Part 4
--Tutt'altro... È una mia idea che ti comunicherò più tardi. Intanto lasciami ripetere che tu hai fatto d'un topo una montagna e che non meritava, per questa gran ragione, d'insidiare due ore di sonno a un povero diavolo... Esaminerò io stesso la posizione. Ma bada che se c'è un pericolo per la Matilde, ne hai colpa tu.
--Io?
--Sicuro, col non volere che nessun giovinotto frequenti la tua casa, col rallegrare la tua villeggiatura soltanto della presenza del professore Benvoglio, fai sì che ogni uomo tollerabile paia alla Matilde un portento di bellezza e di amabilità... Basta, non voglio salire in cattedra... Vado invece nella mia camera... E tu pure, sorellina cara, fa un po' di _toilette_ e presentati nella tua ordinaria maestà... Diamine! _Il faut frapper l'imagination des peuples_, come dice Calcante nella _Belle Hélène_...
CAPITOLO SETTIMO
Dopo avere impartito tutte queste ammonizioni tra il serio ed il faceto, Gustavo si incamminò rapidamente verso la camera ch'egli soleva abitare in casa di sua sorella. Ma era destinato che quella mattina egli non potesse fare il piacer suo, perchè mentre saliva una scala s'imbattè nel signor Michele che ne scendeva canterellando, lindo, fresco e sorridente come uno zerbinotto.
--Dove andate?--chiese questi dopo scambiati i primi saluti.--In camera vostra? Oibò! Dormirete stanotte. Sono ormai le sette passate, e c'è un sole di paradiso. Facciamo un giro in giardino.--E senz'aspettare risposta il cavaliere Arsandi passò il suo braccio sotto a quello del signor Gustavo, lo costrinse a fare un mezzo giro e lo condusse seco.
--Il mio caro Martelli--ripigliò il signor Michele appena l'altro ebbe cessato da ogni resistenza--come sono lieto di rivedervi dopo otto anni... E come vi trovo bene!
--Eh! Bene fino ad un certo punto... s'impingua... Voi piuttosto avete il segreto della giovinezza eterna... Nemmeno un capello bianco?
--Nemmen uno. E voi?
--Io finirò presto col non aver capelli di nessun colore--rispose il Martelli scoprendosi il capo.--E sì che ho consultato le quarte pagine di tutti i giornali... Ma voi pure, per mantener quella tinta, avrete ricorso a qualche specifico di quelli che figurano sotto l'intestazione _Canuti! Canuti! Canuti!_
--Siete matto? Insomma che età mi date?
--Via, non mi negherete che io ero un ragazzo...
--Quand'io ero un ragazzo più grande... Nel 49 avevo vent'anni...
--E io tredici.
--Sett'anni di differenza in tutto...
--Eh sì, ma il guaio sì è che pare che voi li abbiate di meno e io di più.
--Oh questo no... Ma è un fatto ch'io mi sento giovane, caro Martelli, giovane di cuore e di membra...
--Si direbbe che la vedovanza conservi meglio del celibato. Ma narratemi un po' come vi venne il pensiero di far questa visita a mia sorella?
--Vi dirò, volli vedere s'ella mi serbava rancore dopo tanto tempo.
--E trovaste?
--L'accoglienza più affettuosa, più schietta, più spontanea ch'io potessi immaginarmi... Ero venuto per poche ore, e scrivo oggi a mio figlio a Venezia che mi tratterrò una settimana.
--Arturo è dunque con voi?
--Sì, ma sarebbe una crudeltà farlo muovere da Venezia; egli è artista, ogni monumento lo rapisce, ogni bel quadro lo esalta, ed egli non sa più avvicinarsi alla finestra della nostra camera da _Danieli_ senza mettere un grido di ammirazione... Ma, passando ad altro, permettenti ch'io mi congratuli con voi di vostra nipote.
--Ci siamo--pensò Gustavo. Quindi con una risatina--Vi piace davvero?
--Ha tutta la bellezza, tutta la grazia di sua madre, più il fascino della gioventù.
--Sì, è simpatica, buona anche, intelligente, un cervellino bizzarro forse... non so che riuscita farà.
--Oh scettico incorreggibile... Farà una riuscita ottima, semprechè trovi un uomo a modo.
--Gli uomini a modo son così rari... E poi la famiglia va diventando a poco a poco una istituzione impossibile.
