spiegare il nuovo quesito.
Quanto all'accusa che mi scaraventano tanti, sicchè la è divenuta uno dei luoghi più comuni dei più mediocri e più miopi nostri critici, quella che si diminuisca il prestigio e l'ammirazione del genio con codeste analisi, essa avrebbe qualche somiglianza con chi pretendesse diminuire la forza del sole con l'affermare come tutta la sua energia derivi da miliardi di corpi allo stato gazoso.
È proprio allo stesso modo come i giuristi delle vecchie scuole giuridiche si scandalizzavano delle applicazioni antropologiche-criminali nei casi in cui il delitto era più orrendo, più bestiale, e si rifiutavano ad ammettere che allora appunto più mostrasse doverne esser anomalo l'autore, e più giustificarne l'indagine antropologica; e così io sento ripetermi: Oh! con che coraggio volete trovare anomalo un genio che vi ha disegnato le logge del Vaticano, o vi ha scolpito il Mosè, o vi ha rivelato il nuovo mondo?
E non capiscono che non è l'indagine critica dell'opera che ci preoccupa, sì quella del loro autore, in rapporto con essa: che anzi, quanto più quella è sovrumana, più è probabile sia anomalo questo.
Se non che: in risposta a costoro basterà riportare queste righe di un vero genio — di Rapisardi[2]:
"Le infermità che accompagnano il genio derivano in lui dalla razza, dal clima, dall'ambiente sociale, dall'esercizio straordinario degli organi del pensiero e del sentimento, e in parte anche per avventura da quella avara legge di compenso onde la Natura accorda lo sviluppo straordinario di certe facoltà a scapito di certe altre, che rimangono imperfette e rudimentali. L'opera del genio è personale ed originale per eccellenza. Perchè un'opera sia tale, bisogna ch'essa, e per il concetto che l'informa e per la maniera onde tal concetto si esprime, esca dalle vie comuni, ora annunziando verità nuove o guardando da un aspetto nuovo le già conosciute, ora rappresentando in maniera tutta sua le proprie e le altrui passioni, calpestando le regole fino allora credute sacre, e variando senza scrupoli quei termini entro a cui la critica ufficiale, cioè il pregiudizio scolastico imperante, pretendeva circoscrivere le manifestazioni dell'umano pensiero. Originalità importa ribellione; e il genio è naturalmente ribelle. Voi gli tessete intorno una rete vulcanica di precetti, di assiomi, di leggi; ma egli agevolmente li spezza o li sprezza, manda all'aria le forme sacramentali e i canali privilegiati in cui si vorrebbe gettare e far correre il pensiero creatore, e ne crea altre, che la critica nuova si scalmanerà di classificare, di ridurre alle vecchie misure legali per allogarle finalmente nei casellari, nei musei e negl'ipogei della presuntuosa imbecillità. Questa ribellione, che manda a gambe levate tanti bacalari autorevoli e bollati, che caccia dal tempio i mestieranti e i merciaiuoli della scienza e dell'arte, che si ride di tanti stagionati pregiudizi, è la prima caratteristica di quelle opere geniali, che saranno poi considerate e ammirate quali pietre miliari nella storia della civiltà.
"E siccome nella ribellione e nella battaglia i colpi non vanno misurati a fil di ragione, il genio riesce quasi sempre eccessivo. "Al par nell'odio e nell'amor sublime", come l'Achille cesarottiano."
Ecco un vero genio che sa intuire ed ammettere la debolezza del genio!
Meglio ancora si esprime il più moderno e il più geniale dgli scrittori di Francia. "Chi di noi, scrive Renan (Vie de Jesus, p. 452, 1863) potrà fare quanto lo stravagante Francesco d'Assisi e l'isterica S. Teresa? Poco importa che la medicina abbia dei nomi speciali per queste grandi stranezze della natura umana; che essa sostenga essere il genio una malattia del cervello: i nomi di sano e di malato sono relativi; tutti preferirebbero essere ammalati come Pascal all'esser sani come il volgo. Le idee rette diffusesi nei nostri tempi sulla pazzia forviano il giudizio in tali questioni. Uno stato in cui si dicono cose di cui non si ha coscienza, ove il pensiero appare senza le norme o il richiamo della volontà, espone ora un uomo ad essere sequestrato come allucinato; tempo fa ciò chiamavasi profezia e ispirazione. Le più belle cose del mondo si sono eseguite sotto la febbre. Ogni creazione eminente suppone una rottura di equilibrio, uno stato violento a chi ne sia autore."
E Diderot scrisse: "Gli uomini di un temperamento pensoso e melanconico devono ad uno squilibrio della loro macchina quella penetrazione divina che sorge in essi ad intervalli, portandoli ad idee ora sublimi ora pazze." (Dictionnaire Enciclopedique).
