Part 3
--Non far la stupida--rimproverò il gendarme--Apri l'ombrellino e piglia questo viottolo a destra. C'è un cascinale vicino.
--Dove?
--A destra, non a sinistra, oca! va a cercare qualcuno che venga a tenere i cavalli. Moro ha l'occhio spaventato. Se li lascio andare si accoppano questi accidenti sacrr...
Non era il momento di far questioni filologiche. Sotto il parasole di _satin_ la contessa cercò la stradetta, saltando come potè sulle pozze d'acqua e prese a correre verso il cascinale che distava un trecento passi. Proprio in quel momento si aprirono le cateratte del cielo. L'istinto di conservazione, rinforzato dalla bile e dall'odio contro l'asino imbecille che l'aveva tirata in quell'avventura, dettero alla povera signora una forza straordinaria, che a casa sarebbe subito scomparsa alla vista del più piccolo ragno.
Ma come _l'appetit vient en mangeant_, così il coraggio viene dal bisogno d'averne. Lo scrisse lei stessa qualche giorno dopo in una lunga lettera a donna Mina Besozza: «_l'occasion fait le larron_: io che soltanto all'idea d'una fessura sento un reuma nel cuore, son uscita da quel diluvio senza il più piccolo raffreddore.»
* * *
Come arrivasse alla cascina Torretta è più facile immaginare che descrivere. Avendo un colpo di vento spezzato il parasole, la povera martire dovette camminare cinque minuti sotto quella benedizione, coi piedi in un velluto di fanghiglia, d'una fanghiglia cretosa che si appiccicava agli stivaletti, alle calze, alle balzane. L'acqua che defluiva dalle campagne finiva a formare un laghetto davanti alla casa, e dovette attraversarlo sotto le grondaie, che versarono un mezzo barile di colatura sul cappellino di paglia.
--Non c'è qui nessuno?--gridò ricoverandosi sotto un rustico portichetto, appena potè tirare il fiato.--Si è rotta la ruota d'una carrozza. Ehi, di casa!--Provò a scotere il paletto e a spingere un vecchio uscio sgangherato che lasciò vedere una cucina affumicata piena di mosche. Davanti al camino stava seduto un vecchio massaio colle mani aperte su un focherello invisibile, immobile sulla sua sedia di legno come se fosse anche lui lavorato nel legno.
--Galantuomo! non c'è nessuno?
Il vecchio di legno non si mosse. Era sordo.
--Va al...--fu per dire la povera donna che, trascinandosi dietro le sottane impegolate, andò a chiedere aiuto a un altro uscio. Era (_pardon_) una stalla. Un uomo sui quarant'anni, rosso di pelo, con una gola larga, colle braccia e colle gambe ignude, si affacciò reggendo una forchetta non da _dessert_ e parve impaurito di vedersi davanti una figura vestita a quel modo.
Se ne contano delle storie nelle stalle! e coi temporali, si dice, vanno intorno anche le anime dei poveri morti.
--C'è una carrozza sulla strada con una ruota rotta. Andate, mandate qualcuno, presto.
Il Rosso stentò a capire. Che carrozza? che strada?
--Sono la contessa Battini Luziares.
Il Rosso, che non aveva mai sentito dire che ci fosse una signora di questo nome, rispose:--_Chi la gh'è no..._
--C'è una carrozza, il conte.... Mandate, andate voi.
Il Rosso, dopo aver strologato il fenomeno atmosferico, gonfiò un poco la gola e soggiunse, indicando colla forchetta l'acqua della grondaia: --_Adess, al pioev tropp..._--E sotto questo punto di vista non aveva torto. Pareva il diluvio universale.
--C'è un uomo sulla strada con due cavalli spaventati, capite?--replicò la contessa, cambiando il conte in un uomo nella speranza di commuovere le viscere di questo suo simile. Poi, pensando che la Cascina Torretta poteva appartenere a un essere ragionevole, soggiunse:--Voi di chi siete?
