Part 7
La Nina, una povera servetta senza esperienza, còlta di sorpresa, nella sua suggestione, nella sua paura, al buio, di notte, accanto al marito quasi morente, dominata dalla forza d'una passione brutale e poi spaventata dal sofisma del fallo compiuto, dopo essere stata vittima, si credette quasi complice del tradimento. E tacque e simulò.
Franzon poteva fare del bene a Malgoni; ma poteva anche fargli del male. La povera donna sprovveduta nella sua ingenua ignoranza d'ogni energia morale, credette, simulando, di evitare a suo marito un gran dolore. C'era da farlo morire di crepacuore quel pover'uomo, se gli avesse detto di qual refe era fatta l'amicizia di Franzon. E non si accorse che intanto l'uomo scaltro ed erudito la dominava colla sua stessa paura e l'aggiogava come una schiava al carro della sua colpa.
Quando tornai a Padova, dopo le vacanze, mi parve di leggere nel volto meno chiaro della bella, Nina come una nota misteriosa di dolore o di avvilimento. Essa mi fece capire che aveva qualche ragione segreta di vivi dispiaceri. Malgoni stava abbastanza bene e aveva ripigliato il suo ufficio, ma l'amico di casa s'era impadronito così bene del cuore del suo malato, che ormai il pover'uomo non vedeva che per gli occhi del dottore, non parlava che per la sua bocca.
Non ci vuole che un marito per non vedere: ma la gente cominciò a mormorare. Le donnette volevan quasi far credere che il dottore mirasse ad avvelenare Malgoni colla digitale o a corroderne la vita coi deprimenti. Questa calunnia, messa fuori colla solita sventatezza delle teste piccine, non fu senza conseguenza per una fantasia riscaldata come la mia; la malinconia, il pallore e le lagrime della povera siora Mina non erano per sè un terribile capo d'accusa?
Da quel dì cominciai a guardare in cagnesco il piccolo dottor Grobian, dal naso d'aquilotto, dalle spalle di facchino, che andava schiacciato sotto l'enorme tuba e infagottato nell'enorme cravattone di seta. E siccome ringhio suscita ringhio, anche Franzon imparò a conoscermi e a guardarmi in cagnesco tutte le volte che m'incontrava sul pianerottolo o nell'androne della casa. Anche lui aveva le sue spie e qualcuno doveva avergli parlato dei miei sonetti e de' miei trilli di flauto.
Si arrestava con sfacciataggine a squadrarmi, colle mani dietro la schiena, colle quali dimenava una grossa canna come una coda e con quegli occhi pesti pareva dirmi:--_Ocio_, matricolino, che so tutto e ti posso far legare.--Il _Trovatore_ aveva dello velleità patriottiche, io era allora un bel giovinetto, con un bel pizzo di barba: e anche quel po' di barba poteva essere interpretata come un'idea sovversiva. Parlo dei tempi dei tedeschi.
Mosso tra un marito geloso e un ringhioso amico di casa, il meno che potessi fare era di usar prudenza, di rimettere il flauto nell'astuccio, di sacrificare qualche sonetto, di compatire da lontano a una povera donna caduta come un'agnella negli unghioni d'un orso buono e stupido e di un lupo furbo ed affamato.
E le cose sarebbero andate avanti un pezzo così, e sarebbero fors'anche finite in qualche maniera colla pace o colla noia, se tutto ad un tratto l'illustre Franzon non fosse stato ufficiato ad assumere la direzione dell'Ospedale delle partorienti a Venezia, carica che portava il grado di medico di Corte e il titolo di cavalier della Corona di ferro. Bagatella!
Questa nomina che lusingava la sfrenata ambizione e l'avidità del bravo ginecologo, poteva essere per la siora Nina una vera liberazione.
Ma la poverina aveva fatto i conti senza il lupo. Franzon non era uomo da rinunciare troppo facilmente a una passione e a una comodità, neanche per l'onore della Corona di ferro. Scrisse da Venezia all'amico che c'era una bella combinazione, un posto vacante alla contabilità di quella delegazione, con qualche vantaggio di soldo, che lui poteva raccomandarlo a persone influenti: e poi tornò a scrivere che l'aria delle lagune più calma, più carica di sale, era fatta apposta per i mancamenti di respiro; non perdessero tempo, inoltrassero subito una domanda all'I. R. delegato: al resto pensava lui....
