Nuove storie d'ogni colore

Part 9

Chapter 9 3,815 words Public domain Markdown

--Sentite quel che dice: «Caro Battistone, Scrivo a te che vedi gli altri. Giovedì è il giorno di Natale e alla mia Erminia i parenti di Rho hanno regalato un bel tacchino e dodici bottiglie di moscato di Siracusa. A nome dunque di mia moglie, che ha una gran voglia di conoscervi, invito te, don Procolo, il Cavaliere e il Chiodini a farmi onore. Non andate a pensar scuse. Si pranza alle sei. L'uomo può prendere moglie senza perdere i caratteri indelebili dell'amicizia, i quali sono immarcescibili. Rispondete subito al vecchio Carlinetto detto _'legrìa_.

--Povero figliolo!--disse il prete--se la andasse a buon cuore, sarebbe il re dei re.

--Credete proprio che gli si faccia un buon servizio ad accettare?

--Siamo quattro bocche.

--E che bocche! Ma d'altra parte egli non aveva nessun obbligo d'invitarci. Gli si farebbe torto.

--Non sentite che si tratta ancora d'una voglia di sua moglie?

--Sicuro. Se la sora Erminia non vede don Procolo, le potrebbe nascere un figliuolo vestito da prete.

---Eh! eh! oh! oh!--Fu una gran risata. La lettera di Carlinetto fece scattare un poco della vecchia allegria.

--Andiamo tutti a consolarlo, a distrarlo un po'--disse don Procolo--Forse ha bisogno di vedere la faccia degli amici, di rifarsi il sangue, povero _'legrìa!_ Andiamo a liberarlo dalle fiamme del purgatorio.

Si combinò una lettera collettiva, firmata da tutti e quattro, nella quale si accettava ringraziando: e si combinò che ciascuno porterebbe qualche cosa, chi il vasetto della mostarda, chi il rosolio, chi un mazzo di fiori....

--Io gli porterò il panettone--disse il Chiodini: e si lasciarono.

Don Procolo si trascinò fino alla Canonica dove aveva uno stambugietto accanto al solaio della sagrestia. Battistone trovò che la sua Ludovina, una serva padrona piena di premura, gli aveva messo il trabiccolo in letto e stava riscaldandogli del latte col miele per ammorbidirgli la raucedine. Il Cavaliere fe' scricchiolare le sue scarpe su per le scale: un ragazzetto gli aprì l'uscio e portò il lume in camera. Dei quattro celibi soltanto l'avvocato si perdette per distrazione nella nebbia e nell'oscurità delle viottole e non giunse a casa che verso la mezzanotte. Provò ad aprir la porta di strada, ma aveva presa la chiave della cantina in luogo della chiave giusta, così che bisognò picchiare un pezzo per svegliare il portinaio. Il quale, da uomo che non vedeva mai un soldo di buona grazia, finse d'aver il sonno duro e non si mosse se non quando il casigliano, già fuori dei gangheri, minacciò di buttarne fuori anche la porta. Finalmente s'intese uno strascico di pianelle, il portello si aprì, nello spiraglio luminoso i due uomini mugolarono quattro parole rabbiose, e tutto ricadde nel buio e nel silenzio.

--Vecchi giovinastri!--brontolò il portinaio, quando tornò sotto le coltri accanto alla sua vecchia cuffia.

* * *

Il giorno di Natale don Procolo e il Cavaliere, incontratisi sull'angolo di via Porlezza, si avviarono insieme verso la casa di Carlinetto, che dava sul fianco del teatro Dal Verme colla vista delle piante e della nebbia di piazza Castello. Il prete teneva in mano il suo vasetto di mostarda, non troppo grande, per non far torto all'ospite: e il Cavaliere aveva un pulcinella coi campanelli.

Giunti sulla soglia di una porta di assai modesta apparenza, dettero un'occhiata al numero.--È qui--ed entrarono.

Non ora un palazzo, ma una casa abbastanza pulita, col bugigattolo del portinaio, con una scaletta stretta ma chiara e con un certo odor di cuoio su tutti i pianerottoli. Fatti alcuni scalini, don Procolo si voltò verso il compagno e disse:--Non si sente odor di risotto.

Il Cavaliere, che faceva tanto bene scricchiolare, le scarpe sugli scalini, si rannicchiò nel bavero di pelo, sporse il labbro inferiore, aprì le due mani, tutte smorfie che volevan dire:--Povero diavolo!