--Spiegatevi.
--È facile. Le idee sono cresciute in maniera che non vi sono più entrate che bastino. Ogni ragazza, per modesta e discreta che sia, porta seco l'indivisibile compagno del Regno d'Italia, il _deficit_.
--Esagerazioni. C'è di vero una cosa sola, che la situazione della piccola borghesia è ogni giorno più difficile... Ma vostra nipote può mirare ben più in alto...
--All'aristocrazia forse? Peggio. Fumo senza arrosto. Alla banca? Peggio ancora. Non mi fido dei dividendi.
--A sentirvi, vostra nipote dovrebbe finire coll'andar monaca.
--Dio guardi. Il Parlamento italiano non ha fatto altro di buono che sopprimere le corporazioni religiose. È vero che con la sua logica ordinaria dopo averle soppresse le ha lasciate sussistere. In ogni caso, monaca no.
--E allora?
--Il Signore provvederà. Del resto io c'entro poco. È una faccenda della Matilde e di sua madre. Io non sono che un membro del consiglio di famiglia. Mia sorella ha idee bizzarre. Vuole l'araba fenice. Un bel giovane, ricco, ben educato, intelligente, un poco ambizioso, ecc. Se avete un partito da offrirle, eccola che viene, anzi eccole, perchè c'è pure la Matilde.
--Dove?
--Là, dall'altra parte del giardino--rispose Gustavo segnando col dito.--Non ci vedono perchè sono infatuate a discorrer fra loro. Adesso sono nascoste dietro una macchia di lauri. Ricompaiono un istante... Spariscono di nuovo perchè scendono la collinetta... Fanno certo il giro del lago e quindi non le incontreremo che di qui a tre o quattro minuti... Avete tempo di prepararvi.
La signora Amalia stava scandagliando il cuore di sua figlia. Il dialogo era naturalmente caduto sul nuovo ospite, che la Matilde trovava compito, amabilissimo, un vero gentiluomo, e di un aspetto così giovanile da non potersi comprendere come egli avesse un figliuolo di ventidue anni.
--Eppure è così--replicò la signora Amalia--e non c'è nulla di strano, perchè il cavaliere Arsandi ha i suoi quarantacinque anni sonati.
--Sarà, ma non li mostra. Bisogna dire che l'aria d'Inghilterra mantenga gli uomini così. Guarda lo zio Gustavo, ch'è certo più giovane del signor Arsandi, se non pare invece più vecchio di lui. E il conte Onaldi che sposò la Lina Carenti? Ha ventisei anni ed è tutto cascante e sfiaccolato. E il figlio del dottor Menici che è promesso alla Leonora Raboni? Pare un baco da seta.
--Verissimo, ma non bisogna prendere per buona moneta la freschezza degli uomini maturi. Gran pomate, mia cara, gran tinture, e se occorre anche il busto per tenersi ritti.
--Il busto!--esclamò ridendo la ragazza.--O che ci hanno da fare gli uomini del busto? E che anche il signor Arsandi?...
La cosa sembrava così comica alla Matilde, ch'ella non riusciva a frenare la sua ilarità. Evidentemente sua madre aveva toccato il tasto giusto e il signor Michele era perduto nell'opinione della ragazza se non era in grado di scagionarsi delle accuse fattegli dalla sua antica amante. Ma come scagionarsene se non le conosceva?
Svoltato un sentieruccio tortuoso e coperto, le due signore erano entrate in un viale di tigli lungo il quale si avanzavano il signor Michele ed il signor Gustavo.
--C'è anche lo zio?--disse la Matilde a sua madre.--Non s'era ritirato nella sua camera?
Quindi senz'attendere risposta gli corse incontro, gli porse ambe le mani e si lasciò baciare sulle due guancie.
--Beati gli zii!--pensò il signor Michele. Poi fece anch'egli i suoi saluti, e vide o credette vedere nella Matilde una certa aria sospettosa che lo turbò alquanto.--La mia paternità mi ha rovinato--egli disse fra sè.