--Il lupo voleva avere la pecorella vicina...
--Precisamente così. La povera Nina che di quella maledizione ne aveva abbastanza, usò di tutta la sua influenza presso il marito perchè non si movesse; gli dimostrò che a Padova stavan bene, che vi avevano amici e parenti, una bella casa, tutte le migliori comodità, mentre un trasloco è una tempesta, un danno, un fastidio infinito. Pregò tanto, carezzò tanto la barba grigia del suo Malgoni, che costui, pigro già la sua parte e nemico dei trambusti, finì col ringraziare l'amico lontano e disse di no.
Questa risposta non fece che aguzzare la voglia dell'illustre ginecologo e colla voglia il dispetto e la rabbia. Tornò a scrivere; ma vedendo che sprecava il suo inchiostro, e che Malgoni era deciso a non muoversi, cominciò a insinuare bel bello qualche sospetto nell'animo dell'amico. Gli fece capire che la Nina aveva qualche motivo di non abbandonare Padova, città allegra, piena di studenti e di capi scarichi, che fanno all'amore coi sonettini o coi trilli di flauto....
--Birbo!
--....Tre volte birbo! Il marito, facile a insospettirsi, aprì gli occhi, osservò, dissimulò, e può essere che cogliesse qualche segno a volo. Ma non volendo far scene per paura d'uno scandalo, una sera, detto fatto, annuncia alla Nina che aveva accettato il posto: si preparasse a sbarazzare la casa e a partire per Venezia....
La povera donna, che cominciava appena a respirare e a godere la sua libertà, còlta in un momento cattivo, dichiarò a Malgoni che lei a Venezia non sarebbe andata....
«Ah! tu non vuoi venire?...--gridò con voce ironica il vecchio geloso: e siccome l'amico lontano in quei giorni aveva avuta la bontà d'inviargli tutta la raccolta de' miei sonetti innocenti, in cui il nome di _Nina_ tornava spesso a rimare con _divina_, armato di quei documenti, si scagliò sulla povera donna e cominciò a batterla.
«So tutto, svergognata! so tutto, brutta traditora, senza cuore e senza carità. E tu fai all'amore, mentre hai il marito malato, quasi moribondo? e tu dimentichi così il bene che ti ho fatto, brutta servaccia?»
E siccome non cessava di picchiare con un pezzo di riga sulla spalla e sulla testa della povera donna, alle grida, ai pianti di costei, si risvegliò la casa, si aprì qualche finestra, comparvero dei lumi, e cominciarono gli uhè.... di sotto o di sopra.
La Nina che non capiva bene per colpa di chi la battesse il suo padrone, aveva cercato di scappare dall'uscio sul ballatoio; e fu allora che il vecchio esasperato, pensando forse che volesse fuggire di casa, le sbarrò il passo, l'afferrò pei capelli e la fece strillare come un'aquila.
Era troppo ormai anche per un matricolino. Corsi di sopra, piombai su quel disperato, che al mio comparire si fece livido; poi non so dire quel che sia avvenuto.
Pare che l'emozione fosse troppo forte per il vecchio malaticcio, o che una violenta stretta di cuore soffocasse insieme la bile, il sangue e la vita.
Cadde come un sacco slegato, lo circondarono, lo portarono sul letto, e nella notte stessa morì, con infinito spavento della povera Nina, che s'immaginava quasi d'averlo ammazzato.
Due giorni dopo questi fatti alcuni compagni corsero a casa mia ad avvertirmi che avevano arrestato Branchetti, il direttore del _Trovatore_ e che la polizia era in cerca di me. Non era il caso di stare ad aspettarla.
Le guardie entrarono in casa mia o sequestrarono le carte, le robe, il flauto, Padova non era più aria buona per me: e per non aspettare di peggio, la notte stessa presi la strada del confine.
--Era anche questo un intrigo di Franzon?
--.... Còlto nel segno! Coll'ingegno che natura gli ha dato egli aveva saputo dimostrare alla polizia centrale di Venezia che a Padova si congiurava contro l'ordine costituito e che un branco di giovinastri mazziniani nelle conventicole del _Trovatore_ inneggiavano all'Italia sotto l'allegorico nome di Nina.
--Che talento! Non poteva vendicarsi con più spirito. E come finì?
