Nuove storie d'ogni colore

Part 6

Chapter 6 3,681 words Public domain Markdown

Nicolò _è un giovanotto maturo, che ha già fatto le sue campagne. Gran buon diavolo nel fondo. Siamo in campagna nella villa d'Incirano. Nicolò in cappello di paglia e in abito grigio chiaro, entra dal giardino e dice a qualcuno che non si vede:_ Grazie, aspetterò.--_Dà un'occhiata intorno, si passa una mano nei capelli e con un breve sospiro d'affanno, dice:_

Eccomi qua. Il cuore mi batte come se volesse scoppiare. Ho paura di aver già fatto un passo falso. Basta! sono ancora in tempo a pentirmi e se sarà il caso, infilerò l'uscio.

(_Si abbandona, su un divano_). Sicuro, Nicolò: se non concludi qualche cosa quest'oggi, tu morirai nel tuo letto in odore di verginità. No, no: è tempo che tu la pigli questa moglie benedetta! Vedi? (_va a guardarsi in uno specchio_). Tu sei arrivato a quell'età in cui, se il frutto non si coglie, casca in terra a marcire. Non sei un brutto mostro: che, che? (_carezzandosi i baffi_). Puoi passare ancora per un giovinetto in gambe, ma.... qua e là comincia a spuntare qualche capello meno nero degli altri. Certe mattine hai la ciera d'un uomo che ha dormito male (_parlando alla sua immagine_). Sicuro, signor Nicolò: quel vivere di qua, di là, sulle trattorie, sui caffè, sui _clubs_, in compagnia di scapoloni pari suoi non è più una vita fatta per lei... Lei digerisce male, lei dorme male, diventa sempre più brontolone, bisbetico, incontentabile e a lungo andare finirà col fare uno sproposito. Chi non si marita a tempo, sposa la morte prima del tempo; tranne il caso in cui si sposa la serva (_torna a sedere_).--Mia sorella Giacomina, che da un pezzo mi ha sul cuore, la settimana scorsa mi disse:--Nicolò, c'è una ragazza che va bene per te: anzi ce ne sono due: le sorelle Bellini, due care creaturine sui ventitrè l'una, sui ventiquattro l'altra, non troppo giovani o nemmeno troppo stagionate, un po' disgraziate nella famiglia, ma buone, belle, con qualche po' di sostanza. Tu non hai che a scegliere. Esse vivono a Incirano con una zia che fa loro da madre, perchè le poverine hanno perduto i parenti e non hanno si può dire nessuno al mondo. Sotto questo aspetto tu fai quasi un'opera di carità. Va a mio nome, cerca della zia, mettiti nelle sue mani e lascia fare alla provvidenza.

Eccomi qui. Ora le vedrò e dovrò scegliere tra le due... (_vede sul tavolino alcuni ritratti in piccole cornici_). Forse questo è il loro ritratto. Carina questa col suo profilo greco, con que' capelli pettinati alla Niobe. Forse questa è il ventitre.

Ma anche questo ventiquattro non c'è male. Forse questa è bionda, e questa è bruna. Chi mi consiglia? Il biondo è più romantico, più.... simbolico..... troppo Svezia e Norvegia. Il bruno è quasi sempre segno di un carattere ardente, geloso.... troppo Spagna e Portogallo. Che ti dice il cuore, Nicolò? ventitre o ventiquattro?.... (_pesa nelle mani i due ritratti_). Sentiremo il consiglio della zia, che nella sua esperienza saprà guidare un povero uomo sempre incerto nel cammino della vita. (_indicando un altro ritratto grande_) Certo questa vecchia cuffia è la zia dei buoni consigli. Lei conosce le due ragazze e saprà dirmi quale delle due ha più disposizioni al settimo sacramento. Per me capisco, che se dovessi scegliere, farei la fine dell'asino che, messo tra due fasci di fieno, si è lasciato morire di fame. Zitto, qualcun si avanza! (_si alza, fa una rapida toilette allo specchio_) Forse è la vecchia zia. Animo, su, coraggio. Sei stato a Custoza, corpo d'una baionetta, e devi aver paura d'una vecchia cuffia?