Intanto era sopraggiunta la signora Amalia. Indossava un elegantissimo abito di _alpagà_ grigio a sgonfietti con guarnizioni d'una tinta più oscura; in testa s'era acconciata con artistica negligenza un fisciù di lana rossa che faceva spiccare il bruno colore de' suoi capelli. La Matilde invece aveva un vestito di _percalle_ a fondo bianco con righe celesti e un nastro pure celeste alla cintola; portava un cappellino rotondo di Firenze con fiori di campo. Nessun altro ornamento alla sua persona che si disegnava così in tutta la giusta proporzione delle membra.
--Per bacco! Siete due figurini--disse il Martelli rivolgendosi alle due donne.--Anche l'amico Arsandi è azzimato come un _lion_. Non ci sono che io in una _toelette_ indecorosa. Vi saluto e vado in camera a provvedere alla mia riputazione.
Con queste parole si accomiatò dalla brigata. La signora Amalia lo seguì per alcuni passi e gli chiese--Hai capito nulla?
--Mi pare che tu non abbia tutti i torti--egli rispose--ma vedremo più tardi.
Entrato in casa, trovò nel salotto terreno il professor Benvoglio steso su una poltrona con un libro in mano.
--Oh signor professore, come va?--disse Gustavo.--Sempre fresco già, sempre galante. E perchè non scende in giardino con questo bel tempo?
--Scenderò or ora. Ho l'abitudine di non uscir mai senza essermi prima ristorato con una buona lettura.
--Eccellente abitudine. E che libro legge?
--Oh non son libri per loro signori che vanno in cerca di novità... Vecchiumi, roba da rigattieri.
--Via, mi lasci vedere.--E con gentile violenza prese di mano il volumetto al titubante professor Benvoglio.--Oh che bel titolo! E che lungo! Quasi più lungo del libro. _Di alcuni modernuzzi e tisicuzzi scrittorelli di cianciafruscole all'uso francioso, per Antonluigi Ceccherillini, accademico della Crusca, ecc. ecc._
--Io sono innamorato sopratutto--soggiunse il Benvoglio ripigliando il suo libro--della perizia con cui l'autore maneggia il participio. Datemi il participio, e vi darò lo scrittore, diceva...
In quella entrò nel salotto un cameriere con un servizio di caffè e latte, burro e panini abbrustoliti, e il professore Benvoglio, interrompendo il suo dotto discorso, si affrettò verso la tavola ov'era stata deposta tutta questa grazia di Dio.
--Oh professore, la lascio a ristorarsi con la sua lettura--disse con aria ironica il signor Gustavo. E uscì dalla stanza.
--Motteggiatore insopportabile!--brontolò il Benvoglio!--Non c'è proprio più gusto a stare in questa villa. Non c'è proprio più gusto--egli ripetè, immollando nel caffè e latte il primo crostino.
CAPITOLO OTTAVO
Sullo scorcio di quel giorno il signor Michele si trovava nella condizione di un generale, che senz'aver vinto la battaglia crede però di essersi assicurate le posizioni che gli renderanno più facile la vittoria il domani. Egli aveva fatto prodigi. Convinto che gli nuoceva presso la Matilde il saperlo padre d'un figliuolo grande e grosso, egli voleva mostrarle che conservava tutto il vigore, tutta l'elasticità di un giovinotto. La mattina, accompagnando a piedi la signora Amalia e la Matilde in una gita sull'asino sopra un colle vicino alquanto ripido e sassoso, egli aveva maravigliato l'asinaio per la celerità del suo passo sicuro e la spigliatezza de' suoi movimenti, e aveva sorpreso più volte la Matilde intenta a guardarlo con una certa compiacenza.
Più tardi il Martelli gli procurò contro voglia un maggiore trionfo.
--Come va l'equitazione?--chiese lo zio alla nipote.
--Male--risposero ad una voce la ragazza e sua madre. E quest'ultima continuò:--Bisognerà vendere Lilì perchè non c'è caso di montarla. Ha rovesciato lo stalliere e Matilde, e io non voglio che nessuno ritenti la prova.
--Oh--disse il Martelli, che passava per un discreto cavallerizzo.--Volete vedere ch'io domo questo bucefalo?
--No, no--sclamarono le due donne--andrai certo con le gambe all'aria.
Questa soluzione tutt'altro che eroica solleticava pochino la vanità dello zio di Matilde, che avrebbe battuto ritirata assai di buon grado, ma venne l'Arsandi a rianimare il suo coraggio.
--Orsù, Gustavo, se non ci riuscite voi, mi ci sperimenterò io...
