Part 7
-- Vuol dire che non mi vuoi bene! Mi ammazzo con questa daga; tu mi vuoi morto, lo capisco!
-- No, Santi!...
-- Decìditi dunque, se mi vuoi bene davvero!
-- Sì, Santi; ma... questo, no! Questo, no!
Zitu insisteva per la fuga; non c'era altro rimedio, secondo lui. Benigna però non ne voleva sapere. E scappava dalla finestra a ogni piccolo rumore, e Zitu si buttava per terra su la terrazza per non essere scoperto da Don Franco o da donna Sara, o da qualche vicina ciarliera.
-- Ora è tranquilla, -- diceva donna Sara al marito. -- Lasciatela in pace, date tempo al tempo. Sant'Agrippina farà il miracolo...
-- Si, come quello del santissimo Cristo alla Colonna! -- ringhiava don Franco.
-- Non dite eresie! -- lo rimbrottava la moglie. -- Il confessore mi ha consigliato: --
Fate le Verginelle a Santa Agrippina. -- Faremo le Verginelle, col pellegrinaggio alla Làmia. Il confessore verrà a dire la messa laggiù...
-- Per guadagnarsi cinque lire!
* * *
Malgrado l'opposizione del marito, donna Sara aveva già fatto l'invito delle Verginelle, cioè di tutte le ragazze del vicinato, una trentina.
Sarebbero andate in processione al santuario della Làmia, nelle grotte d'onde Santa Agrippina avea scacciato i diavoli al suo arrivo da Roma in Mineo; se ne vedevano ancora i segni nelle grotte annerite dal fumo infernale.
La santa miracolosa, che aveva scacciato i diavoli di là, avrebbe scacciato così dalla testa della ragazza la cattiva tentazione di quella passionaccia che manteneva l'inferno in casa loro.
-- Figliuola mia, proviamo. Se poi c'è la volontà di Dio!...
E tutta la settimana era passata in preparativi; non si parlava d'altro nel vicinato.
Donna Sara aveva impastato le lasagne che Benigna tagliava nella madia; e ora spennava il gallo e le tre galline da fare in stufato; il pane, lo avrebbero infornato la sera avanti per averlo fresco fresco.
-- Sant'Agrippina, vedrete, farà il miracolo, -- ripeteva donna Sara.
-- Sì, come quello del santissimo Cristo alla Colonna!
Don Franco teneva rancore al santissimo Cristo alla Colonna, quantunque egli fosse buon cristiano.
E il mercoledì appresso, il pellegrinaggio s'avviò. Le Verginelle, vestite a festa, si erano radunate in casa di donna Sara. Ce n'era voluto per indurre Benigna ad andare anche lei; infatti quella mattina ella s'aggirava attorno per la casa, con gli occhi rossi dal pianto, squallida per la nottata passata senza dormire, a discorrere con Zitu dalla finestra di cucina...
Zitu le aveva fatto fare un giuramento: Laggiù, alla Làmia, mentre le verginelle stavano a cantare il rosario nella grotta grande, ella doveva andare a raggiungerlo nella grotticina in fondo al santuario; voleva parlarle a quattr'occhi. Nessuno se ne sarebbe accorto; ci si vedeva così poco in quelle grotte affumicate! Egli era amico dell'eremita che custodiva il santuario; sarebbe andato là la sera avanti:
-- Giura che verrai!...
-- Giuro, se posso senza dare sospetto!
-- Se vorrai, potrai! Giura un'altra volta!
E la poverina aveva giurato. Per questo aveva gli occhi rossi, per questo tremava.
Per la via c'era folla; tutte le comari alle finestre o su gli usci. E quando il sagrestano venne a dar l'avviso che il prete era già partito avanti perchè andava a cavallo, la processione delle verginelle s'istradò recitando il rosario, e fu presto in piena campagna.
La giornata era splendida; la campagna, bionda di seminati; i contadini che andavano al lavoro si fermavano, si tiravano da parte nei punti dove la strada era larga, per lasciar passare le Verginelle che, finito il rosario, procedevano a gruppi, ridendo, ciarlando, cantando anche delle canzoni di amore.
Una delle ragazze presa a braccetto Benigna, le confidava le sue pene. Era innamorata anche lei, e i parenti la osteggiavano:
-- I parenti fanno sempre così! Ma io, se essi tengono ancora duro...
E con la mano accennava che avrebbe preso la fuga col suo innamorato.