--Ah donne, donne, donne!...--canterellò fino in cima il prete. E su e su, quando piacque a Gesù bambino, arrivarono all'uscio e sonarono. Di dentro rispose un abbaiare fesso e un gran raspar d'unghia contro la porta.

--O Gesù d'amore acceso, anche la cagnetta!--brontolò il prete.

Il Cavaliere si rannicchiò ancor di più nel pelo del bavero.

Venne ad aprire il ragazzo del fornaio, che aveva riportato qualche cosa. La voce di Carlinetto gridò dal fondo della stanza:

--Siete voi?

--_Nos numerus sumus et fruges consumere nati._

--Avanti don Procolo, l'uscio in faccia. Sono occupato a voltare il bestione, che è stanco di cuocere sul fianco.

A queste parole tenne dietro un friggío di burro e un profumo delizioso, che aggiustò la coscienza frusta di don Procolo, il quale per non guastare l'avvenire si era limitato sulla colazione. Andarono avanti e si trovarono in un salottino rettangolare, addobbato con un certo buon gusto. Sul caminetto ardeva un bel focherello e gli stavano davanti alcune poltroncine coperte di una tela bigia, con bottoncini bianchi e con bracciolini freschi di ricamo all'uncinetto. Un piccolo divano appoggiato alla parete lasciava a stento il posto per un pianoforte verticale, che reggeva due candele accese. Sul camino c'era la solita specchiera, la solita pendola di bronzo, fra due campane di vetro, coi soliti fiori di pezza. Qua e là qualche fotografia, qualche cespuglio d'erba sempreverde, di lauro o di edera per far boscaglia nei luoghi più nudi; una cosettina insomma modesta, ma pulitina proprio, che lasciava intravedere la manina di buon gusto.

Al Cavaliere avvezzo al lusso grandioso di casa sua, quell'addobbo limitato di «volere e non posso» parve un altro segno della strettezza in cui s'era cacciato a vivere il povero Carlinetto; e dètte al prete un'occhiata che voleva dire ancora: povero diavolo! Il prete invece abituato a dormire in una tana, rispose con una occhiata di meraviglia. Ma come due filosofi non riuscirono ad intendersi, perchè entrò Carlinetto che finiva d'asciugarsi le mani.

Quando furono bene asciutte, stese la destra prima alla santa madre chiesa, poi agli ordini costituiti, e cominciò a ridere.

«_'Legrìa_» era un uomo di mezzana statura, colla fronte piuttosto alta e bianca, con pochi capelli chiari, cogli occhi grigi, vivi, pieni di bontà. Allegro, ingenuo, incapace di star quieto colle gambe, apparteneva alla classe di quei buoni figliuoli di ingegno non molto esteso, che i grandi individualisti non possono nè tollerare nè compatire. Ma se gli mancava la potenzialità d'un cenobiarca che si mangia in uno sbadiglio l'universo, era un uomo caldo di cuore, un diligentissimo vicesegretario, un animo capace di rendere un buon servigio anche a una persona antipatica: era poi un marito modello.

--Vedeste il bestione! ha preso un abbronzato magnifico.

--Ci avrai messo, immagino, la sua bella fascia di prosciutto--domandò il prete.

--S'intende. Il prosciutto asciuga il grasso del dindo e gli dà un saporino filosofico... eh! eh!

--E nella pancia, che gli hai messo nella pancia?

--Un ripieno di salsiccia con prugne di Provenza e qualche castagna.

--Va, Carlinetto, tu sei all'altezza dei tempi. Ti ho portato un vasetto di mostarda.

--È dolce?

--Di miele... Alle signore piace il miele. È dolce come il mio cuore...--soggiunse ridendo don Procolo, che cominciava a sgranchire l'appetito nel tepore della sala e nel buon odore che veniva dalla cucina.

--Mia moglie vi prega di perdonarle, se per il momento c'è Bebi che ha bisogno di lei.

--Chi è questo Bebi?

--Il grande, il terribile Bebi.

--Quello della carota?

--No... suo fratello, Eh! eh! eh!--Carlinetto si appoggiò al pianoforte per rider meglio.--L'ho poi trovata la carota quella famosa notte--soggiunse, rivolgendosi al Cavaliere--ma ho dovuto picchiare alla porta di tre erbivendole, finchè ne trovai una più pietosa che me la buttò dalla finestra. Un orso, a cui col mio picchiare avevo rotto il sonno sul più bello, mi scagliò dal terzo piano un cavastivali, che se mi piglia giusto, mi faceva nascere una carota sulla zucca. Eh, eh, eh...