--Ah mio caro--replicò questi ferito nel suo amor proprio--se non ci riesco io, credo che nemmen voi farete miracoli.
Le signore si opposero fiaccamente. Esse avevano ormai una certa curiosità di vedere come sarebbe andata a finire questa specie dì sfida.
Ma concordi in ciò, non erano punto all'unissono nei loro voti. La signora Amalia aveva il maligno desiderio di contemplare il petulante suo ospite lungo disteso sull'erba del prato, la Matilde invece gli augurava un pieno trionfo.
Quando lo stalliere ebbe l'ordine di sellare la riluttante Lilì, egli scrollò il capo con un risolino sardonico.
--Vorranno almeno cascar sul molle?--egli disse.
--Sì, sì, sul prato--rispose la Matilde che aveva dato gli ordini.
--Ma si sciupa l'erba--osservò il giardiniere ch'era lì per caso.
--Meglio l'erba che il collo--soggiunse sentenziosamente Marco, un giovinetto che serviva di sostituto al cocchiere.--Non è vero, padroncina?
La Lilì era una bella bestiuola di pelo bigio picchiettato di bianco. Non si sarebbe creduto a primo aspetto ch'ella fosse così indomita; si lasciava avvicinare, lisciare, palpare senza dare il minimo segno d'impazienza. Tollerava anche la sella, ma non tollerava il cavaliere.
--È questo l'animale feroce?--chiese il Martelli tostochè vide la Lilì.--E dove la conducono?
--Qui davanti, sull'erba--rispose la signora--È condizione _sine qua non_.
--Bah! Che paure ridicole!
--Gustavo, non fidarti.
--Ma se pare un agnellino?
--_Latet anguis in herba_... Non va bene, professore?--soggiunse la vedova indirizzandosi al Benvoglio che si avvicinava per godere anch'egli dello spettacolo. Il professore teneva l'occhialino sul naso e componeva le labbra a un sorriso di approvazione.
--Va benissimo, signora Amalia, va benissimo. Lei potrebbe imparar tutto... Ma bravo, signor Martelli, domi lei questo quadrupede. Sono esercizi pegli uomini e non per le signorine:
Pera chi osò primiero Discortese commettere A infedele corsiero L'agil fianco femmineo,
come cantò il nostro Foscolo.
Intanto il signor Gustavo si era avvicinato alla bestia. Lo stalliere rideva sotto i baffi, il signor Michele osservava tutto in silenzio affine di poter trar partito dell'esperienza del suo competitore se per avventura questi faceva un capitombolo. La Matilde, che mostrava una certa inquietudine, si avanzò uno o due passi sul prato, sollevando i lembi del vestito e lasciando in questa maniera veder due piedini d'angiolo, supposto che vi siano angioli e che gli angioli abbiano piedi.
--Ah eccomi!--gridò il Martelli in aria di trionfo appena fu in sella. Ma non aveva ancora finito l'esclamazione che la Lilì, alzando con un salto poderoso le zampe posteriori, ritirando le orecchie e abbassando il capo in modo da formare un ripidissimo piano inclinato, lo aveva già fatto scivolare sull'erba con la maggior grazia che si possa immaginare.
--Ti sei fatto male, Gustavo? Ti sei fatto male, zio?--chiesero la signora Amalia e la Matilde frenando a stento la gran voglia che avevano di ridere. Quanto allo stalliere e al professore Benvoglio, essi ridevano davvero. Il solo Arsandi era impassibile.
--Male no--rispose il Martelli che si era anche alzato e si palpava qua e là--male no, ma in nome di Dio, perchè non avvertire che il cavallo aveva questo vizio?
--Scusi--osservò lo stalliere a cui pareva diretto questo rimprovero.--Ella era così sicuro del fatto suo.
--E poi--soggiunse la Matilde--non bisogna mica credere che la Lilì usi sempre lo stesso metodo. A me, per esempio, mi ha rovesciata dalla parte opposta.
--Bisogna ch'io muti vestito--rispose Gustavo guardandosi i calzoni.--Sono verde come una lucertola.
--Fino al polsini--notò la Matilde.
--Già, ho dovuto pur ripararmi mettendo le mani avanti.
--Oh povero zio, povero zio!
--Non mi canzoni, bricconcella. Adesso ne vedrà un altro con le gambe all'aria. Amico Arsandi, volete rinunziare alla partita?