-- No, queste cose non si fanno! -- esclamò Benigna.
-- Mia zia ha fatto così, -- rispose la ragazza. -- Ed ora sono tutti in pace in famiglia.
La strada era diventata viottolo scosceso; già si vedevano le roccie rossastre e la vallata; il santuario si trovava là in fondo. E come più si avvicinava, Benigna si sentiva piegare le gambe sotto, tremava tutta. No, non avrebbe saputo sfuggire alle compagne e alla sorveglianza della mamma; non sarebbe riuscita a trovare la grotticina indicata quantunque avesse giurato. Oh Dio! Perchè aveva giurato?
* * *
Il prete era a piè della gradinata scavata nel vivo masso, col sagrestano e l'eremita. La cavalcatura del prete, legata a un albero, mangiava tranquillamente l'erba fresca.
Che pace, che tranquillità nella valle! Le tàccole e i falchetti volavano, gracidavano, squittivano su per la roccia; tra i pioppi che fiancheggiavano il ruscello, un usignolo gorgheggiava. Le grotte echeggiavano sordamente di canti, di risate.
Le verginelle si disposero in fila, intonarono il rosario e cominciarono a salire la scala strettissima, chinandosi per entrare nel santuario da quella porta o piuttosto buca.
Nella seconda grotta, vastissima e nera, le quattro candele accese sull'altare pareva addensassero l'oscurità attorno. Il prete indossava i paramenti sacri aiutato dal sagrestano. L'eremita andava disponendo le verginelle a sei a sei, in tante file davanti l'altare, scartando questa o quella, indicando il posto a donna Sara, prendendo per mano Benigna e collocandola in coda a tutte. Benigna si sentì morire quando l'eremita, sfiorandole il viso con la lunga e ispida barba, le susurrò in orecchio:
-- È là; vi darò io il segnale.
E le s'inginocchiò a lato, rispondendo ad alta voce al rosario, intanto che il prete diceva l'_introibo_.
Poco dopo infatti egli la prese per mano, la sollevò, la spinse indietro. Benigna vide, in fondo in fondo, un po' di luce e un fantasma che le veniva innanzi. Sudava freddo, non respirava; e tra le voci del rosario, udiva soltanto quella dell'eremita che rispondeva più forte di tutte:
-- Santa Maria, madre di Dio!
Dopo la messa, su lo spianato, mentre le verginelle, fatta la refezione, ballavano al suono del cembalo che una di loro aveva portato, donna Sara si era accostata alla figlia.
Benigna pareva stralunata, aveva le lagrime agli occhi, e non badava al prete che, raccontando il miracolo della scacciata dei diavoli operato colà dalla Santa, additava le buche della roccia donde i diavoli erano scappati alla vista della croce.
-- Che hai?
-- Niente.
-- Il miracolo è fatto! -- disse l'eremita, sorridendo e lisciandosi la barba.
* * *
Ma donna Sara capì molto tardi che la Santa benedetta non c'era entrata per niente.
E Don Franco, che dovette piegare la testa e cascò malato dal dispiacere, oltre al Santissimo Cristo alla Colonna, tenne broncio anche a Santa Agrippina che lo aveva costretto in quel bel modo a imparentarsi con un birro!
DONNA STRÀULA
Quando non aveva con chi prendersela, donna Mita se la prendeva con suo marito buon'anima, che se n'era andato in Paradiso, lasciando lei e le figliuole in un mare di guai. Non aveva mai fatto niente di bene in questo mondo, e non ne faceva neppure nell'altro, pover'uomo!
-- Che gli costerebbe dire a Domeneddio -- lo ha tutti i giorni, come suol dirsi, tra piedi: -- Signore, rivelatemi tre numeri, tre soli, di quelli che usciranno sabato prossimo al lotto, perchè io vada a indicarli in sogno a mia moglie? Non vedete come stenta con tutti quei debiti e con le liti che le ho lasciato su le braccia? -- Uh! non si rammenta neppure nè di me, nè delle tre orfanelle che già spighiscono in casa gialle e magre, e non trovano un cane che le voglia. Forse che lui in Paradiso ha più bisogno di mangiare, di vestirsi, di pensare ai debiti, alle liti, alla moglie, alle figliuole? Pensò in fine di vita, alle sante messe, al rosario: -- Mita mia, figliuole mie, pregate per me, io pregherò per voi lassù!