--_Sem dal Rostagn, el deputato..._
Quando si dicono le combinazioni! Rostagna era da cinque anni il tirannello del mandamento, un radicale rosso anche lui come il suo villano, un mangiapreti e un mangiasignori in insalata. Eletto coll'aiuto materiale e morale degli osti e dei mediatori di vitelli, spadroneggiava i comuni a dispetto dei padroni e delle autorità, che dovevano sopportare la sua prepotenza, voglio dire la sua influenza sui ministeri. A farlo apposta, don Cesere Battini era stato l'inventore d'un famoso anagramma, che da _Rostagna_ tirava _Sta rogna_ e la scritta «eleggete Sta rogna» si leggeva ancora alquanto diluita dal tempo sui muri di cinta. E si sapeva da tutti chi aveva pagato l'inchiostro indelebile e la mano d'opera. _Rebus sic stantibus_, la povera contessa non poteva capitar peggio. Ma poi da donna di spirito pensò che la politica è una pettegola e lei era la contessa Battini: che la _politesse_ è superiore a tutte le piccinerie elettorali: che per quanto democratico, quell'aristocraticone al rovescio dell'onorevole Rostagna, non avrebbe mai permesso che una contessa Battini Luziares morisse affogata in un barile o avesse a pigliare una polmonite fulminante. E stava per invocare in suo aiuto l'abborrito nome, come sì invoca dai disperati quello del diavolo se i santi non si muovono, quando una vecchierella col capo pelato comparve sul ballatoio di legno.
--Non si può trovare qui un paio di uomini?--provò a supplicare la signora, alzando il viso verso il ballatoio, nella speranza di trovare nel seno della vecchiezza un po' più di visceri di umanità.
--_Gh'è Meneghin dal Gatt_--disse la vecchia parlando al Rosso.
--_Dov'è sto Meneghin?_--insistette la contessa.
--_Al soo minga, sciora. A l'è andaa foeura coll'asnin._
* * *
Donna Ines provò una gran voglia di piangere. A veder quei villani così duri, così incapaci, così indifferenti per i suoi bisogni sentì tutto il suo sangue mezzo spagnuolo ribollire nelle vene. Capì come nei panni di una Elisabetta d'Inghilterra, o d'una Caterina di Russia si possa in certi momenti commettere una esagerazione; farne, per esempio, impiccare una mezza dozzina. Se si fosse trattato dell'asino o del porco oh li avresti veduti ammazzarsi in dieciotto! ma la pelle dei signori è una cosa che non conta.--Egoisti, poltroni, vendicativi!--Queste parole risuonarono e rimbalzarono come fucilate nel suo cervello fatto irragionevole dal dolore.--
--Sarete pagati. O pago subito, muovetevi...--e trasse fuori il suo bel portamonete di cuoio di Russia.
Il vecchio sordo, che si era destato anche lui al bagliore di un lampo, venne sull'uscio e riempì colla sua persona lunga, stecchita, color della terra, il vano oscuro.
--Avete visto Meneghin del Gatto?--chiedeva la vecchia pelata del ballatoio di legno.
--_Che gatt?_--diceva il vecchio che capiva male le parole in aria.--Potrebbe tornar sta sera--osservava il Rosso.--Se ci fosse Martin della Fornace.....--riprendeva la vecchietta.--Martin? Martin è andato a Cinisello....--E intanto che i tre villani si scambiavano dai tre punti della casa queste belle parole così conclusive, l'acqua veniva a secchi: e sotto l'acqua, poco dopo fu visto venire anche il conte coi due cavalli, uno per mano, conciato anche lui come un brigante delle Calabrie, più idrofobo che arrabbiato. La carrozza era rimasta sulla strada inginocchiata sulla sua ruota davanti.
--C'è qui un _accidente_ di stalla da poter ricoverare queste bestie?--gridò col suo vocione da gendarme.--Bell'aiuto che mi hai mandato--riprese mangiando la contessa cogli occhi.--Se aspettavo te sarei morto annegato. Dov'è questo _anticristo_ di stalla.
--_Gh'è dent la vacca, scior..._
--Tirala fuori la vacca. Vuoi lasciar crepar di tosse i cavalli?
Il Rosso, dopo essersi consultato colla vecchia, si rassegnò a tirar fuori la vacca che legò al timone di un carro sotto l'andito e lasciò che il conte mettesse a tetto le sue bestie.
--Prendi un bel fascio di paglia asciutta e fregali forte--comandò il conte con quel tono brusco che fa trottare i villani. E il Rosso obbedì come se avesse parlato _ol deputato_.
--E adesso uno di voi vada a Caspiano dal fattore di Ca' Battini e gli dica di mandar qui subito il legno coperto.