Teresita, _una vedovella ancor giovane, simpatica vestita con finissima semplicità e con molto buon gusto. Fa un inchino a Nicolò, che resta un istante imbarazzato._

_Teresita_. Signore....

_Nicolò_. Signora....

_Teresita_. Lei ha bisogno di parlarmi.

_Nicolò_. Sissignora... cioè.... veramente mia sorella Giacomina mi ha detto di chiedere della zia delle signorine, la vecchia zia, sissignora...

_Teresita_. Sono io la zia delle signorine....

_Nicolò_. (_sorpreso_) Ah, lei fa da madre alle due orfanelle.... (_avvicinandosi riconosce un'antica amicizia_) Oh, ma scusi, noi ci conosciamo. Ah, chi l'avrebbe detto dopo tanti anni? Lei, lei è la signora Teresita...

_Teresita_. (_fingendo di cader dalle nuvole_) E lei è il signor Nicolò... Guarda che combinazione! ma si è fatto così grasso....

_Nicolò_ (_ridendo con un po' di confusione_) Credevo che volesse dire: così vecchio!

_Teresita. (amabile)_ Si è viaggiato insieme sulla strada della vita. Guarda che combinazione!

_Nicolò._ Guarda che combinazione! _(segue un brevissimo imbarazzo d'ambo le parti)_ Io credevo che la zia fosse una signora in età, colla cuffia.

_Teresita._ La cuffia verrà... è in viaggio. Ma prego si accomodi, signor Nicolò.... _(indica la sedia e siede lei per la prima)_.

_Nicolò. (ripetendo materialmente)_ Guarda che combinazione... _(prende la sedia, vi si appoggia, ma non si siede)_ Ma da quanto tempo non ci vediamo più?

_Teresita._ Oh è un gran pezzo! A che cosa devo attribuire l'onore della sua visita?

_Nicolò. (giocando colla sedia che fa girare sotto la mano)_ Mia sorella Giacomina mi ha detto: Va a Incirano, cerca della zia delle sorelle Bellini ed esponi il tuo caso.

_Teresita._ E qual'è il suo caso?

_Nicolò._ Il mio è un caso, dirò così, di coscienza: ma ora non so se devo parlarne.

_Teresita._ Perchè non deve parlarne?

_Nicolò. (facendo girare più forte la sedia sotto la mano)_ Perchè.... io.... _(dà in una risata allegra)_ perchè io credevo che la zia fosse una cuffia....

_Teresita. (ride anch'essa mentre si abbandona nella poltrona)_ Dunque è alla cuffia che lei desidera parlare.

_Nicolò_. No, stia buona, ora le dirò il mio caso. Ma è certo che, se avessi potuto immaginare di trovar qui lei al posto della.... cuffia... _(ride)_ non sarei venuto.

_Teresita_. _(un po' offesa)_ Non merito dunque la sua confidenza?

_Nicolò_. Lei merita tutto, ma il mio caso è di quelli che hanno bisogno di molta indulgenza.

_Teresita_. Ma sieda....

_Nicolò_. _(mettendosi a sedere sull'angolo della sedia)_ Intanto mi dica: come si trova qui a far da madre a queste due bambine?

_Teresita_. Una serie di dolorose circostanze... Oh sapesse quante disgrazie! Morti i parenti di queste due povere figliuole ho pensato ch'io potevo essere utile in questa casa.

_Nicolò_. _(esitando)_ Ma scusi. Lei non aveva sposato quel marchese?

_Teresita_. _(molto riservata)_ Si.

_Nicolò_. _(c. s.)_ E... suo marito?

_Teresita_. È morto.

_Nicolò_. _(con una certa sorpresa)_ Ah! è morto anche lui....

_Teresita_. In duello a Parigi.