--Finì che, morto Malgoni, e venuto al mondo, sei mesi dopo il funerale, un bel maschietto, la povera Nina trovò ancora della sua convenienza di andare a Venezia e d'acconciarsi in casa del suo nuovo padrone e tiranno; il quale qualche tempo dopo trovò della sua convenienza anche lui di sposare la vedova e tirarsi in casa quel po' di ben di Dio che Malgoni le aveva lasciato sul testamento. La siora Nina dev'essere morta qualche tempo prima che entrassero gli Italiani in Venezia.
--Bella storia! e Franzon?
--Franzon sano, robusto, vispo come un pesce, di trionfo in trionfo, oggi è diventato una mezza illustrazione della scienza europea. Si dice che alla prima infornata abbiano a farlo senatore.
--...È naturale! Non son più i tempi dei tedeschi.
REGI IMPIEGATI
1.°
R. UFFICIO POSTALE
DI
CASTAGNAZZO.
_N. di posizione_ ......... 3A _N. di protocollo generale_ .. 34 _N. di partenza_ ......... 25
OGGETTO: TOPI
_Castagnazzo, addì 5 aprile 1880._
Essendosi verificato in questo Uffizio postale il grave inconveniente di topi rosicchianti che provenendo dal vicin canale entrano a guastar carte, lettere, ed eziandio gl'indumenti; non bastando a scongiurare i danni le varie trappole e stiaccie distribuite con opportuna oculatezza dal locale distributore, non che le paste velenose disseminate all'uopo, son venuto nella determinazione di assumere due gatti, naturali nemici a siffatti animali, che rimanendo in Uffizio in ispezial modo nelle ore notturne, potranno colla loro presenza e vigilanza intimorire i dannosi rosicchianti. A tale intento mi rivolgo a codesta direzione provinciale, perchè mi voglia ottenere un corrispettivo assegno sia per l'acquisto, come pel mantenimento dei due animali per tutto il tempo che non potrà essere riparato definitivamente il danno. Con osservanza
l'_uff. dir_. PACCHIOTTI
_All'Onor. direzione provinciale delle regie poste_
In Broccasecca
2.°
R. UFFICIO POSTALE DI BROCCASECCA.
_N. di posizione_ ........ 545B _N. di Protocollo generale_ .. 671 _N. di partenza ........._ 844
OGGETTO: TOPI e GATTI
_Broccasecca, 20 aprile 1880._
L'Ufficio di Castagnazzo dipendente da questo circolo postale ci scrive con lettera del 5 andante mese come uno stormo di topi infesti danneggino le carte, le corrispondenze, non che gl'indumenti e i mobili di detto locale; onde si muove per mezzo nostro istanza a codesta Onorevole Direzione centrale affinchè voglia provvedere con una pronta riparazione o quanto meno assegnare un'adeguata somma per l'acquisto e il mantenimento di due animali felini, resi necessari dall'urgenza e condizione delle cose.
_Per il Reggente_ BALOSSI
_All'Onorevole direzione Centrale delle Regie poste_
Milano
3.°
DIREZIONE GENERALE DELLE REGIE POSTE DI MILANO
_N. di posizione_ ....... 567494 _N. di Protocollo generale_ 278944CC _N. di partenza_ ....... 27945
OGGETTO: GATTI E TOPI
_Milano, 30 maggio 1880_
_Eccellenza,_
Si è riscontrato nel'ufficio postale di Castagnazzo (Broccasecca) che le carte e le corrispondenze d'ufficio, non che vaglia e oggetti personali sono frequentemente danneggiati dai topi dell'attiguo canale. A rimuovere l'anzidetto inconveniente prego V.E. a voler ordinare un'ispezione di tecnici a detto locale e ad autorizzare intanto con equo assegno il dirigente ufficio ad acquistare e a mantenere due gatti comuni. Per il che credo possa bastare un assegno di L. 70 (settanta).
Con profondo ossequio.
_Il direttore_ PASQUALIGO
_All'Eccell. Ministro delle R. Poste_
Roma
4.°
R. MINISTERO DELLE POSTE e dei r.r. TELEGRAFI
_N. di posizione_.......4448894 _N. di Protocollo generale_. 2496AAB _N. di partenza_.......4894215
OGGETTO: ASSEGNO PER ANIMALI FELINI.