E da tre anni ch'era lassù, non le era venuto in sogno nemmeno una volta, tanto da mostrare che si ricordasse di loro!
Perciò donna Mita, la sera, recitando il rosario con le figliuole, da un pezzo non diceva più un'avemmaria per l'anima del marito. Invece diceva paternostri e avemmarie per l'avvocato, pel procuratore legale e pei giudici, affinchè il Signore schiarisse loro la mente, e difendessero bene i diritti delle orfane e facessero giustizia nelle tre liti che non finivano mai con quell'animaccia storta di don Basilio Cuti.
Ora toccava a lei agire da uomo: sollecitare gli avvocati, dare schiarimenti al Tribunale, alla Corte, buttarsi ai piedi di questo e di quello per una buona raccomandazione, e sventare gli intrighi dell'avversario che ne inventava sempre uno più infernale dell'altro e non dava requie, e voleva ridurle all'elemosina, quasi non fossero state parenti e non si chiamassero Cuti anche loro!
In poco tempo era invecchiata di dieci anni col pensiero fisso di quelle liti. Già aveva tutto il codice a memoria meglio degli avvocati e del procuratore legale, quantunque sapesse appena leggere e scarabocchiare la propria firma. Ah, il Signore chi sa dove aveva il capo nel momento che stava impastando lei e suo marito! Avrebbe dovuto dare i calzoni a lei e la gonna a lui, e allora le cose di famiglia sarebbero andate altrimenti!
Ma non si perdeva d'animo. E quando qualcuno le diceva:
-- Fate una transazione; sarà meglio! -- lei agitava violentemente le mani e la testa, socchiudendo gli occhi, strizzando le labbra, per significare: -- No! No! -- Non voleva lasciar spogliare le tre povere orfane. Finchè lei aveva fiato, avrebbe dato filo da torcere a quel brigante di don Basilio. E l'avrebbe spuntata, n'era sicura, sicurissima! E il giorno in cui avrebbe vinto le liti, avrebbe fatto dire una solenne messa cantata al patriarca San Giuseppe, con cento torce nuove all'altare e gran scampanìo e mortaretti e banda musicale, dall'alba alla sera, per far crepare di rabbia don Basilio e tutti coloro che le volevano male.
E poi, nozze, subito subito; perchè le figliuole allora avrebbero una grossa dote, duemila e più onze ognuna, e i mariti piomberebbero da tutte le parti. Quando c'è il miele le mosche accorrono a torme. E così lei farebbe la gran vendetta! La gran vendetta era quella di maritare le figliuole fuori del paese, a Caltagirone a Vizzini, a Militello, in capo al mondo, ma non in quel suo paesaccio di tangheri, che ora non le degnavano d'uno sguardo perchè, se non vincevano le liti, sarebbero rimaste con la sola camicia indosso.
-- E le virtù domestiche non contavano niente dunque?
Parlandone con gli altri, donna Mita non rifiniva di esaltare le virtù domestiche di quelle tre ragazze, di quelle angiole, come aggiungeva sempre; ma in famiglia era un'altra cosa. Le sgridava tutta la santa giornata, ogni volta che gli affari non la sballottavano di qua e di là, dall'avvocato, dal notaio, dal sindaco, dall'Agente delle tasse, o a Caltagirone, in Tribunale, o a Catania, in Corte di appello o dagli avvocati o dal procuratore di colà, gente che se la mangiava viva e se ne stava con le mani in mano, secondo lei, nè avrebbe fatto fare un passo alle liti senza il pungiglione di lei.
Quelle tre grulle frattanto pensavano forse un momento ai casi loro? Attendevano la manna del cielo, come gli ebrei.
E se la manna non veniva? E se le liti, Dio ne scampi, si perdevano?
Meno male Rosa, la mezzana, che si era fatta monaca di casa! S'era data a Dio, e del mondo non voleva saperne. Le monache del Monastero Vecchio le davano da cucire, da ricamare, e l'abbadessa le diceva spesso: Se accadrà una disgrazia, ti prenderò con me!
