Nuove storie d'ogni colore

Part 8

Chapter 8 3,852 words Public domain Markdown

--Eccoti il tuo morto. Gianella dice che questo tuo scienziato era un avaro dannato, che non regalava mai un soldo di mancia a nessuno; ma non è necessario che tu lo dica nel tuo elogio. Dirai anzi il contrario, che aveva le mani buche, che aiutava i poverelli. Si dicon tante bugie per i vivi, che si può dirne una anche per un morto. E a questo proposito mi ricordo d'aver conservato l'elogio che hanno stampato a Lecco, quando morì quel nostro povero zio prete, che fu un gran mangiatore di libri anche lui e che a furia di libri morì pitocco come Giobbe. Penso che ci siano lassù dei periodi che possono andar bene anche per questo avaro. Ogni paio di calze e ogni camicia vanno bene ad un morto. Del resto Gianella mi ha anche detto che il tuo scienziato era sordo come una campana; per cui gli puoi cantare anche l'_Epistola_ che lui non sente lo stesso.

Con questi incoraggiamenti e coll'aiuto della necrologia stampata in onore dello zio prete, a furia di pestar nel calamaio colla penna, riuscì anche a Taddeo di mettere insieme trent'otto righe di belle parole non prive d'un certo suono, colla solita citazione del Foscolo: «Sol chi non lascia eredità d'affetti... Cominciava così:» _Davanti a questa bara che racchiude i resti mortali del nostro compianto collega ed amico, la voce vien meno e altro non resta che di pronunciare un mesto addio a nome di quell'Istituto di cui egli fu gloria e ornamento..._

E finiva coll'epifonema:--_Salve, spirito eletto! tu hai finito di soffrire in questa dolorosa battaglia della vita...._ (Questa frase era tolta di peso dall'elogio dello zio prete morto dopo lunga malattia d'un cancro allo stomaco) .... _Valga l'esempio delle tue nobili virtù d'incitamento a tutti noi, che abbiamo imparato alla tua scuola come si possa congiungere la scienza all'ideale, la modestia alla virtù, la costanza dei propositi alla bontà indulgente dell'animo._ (Tutta roba rubata allo zio prete).

* * *

Serafina trovò il discorso fin troppo bello per un avaraccio, che non dava mai un soldo di mancia a nessuno. Vestì il suo Taddeo, lo spazzolò una volta più del solito, gli accomodò la cravatta, gl'infilò i guanti neri sui diti grossi come salamini e lo buttò fuori dell'uscio che già sonavano le nove e mezza, l'ora stabilita per il trasporto.

Taddeo sceso in furia le scale e nella confusione di spirito in cui si trovava, invece di piegare a destra, nella direzione di San Giorgio, seguendo l'abitudine di tutti i giorni, voltò a sinistra verso Brera e l'Istituto. Non si accorse d'aver sbagliato, se non quando fu sulla porta del palazzo. Questo contrattempo aiutò a scombussolarlo ancor di più.

Tornò in fretta sui propri passi e col suo andare sconnesso e frettoloso che gli dava l'aria d'un barile rotolato, passò in mezzo al gran via vai delle strade, coi pensieri arruffati, masticando macchinalmente la prima frase del discorso: «_Davanti a questa bara_» col fastidio di chi sente dolere il dente guasto mentre sale le scale del dentista.

Non poteva quel benedetto Presidente incaricare qualche altro di questa faccenda? C'è della gente che va così volentieri ai funerali e par fatta apposta per accompagnare i defunti illustri, per far dei discorsi, per mettersi in vista come lampadari! C'è chi non manca mai al séguito d'un morto di talento, e ci tiene anzi a far sapere che c'è, a far mettere il nome sul giornale. A queste piccole fiere del dolore non manca mai chi ha da spacciare un residuo di vanità insoddisfatta. Ebbene, perchè non fanno una società di mutuo accompagnamento questi lampadari, che si accendono alla fiamma d'un illustre che se ne va, e perchè non lasciano stare in pace i poveri diavoli, che amano lavorare nel loro guscio?

In queste idee ch'egli brontolava mentalmente insieme a frasi smozzicate dell'elogio funebre, il Falci arrivò alla casa del morto, in via dei Piatti; ma sentì che il morto era già partito.

Voltò subito ancora più sconcertato verso la chiesa di S. Giorgio, e visto sulla porta di questa un nomo vestito di rosso, lo scaccino, gli domandò:--Il morto? voglio dire il Commendatore?

--Eh, eh!...--rispose lo scaccino, tagliando l'aria colla mano, per significare:--A quest'ora è già in paradiso.--Però se imbocca San Sisto e infila Santa Marta, in dieci minuti lo può raggiungere.... È un funeralone, non può sbagliare.

Lo scaccino parlava ancora che già il nostro Taddeo imboccava San Sisto e infilava Santa Marta: di là scendeva verso la piazza del Castello: e finalmente, giunto nelle vicinanze della chiesuola detta della Madonnina, gli parve di vedere il suo morto, cioè una gran folla nera che si addensava dietro un carro alto coperto di fiori, nella nebbia di quella giornata bigia di febbraio. E non aveva ancora raggiunto il corteo che risonò in lontananza una malinconica marcia funebre, che dopo aver messo anche il nostro Taddeo al passo cadenzato delle meste circostanze, lo commosse un pochino. Quei clarinetti parevano gemere sulla vanità delle glorie umane..... Ma! Taddeo si asciugò la fronte (era stata una bella corsa!) si mise in coda anche lui in mezzo ai poveri, e lentamente, quanto fu lunga quell'eterna strada, seguitò il suo morto, badando a schivare il fango e le pozze d'acqua.

Al cimitero monumentale, (così detto perchè ci sono dei brutti monumenti) il feretro fu deposto sotto un portico praticabile alle correnti d'aria e ai dolori reumatici e venne subito circondato dalle rappresentanze e da molte bandiere. Il prof. Falci, agitando il suo foglietto, cercò di farsi strada in mezzo ai dolenti, finchè trovò un buon parente, meno dolente degli altri, che lo fece passare mentre già si recitava un discorso. Il nostro amico un po' per la distanza, un po' per il bisbiglio, un altro po' per la confusione e per la soggezione, non afferrò di quel primo discorso che qualche frase più sonora, come.... _patrie battaglie.... sentimenti liberali... principii immortali della democrazia_....

Queste parole e lo sfoggio di molte bandiere e di molti petti sfolgoranti di medaglie avrebbero dovuto dirgli che non era roba di chimica e d'Istituto. Ma il suo cuore era così immerso nelle trent'otto righe che doveva recitare al cospetto del pubblico, che se gli avessero fatto un salasso, non gli veniva una goccia di sangue. E poi non era uomo da saper distinguere tra il dolore dei dotti e quello dei valorosi patrioti: o se anche avesse saputo distinguere, tirava là sotto un'aria così maledetta, che non lasciava l'animo disposto alle sottili analisi filosofiche.

Finalmente si sentì tirato e poi sospinto da quel medesimo buon parente che l'aveva fatto passare, vide davanti a sè il suo morto, sentì il gran silenzio che lo circondava e con quel coraggio che assiste negli estremi pericoli i più disperati, cominciò anche lui con voce di clarinetto:--_Davanti a questa bara...._--e tirò via bel bello: e quando fu sul finire, animato da una sincera commozione, rinforzò, elevò la voce e suonò il suo finale anche lui con buona intonazione:--_Valga l'esempio delle tue nobili virtù d'incitamento a tutti noi che abbiamo imparato alla tua scuola come si possa congiungere la scienza all'ideale, la modestia alla virtù, la costanza dei propositi alla bontà indulgente dell'anima...._

Erano le quattro righe copiate letteralmente dall'elogio dello zio prete, che morto e sepolto da un pezzo, non poteva più risuscitare a protestare e a pretendere la roba sua.

La gente mormorò: bene, bravo. Molte mani di patrioti si allungarono a stringere la mano dell'oratore che sudato, trafelato, non vedeva innanzi a sè che una gran macchia d'inchiostro e non sentiva che il filo d'aria diacciata che gli fischiava nell'orecchio. Il buon parente con dolce violenza gli tolse di mano il manoscritto per poter unirlo alle altre necrologie, che l'Associazione dei giovani di caffè intendeva pubblicare in onore del benemerito suo vice-presidente.

Era avvenuto quel che il più fino di voi ha già capito da un pezzo.

Taddeo, tutto assorto nella paura di un discorso a fare, aveva preso un morto per un altro. Imbattutosi nel funerale dell'ex cuoco garibaldino, si era lasciato rimorchiare dalla folla e dalla banda senza pensare che a Milano non si muore mica uno per volta. Aveva seguitato il corteo e aveva recitato il suo bel discorso senz'accorgersi che il suo morto non puzzava di commendatore. E nemmeno tra gli uditori ci fu chi se ne accorse. Qual'è quel morto che non congiunge la modestia alla virtù, la costanza dei propositi alla bontà indulgente dell'anima?.... In quanto alla scienza tirata in ballo nel discorso davanti alla bara d'un cuoco, chi l'ha definita così bene questa benedetta scienza, che non si abbia mai a confondere con qualche altra cosa?

Per tutte queste ragioni il discorso del prof. Falci scritto per un chimico membro del R. Istituto, uno dei XL di Moderni, S.c. della K. K. Ph. Ph. W.G. ecc. ecc., potè servire benissimo per un cuoco garibaldino democratico: e chi lo legge oggi tra le necrologie stampate in onore di Palamede Botigella dice che è bellissimo. Anche il _Secolo_ trovò modo di lodarlo con queste parole: «Il prof. Falci, vecchio amico del defunto, recitò un commovente discorso ispirato a sensi liberali e a idee generose...»

Taddeo è ritornato subito a' suoi studi di _Spettroscopia_ coll'animo sereno e tranquillo di chi ha compiuto un pio dovere verso un compianto collega. Ma devono aver riso veramente di gusto al mondo di là il Comm. Cerbatti e Palamede Bottigella, quando s'incontrarono collo zio prete.... a meno che i morti non siano gente più seria di noi.

VECCHI GIOVINASTRI

Nel caffè detto del Paolo c'è un salottino color cioccolatta, dove molti anni fa si ritrovavano tutte le sere dalle otto alle dieci i «soliti.» Torniamo a quei tempi e cerchiamo di farle rivivere le cinque belle macchiette.

Il più vecchio di questi «soliti» è don Procolo, sopranominato nel quartiere anche il prete senz'anime, perchè non è addetto alla parocchia, ma vive d'incerti, sopra una piccola messa obbligatoria e su qualche candela, quando muore una persona di considerazione. È un povero diavolo, che porta una veste color così così, con certe maniche verdognole, con al collo di solito un fazzoletto bianco, che fa parer più lunga la barba corta, con corte unghie, parlando con poco rispetto, che taglierebbero una forbice. Ma con tutto questo, don Procopio non è un asino, tutt'altro; se avesse voluto, se non fosse stato quel gran trasandato, avrebbe potuto essere un eccellente professore di filosofia; ma le abitudini son invecchiate colle ossa e il bislacco ha seppellito il filosofo.

* * *

Don Procopio è sempre il primo a sedersi al solito tavolino, tra le sette e mezzo e le otto; e mentre il Paolo accende il gas e da un'occhiata ai giornali, il prete fa un po' di tenera conversazione con Marianna, la vecchia gatta del caffè, alla quale porta tutte le sere o una crosta di formaggio, o una filaccia di carne, o lo pelli del salame, e non di raro qualche ossicino di pollo non tutto da buttar via.

La Marianna, appena vede qualche cosa di nero svolazzare dietro la vetrina, salta dalla cassettina dei _bonbons_, dove sta ronfando, e facendo arco colla schiena e arco colla coda, si sdruscia tutta sulle calze del prete, che la tien a bada un pezzo colle ciarle, prima di tirar fuori il famoso pacchettino. In quei teneri discorsi tra il prete o la Marianna, lui la chiama la sua vecchia amorosa, la sua cara golosaccia, la sua sorniona, tirandola ora per la coda, ora per la còppa, o le fa certe carezze a contropelo, che non potrebbe far di più verso la sua Nemica un Aurispa _fin de siècle_.

Nei giorni di solennità poi ho veduto io stesso don Procolo dividere colla micia il navicellino dolce ch'egli si regala insieme al «cappuccino» e chi sa quanto il buon vecchio sia goloso, può misurare l'estensione del sacrificio. Bisognerebbe inventare uno stile apposta per dir bene certe profondità della psiche.