Nessuno si mosse. Chi ci doveva andare? non mica il vecchio sordo, che non sentiva un cannone; non mica la vecchietta pelata, e nemmeno il Rosso che aveva la sua vacca da curare.
E poi con quel tempo...
--Non ci siete che voi tre, corpo dell'anticristo?--gridò il conte che teneva in mano la frusta per il manico--Non c'è qualche ragazzo?
--No, scior.
--Che Dio v'infilzi! non vi moverete per niente, figli di cani.
--_Se ghe fuss Meneghin dol Gatt..._--tornò a dire la vecchietta, che non sapeva proprio suggerire niente di meglio.
--_Dove l'è sto Meneghin de la madonna_...--urlò il conte.
--_L'è andaa alla fornas coll'asen_.
--E la fornace dov'è?--E per non bestemmiare di nuovo in faccia ai villani (che si scandalizzano facilmente) strozzò la brutta parola con un colpo di frusta, che fece scappare e strillare tutte le galline accovacciate sotto i trespoli.
Quell'uomo grande e grosso, con quel nome, con quella frusta, con quelle bestemmie aristocratiche cominciava quasi a far paura. Allora la vecchia prese a chiamare:--_Teresin, Teresin_...
Il conte e la contessa si guardarono un pezzo nel muso. E dico muso, perchè avevano una gran voglia di mordersi: lei livida di freddo e di veleno; lui acceso, sudato, congestionato. Grugnirono qualche parola in francese (sempre per rispetto ai villani) e si voltarono ruvidamente le spalle.
--«Pover'anima, venga in casa: così conciata com'è si piglierà un malefizio--» Chi parlava questa volta era la Teresin, detta la sposa, una donna non più molto giovine, ma ancor fresca e di buona apparenza. Nel fondo oscuro della cucina, la spera degli spilloni d'argento, che le facevano aureola al capo, illuminava il suo viso da cristiana. Chiamata dalla suocera, aveva lasciato il bimbo e cercava ora di fare verso i due poveri signori quel che non si rifiuterebbe a un cane bagnato. Fece entrare la contessa, la mise a sedere su uno sgabello su cui distese a rovescio il suo grembiale e aiutò il nonno a mettere il fuoco in una fascina di strame e di pannocchie secche, che riempirono la stanza prima di un fumo d'inferno e poi d'una fiamma che abbruciava gli occhi.
La contessa mezza affumicata cominciò a tossire.
--Lei ha bisogno di togliersi da dosso questa roba--seguitò la Teresin--Madonna dell'aiutol par tirata fuori da un pozzo come una secchia.
Se non le fa ripugnanza, venga di sopra nella mia stanza, dove potrà almeno levarsi le scarpe e le calze. Canzona? coi piedi bagnati si va al camposanto. Un paio di calze di filugello lo troveremo anche noi e poi le faremo scaldare una goccia di latte, povero il mio bene; intanto il suo uomo (voleva dire il conte) potrà tornare con un'altra carrozza a prenderla.--
Presa e sospinta da questi ragionamenti, che avevano il merito d'esser giusti, donna Ines--_à la guerre comme à la guerre_--si lasciò condurre su per una scaletta di legno che cigolava sotto i piedi, Dal ballatoio vide il suo uomo che partiva su un carrettino tirato da un asinello in compagnia d'un villano, sotto la cupola d'un grande ombrello rosso sghangherato. Pioveva un po' meno.
--La venga qui, santa pazienza! la roba è netta. Lasci che le tolga gli stivalini. O care anime, che piedini bagnati gelati. È matta a tenersi queste calze indosso? c'è da pigliarsi una _pilorita_. O ma', portate qua un paio delle mie calze. Ne ho portate sei paia quando sono venuta sposa e non le ho quasi toccate. E ora si tiri fuori anche il vestito, che lo metteremo al fuoco. Che peccato mortale d'aver rovinata questa grazia di Dio, con tutti questi pizzi che son così belli! sembran fatti col fiato. Se avessi anche un vestito degno di lei... ma ora penso che ci abbiamo una buona coperta di lana. Aspetti, intanto che facciamo asciugare un poco la roba, lei la si volti ben bene qua dentro, così: magari la si distenda un poco sul letto (questa è la mia parte) e lasci che le metta un coltroncino sui piedi. Gesummio, sto povero cappellino! par stato sotto i piedi della vacca. Le è proprio capitata una giornata di quelle: e quel suo uomo ha poco giudizio a strapazzare una carnagione come la sua. Stia sotto sotto, quieta quieta e cerchi di sudare. Ora le porto il latte caldo.»