Ma quelle altre due? Rita, la maggiore, per esempio, o non s'era messa in testa di sposare un massaio? Una Cuti, una figlia di don Paolo Cuti, che, se era stato uno sciocco e si era fatto mettere in mezzo da quell'arpia di don Basilio, era stato però un galantuomo, agrimensore e anche consigliere comunale! Sì, sì; quel massaio era ricco: fondi, muli, carrette, e ogni ben di Dio. Che è per questo? E quando avrebbero vinto le liti, le due mila e più onze della dote avrebbe dovuto godersele quel villanaccio? Giacchè costui non la sposava pei begli occhi di lei, ma in vista della dote futura. E colei osava dire: Intanto muoio di fame!
Non moriva di fame anche lei, ch'era stata avvezzata a vivere da signora in casa sua? Non si rassegnava anche lei a portare addosso quegli stracci stinti, lei che aveva avuto vesti di lana e di seta, e le dita piene di anelli, e le mani sempre pulite, giacchè in casa sua ci erano due serve, e un servitore?
-- E perchè poi un massaio? Non esistevano altri uomini al mondo?
-- Debbo andar a cercarli io? -- rispondeva Rita, con le labbra spumanti tossico.
-- Se tu sapessi fare!
-- Ora farò la civetta, starò alla finestra tutto il giorno, a uccellare!
E donna Mita, travolta dallo sdegno contro il massaio che insidiava la futura dote della figliuola, si lasciava scappare di bocca:
-- Le civette, prima o poi, se lo beccano sempre un tocco di marito.
Rosa era bruttina, aveva già trentadue anni; donna Mita, in cor suo, la compativa. Ma quell'altra sciocchina di Quarinta, chè non voleva dar retta al figlio del notaio Carcò? Povero ragazzo, stava per ore e ore alla finestra di cucina, suonando il flauto; e lei, non c'era caso che si affacciasse o che gli dèsse un'occhiata se si trovava al balcone; come se quell'_Oh Dio, morir sì giovane!_ che il flauto piangeva dieci volte il giorno non fosse stato diretto a lei! Quello là, almeno, era figlio di notaio. E la grulla non voleva saperne! Chi mai si figurava che dovesse sposarla? Un barone? Un principe?... Vittorio Emanuele?
E per tenere in fresco quel povero giovane, che doveva essere proprio cotto di Quarinta se non si era scoraggiato dopo tanto tempo, donna Mita correva lei al balcone appena sentiva le prime note dell'eterno _Oh Dio, morir sì giovane!_ e sorrideva al ragazzo e gli diceva:
-- Suoni come un serafino, figliuolo mio! Quarinta, certe volte, ha le lagrime agli occhi!
Il ragazzo arrossiva, ringraziava e tornava a soffiare nel flauto, allungando le labbra, gonfiando le gote, col capo chinato da una parte, contento di sapere che la figlia di donna Mita si commovesse tanto al suono del flauto di lui, a quel pezzo della _Traviata_. E non cambiava pezzo mai.
Era un sacrificio per donna Mita far quasi all'amore per conto della figliuola; ma il destino voleva così, e bisognava adattarsi alle circostanze.
Ella si adattava a fare ben altro, quando venivano al pettine certi nodi per tirare innanzi le liti.
Una volta le posate d'argento, un'altra gli orecchini e gli anelli, poi gl'istrumenti da agrimensore del marito, poi la lana delle materassa, sostituita con crine vegetale o con paglia; tutto era andato via di casa, in mano degli usurai.
Chi sa se la bella argenteria vecchia ella l'avrebbe riveduta mai più?
E gli orecchini e gli anelli, chi sa se sarebbero tornati a splendere agli orecchi e alle dita di lei e delle figliuole?
Ora le toccava qualche volta andare da un'amica, da un conoscente, e raccontare tutti i suoi guai per intenerire quei cuori, senza far le viste di chiedere in elemosina vestiti smessi, legna o carbone, un fiasco di aceto od una bottiglia d'olio, da rendere, s'intendeva, appena vinte le liti; per le quali mandava accidenti all'animaccia storta di don Basilio che la costringeva ad essere importuna.
E quando le liti gliene lasciavano il tempo, faceva visite, assisteva malati e partorienti, correndo dal medico, dalla levatrice, dando una mano alla serva in cucina, rassettando, ripulendo, facendo insomma in casa altrui quel che era inutile facesse in casa propria, dove non c'era più quasi nulla da ripulire e rassettare; manovrando finamente perchè all'ora del pranzo la invitassero a restare, o perchè dopo pranzo potesse portar via qualche cosa per le figliuole, che mangiavano soltanto qualche uovo delle galline di casa e un po' di verdura condita con due goccie d'olio.