_Nicolò_. In duello a Parigi... Guarda, guarda.

_Teresita_. _(dopo un breve pensiero)_ Ma non parliamo dei morti. Quel che è passato, è passato.

_Nicolò_. _(astratto in una sua idea)_ O bello, o bello....

_Teresita_. Che cosa?

_Nicolò_. _(si corregge, si fa serio, si alza)_ Mi rincresce di aver risvegliato delle dolorose memorie. Mi scusi.... _(in atto di congedarsi)_ mi perdoni...

_Teresita_. _(restando seduta)_ Ma che cosa fa? lei non mi ha ancora detto lo scopo della sua visita.

_Nicolò_. È vero, ma io non so nemmeno se la mia visita abbia uno scopo. Giacomina doveva avvertirmi di queste circostanze.

_Teresita_. _(con tono quasi materno)_ Bene, si accomodi. Giacomina mi ha scritto tutto. Lei è venuto a Incirano per uno scopo molto lodevole e molto onesto. Vuol prender moglie.

_Nicolò_. _(affettando una certa sicurezza)_ Sì, voglio prender moglie.

_Teresita_. _(ridendo con gaiezza simpatica)_ O bello, o bello....

_Nicolò_. _(un po' mortificato)_ Che cosa c'è di bello?

_Teresita_. Bello che il signor Nicolò voglia finalmente prender moglie _(ride)_.

_Nicolò_. _(serio)_ Non rida o mi scoraggia.

_Teresita_. Ci ha pensato un pezzo il signor Nicolò.

_Nicolò_. _(in tono di rimprovero)_ E di chi la colpa?

_Teresita_. Di chi?

_Nicolò_. Ah Teresita! non si dovrebbero ricordare certe cose... (_picchia nervosamente il bastoncino sul cappello_).

_Teresita_. (_gravemente_) Proprio!

_Nicolò_. E tanto meno si dovrebbe ridere.

_Teresita_. (_sospirando_) Si ride quando si è finito di piangere.

_Nicolò_. (_con una punta d'ironia_) Beata lei che ha finito! Le donne son così facili a dimenticare...

_Teresita_. Si dimentica... per non odiare.

_Nicolò_. Io non ho meritato il suo odio. (_con un leggiero tono di sarcasmo_) A ogni modo la donna che sposava il marchese di San Luca deve aver trovato nel fasto del suo blasone qualche conforto a' suoi dolori.

_Teresita_. (_offesa_) Nicolò, non dite queste parole che offendono una donna che fu già troppo infelice nella sua vita. Voi sapete come sono andate le cose. Il mio matrimonio fu per me una di quelle necessità che solo il cuore d'una donna sa comprendere e sa compatire. Voi sapete che mio padre era un uomo rovinato, che sulla nostra casa stava il disonore e il fallimento, che soltanto un matrimonio di convenienza poteva salvare una vecchia esistenza dalla disperazione. Allora voi eravate un giovine ufficiale senza fortuna, nell'impossibilità di mettere una casa. Poi venne la guerra e voi partiste per il campo...

_Nicolò_. (_con amarezza_) E quando tornai dai pericoli della guerra, seppi che Teresita Morando era diventata la marchesa di San Luca.

_Teresita_. (_con un moto di ribellione_) Già, e non pensaste nemmeno ch'io avessi potuto fare quel passo per un sentimento di abnegazione e di dovere. Voi pensaste solamente e semplicemente che Teresita Morando, ragazza vana, leggera, smaniosa di brillare, inebriata all'idea di portare una corona sul suo biglietto di visita, avesse dimenticato volontieri il povero tenente per darsi nelle braccia di un vecchio nobile... sciupato dai piaceri. Questo solo voi avete pensato: e non sareste stato un uomo se aveste pensato altrimenti. L'egoista non è obbligato a compatire e meno a comprendere... e tanto meno a perdonare.

_Nicolò_. (_si alza, resta un istante come combattuto, e mormora_) Se sapeste invece quanto ha sofferto questo egoista!

