Nuove "Paesane"

Part 9

Chapter 93,838 wordsPublic domain

Inginocchiato a pochi passi di distanza, lo sentiva brontolare: Avanti! Avanti! e poi gli vedeva alzare la mano e fare il segno dell'assoluzione.

-- Come? -- pensava lo zi' Gamella, dando un'occhiata in giro: -- quello lì è un marcio usuraio, ed è stato assolto! Quell'altro se la dice con la nipote che tiene in casa e dà scandalo a tutti; ed ecco assolto anche lui..... Ed io, che non conosco il Santo Padre neppur di vista, io non posso essere assolto, col pretesto che l'ho spogliato! Ma di che l'ho spogliato?

E buttatosi a piè del canonico, cominciò da capo la sua confessione.

-- Avanti! Avanti!

Quel prete non gli dava tempo di raccapezzarsi. All'ultimo, lo zi' Gamella, esitante, raccontò il caso occorsogli:

-- Avanti! -- brontolò il canonico, tirando su una presa di tabacco. -- Il poter temporale, figlio mio? Quistione di pagnotta. Avanti! Questione di pagnotta! _Ego te absolvo in nomine_.....

E gli trinciò sul capo l'assoluzione.

LA CASA NUOVA

Da qualche tempo in qua le passeggiate estive del notaio Barreca col dottor Ballocco non erano più assolutamente silenziose come da tant'anni.

Da anni ed anni, ogni giorno, ad ora fissa, verso le cinque pomeridiane, il notaio deponeva la penna, chiudeva nell'armadio atti, registri, minute, staccava dal chiodo infisso al muro la tuba, prendeva dall'angolo dell'anticamera, dove l'avea riposta entrando, la sua mazza di sorbo; e, scesi cautamente gli scalini sbocconcellati del suo studio notarile, si fermava su la soglia della porta, col pomo della mazza sotto il mento, zufolando sommessamente in attesa dell'amico dottor Ballocco. Poco dopo, puntualissimo, il dottore appariva dalla Via della Spera, lungo lungo, magro magro, camminando come un palo che stenti a reggersi ritto, dando una spallata a destra ed una a sinistra, quasi non potesse altrimenti mettere in moto le gambe sottili. Allora il notaio si staccava dalla soglia avviandosi; il dottore gli veniva incontro; e, messisi l'uno a fianco dell'altro, senza salutarsi, senza scambiare una sola parola -- il notaio continuando a zufolare sommessamente la sua aria favorita, il dottore dondolandosi su le gambe sottili -- partivano per la loro passeggiata fuori le mura, quasi fossero state due persone che andavano assieme per caso, senza badarsi, sovrappensiero, ognuna pei fatti suoi.

Usciti fuori Porta Vecchia, infilavano il gran viale alberato a passi gravi e lenti, come si addiceva a persone serie e che non avevano fretta, il notaio non smettendo un istante il suo monotono zufolìo, il dottore svagandosi a buttar di lato, con la punta della sua canna d'India, i sassolini e gli sterpi che gli capitavano tra i piedi; e così percorrevano tutto lo stradone, girando torno torno il paese, fino ai forni di mattoni fumiganti laggiù, sotto la spianata, che pareva una terrazza fatta a posta per godervi comodamente la vista dell'immenso e incantevole paesaggio.

Ma nè il notaio nè il dottore si curavano mai di dargli un'occhiata; anzi gli voltavano le spalle, sedendosi sul muricciolo, l'uno continuando il sommesso monotono zufolìo -- fìchiti-fon! fìchiti-fon! -- l'altro armeggiando coi sassolini e gli sterpi o tracciando linee e ghirigori sul suolo polveroso, fino al momento che scattavano, tutti e due, quasi spinti da una molla. E tornavano addietro, a passi gravi e lenti, rifacendo la strada allo stesso modo, ripassando sotto gli alberi del gran viale, rientrando per la Porta Vecchia; e, arrivati al posto dove si erano incontrati un'ora avanti, si staccavano l'uno dall'altro, senza scambiarsi una parola, senza farsi un cenno di saluto; il notaio, per andar a chiudere le finestre e la porta del suo studio e licenziare lo scrivano che l'attendeva; il dottore, per risalire la via della Spera e mettersi a sedere nella farmacia dello Storto, come chiamavano il farmacista, perchè aveva una gamba un po' storta e zoppicava.