Teresin uscì e tornò con una scodella di latte bollente, grande come il lago di Como, che fu un vero ristoro per la povera creatura intirizzita di dentro o di fuori. La Contessa tornò a rannicchiarsi nel grosso e ruvido coltrone, se lo tirò fin sopra le orecchie e cercò di fare una buona reazione.
Nel ritorno del calore le sue forze si sentirono consolate. La tensione stessa irritata dell'animo cedette insensibilmente nel molle e soave abbandono del corpo. Un tiepido senso di benessere calmò i suoi pensieri, percorse le sue membra strapazzate, finchè un velo di sonno trasparente e leggero come una nuvoletta passò sulle sue palpebre. Ed ebbe una visione rapida, evanescente, che la portò colla solita irragionevolezza dei sogni a vedere una gran festa di rose in fiore, di cui era pieno un gran giardino non suo, veduto forse in un romanzo giapponese di Pierre Loti. E per il viale fiorito vide venire incontro a gran salti di gioia il suo Blitz, il bel cane di Terranuova, che nel partire avevan lasciato piagnucoloso alla catena. Blitz le poneva le sue zampone sulla spalla, faceva cento baci colla lingua e si lasciava prendere e carezzare il muso. Un sentimento di infinita tenerezza la spingeva a baciare la bella testa di quell'animale così buono e intelligente...
* * *
«Fu veramente un sonno delizioso--scriveva lei stessa a donna Mina Biraga--come da un pezzo non sogno più. Ma ero letteralmente _épuisée_. Non ho pigliato un malanno, ma Dio ti salvi dagli idilli campestri. Per me preferisco una spanna del mio salottino a tutti i _Trianon_ e a tutti i _chalets_ dei poeti, a meno che i buoi e le capre non siano di porcellana. L'Arcadia è sporca. E la bestia uomo non è meno bestia delle altre, non escluse le donne. Teresin me ne raccontò di tutti i colori. Quando seppe che non ho figli, mi consigliò, indovini?--di portare in vita tre spicchi d'agli infilati in uno spago. Una sua sorella che ha provato questo rimedio consigliatole da un santo eremita di Musocco, ebbe due volte due gemelli dopo quasi tre anni che non vedeva figliuoli. Puoi immaginare un _ilang-ilang_ delizioso? amore all'aglio. Quando tornò Cesare colla _daumont_ era già sera. Siccome ebbe la prudenza di condurre con sè quel mattacchione del barone Barletti, (è vero che fa la corte alla Tea?) così si è evitata la scena ultima e si è finito col ridere. E bene sia quel che è finito bene; ma ho dovuto venir via colle calze di filugello e cogli zoccoli della sposa, fino alla carrozza come su due trampoli, sostenuta da Cesare da una parte e dal barone dall'altra, che mi chiamò una deliziosa Diana traballante. _Glissons_, _n'appuyons pas_. Faccio conto di mandar questi zoccoli alla madonna di Pompei in segno di grazia ricevuta. Par che faccia mirabilia quella cara madonna, se è vero quel che scrive la principessa d'Ottaiano alla madre superiora del nostro Cenacolo. Sarebbe la miglior confutazione a quella porcheria del Lourdes di Zola, _qui sent la bête_ anche lui.
Siccome _malheur à quelque chose est bon_, così anche i temporali servono a qualche cosa. Cesare ha creduto dover suo di scrivere un biglietto al deputato per domicilio violato, ecc. Il deputato, che mangerebbe un prete a pranzo e un aristocratico a cena, ha risposto un biglietto cortesissimo e anche spiritoso, nel quale deplora di non essere stato avvertito a tempo, perchè avrebbe mandata la sua carrozza e ci avrebbe ospitati nella sua villa di Mirabella che è a due passi dalla Torretta. Spera però in un altro temporale. So che i due uomini si sono poi trovati su terreno neutro. Cesare gli manderà domani una coppia di conigli americani, due cosi stupidini, ma assai _chéris_. Politica a parte, pare che il feudatario di Mirabello sia meno orso di quel che si dice. Cesare aspira quest'anno alla deputazione provinciale e chi sa che l'asino di Meneghino e i conigli americani non abbiano a far alleanza! Questi democraticoni, a saperli pigliare, sono i nostri migliori servitori.