_Teresita_. (_alzandosi anch'essa_) E quest'ambiziosa oh! non ha forse sofferto! no. Rapita dai bagliori de' suoi diamanti questa vittima incoronata non ha versata mai una lagrima... Nei tre anni del suo matrimonio con quell'infelice _boulevardier_ essa passò di trionfo in trionfo.... invidiata da tutto le miserabili che non hanno una corona sulla carrozza,... e un supplizio nel cuore. (_abbandonandosi, alla sua_ _passione_) Voi non vi siete più occupato di me; ma per qualche motivo avete stentato a riconoscermi. Voi avete trovato facilmente dei dolci compensi... (_arrestata improvvisamente da una specie di rimorso, cangia tono, e con affettata naturalezza ripiglia_) Ma di che cosa si parla? oh buon Dio! questo non è lo scopo della vostra visita. A che pro diseppellire cose morte e finite? Sediamo; animo, sedetevi... Veniamo all'argomento, (_come smarrita_) Giacomina mi ha scritto... Che cosa mi ha scritto la buona amica? che voi volete accasarvi, che è tempo anche per voi di mettere giudizio. È giusto. Sa che le povere mie nipoti son buone e brave ragazze e anch'io sarei contenta di vederle collocate. Ma sedetevi dunque, parlate.

_Nicolò_, (_con espressione patetica_) No, no, non ho più nulla a dire. Scusate, Teresita, io non son più degno di accostarmi a una donna... (_si ritira qualche passo per andar via_).

_Teresita_. Non andate in collera per quello che vi ho detto. Vi domando scusa se vi ho offeso. Sedetevi, ragioniamo. Accettate almeno un bicchierino di vermouth.... (_toglie da uno stipo una bottiglia di cristallo e offre un bicchierino a Nicolò).

_Nicolò_. (_sforzandosi a rifiutare_) No, no, lasciatemi andare. Non merito più nulla. La mia vita è finita da un pezzo.

_Teresita_. Devo proprio mettermi una vecchia cuffia in testa per persuadervi a ragionare? (_Nicolò accetta il bicchierino_) Se vi ho offeso perdonatemi. Voi avete per errore messa una punta di ferro sopra una cicatrice e io ho gridato di dolore. Ma ora è passato. Qua... (_lo fa sedere e siede anche lei_) Posso aiutarvi, voglio consigliarvi, perchè in fondo ho molta stima di voi.

_Nicolò_. Io invece non ho nessuna stima di me. Io ho sempre creduto che non valesse la pena di voler bene a una donna. Ho atrocemente sofferto, ma non per pietà della vittima inghirlandata. Ho sofferto solamente per il mio orgoglio ferito. Avete detto bene poco fa. Il mio nome è Egoista. Quando un uomo non è capace di comprendere, di compatire, di perdonare non merita più che una donna gli voglia bene... (_volta via la faccia alquanto commosso, tracanna d'un fiato il bicchierino, va a collocarlo sullo stipo, e si prepara a congedarsi._)

_Teresita_. (_si alza, un po' soprapensiero_) Permetta che le presenti almeno le bambine. Per quanto senza cuffia so esercitare i doveri dell'ospitalità.

_Dal giardino risona un campanello._

Ecco, son le ragazze che tornano colla governante.

_Nicolò_ (_cercando di sfuggire_) No, no, non voglio veder nessuno; non voglio lasciarmi vedere.

_Teresita_, Mettiamoci qui, dietro a questo paravento. Da qui possiamo vederle senza essere vedute.--(_conduce Nicolò per mano fin presso la porta dietro un paravento e indica le ragazze che passano in giardino_). Guardi la prima, la bionda, ha ventidue anni, è un angiolino di bontà, piena di sentimento. Si chiama Eugenia. L'altra, la buona Annetta, è un carattere più serio, ha molto ingegno, conosce molto bene la musica...