Nei giorni di pioggia, assai rari, il notaio ed il dottor Ballocco sembravano due anime in pena, coi nasi all'aria sotto gli ombrelli, davanti a la porta dello studio notarile. Il notaio scendeva giù, quasi non si fosse accorto che pioveva, e stava ad aspettare il dottor Ballocco, che non tardava a spuntare dalla cantonata, con l'ombrello aperto, col solito passo, quasi non si fosse accorto della pioggia nemmeno lui. E tutti e due si fermavano accosto al muro, spiando il cielo, lanciando occhiatacce alle nuvole, scotendo la testa contro il cattivo tempo, che avrebbe potuto attendere almeno un'altra ora prima di rovesciarsi giù e guastargli la passeggiata!

Non dicevano una parola; s'intendevano con gli sguardi, con cenni del capo: -- Spiove! -- Non spiove! -- Spiove! -- E occhiatacce al cielo, e spallucciate d'indignazione contro la pioggia che non smetteva e minacciava di inzupparli. -- Spiove! -- Non spiove! -- Spiove! -- Poi, tutt'ad un tratto, il notaio chiudeva l'ombrello e si ficcava dentro la porta dello studio notarile; e il dottor Ballocco si spiccava dal muro e andava via, balenando, quasi la pioggia gli avesse rammollite le gambe. Nè una parola, nè un saluto, come nelle passeggiate.

Da qualche tempo in qua però le loro passeggiate non erano più assolutamente silenziose. Arrivato a un punto dello stradone, una sera, il notaio si era fermato per guardare in alto verso il ciglione a destra; e, dopo una muta contemplazione di qualche minuto (il dottore si era fermato pure lui, messo in curiosità dall'insolito caso) aveva esclamato con un sospiro:

-- Ecco quel che mi ci vorrebbe!

-- Che cosa? -- avea domandato il dottore.

-- Quella rovina lì, quelle quattro mura crollanti, quello spazio!

-- Per che fare?

-- Per fabbricarmi una casa. Nella mia già stiamo come tante sardelle nel barile!

-- Sfido io! Con una moglie come quella!...

Ed il dottore, pronunciate queste parole con tutta la più acre sua ironia di scapolo impenitente, aveva ripreso la passeggiata, senza curarsi di vedere se l'amico lo seguiva.

Alludeva alla straordinaria prolificità della signora Barreca, che tre volte di seguito avea fatto al marito il bel regalo di due figliuole alla volta, dopo altre due regalategli prima; e quando ella usciva di casa, pareva la chioccia coi pulcini, con quelle otto ragazze a canne d'organo, da Lisa, la maggiore, spilungona di quindici anni, a Rosina che avea tre anni ed era alta quanto una forma di cacio.

Il dottore non sapeva perdonare al suo amico la corbelleria di aver preso moglie passata la quarantina.

All'annunzio del primo parto gemello, si era messo a ridere compassionevolmente, crollando la testa. All'annunzio del secondo, era balzato, guardando in faccia il povero notaio che si grattava la nuca imbarazzatissimo. Al terzo, prima era scoppiato a ridere sgangheratamente, poi, con un grande sdegno negli occhi, lo aveva sgridato:

-- Ma che diavolo! Sei ammattito?

Quasi il povero notaio ci avesse colpa lui.

Certamente era stata una corbelleria prender moglie a quarantadue anni e prenderla così giovane, che avrebbe potuto essergli piuttosto figlia. Ma la ragazza aveva una buona dote; ma egli era rimasto solo al mondo e gli affari gli andavano a gonfie vele. Aveva calcolato che due, tre figli non sarebbero stati troppi, e si era lasciato lusingare dalla dolce prospettiva di avere una famigliuola e morire circondato da persone che gli avrebbero dovuto voler bene. Invece!... Troppa grazia, Sant'Antonio! come diceva quello. Otto ragazze, e non un solo maschio per far vivere il nome dei Barreca, che si sarebbe estinto con lui, ultimo rampollo di una lunga progenie di avvocati, di canonici e di notai.

Egli perciò portava rancore alla moglie; e ad ogni nuova gravidanza di lei diventava cupo, intrattabile, sfogando anche in casa il suo malumore con quel sommesso zufolìo -- fìchiti-fon! fìchiti-fon! -- che voleva significare: Vediamo se anche questa volta!... -- Ormai non sperava più che colei smettesse il vizio, come egli soleva dire, di far due figliuole a ogni parto.