Il ridere elettrico e d'un suono metallico con cui Carlinetto accompagnò il suo racconto, cominciò a far solletico anche al cuore mal disposto dei soliti. Il Cavaliere a ridere faceva ah, ah, ah... Il prete: oh, oh, oh, mostrando tutti i denti e la immensa cavità della bocca. La ragione di questa musica la si capisce: gli organetti ritrovavano il manubrio.

--E Battistone?

--Di Battistone--disse il Cavaliere--ho da raccontarne una bellissima.

--Allora sedetevi, mentre vi preparo un bicchierino di amaro tonico di Pavia, un amaro che aguzza l'appetito come una lesina. Accostatevi al fuoco, asciugatevi i piedi.

--Battistone--ripigliò il Cavaliere--questa mattina mi mandò un biglietto con queste parole:--Siamo alle solite. Ludovina non vuole che vada a pranzo fuori di casa senza di lei. Mandami il telegramma dello zio Catarro.

--Chi è questa sora Ludovina che non vuole?--chiese Carlinetto.

--È la Perpetua, la serva padrona--brontolò il prete.

--Non ti ricordi quella contadina grassa come una pollastra, che cammina come una trottola?

--Quella di Vercurago?

--Bravo!

--E che c'entra lei per proibire al suo padrone di andar dove vuole?

--Ma...! misteri del cuore umano, caro mio....

--Le donne c'entran sempre--brontolò il prete--Le donne passano dappertutto, specialmente quando son grasse.

--Che cosa mi raccontate! Battistone, così grande, così grosso, così serio, si lascierebbe comandare da una donna di servizio.... Dunque non avremo con noi il nostro Battistone....

--Verrà, verrà, forse un po' più tardetto, ma verrà. Ora salta in scena lo zio Catarro. Bisogna sapere che Battistone ha uno zio vecchio vecchio, più che ottuagenario, molto ricco, dal quale spera di ereditare un bel gruzzolo di denari. La Ludovina, che forse al gruzzolo ci tiene più ancora che il suo padrone, non vuole che Battistone lasci scappare nessuna occasione per mostrarsi pio, amoroso, pieno di carità verso il povero zio asmatico. Tutte le volte che il servitore dello zio Catarro (lo chiamiamo così per far presto) gli manda un telegramma d'allarme, Battistone piglia la valigia e corre a Como ad assisterlo. Così tutte le volte che le scene di gelosia della Perpetua gli fanno perdere la pazienza, mi scrive un bigliettino e io in risposta gli mando un telegramma con queste parole, per esempio:--_Zio non dorme_--_Zio olio santo_---_Zio catarro_.... La serva ignorante e analfabeta, che ha una gran fede nel telegrafo, mette una camicia nella borsa e beve. Battistone fa un giro intorno alla stazione e viene a pranzo da me: poi andiamo a teatro, o si va fuori di porta, come due studenti in vacanza.

--Ah, ah, oh, oh, eh, eh...--Don Procolo si asciugò gli occhi bagnati col suo fazzolettone turchino, esclamando:--Ah vecchi giovinastri!

Quando il Cavaliere potè riprendere il fiato, continuò:--Ciò che oggi mi tiene in pensiero è che il telegramma dello zio Catarro l'ho mandato fin da mezzodì e io aspettavo Battistone non più tardi delle tre. Non vorrei che la serva si fosse messa in sospetto e avesse fiutato l'intrigo.

--E quell'animale grazioso e benigno che risponde al nome di Chiodini, perchè non si vede ancora?--chiese il padrone di casa.

--Questo l'ho incontrato un quarto d'ora fa, mentre correva a casa a cambiar le scarpe. Aveva in mano un gran panettone. Mi disse che sarebbe venuto subito.

Il campanello sonò.

* * *

Poco dopo entrò Battistone alquanto scalmanato, colle orecchie rosse, con un ombrello sotto il braccio, una valigia in mano. E fu accolto da un vivo applauso.

--Hai fatto buon viaggio? si temeva che tu avessi perduta la corsa.

--Si temeva anzi di un deragliamento, o di uno scontro ferroviario.

Carlinetto gli tolse la roba dalle mani e lo spinse verso il fuoco in mezzo agli altri due, che non cessavano di tormentarlo.