_Nicolò, stringendo la mano di Teresita, trascinato dalla forza dell'antica passione, posa un bacio sui capelli di lei e resta come fulminato dalla sua stessa audacia._

_Teresita, sfuggendogli, dice con accento di profondo rimprovero, ma senza ira:_--Che cosa fa, Nicolò.... (_va a sedersi e nasconde la faccia nelle mani_).

_Nicolò, dopo essere rimasto un gran poco come trasognato, si accosta pianino a Teresita e con voce sommessa piena di note tenere e appassionate, dice, quasi curvo su di lei:_)

Io non ho conosciuto che una donna nella mia vita e basta! la bionda, la bruna, la sentimentale e la donna assennata, tutte le bontà e tutte le bellezze di una creatura di donna son già passate nel mio cuore il giorno che vi siete passata voi, Teresita. Voi vi avete lasciato un modello così sublime, che, al confronto, tutte le altre mi sembrano immagini sbiadite. Chi ama bene una volta, ha amato per sempre. Il destino non ha voluto che voi foste mia, e _amen!_ È bene che io non guasti il mio ideale. Se Giacomina non mi avesse cacciato qui, io non sarei venuto mai a questa ricerca di commesso viaggiatore. È peccato sciupare l'amore vivo con degli amori artificiali; non barattiamo l'oro nella carta... Addio.

_Teresita. _(_non contenta_) Che dovrò scrivere dunque a Giacomina? che abbiamo fatto fiasco?

_Nicolò._ Le scriverò io, se permettete. Siccome non tornerò a casa sua prima della fin del mese e forse più tardi, è bene che le mandi due righe. Se mi favorite carta e penna.

_Teresita. (preparando le cose su un altro tavolino)_ Intendete viaggiare?

_Nicolò. (siede al tavolino a prende la penna)_ Sì, ho bisogno di cambiar aria. Son mezzo malato, mi sento vecchio e malinconico. Andrò a Parigi anch'io in cerca di distrazione, _(scrive) Cara Giacomina...._

_Teresita. (seduta in disparte ha preso in mano un lavoruccio)_ Parigi non è una città troppo indicata per della gente ammalata. Voi avete bisogno d'una buona infermiera.

_Nicolò. Cara Giacomina...._ Aiutatemi a scrivere questa lettera....

_Teresita (con energia, dopo aver buttato via il lavoro)._ Sì, scrivete sotto dettatura:--Cara Giacomina, siccome io sono.... un uomo di poca fede...

_Nicolò. (scrive sotto dettatura: qui s'interrompe)._

_Teresita. (comandando)_ Scrivete, animo! «Son destinato a soffrir sempre per non conchiudere mai nulla.» Avete scritto? _(si alza e passeggia un po' nervosa)._

_Nicolò. (scrive) Mai nulla...._ Ho scritto.

_Teresita._ Punto e a capo. «Io non credo nella virtù della donna...

_Nicolò._ Scusate...

_Teresita. (lasciandosi sempre più trasportare dalla passione)_ No, no. Dovete scrivere la vostra condanna. «Non credo... che una donna... possa aver conservato puro il suo ideale... mentre... _(parlando direttamente a Nicolo die lascia cadere la penna)_ mentre intorno a lei si commerciavano gli affetti e si commettevano le più ignobili vigliaccherie. Non credo che una donna possa sopravvivere al suo stesso dolore e alle sue umiliazioni: non credo che possa ancora conservare intatto il tesoro de' suoi affetti e possa compensare un uomo d'averla amata bene una volta...

_Nicolò. (afferra lo mani di Teresita, le porta alla bocca, inginocchiato davanti a lei)_ Dunque tu mi ami ancora?

_Teresita. (svegliandosi da una specie di sogno)_ Che fate? io non parlavo di me. Scrivete.

_Nicolò._ Donna di poca fede, perchè ingannarci ancora?

_Teresita._ Io parlavo di queste povere ragazze orfane.