Per fortuna gli affari prosperavano tuttavia; e un lontano parente della moglie era morto, lasciandole in eredità una bella sostanza.

Ma in quella casa, portatagli in dote da donna Rita, tutto quel popolo di ragazze non si poteva più raggirare. Le stanze sembravano camere da ospedale con due, tre letti ognuna, secondo lo spazio. Per ricevere qualche cliente che veniva a trovarlo di buon'ora, il notaio avea dovuto rannicchiare un tavolino e due seggiole in un bugigattolo che serviva da salotto e da anticamera.

La casa dei Barreca, comoda ed ampia, era toccata al fratello maggiore, morto lasciando un figlio che gli era andato dietro, l'anno dopo, nell'altro mondo. La vedova, che aveva ereditato, si era subito rimaritata; e la casa era passata, con gran cordoglio del notaio, in mano di un avvocato suo avversario nelle elezioni municipali, il quale forse aveva sposato la vedova soltanto per fargli un dispetto.

Così ora si trovavano, in quella ristretta casa dotale, moglie, figliuole e lui, pigiati come tante sardelle nel barile, secondo la sua espressione. Si sentivano mancar l'aria.

Le finestre di quattro stanze davano in un cortile ingombro di macerie, appartenente a un vicino che non voleva farlo mai ripulire.

Un solo terrazzino su la via; e la signora Barreca aveva pensato d'ingombrarlo talmente di vasi di basilico, prezzemolo e menta, utili erbette per la cucina, che vi si poteva affacciare uno per volta; e poi era quasi proprietà assoluta delle bambine minori, che non avevano posto migliore per farvi i loro giuochi infantili un po' all'aria aperta.

È vero che il notaio stava pochissimo in casa, ma in quelle poche ore del pranzo e della cena, vedendosi sempre davanti e dattorno le otto figliuole che crescevano a vista d'occhio, e che fra qualche anno avrebbero voluto un po' più di luce e d'aria per non morire di anemia, sentiva una sorda irritazione contro sè stesso e contro tutti; e per un nonnulla montava in bestia, urlava, dava scapaccioni alle figliuole, trattava male fino i clienti se non si capacitavano, di primo acchito, delle ragioni e dei consigli da lui dati per menare a buon porto un negozio.

Ormai l'idea di trovare un'altra casa da affittare da comprare era divenuta, a poco a poco, una fissazione per lui. Ma non era come dirlo! Chi aveva una bella casa, in quel suo paesetto, se la teneva per sè; v'era nato e voleva morirvi; e in quanto ad affittare, si trattava di catapecchie per contadini soltanto.

Fabbricarsela! Non c'era altro verso. Fabbricarsela di sana pianta, spaziosa e pulita..... Un convento!..... Non ci voleva meno di un convento per tutti loro! Fabbricarsela, o pure avere la virtù miracolosa di S. Francesco di Paola che, tira, tira, lui da un capo ed il falegname dall'altro, aveva allungato fino alla giusta misura una trave troppo corta pel tetto della chiesa in costruzione. Ah! Allora il notaio si sarebbe appoggiato con le spalle a uno dei muri della casa, e, ponza, ponza, l'avrebbe allargata quanto occorreva, in modo da potervi stare comodamente anche con una dozzina di figliuoli! E così fantasticando, una volta gli era accaduto di appoggiare le spalle al muro e puntare i piedi al suolo e far forza, quasi San Francesco di Paola avesse dovuto comunicargli la sua virtù miracolosa.

Avea tastato qua e là, questa e quella persona, e incaricato un certo faccendiere; avea promesso mance a parecchi se gli trovavano una casa da comprare o da affittare: niente! Alla fine uno gli aveva suggerito:

-- Perchè non comprate i casalini del palazzo Collotta?

-- Il barone non li vuol vendere.

-- Chi ve l'ha detto?

-- Il suo procuratore.

-- È un mascalzone; lo dice per farvi dispiacere.

-- Dispiacere a me? Che gli ho fatto?

-- Non so.

-- Ma bisogna buttar giù tutto e cominciare dalle fondamenta!

-- I quattrini li avete; metteteli fuori.