Risposta a lettera 30 maggio N. 278944CC
_N. di posizione_....... 562494 _N. di Protocollo generale_. 278944CC _N. di partenza_.......27945
_Roma, 27 giugno 1890_.
Ho ordinato a codesto ufficio tecnico una sollecita ispezione all'ufficio di Castagnazzo onde sia al più presto ovviato all'inconveniente, di cui nella emarginata nota; e nello stesso tempo ho ordinato che sia concessa la somma di L. 70 (settanta) in aumento alla dotazione annua dell'ufficio di Castagnazzo, circolo di Broccasecca, per l'acquisto e il mantenimento di due Gatti. Detta somma sarà dietro speciale mandato pagata dalla Regia Tesoreria di Milano e la S. V. avrà cura che nel Rendiconto annuale siano allegate le relative pezze giustificative.
_per il Ministro_ PECORA
_All'Onor. direzione della R. poste_
Milano
5.º
R. TESORERIA DI MILANO.
_Milano, 15 luglio 1890._
Avverto codesta Direzione che è arrivato, un mandato di L. 70 intestato Gatti.
_Il cassiere,_ BOTOLA
_Alla direzione delle R. Poste_
Milano
6.º
REGIA DIREZIONE DELLE POSTE DI MILANO.
_20 luglio 1890_
Non esiste in questo ufficio il nominato Gatti per cui giace mandato di L. 70. Avverto invece che al cavalier Ratti non fu ancora pagato l'aumento sessennale. Prego verificare se è incorso errore.
_Il direttore_ SALA.
_All'Onor. R. Tesoreria_
Milano
7.º
_21 luglio._
Caro Sala! Il mandato dice Gatti; e in quanto allo spettabile cavaliere Ratti fate piacere a scrivere voi d'ufficio. Io vado a far colazione con un osso buco e spaghetti.
_Vostro_ BOTOLA.
8.º
DIREZIONE DELLE R. POSTE DI MILANO
Milano, 1 agosto 1880.
_Eccellenza_,
Giace in questa Tesoreria un mandato di L. 70 intestato Gatti che si suppone appartenente a quest'ufficio. Credo sia incorso errore di nome, mentre all'egregio cavalier Ratti, nostro vice-cassiere, non è stato ancora pagato il dovuto aumento sessennale maturato col giugno u.s. Del che dò comunicazione a V.E. per le verifiche e rettifiche del caso.
_Il direttore_ SALA.
_A S. E., ecc_.
9.º
DIREZIONE DELLE R. POSTE
_Ufficio tecnico_.
_N. di posizione........_ 15 _N. di Protocollo generale._ 24CC _N. di partenza......._ 21875
OGGETTO: RIPARAZIONI,
_Milano, 3 agosto 1880_.
Autorizzo codesto ufficio provinciale a voler in relazione al rapporto del 20 aprile u.s. ordinare un sopraluogo all'ufficio di Castagnazzo, dipendente da codesto Circolo postale e a trasmettere colla massima sollecitudine un preventivo delle spese occorrenti in detto ufficio onde riparare agli inconvenienti lamentati nella sovracitata nota.
_L'ing. capo_ VIRGOLA.
_All'ufficio postale di Broccasecca_.
10.º
UFFICIO POSTALE DI BROCCASECCA
_N. di posizione_........555B _N. di Protocollo generale_.915 _N. di partenza_.......916
OGGETTO: RIPARAZIONI.
_Broccasecca, 15 agosto 1880_. Urgentissima
Avverto codesto ufficio che per ordine del Regio Ufficio tecnico avrà luogo nei giorni di giovedì e venerdì della vegnente settimana un'ispezione dei signori ingegneri cavalier Cardone e cavalier Tarocco per provvedere al più presto a quei lavori di riparazione di cui è cenno nella Nota dello scorso 5 aprile.
_Il ff. di direttore_ PERETOLA.
_All'Ufficio Postale di Castagnazzo._
11.º
TELEGRAMMI DI STATO
_Direttore poste Milano_
Assegno Gatti Castagnazzo ordino pagamento Ratti.
Ministro.
(_Continua..... sempre così_).
ELOGI FUNEBRI
«Giusta di glorie dispensiera è morte» ha detto il poeta: o che sia presso a poco vero lo dimostra il seguente fatterello accaduto in Milano quest'inverno scorso, di cui possono far fede tutti coloro che hanno gli occhi per leggere un libro stampato.