--Nemmen per idea.
--Badi, badi--disse la ragazza combattuta tra la paura ch'egli finisse col farsi male e il desiderio di vederlo uscir vittorioso dalla prova.
--Eh! il cavaliere Arsandi è un uomo troppo valoroso da ritirarsi dinanzi a un pericolo--osservò il professor Benvoglio che sperava di veder per terra anche l'antipaticissimo signor Michele.
--Non mi ritirerei se non in un caso--replicò questi--che il professore volesse montare in vece mia.
--Discorsi senza sugo--brontolò il Benvoglio facendo due passi indietro.
La Lilì s'era intanto ricomposta alla solita calma. Ella era in mezzo al prato, ritta sui garretti, con la testa immobile e con l'aria mite e benevola della più docile bestia del mondo.
--Ah gesuitessa!--mormorò lo stalliere passandole la mano sulle orecchie.
In un batter d'occhio il signor Michele inforcò il malfido animale. La Lilì rinnovò immediatamente la manovra che le era così ben riuscita col suo primo cavaliere; poi, vistasi fallire il colpo, cambiò tattica e s'impennò sulle zampe posteriori, tantochè il signor Michele, per non perdere l'equilibrio, dovette piegarsele vivamente sul collo. Superata la seconda crisi non fu però vinta la lotta, chè il cavallo ricorse a tutte le insidie e a tutte le sorprese le quali valessero a liberarlo dall'incomodo fardello.
Gli spettatori seguivano con attenzione intenta le vicende di questo duello, la signora Amalia un po' inquieta, la Matilde un po' pallida, il Martelli, il Benvoglio e lo stalliere animati dall'umano desiderio che il signor Michele pagasse il fio della sua tracotanza.
Il professore continuava ad evocare le sue ricordanze classiche:
Ardon gli sguardi, fuma La bocca, agita l'ardua Testa, vola la spuma...
Dopo un paio di minuti la battaglia fu decisa. La Lilì s'accorse che aveva trovato una mano capace di domarla, e ansante, molle di sudore, ristette da ogni ulterior resistenza. Il signor Michele la condusse fuori dello strato erboso sopra uno dei sentieri di ghiaja, e tenendo le briglie con una sola mano si levò con l'altra il cappello a modo dei cavallerizzi, e salutò cortesemente il suo pubblico, quindi mise al trotto il quadrupede.
--Bravo! bravo!--esclamarono tutti con un entusiasmo più o meno sincero. E la Matilde, che di pallida s'era fatta rossa, si avvicinò alla signora Amalia senza perder d'occhio il bel cavaliere e le disse:--Ah mamma, non mi darai mica ad intendere che il signor Michele abbia il busto!
Il primo momento che il Martelli e sua sorella furono soli, sicuri che la piacevole compagnia del professore Benvoglio impediva al cavaliere Arsandi e alla Matilde un pericoloso _tête-à-tête_, si guardarono in viso con aria contrita.
Gustavo ruppe per primo il silenzio.
--_Nous sommes enfoncés_, sorella mia gentilissima. Il nemico guadagna terreno continuamente.
--Pur troppo--rispose la vedova.
--Sei disposta a diventar suocera del cavaliere Arsandi?
--Nemmen per idea.
--Allora licenzialo. In fin dei conti sei in casa tua.
--È presto detto. Come si fa?
--Ci vuol tanto? Lo chiami a te e gli ricordi tre cose. _Primo_, che venticinque anni addietro egli spasimava per i tuoi begli occhi; _secondo_, che egli potrebbe esser padre, per l'età, della Matilde; _terzo_, che egli è vedovo e ha un figliuolo grande e grosso; tre eccellenti ragioni, mi pare, per levargli il ghiribizzo di far la corte sul serio a mia nipote. Che se poi vuol soltanto amoreggiarla per passatempo, egli può rivolgersi altrove... In ambo i casi, credo, tu sei nel pieno diritto di mandarlo pei fatti suoi...
--Già voi altri uomini vi fate tutto facile--replicò infastidita la signora Amalia.
--E allora rassegnati. Il cavaliere Arsandi è un bell'uomo, è ricchissimo, è pieno di spirito, cavalca a maraviglia, si arrampica pei monti con l'agilità di un camoscio; egli renderà felice tua figlia.