_Nicolò._ Esse hanno bisogno di un padre. Scrivete voi, detterò io... _(la fa sedere al suo posto)._

_Teresita. (resistendo)_ Nicolò, che cosa ho detto? io provo un rimorso... Voi non siete venuto per me.

_Nicolò._ Scrivete _«Cara Giacomina...._

_Teresita (si sforza a scrivere)._

_Nicolò (detta)_ Ni... co... lò mi a... ma;--punto e virgola.---Io a... mo Nicolo. Dunque t... o... to. E Teresita non dice di no. E la cara zietta, senza la cufietta, si lascierà finalmente baciare la bocca da un vecchio ragazzo che l'ama da dieci anni.

_Teresita_ Odiandola...

_Nicolò._ Sì. L'amore perchè resista al tempo bisogna come l'oro mescolarlo in una piccola lega d'odio o di gelosia. Sì, io ti ho odiata, ti odio... perchè ti amo.

_Teresita._ Zitto, le ragazze.... _(si alza un po' spaurita e con voce supplichevole soggiunge)_ E andrete proprio via?

_Nicolò._ Sicuro, bisogna che io corra ad avvertire Giacomina di queste novità. Ve la manderò qui.

_Teresita_. Qui no: ci son troppe ragazze. Andrò io da lei. Mio Dio! e che diranno queste povere figliuole? io che dovrei pensare al loro destino, e invece... Bella zia che sono! ma non sono invecchiata, Nicolò? (_va a guardarsi nello specchio_) Non sono magra e distrutta dal dolore? Non merito proprio una cuffia? Che cosa dirà il mondo?

_Nicolò_. (_ridendo mentre passa il braccio nel braccio di lei_) Il mondo dirà che amor vecchio non invecchia: e che il miglior modo per prender moglie è... di parlarne alla zia.

Questo dialogo fu due volte interpretato in famiglia con vera intelligenza d'artisti dalla signora Maria Nessi o dal Dott. Giuseppe De Capitani d'Arzago, ai quali m'ispirai nella correzione o nella riproduzione della scena.

AI TEMPI DEI TEDESCHI

AI TEMPI DEI TEDESCHI

--Tutte le mattine la salutavo con un bel trillo di flauto (allora il flauto era di moda): e tutte le sere, prima di levarmi le scarpe, le mandavo un altro saluto con una volatina di note, che volevan dire:--_Bona note, siora, Nina!_

--Lei, insomma, era innamorato della sua vicina.

--Come un angelo, ero innamorato. A vent'anni l'amore va tutto in fiore, o quando la sorte ti mette accanto a una bella donnina, il meno che si possa fare è di farle la corte col flauto.

--E il marito?

--Il marito d'una bella donnina è sempre un brutto mostro, un tiranno, uno scimmiotto, questo si sa. Nel caso mio, il sior Malgoni, imp. reg. impiegato alla contabilità, un omaccione linfatico e geloso, meritava qualche riguardo, prima perchè in fondo voleva bene a sua moglie, e poi perchè aveva delle amicizie in polizia e a quei tempi non c'era troppo a fidarsi. Parlo dei tempi dei tedeschi.

--Ho capito. Lei non andava più in là del flauto.

--Ero un matricolino sui vent'anni, un po' timido, come chi non è mai uscito dal suo guscio. Qualche volta mi arrischiavo di gridare dalla finestra:--_La se pèttena, siora Nina? vol piovere? vol far belo, siora Nina?_

--E la siora Nina?

--_Sì, sior Angolo, vol piovere, vol far bel tempo!..._

--Un'arcadia!

--E non mancavano i sonetti.

--Anche i sonetti?

--Sicuro; li stampavo sul _Trovatore_, un giornaletto teatrale di Padova, e glieli facevo pervenire con delle iniziali molto trasparenti. Seppi più tardi che la siora Nina non sapeva leggere più in là del suo libro da messa; ma le donne, quando amano, son come i gatti; ci vedono anche al buio. Suo marito se l'era tirata in casa ancor ragazzina, con una gonnella di cotone e un paio di zoccoli sui piedi; l'aveva mandata a scuola un po' di tempo dallo monache, e quando la servetta gli parve cresciuta abbastanza, se l'era sposata per avere una compagna fedele, il poveretto, più vecchio una ventina d'anni, pativa d'asma e di mal di cuore, ed è sempre prudenza aver qualcuno che ti assista in un bisogno e ti faccia compagnia la notte.