Voltaire anche scrive: "Volete acquistare un gran nome, essere fondatore di religione, ecc.? siate completamente pazzo, ma d'una pazzia, che convenga al vostro secolo; ed in cui abbiate un fondo di ragione che possa dirigere le vostre stravaganze, e persistetevi tenacemente: potreste, è vero, esser arso od appiccato — ma se no, salirete ali altari."
Finalmente, a troncare ogni dubbio in proposito, ne giova citare le osservazioni di due fortissimi ingegni, alienista l'uno e letterato l'altro.
Noi alienisti, scrive Roncoroni[3], abbiamo uno scopo ben differente da quello che si crede generalmente che abbia lo psicologo quando studia un genio: con gli studi analitici di uomini di genio vogliamo dare un quadro psicologico, obbiettivo, completo, per quanto è possibile, del soggetto; studiarlo senza partito preso, sebbene guidati e sorretti da un metodo: ci serviamo degli strumenti d'indagine che offrono la Psicologia e la Psichiatria (il che i critici del nuovo indirizzo scientifico trascurano generalmente) non per scovar fuori il pazzo, ma per mettere nella sua vera luce il genio, sia nei suoi voli sublimi che nelle sue miserie. È l'uomo nelle sue complesse manifestazioni che ci appassiona. Non abbiamo quindi alcun desiderio di diminuire il valore dell'artista, di mostrare che le sue opere d'arte sieno patologiche, quasi volessimo metterci in guardia contro il pericolo delle deduzioni. Quello che è sano, forte, ideale, desideriamo resti ammirato come tale; soltanto non vogliamo fermarci a questo solo. Noi riteniamo lo studio completo della mente umana, come la sintesi più alta dell'opera scientifica; e quando quella mente è geniale, quando è stata la causa delle più forti emozioni che l'arte ci abbia fatto provare, quando riconosciamo che essa ci ha resa ora più bella la vita, non chiudiamo gli occhi accecati dall'entusiasmo; ma allora risorge il nostro spirito scientifico, per un istante dominato dal sentimento, e vogliamo vedere come il meraviglioso fenomeno avvenga, così come il meteorologo studia come si formi l'aurora boreale, non credendo per questo di offuscarne l'incanto.
Se lo scienziato è, in questi studi, dominato dal sentimento, quando studia l'opera e quando indaga i dolori dell'artista, e se una commozione dolce e grave insieme lo pervade quando compone in una sintesi l'opera e la vita, le gioie e i tormenti, le idealità e le miserie, nei suoi giudizi non è mosso da alcuna passione, salvo dall'amore della ricerca del vero, e dall'ardente desiderio di spiegare come i fenomeni si producano.
Il Prof. E. Carrara il letterato mite ma fine ed arguto (_Iride_, v. 26, 1899; ed _Archivio di Psichiatria_, v. XIX), si esprime ancor più chiaramente.
"La lotta, scrive egli, dei critici antropologi e degli esteti è fondata sopra un equivoco reciproco.
"In realtà gli è un grande chiasso per nulla; perchè al mondo c'è posto per tutti: così per gli esteti come per gli antropologi, per le farfallette come per le aquile.
"A pensarci bene, queste due sorta di critici non si urtano che per errore: come due treni che vanno in direzione inversa fra due stazioni medesime, che si incontrano perchè lo scambio fu fatto male, laddove non dovrebbero che incrociarsi.
"La critica d'arte, appunto perchè tale, ha per ultimo ed unico oggetto d'analisi l'opera d'arte; e lo studio dell'autore, dei tempi, degli antecedenti, dei seguenti, della genesi, degli elementi, della efficacia di essa opera, non è che una gran messe d'elementi sussidiari all'esatto apprezzamento della produzione d'arte. Quindi la critica estetica procede, in certa guisa, dall'autore all'opera.
"La scuola antropologica torinese ha forse il torto di essere un po' sdegnosa, un po' rigida; ma se i suoi oppositori si fossero presi la briga di cercare quel che dice il nome stesso, avrebbero capito che oggetto de' suoi studi è l'uomo-autore, cioè la conoscenza di quel dato organo-uomo che è capace di produrre l'opera d'arte. Quindi un procedimento analitico inverso: da questa e da ogni altro dato che è fornito dalla critica storica, essa trae gli elementi per ricostruire, studiare, classificare l'autore, al quale — e solo al quale — ha rivolta la sua attenzione.
"Davanti ad una bella e grossa perla l'orefice ed il naturalista non si comporterebbero lo stesso: per il primo essa ha caratteri, valore, significato assai diversi che per il secondo.
"Fra queste due critiche c'è poi un'altra grande calunniata: la storica, la quale non fa che fornire i materiali alle altre due; utile quindi doppiamente e — come accade delle cose davvero utili — disprezzata.