Entratagli questa pulce nell'orecchio, aveva scritto direttamente al barone in Palermo ed attendeva la risposta. E per ciò quella volta si era insolitamente fermato a guardare i casalini sul ciglione, a destra della passeggiata; e ripeteva l'atto ogni sera, interrompendo lo zufolìo, ripetendo, con gran dispetto del dottore:

-- Ecco quel che mi ci vorrebbe!

Il dottore alzava le spalle, non si fermava neppure, e con la punta della sua mazza colpiva sassi e sterpoli, mandandoli da questa o da quella parte dello stradone, rabbiosamente.

-- Commetterai una seconda corbelleria, più grossa di quella di prender moglie! -- profetizzò una sera all'amico.

-- Che debbo fare dunque? -- rispose il notaio stizzito.

-- Crepare là dove stai. Tanto, siamo vecchi. Non te ne accorgi?

* * *

Un mese dopo, una mattina, di buon'ora, ecco uscire di casa del notaio la chioccia coi pulcini, e lui dietro; andavano a vedere il posto della casa nuova, come già la chiamavano.

Uno sfacelo. Muri crollati o crollanti; scale rimaste per aria, pavimenti sfondati; e, tra le macerie, erbacce parassite e ortiche alte così, che parevano alberelli. Donna Rita non sapeva dove mettere i piedi, atterrita di vedere le bambine sguinzagliate sotto gli archi, su i mucchi di pietre e calcinaccio, col pericolo di rompersi il collo. Il notaio gongolava, zufolando allegramente il suo eterno fìchiti-fon! fìchiti-fon! che ora significava: Finalmente ci son riuscito! Egli non badava alle bambine, non si curava degli strilli delle due minori che avevano abbrancato le ortiche e si sentivano frizzare le mani quasi avessero toccato carboni roventi. Eretto sur un grosso pezzo d'intaglio rimasto ritto come un cippo funerario in mezzo alle macerie, trinciava con la sua mazza di sorbo fantastiche linee, elevava piani, divideva stanze: qui l'anticamera, là il salotto, qua la camera matrimoniale, là la sala da pranzo; e ad oriente, dalla parte dello stradone, la fila delle stanze da dormire per le ragazze, una per ognuna; e sotto, a pianterreno, l'orto o giardinetto, fiori e frutta..., _miscuit utile dulci_. Dalla gioia, parlava latino a Lisa che gli stava a lato e insisteva per avere una cameretta con l'alcova.

-- Perchè con l'alcova?

-- Mi piacerebbe così!

-- Vedremo! Vedremo! Ma che aria, eh? E che sole!

-- E che vento, non lo dite? -- lo interruppe sua moglie.

-- Vento? Quando tira, tira da per tutto. Non dire sciocchezze!

La signora Barreca contraddiva raramente suo marito.

Era donnina calma, rassegnata, che sopportava come gastigo de' suoi peccati i tre parti di gemelle e tutta quella figliolanza femminile. Bionda, smorta, vestita sempre di scuro, badava alle faccende di casa, che non erano poche, alle bambine che dovevano andare a scuola e facevano i compiti su la tavola da pranzo senza tappeto, per paura dei calamai frequentemente rovesciati; e sorvegliava Lisa, la spilungona (il nomignolo glielo aveva appiccato il notaio, per compiacenza della statura di lei, e le sorelle glielo ripetevano spesso sapendo che ella ci si arrabbiava). La sorvegliava all'insaputa del marito, per evitare scene e guai; le aveva trovato in un cassetto una letterina amorosa di uno studente in vacanza, e poi aveva intercettato la risposta in mano della serva, che era stata mandata sùbito via.

-- Che ha fatto, da mandarla via? -- voleva sapere il notaio.

-- Questa è faccenda che mi riguarda! -- avea risposto donna Rita. -- Vi ho forse domandato perchè avete preso un nuovo scrivano?

Ed il notaio la guardò meravigliato di quella risposta che gli era parsa straordinaria arditezza. Egli l'aveva abituata a non aver volontà, a non interrogare, a non ragionare di niente. In casa era un despota silenzioso -- fìchiti-fon! fìchiti-fon -- e bastava; meno le non rare volte che montava in furia, spesso per un nonnulla, e buttava tutto per aria, piatti, bottiglie, bicchieri, facendo tremare gli usci e le imposte dagli urli, minacciando di legnare mamma e figlie! Qualche vicino accorreva. Le ragazze si erano già rinchiuse nelle loro camerette; donna Rita piangeva zitta zitta in un canto; e il notaio, con gli occhi rossi e la faccia congestionata, se la prendeva con le seggiole, con la tavola da pranzo, con gli usci, dando un pugno qua, un calcio là, fino a che la presenza di quell'estraneo non lo faceva rientrare in sè.