Mi chiamano per il bagno. È già il terzo e mi par di sentire ancora indosso la pelle della pecora. Ah quel coltrone! Il _y a_, poi, _quelque chose aussi qui me pique_. Ciao.
_tua_ INES.
PS. Di' a don Carlo che mi mandi la «_Manna dell'Anima_» legata in mezza pelle. Voglio regalare qualche cosa a quella povera cristiana in pagamento degli zoccoli. A proposito: chi è il tuo calzolaio?
L'ANATRA SELVATICA L'ANATRA SELVATICA
Il retrobottega della drogheria, messo come un salottino, dava con una finestra su un vicolo contiguo agli uffici della Pretura, e il vicolo era così stretto, che il nobile de' Barigini poteva dalla finestra della cancelleria contare i gomitoli nella cesta di lavoro della simpatica signora Cecilia, moglie al signor Baldassare Maliardi, consigliere comunale e sindaco della banca popolare di Terzane.
La simpatica Cecilia, detta anche la bella Ceci, già madre di tre bambini, uno dei quali ancora a balia, veleggiava trionfalmente verso la trentina; ma piena di spirito e di vita poteva dar dei punti a tutte le bionde e a tutte le brune del mandamento.
Soltanto la Clementina dell'orefice osava contrastarle col suo bel biondo lino e coll'eleganza del vestire, tutte le volte che si trovavano nello stesso banco alla messa; e per questo c'era tra lor due un non so che di diffidente, di tirato, di amaro, che non impediva però a lor due di baciarsi sulla faccia come sorelle e di farsi molte visite. Guerra di donna guerra di farfalle.
La Cecilia Manardi, figlia dell'architetto Giambelli, che restò sepolto sotto la rovina d'un suo campanile, aveva ricevuta una discreta educazione nel collegio di Cernusco, ciò che le permetteva di leggere non solo il _Padrone delle Ferriere_ in francese, (quel che la Clementina non sapeva fare) ma anche qualche bel romanzo del Daudet, del Bourget, del Rod.
Questi e qualche altro bel libro anche più arrischiatello erano di volta in volta forniti dal nobile de' Barigini, cancelliere della contigua pretura, che da un anno in qua carezzava cogli occhi la bella vicina, che si lasciava carezzare da quegli occhi molto volentieri.
Manardi non sapeva legger bene che i suoi libri mastri o i bilanci della Popolare; ma siccome verso la Cecilia aveva il cuore indulgente, purchè la moglie tenesse un occhio aperto sulla bottega, lasciava che si divertisse a leggere quanti più libri voleva. Solamente quell'_ibis_ e _redibis_ di volumi dalla pretura alla drogherìa, se si fosse potuto evitare, sarebbe stato un gran bene, anche per riguardo alla gente pettegola, che ronza intorno alla onestà d'una bella donna col verso che il moscone fa intorno a un sacco di zucchero.
Non ha detto Dante in qualche sito che: _galeotto fu il libro e chi lo scrisse_? Manardi aveva studiato anche lui il suo pezzo di Dante in seconda dell'istituto tecnico, e un proverbio raccomanda di usar prudenza chi ne ha.
Certi zig zag fatti col lapis sui margini, certe orecchiette di can bracco negli spigoli delle pagine, certi punti ammirativi lunghi la lunghezza del libro non si fanno per nulla; ma donna avvisata mezza salvata. Se non ha giudizio una madre di famiglia con tre figliuoli, dove andremo a cercare il giudizio? nella scattola delle caramelle?
Il cancelliere nobile de' Barigini, di illustre famiglia marchigiana decaduta, secondo dava a intendere, in seguito a mille traversie aveva dovuto per la miseria dei tempi troncare gli studi di legge e rassegnarsi al modesto impiego di cancelliere in una pretura di provincia; ma il sangue e il carattere si portano dappertutto.