--No, no, mille volte no... Gli è che non vorrei pigliar questa faccenda in epico,... non vorrei venire a troppe spiegazioni con la Matilde,... mi piacerebbe invece che quel petulante subisse uno smacco.... Ma non avevi un'idea?
--Eh se potesse riuscir quella, sicuro che il messere sarebbe menato pel naso come si deve... Ma chi sa se riesce, e poi chi sa se tu l'approvi?
--Via, fammela conoscere.
--Ecco--principiò il Martelli, ma siccome mentr'egli parlava comparve la Matilde, i due interlocutori si ritirarono fuori degli occhi di tutti, perfino dell'autore, il quale può dirvi soltanto che al termine del colloquio la signora Amalia era molto gioviale.
A pranzo Gustavo annunziò che doveva partire quella sera stessa e che sarebbe tornato il posdomani. Andava, egli disse, a Treviso per una faccenda.
--Siamo d'accordo--gli bisbigliò all'orecchio sua sorella mentr'egli saliva in carrozza.--Il telegramma vuol dire che non verrai solo.
--E c'incontreremo?
--Nel luogo inteso... Ma tu bada alla giornata di domani...
--Non dubitare.
CAPITOLO NONO
La sera passò assai meno piacevolmente di quello che il nostro Arsandi si fosse aspettato. Sull'imbrunire la signora Amalia annunziò che sentiva l'avvicinarsi di una delle sue emicranie, di quelle emicranie che non le duravano mai meno di ventiquattr'ore e la rendevano esigente e fastidiosa.
--Ma non eri guarita?--chiese la Matilde alquanto sgomentata da questa notizia improvvisa.
--Credevo d'esser guarita--rispose dispettosamente la signora Amalia--ma non ci ho mica colpa se ho una ricaduta.
Il cavalleresco professor Benvoglio colse l'occasione per offrire alla sua dama crudele di andar egli in persona, se occorreva, a chiamare il medico e a prendere le medicine, a meno che ella non preferisse di appoggiarsi al suo braccio e di tentare l'esperimento di una passeggiata all'aria aperta. Facesse insomma di lui quello che voleva, lo mettesse alla prova, non lo lasciasse inoperoso mentr'ella soffriva.
Ma la vedova inesorabile, in tuono molto asciutto, lo pregò che non le desse noja; ch'ella non si era mai sognata di chiamare il medico per l'emicrania e che non era così pazza da uscire a quell'ora col mal di capo; onde stesse quieto, si accomodasse sulla sua poltrona a farvi il solito chilo, e al suo svegliarsi giuocasse una partita a scacchi col cavaliere Arsandi.
Questi, che nella speranza di un po' di maggior libertà con la Matilde non aveva saputo affliggersi troppo della indisposizione della signora Amalia, fu ora gravemente turbato dalla proposta che gli veniva fatta. Avrebbe voluto schermirsi, ma la sua ospite non gliene lasciò il tempo, e tendendogli la mano dal seggiolone dove si era sdrajata:--Povero signor Michele--gli disse--mi dispiace davvero quanto accade. È una fatalità che la emicrania debba essermi capitata proprio oggi. Oh ma passerà. Intanto per poche ore mi tolleri come la più uggiosa creatura che dar si possa. Non istò ritta e non voglio andare in letto, non istò sola e non voglio sentir romore, e tengo inchiodata vicino a me questa povera ragazza--e accennò a sua figlia--con l'ufficio di farmi dei bagni freddi sulle tempie. Abbia pazienza, signor Michele, fumi un sigaro in giardino oppure ordini cocchiere che attacchi e faccia una trottata, poi, sulle otto, sia qui e giuochi agli scacchi. Siamo vecchi amici, non è vero? E coi vecchi amici non si fanno complimenti.
Queste parole, pronunziate con voce languida ed insinuante, sarebbero scese come un balsamo sul cuore del professore Benvoglio; il signor Michele invece, pur chinandosi ai voleri della capricciosa castellana, non potè a meno di trovar ch'ella aveva piena ragione nel dire che il mal di capo la rendeva uggiosa. O che sugo c'era di voler rimanere tra gente obbligando le persone a tacere, d'imporre alla figliuola un uffizio che avrebbe potuto esser meglio adempito dalla cameriera, e di costringere un ospite a giuocare a scacchi con un compagno insulso e antipatico?