-- Andiamo! Che è questo, signor notaio!

-- Non sono padrone in casa mia? Non posso fare quel che mi piace? Comando io, sì o no? Voglio essere obbedito!

-- Ha ragione! Sta bene... Ma si calmi!

Brontolava ancora un poco, poi si calcava sul capo la tuba, prendeva la mazza di sorbo, e andava via zufolando.

Dal giorno però che aveva firmato il contratto di compera dei casalini del barone Collotta -- non si poteva più dire: _del palazzo_, perchè non c'era in piedi neppur la facciata -- il notaio parve cambiato di punto in bianco; moglie e figlie quasi non lo riconoscevano più, udendolo chiacchierare a tavola, specialmente dopo cena, della futura meraviglia della casa nuova.

Voleva fare le cose in grande; far crepare di rabbia certa gente. I quattrini erano lì pronti, in bei biglietti da cento e da mille, messi da parte a posta, accumulati l'uno su l'altro. Non doveva cavarsi il cappello a nessuno.

E tirava fuori da una cassetta della scrivania la pianta della casa, e la stendeva su la tovaglia, lieto che le bambine piccine gli montassero su le ginocchia per guardare, e si leticassero le camere quasi fossero già allestite di tutto punto, ed esse dovessero andare a dormirvi fra un quarto d'ora.

Invece, appena da una settimana i manovali lavoravano a sgombrare il terreno dalle macerie, a buttar giù i muri crollanti, ad ammucchiare le pietre ancora servibili per la prossima costruzione. Il notaio passava lunghe ore colà, fra nugoli di polvere, stimolando gli operai, sollecitando i ragazzi che coi corbelli di vimini portavano lo sterriccio sui carretti, segnando nel taccuino i viaggi dei carrettieri per non farsi rubare da quella canaglia. Lo scrivano veniva di tratto in tratto a chiamarlo per un testamento, per un contratto di matrimonio, per un _brevetto_; e il notaio si staccava a malincuore da quelle macerie, da quello sterriccio, da quello spazio che di mano in mano sgombrato, pareva ingrandirglisi davanti agli occhi. Ma intascando i diritti notarili, sorrideva pensando che anch'essi avrebbero aiutato a murare qualche sasso di più. E, all'ora solita, era sempre sulla soglia dello studio notarile, col pomo della mazza di sorbo appoggiato sotto il mento, zufolando sommessamente in attesa del dottor Ballocco; e avviandosi assieme con lui per la passeggiata, ora affrettava un po' il passo fino al punto dello stradone, a cavaliere del quale doveva sorgere fra un paio di mesi la facciata della sua casa. Non si fermava più, ma si voltava a guardare, e interrompeva lo zufolìo per dire al dottore:

-- Sei finestre e un balcone in mezzo.

O pure:

-- La cucina, dalla parte di là.

O pure:

-- Nell'orto ho già piantato le viti!

Brevi parole, accenni che continuavano un suo ragionamento interiore, quasi l'amico avesse potuto vederlo pensare, e per ciò capire che cosa egli volesse dirgli.

Il dottore crollava il capo, faceva una spallucciata. Per lui il _mal della pietra_ era la peggiore delle malattie; si sa quando si comincia, ma non si sa quando si finisce. Gli architetti sono furbi; vi dicono: -- Spenderete mille; nè un soldo di più, nè un soldo di meno! -- Avrete speso venti mila e sarete appena a metà dell'opra!... Vah! se il notaio non gli aveva voluto dar retta, peggio per lui. -- Tutto questo il dottore lo pensava, ma non lo diceva; o lo diceva a modo suo, con la punta della mazza, spingendo di qua e di là i sassolini, i pezzetti di carta, gli sterpi, qualunque cosa gli capitava tra i piedi; stizzito che ora quella passeggiata, prima così bellamente silenziosa, avesse mutato carattere con queste interruzioni. E respirava, appena il notaio non poteva più avere il pretesto di voltarsi perchè il ciglione, nella curva, non lasciava scorgere il posto dove una volta sorgeva il palazzo del barone Collotta. Infatti il notaio poco dopo riprendeva il suo zufolìo, e i due strani amici continuavano la singolare passeggiata. Le persone che li incontravano sorridevano, fermandosi per vederli passare, udire il fìchiti-fon! fìchiti-fon! del notaio già divenuto leggendario in paese, e osservare il dottore che pareva incaricato di tener netto lo stradone dai sassolini e dagli sterpi. Parecchi già avevano notato che il notaio ora si lasciava scappar di bocca qualche parola; e la cosa sembrava sorprendente a dirittura!