".... La parola _degenerazione_, che fisiologicamente indica certo un'inferiorità, un'imperfezione, un male, è male trasportata nello stesso significato all'apprezzamento sociale del fatto stesso.
"Ci sono prodotti patologici di vegetali e di animali utili e preziosi all'uomo; ci sono anomalie, degenerazioni organiche di uomini, che sono utili alla società; come tali noi possiamo continuare ad ammirarlo, a facilitarcene, senza bisogno di ostinarci a credere perfezione e superiorità laddove — scientificamente e propriamente parlando — vi è proprio un'imperfezione e un'inferiorità generale.
"Ma ciò non entra punto nell'apprezzamento estetico dell'opera d'arte, e gli esteti possono continuare a sfarfallar sui fiori dei giardini poetici, senza pigliarsela con il botanico, che con la lente e la pinzetta conta gli stami ed i pistilli.
"Studiate, leggete, ammirate e fate ammirare ai giovani il bello ove si trova; ma lasciate agli altri di indagare e affermare un altro gran bello: il vero."
LA PAZZIA ED IL GENIO DI CRISTOFORO COLOMBO[4]
(_Con una tavola_)
È cosa notissima che i contemporanei di Colombo (ripeto le parole del miglior suo storiografo, il De Lollis), tanto i dotti che gl'ignoranti, non s'erano potuto rendere una chiara ragione del modo con cui egli era giunto alla grande scoperta. Né meglio vi approdarono i posteri per quante indagini vi accumulassero; sicché giustamente Correnti (_Discorso su Colombo_, Milano 1863) sentenziava: che né la storia né la filosofia valsero finora a risolvere degnamente quel quesito.
Né anche ora vi si riuscirebbe, senza l'aiuto della psichiatria; — il che credo poter qui dimostrare. Vediamola in opera:
Cristoforo Colombo nacque da un lanaiuolo, non solo povero, ma inquieto e intrigante che, a quanto pare da documenti ora usciti alla luce (_Vita di Cristoforo Colombo_, di Cesare De Lollis, 1895), era una specie d'affarista, se non un completo imbroglione.
Contro il costume dei buoni operai d'ogni tempo e paese, specialmente della Liguria, tenaci nel lavoro ed amanti della quiete e della stabilità, egli girava continuamente, vendendo e comprando terreni, locando talvolta al venditore il podere comprato, e terminando qualche volta con non pagare i creditori e lasciarsi strappare a pezzi e bocconi la dote che doveva alla propria moglie.
Il figlio suo, il grande Colombo, da giovane non dimostrò nulla di geniale: era, anch'egli, lanaiuolo, anch'egli commerciante in piccolo, e poco fortunato, di vini e formaggi.
Nel 1470, a 24 anni circa, si fece capitano di una nave mercantile che trasportava vini; più tardi, pare, pirata; né potè attendere (checché si pretenda da male informati biografi) ad altri studi che a quelli a cui poteva accedere un povero operaio di quei tempi nelle scuole popolari di Genova o di Savona, certo inferiori alle moderne, che pure valgono sì poco. Navigò molto; ed apprese mirabilmente la tecnica marinaresca; sbarcato in Portogallo, dopo un naufragio, v'intese discorrere, con molta precisione di dati, da un Fiorentino, del progetto del Toscanelli, già noto alla Corte portoghese, di raggiungere per la via di mare, e movendo da ponente, quelle terre d'Asia alle quali i Portoghesi ostinatamente cercavano un passaggio lungo la costa occidentale d'Africa; si entusiasmò del progetto, scartato da quel Governo per gli errori di cui era infarcito e si mise in comunicazione (dandosi, si badi bene, per Portoghese) col suo autore, Paolo Toscanelli, fiorentino.
_Caratteri antropologici_. — Si possiedono più di 20 ritratti di lui, ma nessuno sicuro; però i lineamenti, di cui ci tramandarono notizia abbastanza esatta, scrittori che lo conobbero da vicino, attestano riccamente i caratteri più propri agli psicopatici: Las Casas, infatti, che appunto lo conobbe personalmente, lo descrive: "con la statura lunga, naso aquilino, occhi azzurri, capelli rossicci, presto incanutiti"; e il figliuolo, don Fernando, la cui descrizione il Las Casas ebbe presente e parafrasò, gli attribuisce in più "guance un poco alte", che vogliono significare zigomi molto pronunziati.
Nel ritratto di Giovio (_Raccolta di documenti Colombiani_, III. vol. I), poi che si vuole il più autentico, troviamo: "Mandibola grande, assenza di barba, fronte sfuggente".
In quello, pur pregiato, di Capriolo, vediamo: "Rughe anormali e arcate sopracigliari grandi" (Id. pag. 108). In complesso predominerebbero i caratteri frequenti nei degenerati e nei nevropatici.