Ma in quel momento entrò l'Erminia e i tre vecchi giovinastri si schierarono in fila come i soldati. Carlinetto cominciò le presentazioni.

L'Erminia vestiva quell'abito color vino di Montevecchia che porta tutte le feste alla messa del prevosto a S. Maria alla Porta, quando la si vede raccolta nel suo gran velo nero, col libro di velluto sanguigno fra due morbidi guanti chiaretti, Al _Sanctus_ s'inginocchia, nasconde la faccia tra le pagine della sua «Via al Cielo» e si alza poi più lieta e più rossa dopo aver pregato per i bambini, per Carlinetto e un poco anche per i suoi peccatucci veniali. Vivendo un po' di tempo in un gran magazzino di mode, ha imparato il _savoir faire_ di trattare colla gente e una grazietta un po' biricchina, che le mette due fossette sulle gote e una sul mento quando ride. Ha poi dei dentini meravigliosi, bianchi e piccini come grani di riso.

Oggi per la circostanza si è messa indosso tutti i gioielli di sposa, la catena d'oro e i pizzi freschi alle maniche e al collo. I tre invitati, in fila come i soldati, fecero una bella riverenza, presero la bella manina fresca, balbettarono qualche complimento col modo confuso e goffo che usano sempre i giovinastri, quando sono sotto la suggezione di una donna di garbo. Il trattar bene colle donne, specialmente colle più belle e colle più maliziose, non è questione di coraggio, nè d'ingegno, e nemmeno d'aver studiato belle lettere. Anzi niente è più inutile per dire a una bella signora il suo sentimento quanto il sapere molte lingue. Dunque non è meraviglia se, con tutto il suo latino, anche don Procolo non sapesse trovar di meglio che la solita frase:--Ho piacere di fare la sua conoscenza.....

--E io ho piacere di conoscere i miei più tremendi rivali. Carlinetto parla sempre di loro come di antiche amorose. Fra noi dunque ci dovrebbe essere della ruggine e della gelosia, ma oggi è giorno di pace.

--_Pax in terra hominibus_--disse il prete.

--_Et donnibus_--soggiunse Carlinetto con un latino tutto suo.

Si rise ancora una volta tutti insieme. L'Erminia a ridere pareva un campanello. Carlinetto (quell'asino!) acceso in viso d'un bel porporino che tradiva tutte le sue diverse e profonde affezioni, alzando le braccia, lasciò cadere le mani aperte sulla schiena di Battistone, larga come una piazza, e gridò:--Merito proprio d'essere impiccato?--E voleva dire se per una donnina così non c'è il suo tornaconto anche a fare uno sproposito. Battistone capì l'antifona e dopo aver studiata la bella figura della padrona di casa coll'occhio dell'uomo navigato (era stato in Crimea, lui) si volse verso il camino, ruminando non so che _confiteor_.

Ma tutti erano curiosi di sapere com'era andata l'avventura del telegramma. Carlinetto, non volendo che si toccassero certi tasti in presenza dell'Erminia, la mandò via con un grazioso pretesto.

--Vado, vado, non son mica curiosa delle loro avventure....

--Resti, resti...--gridarono in coro.

--Che, che, che....--E ridendo, quella testolina a riccioli, immersa come in un canestrino nell'apertura fresca del colletto di pizzo, scomparve fra le pieghe della tenda. I giovinastri rimasero un poco sconcertati anche dopo, come se la bella donnina non fosse scomparsa del tutto. Qualche cosa resta sempre nell'aria dove è passata una bella donna.

--E dunque, da dove vieni, Battistone? io t'ho aspettato fino alle quattro.

--Vengo da Monza.

--Ti è toccato partire?

--La Ludovina, dopo la scenata di ieri l'altro, era in sospetto e volle accompagnarmi fino alla stazione, anzi fino al vagone, e non se ne andò se non quando vide partire il treno. A Monza son saltato giù e ho preso il tram a cavalli per ritornare a Milano.

--Ahi! ella comincia a sospettare...--osservò il Cavaliere.

--Ma infine che diritti ha questa sora Ludovina?--chiese brutalmente don Procolo.--Non la puoi buttar nel Naviglio?

--È una buona donna....--mormorò il maggiore.

--Quando la serva comanda al padrone, _latet anguis in herba_.