Mentre i muratori scavavano le fondamenta, il notaio faceva zappare e piantar l'orto da uno dei suoi contadini. Due piante di peschi, tre di nespoli del Giappone; le viti, già legate al palo, indicavano dove fra un anno si sarebbe visto il pergolato. Poi, lungo il muro a secco che calava a piombo su lo stradone, in attesa della balaustrata di legno, una bella fila di vasi da fiori, conici, panciuti, di tutte le dimensioni, parte già pieni di terra, parte vuoti; sarebbero stati lo spasso delle figliuole. Ai peschi, ai nespoli e all'uva avrebbe badato lui. Con la fantasia, li vedeva carichi di frutta dorate dal sole; pesche grosse così, con la gota rossa e la bella peluria fresca; nespole succose, acidule, che gli facevano venir l'acquolina in bocca al solo pensarci; e uva bianca e nera pendente in grossi grappoli, da cogliere lì per lì all'ora del pranzo con le sue proprie mani! E il fresco da godersi l'estate, in maniche di camicia, in pantoffole, come un papa, con le bambine attorno! Quasi le figliuole dovessero rimanere sempre bambine e Lisa non fosse già una donnina.

E perciò gli pareva che i muratori andassero a rilento, e le fondamenta stentassero a uscire a fior di terra. E sorrise quando vide salire su, a poco a poco, la facciata, coi pilastri delle porte che parevano germogliassero, e vide porre i davanzali delle finestre e poi gl'intagli e poi il cornicione, in cima. Seduto sotto un vecchio ombrellone di seta rossa per non arrostirsi al sole, il notaio zufolava, mentre i muratori cantavano accompagnandosi a colpi di cazzuola. Pensava a certe persone che dovevano diventare più verdi dell'aglio e masticar tossico, passando per lo stradone, ora che di laggiù la casa poteva sembrare compiuta col tetto e con le imposte alle finestre! Fìchiti-fon! Fìchiti-fon!

Pareva un altro, sempre di buon umore, quantunque vedesse di giorno in giorno diminuire i biglietti di banca, non ostante che ogni settimana ve ne aggiungesse parecchi! Andavano via come l'acqua! Ma non voleva dir niente, se la casa nuova sorrideva, fresca come una rosa, al sole, col bel portoncino dalla parte di Via Lunga, di faccia alla chiesetta di San Cosimo; bella comodità anche questa, per andarvi a udir messa le domeniche senza attendere troppo.

Era di buon umore, e non sapeva persuadersi perchè mai ora Lisa stesse sempre imbroncita, e fosse divenuta un po' aspra nelle risposte alla madre.

-- Che ha Lisa? -- egli domandava alla moglie.

-- Niente.

-- Ha i nervi, mi pare.

-- Ragazze!

Donna Rita non avrebbe mai detto quel che era accaduto una mattina, quando ella avea sorpreso la figliuola mentre parlava dalla finestra col suo studentello. L'aveva afferrata per le spalle, tirandola dentro; e allo studentello che scappava avea fatto intendere che lo avrebbe fatto prendere a calci dal notaio; e alla serva del proprietario del cortile, che si era affacciata alla finestra e rideva, aveva detto che ci avrebbe avuto poco gusto a praticare quel bel mestiere all'insaputa dei suoi padroni; doveva essere stata lei a dar agio di penetrare nel cortile allo sbarbatello screanzato! E siccome la serva aveva risposto malamente, n'era nato un putiferio...

Lisa stava in broncio; la mamma la trattava con modi assai bruschi. E il notaio, alla spiegazione della moglie -- Ragazze! -- pensava che i nervi Lisa non li avrebbe più avuti lassù, nella casa nuova, con tutta quell'aria, con tutta quella luce!