--Era bella?

--Bellissima no, ma un musettino gustoso di servetta friulana, con dei riccioli biondi che incorniciavano un bell'ovale colorito e sano. Gaia, spiritosa come tutte le nostre venete, la fortuna non l'aveva fatta salire in superbia. Nella sua ignoranza aveva un fascino naturale, non guasto dalle solite compassature del galateo sociale.

Gente in quella casa ce ne andava poca, tranne qualche provinciale, che capitava di tempo in tempo a trovar la Mina diventata _parona_.

L'unica persona di riguardo, che visitava con qualche frequenza l'imp. reg. impiegato della contabilità, era il dottor Franzon, un professore della facoltà medica, compatriota del Malgoni e suo medico curante. Franzon era già una mezza celebrità fin da quel tempo per le sue fortunate operazioni ostetriche, e la gran scienza faceva perdonare in lui il naso d'aquilotto e i modi di villan scozzonato o superbo, che gli avevano meritato il titolo di dottor _Grobiàn_.

L'onore e la scienza di tanto uomo si riverberavano sulla modesta casa Malgoni, specialmente dopo che Franzon era salito in auge alla Corte per una felice operazione, che aveva salvato alla monarchia uno dei trecentotrentatre arciduchini d'Austria. E poi fa sempre comodo d'aver un dottore amico, quando si soffre d'asma e di palpitazione di cuore.

La siora Nina era in una continua trepidazione davanti a un _omo de tanto riguardo_, molto più che Malgoni, indulgente su molte cose, diventava ancora il _paron_ terribile, quando si trattava d'invitare a pranzo l'illustre Franzon. Guai se il manzo non era a giusta cottura! guai se il caffè non aveva quel tal profumo delicato! guai se Nina non faceva gl'inchini bene e non rispondeva a tono:--_Sior sì, sor dottor; sior no, sor professor...._ «Un omo che aveva delle influenze a Corte, che, con poco rispetto parlando, aveva visto un'arciduchessa in camicia, un dottor di quella forza, un professoron come Franzon, che si degna _de magnar_ la tua minestra, non è un caso che capita a tutti; oltre all'onore, poteva sempre far del bene a un imperiale e regio impiegato, onesto, religioso e di sani principii.»

--Ho capito. La siora Nina non si divertiva troppo.

--Eh no, poverina! quando i due cravattoni cominciavano a parlar di politica, o a tirare in scena la Dieta e Metternich e a, parlare in _barlich_ e _barloch_ e in _flit_ e _futter_, essa usciva volentieri col secchiello a prender l'acqua sul pianerottolo.

Era in quei momenti e durante quelle brevi scappate ch'io coglievo l'occasione per recitarle il mio sonettino, per dirle che le volevo bene, per baciarle la punta di un dito. Non più in là, s'intende.

Essa non era donna da dar confidenze agli studenti e io, povero matricolino, ero troppo ingenuo per far della concorrenza a Metternich.

La cosa andò avanti così un bel pezzo, tra un trillo di flauto, un sonetto e un secchiello d'acqua, quando Malgoni ammalò gravemente di quel suo battito di cuore e parve sul punto d'andarsene all'altro mondo.

Franzon si mise al letto dell'amico e gli usò una assistenza fraterna.

Quando non bastava il dì, rimaneva la notte accanto alla siora Nina che scaldava i brodi; e siccome ogni servizio merita compenso, e non c'è amicizia che in qualche modo non si faccia pagare, il bravo dottor e professor, forte dell'amicizia di Metternich e della sua prepotenza, credette d'onorare anche la moglie del suo vecchio amico.