Guai se non ci fosse la speranza che almeno sulla tua tomba il mondo ti renderà giustizia! Come potrebbero i galantuomini sopportare i titoli, gli onori, le ricchezze profuse ai furbi matricolati e ai birboni di mestiere, mentre gli onesti sdegnosi son lasciati nel cantuccio delle ragnatele, se pur non patiscono la fame e la malinconia? Come potrebbero gli artisti o gli scrittori morigerati sacrificare la vita all'ideale, al casto e magro ideale dell'arte che non si vende, mentre basta un'elegante porcheria per far di te un uomo di genio e per rendere famoso il tuo nome ai quattro punti cardinali? Ma consolatevi, o ignorati! ecco scende per voi la morte, giusta dispensiera di luce elettrica. Se non lascerete gloria e denari, vistosi monumenti e rimbombanti panegirici, immortale e invisibile sederà sulla vostra fossa la soddisfazione d'aver compiuto il proprio dovere; sul vostro capo cresceranno le simboliche ortiche, e meste circoleranno le lucertole dai glauchi occhi soavi. Detto questo, ecco il fatterello....
Quest'inverno scorso, quando più infieriva l'influenza e a Milano si moriva come muoiono le mosche ai primi freddi, tra i morti illustri che la città ebbe il dovere di rimpiangere e di portar via in fretta ci fu anche il commendatore Ugolino Cerbatti, un chimico di gran valore, membro effettivo del R. Istituto Lombardo, uno dei XL di Modena, S.c. della K.K. Ph. Ps. W.G. di Berlino e, se non sbaglio, cavaliere dell'Aquila nera, del Sole di Persia e di molti eccetera. Era insomma uno di quegli uomini illustri molto complicati, che portan via essi soli una pagina intera dell'Annuario della Pubblica Istruzione e che vanno al mondo di là _vaiolati_ di asterischi e di onorificenze. I giornali, còlti in un momento di crisi politica e di raffreddori, non dissero quasi nulla dell'Uomo. Registrarono semplicemente con quattro righe la notizia della grave perdita tra un fatterello di cronaca e un rebus monoverbo, riportando al più i titoli sbagliati dei libri che il Cerbatti aveva scritti e anche di quelli che non aveva mai scritti. Si dette poi il caso che in quel giorno fosse mancato anche un uomo mezzo politico, certo Palamede Bottigella, ex cuoco dell'albergo Rebecchino, ex garibaldino, vicepresidente dell'associazione dei giovani di caffè, un vecchio combattente delle gloriose Cinque Giornate, che fece una spietata concorrenza all'altro morto dell'Istituto lombardo. Specialmente i fogli radicali, che non avevano una parola per il chimico illustre, profusero un barile d'inchiostro a celebrare le virtù, il disinteresse e i sensi veramente liberali del valoroso Bottigella, che in fine per la patria non si era nemmeno fatto ammazzare.
Io non spingo la mia aristocrazia intellettuale fino al punto da preferire sempre e in ogni circostanza un membro del R. Istituto lombardo a un cuoco onesto che sappia bene il suo mestiere; anzi come m'inchino ai meriti della scienza, così m'inchino ai meriti del patriotismo. Ma vorrei che la stampa davanti alle tombe fosse meno avara di carattere garamone anche verso gli uomini che fanno progredire le scienze, le lettere e le arti e che, onorando sè, onorano insieme la patria e l'umanità.
Se Chevreul non avesse scoperta la stearina, avremmo noi le candele steariche? Se Hoffmann non avesse saputo estrarre i colori d'anilina dal carbon fossile, avremmo noi i bei colori di anilina? Senza l'ingegno di un Liebig avrebbe potuto il Bottigella preparare una buona tazza di brodo e servirla calda in cinque minuti?
Questo basta a dimostrarvi che in tutti i campi dell'umana attività l'ingegno e la volontà si equivalgono, perchè da molte parti l'umanità concorre a ungere le ruote del civile progresso. Tornando al povero Comm. Cerbatti, s. c. della K. K. ecc., appena si seppe ch'egli era morto davvero, il presidente dell'Istituto, un poco influenzato e febbricitante anche lui, non potendo prender parte personalmente, scrisse al socio corrispondente professore Falci per pregarlo di voler compiacersi di rappresentare il sodalizio ai funerali del compianto collega.