Il caffè del Paolo è una bottega all'antica, che conserva una vecchia clientela di gente pia e religiosa, non vi si fa musica, non vi si vedono giornalacci. Gli specchi riquadrati in cornici di legno color zucchero _brulè_, hanno la vista languida: i tavolini stanno ancora come una volta su quattro gambe: su quattro gambe stanno anche gli sgabelli coperti di cuoio: tutto insomma è quadrato sull'archetipo ideale d'una tavoletta di caraca fina. I divani, rasenti al muro, sono coperti di vitello con borchiettine di ottone e in fondo, dietro il banco, cigola un armadio di noce, che il nonno del Paolo comprò per ottanta svanziche all'asta del marchese Rescalli.

È verso le sette e mezzo che la sora Peppa comincia a brontolare. La sora Peppa non è la sorella, non è la moglie del Paolo, che ha giurato di morir celibe, ma il nome di una grossa cocoma di rame, dai fianchi larghi, dal labbro sporgente che, secondo l'idea di don Procolo, aveva in quei tempi una grande somiglianza colla sora Peppa Schineardi, priora di S. Maria Segreta. Son cose, (direte) piccine di gente piccina; ma abbiamo noi forse ricevuto dal genio nostro l'incarico di costruire il Sopra-Uomo? mai più. A noi piacciono gli uomini come natura li fa, presso a poco come a don Procolo piacevano i navicellini appena usciti dal forno. Solamente procuriamo di raccogliere in questi modesti documenti qualche ultima nota della semplice bonarietà umana.

Ho detto che di giornalacci il Paolo non ne vuole in bottega, La più eretica è _donna Paola_, cioè la _Perseveranza_, che don Procolo legge volentieri, perchè vi si difende qualche volta il Rosmini. C'è l'_Osservatore Cattolico_ la _Gara degli Indovini_ e basta. Niente _Secolaccio!_ niente robaccia illustrata che riporti roba poco vestita, e ciò per principio, e poi anche per rispetto ai ragazzi e alle ragazze, che vengono colle loro mammine a mangiare il caffè e panna dopo essersi confessati e comunicati.

* * *

Tra i soliti, oltre a don Procolo, viene tutte le sante sere d'inverno il signor Tazza, detto Battistone, maggiore in pensione, un avanzo di Crimea, grande grosso come una torre, celibe anche lui, già sull'invecchiare. Più sul tardi ci viene anche il Cavaliere (il nome preciso non l'ho mai saputo per colpa di questo benedetto titolo). È un uomo sui cinquant'anni, magro, pulito, grazioso, impiegato in uno dei molti uffici del Demanio, celibe anche lui. Non sempre, ma ci vien spesso l'avvocato Chiodini, che par sempre che caschi dalle nuvole o che esca da un mucchio di cenere per quel suo colore slavato, per que' suoi occhietti cenericci, pieni di fumo, ma non senza malizia. In cause di condotta d'acqua si vuole che guadagni de' bei denari. Anch'egli è celibe, nel senso legale della parola.

* * *

Una volta non ci mancava mai anche Carlinetto, detto _'legrìa_, sempre giovine e sempre biondo, sebbene camminasse anche lui verso l'età canonica. Carlinetto, impiegato alla Congregazione di Carità, non solo era un gran raccoglitore di francobolli e un filatelico appassionato, ma conosceva tutti i bugigattoli dove ci fosse del vin rosso potabile: talchè «i soliti» davano sempre a lui l'incarico di ordinare i pranzetti straordinari le poche volte che di primavera o d'autunno uscivano a far un po' di baldoria in qualche osteria suburbana.

Senza Carlinetto che sapeva, dirò così, cucire le ciarle degli altri, far la rima e il _calembour_ sulle parole, don Procolo, Battistone, il Cavaliere, il Chiodini erano come tanti organetti senza il manubrio. Carlinetto, invece, detto «_'legrìa_» con quella sua faccia rossiccia da bambola, con quei suoi occhietti che ballavano dietro gli occhiali, con quel nasino corto e gobbo, col suo argento vivo che gli usciva dalle gambe, co' suoi eh, eh, eh, eh,... che parevan la trombetta dei pompieri, avrebbe fatto ridere i tavolini del Paolo. Se poi c'era di mezzo una bottiglia di buon vino potabile, Carlinetto diventava un raggio di sole.

Una volta c'era in bottega la sora Peppa Schincardi e la fece tanto ridere, che la povera donna fu costretta a moversi: e chi conosce un poco di vista la priora capirà che cosa voglia dire far ridere una beghina come quella. Era una festività contagiosa, alle volte senza sugo. Cominciava Carlinetto a dire, per esempio:--Oggi ho mangiata la frittata eh... eh!...--E il Paolo ripeteva:--Ha mangiata la frittata eh! eh!--Poi subito don Procolo:--Tu hai mangiata la frittata.... E il Chiodini:--Egli ha mangiata la frittata... Egli altri:--Noi mangeremo la frittata..... E tutti:--Perchè non si mangia una frittata?--Si mangi una frittata...--E quando la frittata vera faceva il suo ingresso nel salottino «i soliti» ridevano a tenersi il ventre colle mani. Nessuno aveva per la testa in quel momento che un uomo possa aver sete dell'irraggiungibile o di qualche altro ideale dell'altro mondo; per la frittata non c'è di meglio che il vin bianco secco.

Ma capitò anche a Carlinetto ciò che capita quasi sempre ai ragazzi di buon cuore. Una certa signora Letizia, già sua padrona di casa, un falchetto di donna, dopo averlo tenuto sulla frasca due o tre anni per conto suo, venuta a morire improvvisamente, gli raccomandò al letto di morte due sue figliuole, Erminia e Paolina, che non avevano più nessuno al mondo. Carlinetto, preso per la punta del cuore, per quanto amasse la sua santa libertà, il solito tarocchino, la pesca nel Lambro, e quel non pensarci che è la più gran fortuna dell'uomo libero, per quanto chiudesse gli occhi al fuoco di fuori e a quel di dentro, non potè a lungo rimanere insensibile alle lagrime dell'Erminia (una bella bionda di vent'anni impiegata nei magazzini Bocconi). Tentennò un pezzo tra il sì e il no, tra il voglio e il non posso, finchè un giorno vide ch'era meglio sposarsela e cadde sulla fiamma della candela.

I «soliti» quando seppero questa grande novità, rimasero profondamente addolorati, come se avessero sentito dire che Carlinetto s'era appiccato a una finestra. Poi si sfogarono contro di lui, che non li aveva nemmeno consultati sulla scelta della corda. Si sapeva chi era stata la sora Letizia.... Don Procolo, che non usava perifrasi con nessuno, cominciò a dire ch'egli era stato un asino: che a credere alle donne uno non si salva più, fosse già nell'anticamera del paradiso: che ad impiccarsi un uomo ha sempre tempo.... Carlinetto fu per la compagnia un uomo perduto e rovinato per sempre. Per quindici giorni «i soliti» furono d'un umor tetro come la tappezzeria della bottega, e se ne accorse anche la Marittima una sera che si permise qualche insistenza colle calze del prete. Dal giorno del suo matrimonio, vale a dire da circa tre anni, Carlinetto non si era più lasciato vedere dal Paolo. Qualche volta Battistone raccontava d'averlo incontrato in Cordusio, ma non era più il Carlinetto d'una volta. Magro, colla barba lunga, coi calzoni corti..... pareva anche mal vestito. Il Cavaliere avrebbe buttata via la testa, quando ci pensava. I conti eran subito fatti: Carlinetto col suo impiego alla Congregazione, a star bene, non tirava duemila lire: e con duemila lire, a Milano, non si vive in tre, anzi in quattro, perchè allo scoccar dei nove mesi il bimbo fu pronto come una cambiale. E le bionde hanno anche dei capricci, si sa. Povero asinel povero _'legrìa!_ I soliti provavano tanta rabbia, che avrebbero pianto. Chi lo vedeva brutto e malato. Chi diceva che s'era ridotto in quattro miserabili stanzette laggiù nei quartieri di porta Volta, vicino al cimitero. Chi sapeva di certo che oltre ai lavori di ufficio teneva anche i conti di un droghiere e l'amministrazione delle ossa dei Morti a S. Bernardino. Già s'intende, non più caffè, non più sigaro, non più vin bianco, non più pesca all'amo, non più tarocchino. Casa e ufficio: ufficio e casa, moglie, bimbo, fascie..... e miseria! E che cosa gli mancava a quel satanasso per vivere più felice d'un papa? Ma le donne son fatte apposta per guastare la felicità degli uomini. Il Signore--raccontava don Procolo--creò l'uomo a sua immagine e somiglianza e poi si pentì, perchè capì nella sua onniscienza che il birbone l'avrebbe bestemmiato e rinnegato. Il primo pensiero fu di ridurlo di nuovo in un pugno di fango, o di cavarne un animale meno superbo; ma questo sarebbe stato come un confessare d'aver sbagliato, e Dio, si sa, non isbaglia mai. Ebbene che cosa ha pensato il Signore per correggere il suo sproposito? Ha creata la donna e gliel'ha confitta nelle costole. La donna non è la compagna, ma la _errata-corrige_ dell'uomo.

--Fra le altre cose--raccontava Battistone--pare che questa sora Erminia i calzoni voglia portarli lei. Comanda a bacchetta, si fa accompagnare alla messa cantata, vuole che per le dieci l'ometto sia in casa....

--È stato un asinaccio....--commentava don Procolo.

--Non saranno tutte vere le storie che si contano, ma è certo che, se Carlinetto potesse tornare a fare il quarto a tarocco, darebbe la sua metà di paradiso.

--È un asino in piedi---andava brontolando il prete senz'anime.

--Una notte sul tardi--prese a dire una volta il Cavaliere--tornavo dal teatro Dal Verme dov'ero stato a sentire la Galletti, e venivo bel bello, come si fa, verso casa....

Il discorso fu interrotto da un gran pugno, che Battistone lasciò cadere sul tre di picche, al qual pugno segui uno schiamazzo indiavolato. Don Procolo aveva arrischiato un asso in seconda, sbagliando il conto dei tresette. Era una sera cattiva. Il Chiodini era più distratto del solito e rifiutava senz'accorgersi d'aver le mani piene di carte del gioco. Fatto un po'di silenzio, il Cavaliere riprese:--Dunque tornavo bel bello verso casa....

---Paolo, non ci si vede stasera--gridò don Procolo, che perdeva già dodici soldi.

Battistone, che sul pranzo si lasciava sempre andare con troppa voracità, sbadigliava, masticando colla bocca aperta tutte le vocali dell'alfabeto. I soliti non erano allegri.

--E dunque, sto Carlinetto?--chiese il prete.

--L'ho incontrato tra le dodici e le dodici e mezzo, in via di S. Vincenzino, tutto imbacuccato in un soprabito d'inverno, in mutande. Eravamo ai tanti d'agosto e c'era una splendida luna.--Dove vai, a quest'ora, da queste parti?--gli domando.--Sei tu?--risponde--A mia moglie è venuta una voglia. Vuol mangiare una carota. Dice che non può dormire, se non mangia una carota. Vado a vedere se trovo un ortolano aperto...

--Oh! oh!--esclamarono i soliti.

--Che cosa vuoi? che mi nasca un figliuolo con una carota al posto del naso? le donne bisogna contentarle quando sono in certe condizioni.--Così dicendo, mi salutò e svoltò per la piazza Castello in cerca della carota.

O povero Carlinetto! Battistone che pativa mancanza di respiro, fu preso a questa storiella da un singhiozzo nervoso, che lo fece ballare un pezzo come un sacco di crusca sulle molli del divano.

Come avviene però delle cose del mondo, belle e brutte, cull'andar del tempo anche il discorso di Carlinetto cedette il posto ad altri argomenti nella solita saletta del Paolo e quasi me lo avevano dimenticato.

Ci fu nel frattempo un gran processo di assassinio, con complicazione di adulterio. Poi seguì la guerra dell'Afganistan: poi scomparve la povera Marianna senza più dare notizie di sè. Insomma Carlinetto sarebbe stato dimenticato per sempre, se la sera del diciotto dicembre, tre anni dopo il matrimonio di quell'asinaccio, Battistone non avesse domandato, spiegando un foglio sul tavolino:

--Indovinate chi mi scrive.

Nessuno era indovino.

--È Carlinetto che scrive.

--Ahi! Campane a stormo!

Tutti pensarono che il povero ragazzo venisse a invocare la misericordia dei vecchi amici.