--C'è l'anguilla nell'erba...--E Carlinetto fece seguire alla sua traduzione una lunga risata... eh, eh, eh, eh... Gli altri risposero: oh, oh, ah, ah.... Il fuoco scoppiettava nel caminetto. Gli spiriti si scaldavano strofinandosi.

Il prete stava per dare a Battistone un buon consiglio, ma gli venne in mente la massima evangelica:--Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra...--E poi in queste faccende ne sa più un matto in casa sua, che un prete sul pulpito. Son le circostanze che fanno l'uomo peccatore.

Intesero una grande scampanellata. Carlinetto corse a vedere di chi fosse la manina leggiera. Ed entrò il Chiodini con un grosso cartoccio sopra una mano e nell'altra il fiocco del campanello.

--Tu hai una forza di dopo pranzo, caro mio...

--Credevo di essere a casa mia dove ho una serva sorda e bisogna sonar forte--disse l'avvocato, collocando il grosso cartoccio del panettone sopra una tavola e intascandosi sbadatamente il fiocco.--Ho voluto passar di casa a cambiare le scarpe e nella furia ho sbagliato, ho mescolate due paia. Ho calzato le due scarpe diritte e una mi fa veder le stelle. Puoi tu, Carlinetto, prestarmi una pantofola?

--Te ne posso prestar due, anima mia.

--Ti ho portato un panettone. Anche qui, guarda la mia distrazione! L'ho comperato apposta stamattina per averlo più fresco, e due volte sono uscito di casa senza ricordarmi di prenderlo nè la prima, nè la seconda volta. Per cui ho dovuto risalire una terza volta le scale al buio e quasi mi rompo il naso nello stipite dell'uscio.

--Ah vecchio giovinastro! tu hai bisogno di prender moglie.

--M'è capitata l'istessa storia ieri a conto di un cappello nuovo che mi ha portato il cappellaio, che non so più dove l'abbia ficcato. Pigliami dunque col cappello vecchio.... E fa le mie scuse alla tua signora, se vengo a tavola con una pantofola--Il Chiodini, sospinto bel bello da Carlinetto, fece il suo ingresso nel salotto, zoppicando. Fu accolto, col solito schiamazzo, I _soliti_ perdevano la suggestione e sì credevano nella bottega del Paolo. Fecero girare il Chiodini sulla pantofola e tutti si credettero obbligati di dargli un consiglio. La distrazione non può derivare che da un abuso di applicazione. Dunque, _adelante, Pedro, con iuicio..._

Qualche cosa si agitò sotto la tenda, qualche cosa che non era un cagnolino.

Ne uscì un bimbo di forse due anni, con un tamburello al collo, che traballando sulle sue gambe grassottelle, disse:--Cignòli, è in taola.

--Presento Peppinotto. _En avant, monsieur le general_, faccia il suo dovere. Come ti ha insegnato la mamma?

Peppinotto intese che dovesse recitare la poesia del santo Natale, aprì le braccia, fece un mezzo inchino e declamò colla graziosità di chi non capisce nulla:

Co il bambin che dolme in cuna È il Cignol del mal, del ciel....

Battistone, il reduce dalla Cernaja, non lo lasciò finire. I corpi grossi, ha dimostrato Newton, attraggono i piccini. Se lo prese in braccio e mentre don Procolo misurava al bimbo la grossezza dei polpacci dentro il cerchio delle dita, il cavaliere agitava il pulcinella dietro le spalle di Battistone.

--Tornò la signora Erminia con sua sorella Paolina, molto più giovine di lei, una ragazzona di quindici anni e mezzo, pettinata ancora alla bambina, con due trucioli castagni cascanti sugli occhi, piena di salute e di cuor contento, un po' vergognosa e molto pacifica in tutti i suoi movimenti.

--Questa poi me la prendo io!--disse don Procolo, offrendo il braccio alla ragazza che accettò subito.

Battistone e il Cavaliere presentarono insieme il braccio all'Erminia, che li prese tutte e due.

Le scarpe del Cavaliere stridevano come nelle grandi occasioni, e Battistone, sentendo quel braccio leggero e delicato sul suo e quel profumo delicato dei capelli, non potè sottrarsi a un confronto ripugnante, Gli pareva d'aver sul braccio un panierino di fiori. Non era avvezzo a portare dei canestri così leggeri, l'ortolano!

Per andare nel salotto da pranzo dovettero traversare prima la camera da letto, che formava l'angolo della casa.