Chi ha qualche cognizione di spettroscopia sa che Federico Falci è oggi uno dei più stimati cultori di questa scienza, Ma pochi sanno che strano uomo sia nelle cose ordinarie della vita e come ogni avvenimento che esca un dito da' suoi studi basti a fargli perdere la sinderesi e a buttarlo in una tremenda confusione di spirito.
Figlio di un portinaio di casa Gambarana, venuto su a forza d'ingegno, di studio e di sussidi di carità; costretto per molti anni a vivere nella soggezione di una mezza povertà, egli ama vivere nel suo guscio, tra i suoi libri, sotto la guida e la protezione di sua sorella, una donnona grassa, ignorante, tutta esperienza, che lo veste come un abate e lo mantiene come un ragazzo. Il Falci poco o nulla sa di quel che accade nel mondo politico e nel mondo elegante: poco o nulla legge di quel che si stampa fuori de' suoi libri e delle sue riviste irte di formole matematiche. Serafina pensa a vestirlo, a nutrirlo, a fargli la barba, a parlare, a rispondere per lui tutte le volte che cápita di trattare qualche piccolo interesse di famiglia e si persuade, l'ingenua donna, che i libri son fatti apposta per imminchionire gli uomini. Nell'animo suo la Serafina pensa che, se non ci fossero gli ignoranti a salvare il buon senso, il mondo diventerebbe in breve andare una gran gabbia di matti.
Guai se la buona Serafina non pensasse a mettere in disparte tutti i mesi qualche soldo degli stipendi del suo Taddeo, il pover'uomo, a lasciarlo fare, ingolfato a leggere e a graffiare que' suoi libracci mezzo greci e mezzo turchi, si lascerebbe marcire la camicia indosso. Essa ha trovato apposta per lui il nome tondo di Taddeo, perchè le pare d'indicar meglio e di riassumere meglio con questo nome la bontà e la dottrina balorda di suo fratello scienziato.
Delle passioni umane, oltre i libri, il Falci non ne conosce che una, per il suo caffè nero, quel buon caffè nero un po' lungo della Serafina, ch'egli beve caldo in una scodella larga di maiolica, come se fosse brodetto, e che lo tien alacre e sveglio tutta la notte sui libri, finchè i passeri vengono a saltellare sul davanzale e il sagrestano muove le campane della vicina chiesa.
Dato un uomo di questa natura, è facile immaginare come la preghiera del Presidente gli dovesse orribilmente seccare. Oltre alla perdita di tempo, al pigliar freddo, al bagnarsi i piedi con tutta la neve ch'era caduta in terra, bisognava vestirsi di nero, mettersi in vista, leggere un discorso.... C'era da sudar caldo e freddo per un uomo come lui! Tuttavia nella sua docile obbedienza, che in fondo si riduceva a una grande incapacità di disobbedire, per non saper che scuse pescare, per paura di mancare a un sacro dovere, per rispetto al morto, accettò la rappresentanza. La Serafina tirò fuori dall'ultimo cassettone i calzoni neri, che mandavano un acre odore di canfora e di pepe, li sciorinò all'aria; poi dalla guardaroba cavò il palamidone di panno, preparò i guanti, la camicia di bucato, il cappello a cilindro, bello lucido e spazzolato, e suggerì anche qualche idea del discorso funebre. Il povero Taddeo, così dotto come sapete, così agguerrito di spettroscopia, era un pesce fuori dell'acqua messo a trattare di argomenti in cui entrasse un poco di sentimento e di bello stile.
Col Cerbatti non si eran trovati che poche volte nella sala quasi oscura dell'Istituto e forse non gli aveva detto dodici parole in tutta la sua vita, Poco o nulla sapeva delle virtù che il morto aveva avute o avrebbe dovuto avere prima di morire, e nella sua fanciullesca ignoranza non pensava nemmeno a quel che tutti sanno, cioè che i morti hanno tutte le virtù possibili e specialmente quelle che non hanno avute. Ma la Serafina che era sempre il suo braccio diritto in tutte le contingenze, vedendolo più impicciato d'un pulcino nella stoppa, pensò d'andar lei in cerca di notizie. Uscì, cercò del bidello dell'Istituto, un suo vecchio vicino di casa, che la presentò al segretario: e dopo qualche ora tornò con un foglietto pieno di dati biografici e bibliografici che presentò al fratello dicendo: