Nuove storie d'ogni colore

Part 4

Chapter 4 3,781 words Public domain Markdown

Tutto nel mondo sociale è menzogna convenzionale, mentre la natura è così sincera. Menzogna è la giustizia che condanna il povero, colpevole di aver rubata una gallina, e fa senatore il ricco, ladro di milioni. Menzogna la religione che fa di Dio un balocco delle nostre passioni. Menzogna il matrimonio, che unisce i corpi e divide le anime. Menzogna l'amore di certe donne, che riescono a ingannare fin sè stesse nell'apprezzamento dei propri sentimenti.

Tutta questa filosofia era esposta dal nobile de' Barigini con una serenità apostolica, senza parole dure, senza fiele per nessuno, semplicemente, come il frutto di una lunga riflessione filosofica fatta sulle cose umane. Ma Cecilia era sospinta nei vortici di questa critica da una forza interna, che quasi non sapeva più dominare.

Una voglia strana di ribellione cominciò a renderla inquieta, intollerante, nervosa verso il malato brontolone, che si divertiva a sfogare su di lei i tormenti della risipola. Mai gli avventori abituati alle belle maniere, ai sorrisi e ai denti bianchì della sora Cecilia avevano vista una faccia più scura, più arrabbiata. Di giorno in giorno questo sentimento di ribellione, anzichè diminuire, si faceva più ardente, più forte, quantunque Rastignac non mostrasse mai la sua forza dominatrice. Egli era di quegli uomini che pigliano le lepri col carro. Sapeva farsi amare prima di mostrar di amare.

Spesso parlava di certi esseri fuggevoli, che lasciano dietro di sè un solco, per il quale si mettono le anime che vogliono andare a confini lontani; ma non dava mai a questi esseri alati nè un paltò nè un cappello. Eppure Cecilia si sentiva dominata e presa come da un dolcissimo, e malinconico despota. Non si eran mai detta una parola d'amore, ma i loro spiriti viaggiavano oramai abbracciati per la via luminosa a spire sempre più alte, per le quali non passano lo anime dei grassi droghieri. È nell'altissimo polo dell'universale che le immortali farfalle umane deporranno la semente dell'umanità nuova. Passato il lungo periodo dell'incubazione invernale, il sole dell'amore spontaneo farà schiudere il Superuomo dal guscio del materialismo borghese....

A parte queste, che in fondo son fanfaluche simboliche, il fatto certo è che la povera Ceci bruciava e si consumava come una candela accesa da due parti. Quel bisogno di idealismo, che è in tutte le donne e che non aveva ancor trovata la sua formola, si lasciò modellare sulle prime formole che un uomo d'ingegno, dagli occhi soavi, dalla bella barba, dalla parola affascinante gettò nella fornace.

E Barigini per parte sua affascinato da quella che si dovrebbe chiamare sinceramente attrazione delle molecole, si lasciava condurre a confidenze gelosissime, narrava di lotte domestiche fierissime contro uno zio cardinale che lo aveva diseredato in odio alle sue idee, del tradimento di una donna, una cugina contessa di Sinigallia, che aveva preferito sposare un vecchio milionario. La sua vita era la sintesi delle dolorose battaglie e delle sconfitte che aspettano ogni anima che voglia uscire dalla volgarità delle cose. Ma egli si era messo animosamente per la lunga e aspra strada che dovrebbero percorrere le anime per l'elevazione di se stesse e per la purificazione dell'essere. I forti che aspirano all'altezza devono avere la visione tragica della fatalità che pesa sulle anime. Il cielo è ancora e sarà sempre dei violenti. L'uomo che viveva con cinquanta lire al mese in uno oscuro borgo non invidiava nessuno, perchè se gli altri posseggono ricchezze, case e fondi, egli possedeva se stesso e il suo ideale. Quando dall'alto d'una collina il suo sguardo girava sulla vasta campagna, egli poteva dire:--Tutto questo è mio, perchè la ricchezza vera non è nel possesso delle cose, ma nel possesso d'una coscienza che si eleva dal fango dei volgari interessi e conquista l'ideale d'una vita libera e contemplativa.

Quando mai il povero Baldassare aveva detto qualche cosa di somigliante? non cattivo nel fondo, lo spirito del pover'uomo non sapeva elevarsi più alto del suo magazzino. Per Manardi la minaccia d'una tassa sulle raffinerie era una questione più interessante d'ogni purificazione dell'essere. Su questi argomenti si fanno i quattrini e basta!

Ceci, scendendo dalle altezze ideali di quelle caste e morbide visioni, sentiva più forte l'odore del pepe e della noce moscata. Ma come se tutto ciò non bastasse, andò a capitargli una brutta avventura.

Manardi, che non poteva ancora uscir di casa, la incaricò un giorno di andare a riscotere il pagamento d'una cambiale in scadenza in casa del vecchio fattore di villa Raverio. Il fattore non poteva pagarla la cambiale: anzi, siccome da un pezzo gli affari gli andavano maledettissimamente, credendo coll'acquavite di spegnere i brutti pensieri, s'era riscaldata la testa, dava in ismanie furiose, picchiava con un pezzo di stanga tutti i creditori che avevano il coraggio di presentarsi sul suo uscio, che non è forse il sistema peggiore di non pagare i debiti. C'è, per esempio, chi li fa pagare e scontare agli altri.

Si può dunque immaginare l'accoglienza che ricevette la signora Manardi di Terzano la mattina che si presentò colla sua pezzuola di carta in mano. Se non era svelta la figlia maggiore a sbattere un uscio in faccia al furibondo padre, il vecchio Cassiano m'infilzava la bella Ceci su un lungo spiedo che teneva brandito come una spada. Accorsero i figliuoli, che presero il frenetico padre in mezzo, lo legarono con una corda, dopo averlo disarmato e battuto... Una scena orribile da irritare i nervi a dieci gendarmi non che a una donnina, che cominciava a considerare il denaro per quel che vale! Aveva ragione Barigini. L'egoismo, l'avidità, gli affaracci imbestialiscono l'uomo. E il più bello fu che, tornata a casa, si prese anche un rabbuffo da quell'altro dalla faccia fasciata, perchè era venuta via senza il denaro. A Manardi seccava orribilmente di dover procedere per le vie legali, che oltre all'odiosità di un sequestro, fanno perdere un tempo enorme e consumano un patrimonio in carte bollate.

Questi erano altrettanti commenti ai discorsi di Rastignac.

Una sera, due o tre giorni dopo la brutta scena in casa del fattore, (Manardi convalescente andava ancora a letto molto presto) Barigini, per distrarla, lesse alcune scene dell'Edda Gabler, l'ultimo dramma di Ibsen, che i romani avevano recentemente fischiato al teatro Valle. E voleva provare che talento dimostra il così detto colto pubblico in faccia all'arte. E lesse bene, riassumendo le scene secondarie; ma la lettura fu continuamente disturbata dai versi di un'anatra selvatica che lo zio di Valmadrera aveva mandato a Manardi quel dì, chiusa in un cesto che Tonio collocò sotto il tavolo di cucina. La bestia seguitò tutta la sera a sbattersi nel cavagno e a fare il suo versaccio, come se protestasse anche lei coi romani contro il simbolismo.

Una volta Barigini esclamò:--I romani non mostrarono più spirito e più intelligenza di questa bestia. Creda pure, cara Cecilia, gli uomini hanno tutti o poco o tanto dell'anatra. Natura dà le ali, ma le bestie preferiscono il pantano.

--Qua, qua...--fece l'anatra.

--Come vuole che una bestia dalla testa così piccina intenda i grandi problemi, che affaticano lo spirito umano? Noi ci affatichiamo a purificare noi stessi dalla materialità: noi combattiamo contro il nostro cuore, contro la nostra carne... (la voce di Rastignac si fece tremolante) nella viva luce d'un pensiero, ma le anatre andranno sempre a cercare il loro pascolo nel fango dello stagno. Esse nutrono la loro carne di vermi.

--Qua, qua...--soggiunse la bestia irragionevole.

--Noi cerchiamo alla Natura e all'Amore la forza creatrice dell'Idea...--Barigini fece vedere colle mani queste maiuscole nell'aria.--Queste bestie non cercano che la Sensualità.

Cecilia impallidì. Rastignac non parlava soltanto della bestia chiusa nel cesto sotto il tavolo. Non soltanto le anatre selvatiche cercano la Sensualità. Un senso di profonda umiliazione avvilì la bella donna. Si sentì quasi abbrutita dal suo destino. Si trovò perduta in mezzo ai sacelli di zucchero e di caffè come in una landa sterile e brulla che doveva percorrere per tutta la vita. Rastignac parlava una parola che essa anelava da un pezzo di udire, che le pareva di aver udito altro volte ne' bei sogni della giovinezza, quando la vita è un sogno e l'amore una rugiada. Le sue idee, le sue speranze i suoi orgogli di donna spirituale si rianimavano al contatto di quella voce che conteneva un'anima...

--Qua, qua...

Anch'essa imparò a odiare la bestia. Per cinque o sei giorni ebbe la febbre indosso. Sentiva una voglia pazza di sparare come Edda Gabler colpi di pistola nei vasi delle mandorle e delle perline toste. Al contatto di Rastignac si sentiva un'altra donna, non più la droghiera di Terzano, ma un amazzone che preparava le armi per una grande battaglia. Nell'amore di Rastignac trovava, non dirò se stessa, ma l'angelo che aveva dormito in lei fino a quel giorno. Egli aveva parlato più volte della risurrezione degli spiriti. Ebbene Cecilia Manardi sentiva qualche cosa che, si moveva sotto la pietra del sepolcro. Viveva ormai di lui, per lui, elevandosi come un'aquila nel mondo del pensiero e dell'amore intellettuale, dimenticando la sua sorte di anatra selvatica condannata a pascersi di vermi e a gemere in un cesto chiuso, provando insieme a impeti di ribellione, impeti non meno orgogliosi di felicità che la spingevano a imprudenze fatali.

E Dio sa dove sarebbe andata a finire con queste imprudenze, se una mattina di luglio non fosse corsa una strana voce a suscitare le meraviglie, i commenti, i pettegolezzi dei seimila abitanti di Terzano.

Il nobile de' Barigini era stato arrestato la notte e condotto a Milano.

Fu la Clementina dell'orefice che venne apposta in drogheria a portare la stupefacente notizia, così calda calda come l'aveva raccolta pochi momenti prima dalla bocca autorevole del pretore. E può darsi che ci avesse il suo gusto anche lei a metterci della frangia. Anche le bionde hanno la loro morbida cattiveria.

Non si trattava nè di socialismo, nè di anarchismo, nè di complotti politici. Il cancelliere aveva semplicemente, borghesemente, trattenuti dei vaglia postali diretti all'ufficio per una somma di cinquecento o seicento lire, facendo figurare nei rendiconti semestrali non so quali spese simboliche. La cosa era venuta al pettine e si volle procedere per citazione direttissima, anche per dare un esempio, E veramente se cominciano a rubare gli impiegati della giustizia, che cosa dovranno fare quei poveri ladri?

* * *

Poi di notizia in notizia venne fuori che il nobile Scipione de' Barigini, nipote d'un cardinale, ecc. non era niente affatto nobile, nè marchigiano, ma semplicemente un figlio disutile d'un povero maestro di Vigevano, che dopo aver fatto stringhe della pelle pur mantenerlo agli studi e per cavare da lui un uomo, s'era trovato in mano un Superuomo di quella razza. Di vero e di autentico il Barigini non aveva che un ingegno vivo, il fascino d'una chiacchiera non comune, una magnifica barba, e un gusto elevatissimo al dolce far niente.

E Rastignac?--gli articoli eran belli e arguti; ma il cancelliere aveva a che fare coll'autore di quelle lettere, come un ministero colla prosperità nazionale.

Per la povera Ceci fu un colpo tremendo e una mortificazione da far perdere la testa, da rompere il cuore in due pezzi. Oltre al precipitare dalle sublimi altezze dell'aquila nel barile dell'aceto, sentì tra pelle e pelle tutte le risate che dovevano fare le belle gelose e le brutte invidiose.

Essendo giorno di mercato, in bottega fu un continuo andirivieni di gente, e ognuno voleva dire la sua; e nella voce di tutti le pareva di sentire come una canzonatura.

Un certo momento, non potendo più resistere al tormento, presa dal convulso, scappò in cucina, chiuse l'uscio, e dette sfogo al patimento, poverina, con uno scoppio di pianto che minacciò di lacerare la vita e l'anima.

--Qua, qua... fece la bestia sottovoce, svegliandosi da un leggero assopimento.

Era l'insulto della bestia.

Qui la cosa potrà parer strana, ma è vera, come vera è ogni pazzia che passa nel cervello delle donne. Un lampo sinistro balenò nella fiamma sanguigna che arse la sua testa; sentendo un delirio di vendetta, cacciò una mano nel cesto, strinse nella mano convulsa il collo dell'anatra, la trasse fuori, aprì coll'altra mano il tiretto, levò il coltellaccio...

La bestia guizzò nella mano e soffiò il suo sangue nutrito di vermi nella cenere del camino.

Cecilia subito si sentì più calma e scrisse allo zio di Valmadrera per invitarlo a mangiare l'anatra in compagnia di Baldassare. Questi, che dopo un mese di pan grattugiato, cominciava a gustare la carne, trovò l'anatra eccellente e obbligò Cecilia a succhiare un'ala. Non si parlò di Barigini se non per incidenza.--Ha piluccato anche a me trecento lire--disse Manardi ridendo; e poi soggiunse:--Ma non incrudeliamo con un morto.

Quando si fu alle frutta, la vecchia moglie del fattore di Villa Raverio domandò di parlare al sor Baldassare. La povera donnetta con un cavagnolino in mano, in cui tenava due piccioni coperti con un fazzoletto, cominciò a pregare e a supplicare, perchè non fossero fatti gli atti del sequestro, che sarebbe stata per loro una vera morte oltre al disonore: e invocando gli angeli e i santi del paradiso, cercava di toccare il cuore del droghiere.

Questi la lasciò cantare un pezzo, poi nel momento che riempiva un bel bicchiere di vino, prese a dire:--Capite, la mia cara donnetta, che anch'io ho i miei impegni; e anche questa malattia mi è costata un'occhio del capo. Però non voglio mostrarmi irragionevole. Ecco qua la cambiale. La cedo a Cecilia, che saprà farsi pagare a poco a poco, con pezze di tela, con degli ovi, con degli asparagi, e con qualche rosario in suffragio de' suoi morti. E ora bevete, Caterina....

--Che Dio, la madonna e S. Giuseppe benedicano lei, la sora Ceci, che l'è sempre più bella che mai, e quei cari suoi _patanelli_.... E possa averne ancora tre o quattro....--

--Bevete per amor di Dio!...--si affrettò a gridare Baldassare per scongiurare l'augurio. E Caterina, dopo aver allungato il barbéra con due grosse lagrime, alzò il bicchiere e lo votò d'un fiato.

--Le ho portato due piccioni, sora Ceci....--disse poi col viso radiante, togliendo il fazzoletto.

Cecilia prese il cavagnolino colle due mani che tremavano.

Il cuore cominciò a batterle in una maniera insolita: e batte ancora così.

* * *

CERTE ECONOMIE

CERTE ECONOMIE

La mattina del 17 Giugno 1885 il camparo della grande _tenuta_ d'Arbanello, uno dei più grossi fondi che l'ospedale d'una nostra città possegga nel basso milanese, andando per la solita ispezione, rilevò una piccola rottura in uno dei molti canali di scarico che danno da bere ai prati. Il temporale della notte aveva schiantata una pianta, scassinando con essa la testa d'un arginello, rovesciando tre o quattro mattoni che, caduti nell'alveo, turbavano per un quarto d'oncia la bocca di scarico del canale; un'inezia, ma che rubava qualche secchio d'acqua al fondo dell'Opera pia a tutto beneficio del vicino fondo del marchese Riboni.

Sì sa che le questioni d'acqua son delicatissime, quanto ardenti son quelle del vino; e basta alle volte un mattone fuori di posto per suscitare un vespaio di liti e di contestazioni. La goccia, che secondo il dettato, _cavat lapidem_, nei fondi irrigatori semina l'oro. Per conseguenza ha fatto benissimo il camparo Bogella a non toccar nulla, ma a riferire subito la cosa al sor Mauro, il fittabile; il quale alla sua volta, non volendo avere de' fastidi col marchese, un litichino di professione, prese la penna e scrisse direttamente all'ingegnere Martozzi dell'ufficio tecnico di amministrazione, avvertendolo che tre mattoni d'un arginello, in causa d'una pianta, eran caduti nella bocca del canale con qualche pregiudizio dei fondi dell'Opera pia.

* * *

L'ingegnere Martozzi, da quell'uomo diligente che è, portò la cosa in direzione; ma essendo fuori il cavalier Sermenza, ingegnere capo, e non avendo egli l'autorità di delegare un tecnico perito per una visita sopra luogo, lasciò passare le due feste: e al martedì, quando il cavaliere si lasciò vedere due minuti in ufficio, gli riferì insieme cogli altri affari anche intorno all'oggetto dei tre mattoni caduti nella bocca di scarico in un canale della tenuta d'Arbanello, _per la quale_ (questo era il suo pronome favorito) ne veniva qualche pregiudizio ai fondi dell'Ospedale.

Il cavalier Sermenza, che aveva in quei giorni ricevuto un favorone dall'ingegner Fraschi, rappresentante la Società d'assicurazione contro i danni della grandine (_la Previdente, capitale illimitato_) memore del precetto che una mano lava l'altra, fu lieto d'aver súbito sotto mano un'occasione per dimostrargli la sua gratitudine.

Detto fatto, gli scrive di presentarsi al più presto ad assumere un _sopraluogo_ per una riparazione _di qualche rilievo_; e la frase _di qualche rilievo_ fu scritta apposta per dare un po' d'importanza a una cosa che ne aveva poca in sè, ma che, come tutte le cose di questo mondo, poteva acquistarla strada facendo: e anche per far capire che la gratitudine è un sentimento, che ha anch'esso il suo bravo protocollo co' suoi numeri di riferimento nel cuore dei buoni colleghi.

Ed ecco, due o tre giorni dopo d'aver ricevuta la lettera, l'ingegnere Fraschi di ritorno da una visita in Valtellina si presenta pronto come uno schioppo alla direzione come sopra, cerca del cavalier Sermenza, che fa chiamare il Martozzi, il quale stende sul tavolo la carta topografica del fondo d'Arbanello e uno dopo l'altro mettono il dito sull'arginello, che aveva lasciato cascare tre mattoni nell'alveo del canale con pregiudizio della bocca di scarico.

* * *

Siccome per Arbanello non c'è comodità di strada ferrata, e l'ingegnere Fraschi non voleva perdere una giornata per tre mattoni caduti nell'alveo, ecc., aspettò che grandinasse un poco da quelle parti per poter servire l'Ospedale e la Previdente con un viaggio solo: il che potrebbe parere a tutta prima una misura di economia. E di fatto piacque al dio della gragnuola di mandarne quattro o cinque chicchi sul fondo di Verdazzo, un cascinale quasi al lembo del Po, che dista da Arbanello ventidue o venticinque miglia, una bella distanza a dire il vero; ma quando si hanno due buoni cavalli e una carrozza comoda pagata da due forti amministrazioni, e quando si può riscotere dalle due parti una diaria di quindici lire, nette le spese di vitto e d'alloggio, un ingegnere non si accorge delle distanze.

Così dunque, fatto con comodo il rilievo dei danni sul fondo di Verdazzo, dopo una buona colazione in casa del fattore, accesa una sigaretta, l'ingegnere Fraschi se ne venne con bel trotto a pranzo ad Arbanello, dove il sor Mauro, vecchia conoscenza, lo accolse colla solita buona ciera.

Non era la prima volta che l'ingegnere e il sor Mauro si trovavano sul campo degli interessi comuni, che non eran sempre quelli dell'Opera pia. I maligni volevano sostenere che il sor ingegnere facesse un dito di corte alla sora Sofia, la moglie di Mauro, la quale e il quale lasciavano fare, sempre nell'interesse comune. A san Martino scadeva il novennio d'affitto e bisognava rinnovare. Ora è sempre utile tener da conto una persona che ha dell'influenza sull'ufficio tecnico, che è nelle grazie del cavalier Sermenza, il quale alla sua volta fa il bello e il brutto tempo nel Consiglio d'amministrazione.

Il pranzo fu allegro, abbondante, saporito, pieno di chiacchiere e di barzellette, largamente inaffiato da quel vecchio vin di barbéra che tiene vegeto il marito e così fresca e saporita la sora Sofia. Si parlò di cento cose e un poco forse anche dell'arginello e dei tre mattoni caduti nella bocchetta d'acqua; ma si mandò il _sopraluogo_ al dopo pranzo, quando fosse calato un poco il sole,

* * *

Intanto e mentre il sor Mauro schiacciava il pisolino della digestione, la sora Sofia a cui stava sul cuore la rinnovazione del San Martino, condusse l'ingegnere a vedere i meloni, l'insalata, il pollaio nuovo, la conigliera, il granaio, le stalle, la legnaia e anche più in là, nella beata sicurezza che chi dorme non piglia mosche. E quando più tardi il marito si svegliò e furono portati i caffè caldi, colla bottiglia del cognac, la buona moglie invitò l'ingegnere a fare una piccola partita a _scopetta_. Si giuocò una mezz'ora, si fecero ancora molte parole su quel benedetto capitolato d'affitto, che bisognava rinnovare sopra una base più ragionevole. L'ingegnere promise di parlarne al cav. Sermenza, si versò un altro bicchierino di cognac e sugli sgoccioli si ricordarono che c'era da dare un'occhiata all'arginello, di cui sopra, e ai famosi tre mattoni caduti nella bocca di scarico.

Fecero attaccare o vi andarono insieme in una bella carrozza a tiro di due, Mauro a cassetta, l'ingegnere e la sora Sofia di dentro. Arrivati sul luogo del disastro, l'ingegnere discese un minuto e mentre Mauro girava i cavalli, ficcò gli occhi nell'acqua verdognola dell'arginello, contò i tre mattoni e non potendo lì per lì provvedere a nulla, si limitò a prendere delle note sul taccuino, rimandando lo studio a un altro giorno.

--Se deve tornare--disse il sor Mauro col suo fare largo e generoso--rimandi la visita a oggi quindici e venga a festeggiare il ferragosto con noi. Abbiamo tre oche stupende che hanno bisogno d'essere ammazzate.

--E conduca le sue belle _popòle_--aggiunse la sora Sofia.

--Non me lo faccio dire due volte, cari miei--rispose l'ingegnere.--È un pezzo che ho promesso alla Palmira e alla Clementina che le avrei condotte qualche volta.

--E dunque se si adattano, daremo loro dell'oca e del melone--esclamò Mauro ridendo. E restarono intesi.

* * *

Ferragosto è nei nostri paesi e forse dappertutto un pretesto per uscire a respirare una boccata d'aria libera, e ognuno procura di adattare la festa a' suoi gusti. Chi esce a piedi, chi va colla carrozza, chi col vapore e purchè non manchino il vin buono e le allegre donnette, c'è della gente che non bada a spendere.

La Palmira e la Clementina furono subito in orgasmo all'idea di una scampagnata e pensarono di far mettere un nastro rosso sul cappellino della stagione. Parlandone per caso coll'Isabella, una loro sorella maritata a quel capo ameno di Isidoro Giambelli, agente teatrale, misero anche a lei una gran voglia di essere della partita; ma non si poteva lasciare a casa la suocera, la famosa ex-mima della Scala, che conserva ancora qualche reminiscenza dell'antico belletto tra le rughe della sua carta geografica, voglio dire della sua faccia. E la mima condusse seco anche il buffo della compagnia d'operette che cantava la Gran Via al teatro Pezzana; insomma tra vecchi e giovani e ragazzi furono dodici e ci vollero tre carrozze; e tutti furono addosso come cani e sciacalli alle povere oche della sora Sofia.

Ma la provvidenza, che non abbandona mai i suoi figli nemmeno quando mangiano la roba degli altri, aveva pensato a far passare una lepre sotto il tiro maestro del sor Mauro. Tre oche e una lepre in compagnia di qualche cappone a lesso, con guarnizione di salsiccia e di mortadelle fatte in casa e il tutto irrorato da tre qualità di vini massicci e spessi come la panna, possono non solo far tacere i rimorsi dello stomaco, ma affogare anche quelli di coscienza.