Appena la serva dava mano ad apparecchiare la tavola, e dalla sala da pranzo si udiva l'acciottolìo dei piatti e il rimescolìo delle posate, donna Mita si alzava da sedere, fingeva di cercare attorno, su per le seggiole, o sul letto -- dove l'aveva mai riposto? -- il suo scialle nero ritinto con la frangia a sbrendoli.
-- Come? Andate via? Fate penitenza con noi.
-- No, no! Sarà troppo incomodo. E poi le figlie m'aspettano per mettere giù la minestra nel brodo.
-- Manderemo ad avvisarle.
Faceva un gesto di rassegnazione; non aggiungeva una sola sillaba, per timore che non la prendessero in parola.
-- Allora darò una mano in cucina.
E la serva la vedeva apparire davanti ai fornelli, quasi la padrona fosse stata lei.
-- Da' qua! Hai messo il sale?
E assaggiava il brodo.
-- Da' qua!
E tagliava una fettina di carne, per vedere se l'arrosto era a punto.
E a tavola si vantava della bontà del brodo e dell'arrosto.
Aveva dovuto mettere il sale lei, e lei far cuocere bene l'arrosto.
-- Non ne fanno una diritta queste serve! E dopo pranzato, scappava.
-- Vado dal sindaco. Debbo andare dall'avvocato!
Oppure:
-- Parto per Caltagirone, per Catania.
Faceva questi viaggi come se niente fosse stato. Andava ad appostarsi fuori le mura, lungo lo stradone, con un fagottino sotto braccio, e al primo carrettiere che passava di là, domandava:
-- Dove vai?
-- A Caltagirone.
-- Portami; ti dò mezza lira, una lira.
Viaggiava così al sole, al vento e alla pioggia, come merce, sbalordendo il carrettiere col racconto delle peripezie delle liti.
-- Potrei avere carrozze e cavalli, e intanto debbo andare in carretta!
A Caltagirone, a Catania, gli avvocati e i procuratori avevano quasi terrore di lei; non se la potevano levare d'addosso.
-- Dunque, a che stato siamo? E le citazioni? E le comparse?
Voleva sapere tutto, discuteva tutto; dava suggerimenti, consigli, citava articoli del codice, con una parlantina che dava il capogiro, gesticolando, alzandosi dalla seggiola, rimettendosi a sedere, scompigliando le carte ch'ella riconosceva a occhio:
-- La prima sentenza? È questa. Questa la citazione di appello.
E le tirava fuori dal voluminoso incartamento, senza sbagliare mai, mettendole sotto il naso del procuratore o dell'avvocato perchè riscontrassero un particolare, un punto interessante da non perdere di vista.
E così, col sole, con la pioggia e col vento, viaggiando come merce su questa o quella carretta, tornava a casa, intronando gli orecchi alle figlie di tutti i discorsi fatti col procuratore e con l'avvocato, ricominciando da capo con le vicine, dal terrazzino che dava su la via maestra, perchè andassero a riferire ogni cosa a quell'animaccia storta che teneva là le spie.
Le liti, a sentir lei, erano belle e vinte; ella aveva le sentenze in tasca. E se qualcuno le rispondeva: -- Don Basilio dice che, all'ultimo, c'è la Cassazione -- donna Mita diventava smorta smorta dalla collera:
-- Perchè ha quattrini, lo stortaccio? Ma io litigo senza dolori di capo, e lui deve metter fuori più pezzi di dodici tarì, che non abbia capelli in testa.
Intendeva dire che lei aveva ottenuto il gratuito patrocinio e che non le importava niente di andare fino in Cassazione.
Quel gratuito patrocinio era stato un affaraccio. Il sindaco la menava per le lunghe; non voleva farle la fede di povertà. Povero sindaco! Don Basilio lo spauriva con la minaccia di abbandonarlo nelle prossime elezioni municipali; donna Mita lo minacciava di ricorrere al Sotto-prefetto, al Prefetto, al Ministro, a Vittorio Emanuele in persona. E temporeggiava: domani, domani l'altro. Ora mancava il segretario, ora la Giunta non s'era potuta riunire. E i giorni, le settimane, i mesi passavano, tra le imprecazioni di donna Mita che andava a sbraitare al Municipio, e i brontolii di don Basilio che andava a fargli ressa di tener duro, a casa, ad ora tarda, per non essere veduto.