Ancor giovine, non troppo in là della trentina, alto e serio della persona, colla fronte bianca e spaziosa, colla bella barba lunga, elegante parlatore come sono in generale quei di laggiù, coltissimo nelle letterature moderne, era quel che si dice un uomo fuori di posto. Avrebbe portata meglio la carica di sottoprefetto; ma non se ne lamentava. Se la catena corta del modesto impiego non gli permetteva di sfoggiare le sue attitudini, cercava dei compensi in una vita aristocraticamente intellettuale, pascendosi di letture delicate e scrivendo segretamente degli articoli d'arte, che un giornale di Roma pubblicava col nome di Rastignac.
A Terzano, borgo di carattere agricolo, un uomo come lui non poteva essere molto simpatico ai borghesi, ai possidenti, ai bottegai, ai mediatori di bestie e a tutti coloro che preferiscono un buon litro di Valpolicella a tutto Tolstoi legato in marocchino. Le donne forse lo intendevano di più e forse se lo contendevano segretamente, anche per quell'aria filosofica di libero pensatore, che assumeva senza offendere le credenze, su certe questioni. Ma nessuno sapeva che fosse un letterato, tranne Cecilia Maliardi, che aveva giurato con un senso di orgoglio di non tradire il segreto.
Tutte le settimane arrivava in drogheria il giornale di Roma, una specie di _Battaglia per l'arte_, ma più inconcludente, dove da qualche tempo Rastignac scriveva sul teatro di Ibsen e sul nuovo _Simbolismo_ artistico delle lettere indirizzate a una signora bionda e spirituale. Non vi fu bisogno dell'orecchia di bracco per far capire a Cecilia chi fosse la signora bionda. L'onore era troppo alto, le allusioni troppo trasparenti, perchè non dovesse sentirsene rimescolare da cima a fondo. E lascio immaginare l'effetto magico che quelle lettere scritte in uno stile tra il mistico e il confuso dovevano fare sul cuore caldo e bisognoso della bella Ceci. Le strane donne del drammaturgo norvegese, passando attraverso ai barattoli del pepe e della noce moscata, lasciavano nei sensi e nella fantasia della donna come un profondo desiderio, come una curiosità non soddisfatta.
In quelle lettere a una bionda spirituale si parlava troppo di rinnovamento morale, di risorgimento etico, di ribellione delle anime, di nuovi orizzonti, perchè al risvegliarsi dell'estasi la moglie di Baldassare Manardi non avesse a trovare molto volgare una drogheria piena di mosche. Se non l'aveva avvertita mai prima questa volgarità, è perchè il cieco non ha ribrezzo a dormire in un letto che non vede. Così chi nasce vicino al magnano non sento il frastuono del magnano, se non quando ha il mal di testa. Ma se aprite gli occhi, se i vostri nervi si fanno delicati, il ribrezzo, la nausea, lo stordimento vi andranno al cervello.
Durante una malattia piuttosto lunga di Baldassare, dalla quale il pover uomo si salvò a forza di sanguisughe, la Cecilia fu obbligata in bottega, legata anche lei come un cane alla catena. Nei brevi momenti di riposo doveva salire in stanza a veder il malato, che tormentato da una risipola, era diventato brutto e insopportabile. Per colmo di disgrazia si ammalò anche il bimbo a balia in conseguenza d'una cattiva dentizione; sicchè più volte dovette lasciar la bottega e farsi portare alla Cascina dei Bastoni a vedere il povero piccolino ridotto come un filo.
Da questa realtà non simbolica usciva la sera stanca morta. La bottega, dopo una cert'ora, rimaneva quieta. Tonio, il pestapepe, sonnecchiava dietro il banco coi grossi bracci nudi appoggiati sui ginocchi. La luce cruda della lucerna a petrolio si diffondeva e si riverberava sui vasi, sulle etichette e sui piatti d'oro delle bilancie, in un silenzio che conciliava il sonno alle mosche appiccicate alle corde e alle torcie pendenti dal soffitto. Baldassare sotto l'effetto del cloralio dormiva il sonno dell'innocenza.
Era in quelle ore quiete, tra le nove e le undici, che la parola fluida e molle del nobile marchigiano percorreva cieli ed orizzonti ideali.
Seduto al tavolino di lavoro, nel salottino del retrobottega, dopo che Tonio aveva servito la _chartreuse_ o il rosolio di china, mentre Cecilia ripassava il sacco del bucato, Rastignac rivedeva gli strappi di questa povera tela lisa che si chiama l'umanità.