Una lucernetta nascosta da un paralume, rischiarando a mala pena il passaggio, lasciava lo sfondo nell'ombra, dove biancheggiava confusamente un padiglione bianco e luccicava qualche cornice d'oro.

--Riverenza all'altare!--disse sottovoce il prete; e Battistone, che sentiva il suo canestro sul braccio, nel traversare quel semioscuro ambiente, provò qualche cosa nell'animo, come sarebbe la paura di cadere da un gradino che non c'è.

Dalle due finestre d'angolo, che davano sulla piazza Castello, si vedevano i lampioni a gas, quasi soffocati dalla nebbia e dalla neve in un cerchio rossiccio. Le cupole bizantine del vicino teatro Dal Verme si appiattavano anch'esse nella notte, senza un respiro di luce, come la carcassa capovolta di un immane bastimento.

Il salottino da pranzo, ben rischiarato da una lampada sospesa e ben caldo, scintillava di posate di pakfond, di saliere, di bicchieri nitidi, Sopra una scansia stavano schierate dodici bottiglie di diversi autori, qualcuna col collo d'argento,

--Qui c'è odor di morto--disse don Procolo, allargando le nari al buon profumo dell'arrosto,--Gli faremo un funerale di prima classe.

Erminia fece sedere don Procolo al posto d'onore. Fra lui e il Cavaliere pose la Paolina. Poi Battistone fra lei e il bimbo. Gli altri in seguito. Bebi, di sei mesi, dormiva in uno stambugietto vicino.

--Immacolata!--gridò Carlinetto.

--Chi è quest'Immacolata?

--Vedrete. Una ragazza d'Airolo, un pezzo di montagna con vigna annessa.

--Vi prego di dare il buon esempio--disse con un sorriso la padrona di casa.

--Fuori l'Immacolata Concezione--gridò il prete.

Venne la minestra fumante.

Altro che pezzo di montagna! la povera ragazza, rossa abbruciata dal fumo della pentola e dalla vergogna, non sapeva come nascondere la faccia e come farsi sottile in certi passaggi stretti fra le sedie e il muro. La signora Erminia, al paragone delle altre due bellezze giovanili in fiore, risaltava ancor più bella per un certo languore di colori e di lineamenti. Quel sangue che mancava a lei lo aveva sulle guance Peppinotto, che scaldato anche lui dal fumo della pappa, pareva una bella ciliegia. Ma il più bello, il più raggiante, colui insomma, che poteva dar dei punti al sole, era Carlinetto (quell'asinaccio) colla sua fronte nuda e lucente, coi pochi capelli biondi irti sul cucuzzolo, avvolto nel tovagliolo come un sommo pontefice nel piviale.

Il paradiso dei mariti gli sfavillava negli occhi, come un uomo che si sente appoggiato da una parte all'amore, dall'altra all'amicizia.

Egli era il signore, il babbo e il nababbo di quelle donne e di quei bambini. Si sarebbe detto, a vederlo, che il pover'uomo, rannicchiandosi nella sua sedia, cercasse di rimpicciolire la sua dignità o di sfuggire a quel troppo di felicità che è sempre di cattivo augurio.

--Cavaliere--gridò il padrone di casa--le mani davanti e gli occhi sul piatto. Voglio che Paolina sia garantita.

--Allora si può pretendere che anche don Procolo metta i piedi sulla tavola.

--_Omnia munda mundis_--esclamò il prete, che cominciava a sbrodolare la coscienza colla minestra calda.

--E Battistone? a che cosa pensi, eccelso Battistone? al povero zio moribondo?

Battistone rideva nella gola d'un riso grasso e affannoso.

--Si possono conoscere questi grandi segreti?--gli domandò sottovoce l'Erminia.

--No, no, cara signora, mi compatisca...--rispose il capitano, arrossendo come un ragazzo.

--Io credo che il signor capitano sia un giusto calunniato,

--Brava, la mi difenda.

L'anima gentile e buona del capitano Tazza, perduta e impaurita nel fondo di quel suo gran corpo, risentiva nella voce di quella donna un eco della graziosa voce materna. Dopo tanti anni, dopo tante avventure di campo e di caserma, dopo molti smarrimenti per le vie del mondo, l'incontrarsi in una famiglia onesta il giorno di Natale, fra donne giovani e belle, nella confidenza di un domestico abbandono, gli tirava in mente i giorni più belli della sua infanzia, quando tutti siamo poeti per virtù d'inesperienza.