Ma un giorno, donna Mita s'era buttata su la prima carretta che andava a Caltagirone, per ricorrere dal Sotto-prefetto. Per via le era capitata addosso una pioggia torrenziale che l'aveva inzuppata fino alle ossa. Il Sotto-prefetto, spaventato dalla vista di quella figura di strega che spandeva acqua dalle vesti e allagava il tappeto della stanza, e che strillava e imprecava contro il sindaco, rispose che avrebbe scritto a quel funzionario una lettera un po' aspra. Donna Mita avrebbe voluto portarla lei, e già aveva cavato fuori il fazzoletto da involtarla per mettersela in seno, e già si sganciava il corpetto sotto gli occhi del regio funzionario che la guardava stupito.
Ed era ripartita con la pioggia, senza curarsi di prendere un malanno. Infatti fu ad un pelo di andarsene all'altro mondo; ma, mezza morta, a chi veniva a farle visita, ripeteva:
-- Dite a don Basilio che debbo prima seppellire lui e vederlo all'inferno!
E cercava con lo sguardo le figliuole. Non vedeva Rita.
-- Dov'è Rita?
-- È malata anche lei.
Le risposero così finchè stette a letto. Ma quando si levò e volle vedere la figlia, non fu possibile nasconderle che Rita era in casa del massaio, e che mancava solo il consenso della madre perchè quei due si mettessero in grazia di Dio. Donna Mita allibì. Il suo consenso? Mai e poi mai! Già potevano farne a meno. Se quella disgraziata aveva disonorato la famiglia, lei, moglie di don Paolo Cuti, figlia del dottor Rinaldi, lei non si sarebbe prestata, mai, a legittimare quel disonore!
E s'ingolfò nelle liti, nel codice, nelle procedure, ora che le cause erano già mèsse a ruolo, come dicono i curiali, e bisognava scaldare i ferri e non lasciar dormire gli avvocati, e spalancare tanto d'occhi per sorvegliare le mosse di quel ladro di don Basilio, che il Signore gastigava, quasi per darle ragione: Debbo seppellire prima lui!
Ma no, non voleva rallegrarsi perchè lo sapeva in pericolo di vita. No, lei non desiderava la morte di nessuno.
-- Se il Signore lo leva da questo mondo, sia fatta la sua santa volontà! Lo perdoni ed anche se lo porti in paradiso; io non voglio entrarvi per niente.
Le pareva che se si fosse rallegrata della disgrazia del suo avversario, Domineddio avrebbe dovuto punirla. Non desiderare agli altri il male che non vuoi fatto a te stesso. Non si è cristiani battezzati per niente. Se il Signore però voleva levarlo via da questo mondo, poteva lei forse dirgli: Signore, lasciatelo stare qui? Doveva lei dar consigli a Chi sa benissimo quel che fa e che è il padrone della vita e della morte?
Questi buoni sentimenti intanto non le impedirono di sentirsi un po' seccata e di mordersi leggermente le labbra il giorno che si vide davanti, in Tribunale e poi in Corte di Appello, don Basilio grasso e roseo, quasi non fosse mai stato malato, che portava sottobraccio un fascio di carte, accompagnato da tre avvocati, tanto doveva essere convinto anche lui che uno solo non sarebbe bastato a dare apparenza di ragione alle sue storte pretese!
-- E la sentenza? -- ella domandò all'avvocato, dopo la discussione.
-- Fra otto, dieci giorni. Potete andarvene. Vi spedirò un telegramma.
Il telegramma invece arrivò quella stessa sera dal paese:
«Quarinta sta molto male, con una polmonite! Venite subito».
-- Ah! queste benedette figlie! -- esclamò donna Mita, torcendosi le mani, quasi la povera Quarinta si fosse ammalata a posta per farle un dispetto in quel punto.
Fu un gran colpo! Le parve che la casa si fosse vuotata, che con Quarinta le fosse venuta meno l'aria, la luce, tutto! E non poteva guardare nè sentire Rosa che la esortava a rassegnarsi alla volontà di Dio! In quei primi giorni di dolore si sentiva diventata turca, com'ella diceva: Non c'erano più per lei nè Madonna, nè santi. Aveva pregato, aveva fatto dire tre messe, aveva promesso una collana d'oro alla Madonna degli Ammalati, un paio di orecchini a Santa Agrippina!... Niente! La Madonna era rimasta sorda; Sant'Agrippina più sorda ancora!