Nuove "Paesane"

Part 6

Chapter 63,767 wordsPublic domain

E perciò il cavaliere si era dato anima e corpo al _Fascio_, al suo Fascio, che infatti non veniva chiamato _dei Reduci_, ma il _Fascio del cavaliere_. Egli aveva istituito anche la scuola serale domenicale, pei soci che non sapevano leggere e scrivere. Metà dei reduci erano già iscritti nella lista e, secondo lui, facevano fare cattivi sogni ai signori del Municipio.

Ah!... Le trombe davano noia? Ma sarebbero state le trombe del giudizio universale, in luglio, il giorno delle elezioni!

E con l'immaginazione egli si vedeva alla testa del suo piccolo esercito, che correva a votare a suon di trombe, come a un assalto... E sbaraglio!

Intanto, marce domenicali, e scampagnate; e vino e pane, e capretti al forno e noci e fichi secchi, per tenere allegro e ben compatto il _Fascio_, con gran disperazione di donna Beatrice che se la prendeva anche con Cipolla, quando veniva a dirle:

-- Dice il signor cavaliere che il pane lo comprerà da Severino. Il vino, di quello della botte piccola; lo battezzerò io, padrona mia!

E siccome scendeva in cantina lui, non lo battezzava affatto.

-- Andate a farvi benedire, tutti! -- esclamava donna Beatrice, quantunque, ora che le elezioni erano vicine, sbraitasse meno. Voleva star a vedere!

Uno spettacolo, quel giorno!

Le trombe del _Fascio dei Reduci_ parevano davvero le trombe del giudizio finale, andando attorno per le vie del paese sin dalle prime ore del mattino: _Tatà-Taratatà!_ E così tutta la giornata, e la sera, dopo la vittoria del cavaliere, fino a tarda notte, come se il paesetto fosse stato preso di assalto. -- Viva il cavaliere! Viva il cavaliere! -- E _Tatà-Taratatà_!

* * *

La vittoria non era poi stata splendidissima; della lista del cavaliere, due soltanto erano riusciti eletti, lui e il notaio Pitarra. E il cavaliere, modestamente, aveva detto ai soci del _Fascio_:

-- Questa è vittoria vostra! Vittoria dei vostri diritti! Vittoria delle vostre rivendicazioni! Io sarò la vostra voce in Consiglio, nient'altro!

Il sindaco che, quantunque nipote di carrettiere (e non figlio come diceva donna Beatrice nei momenti di stizza), era un furbo di tre cotte, alla prima seduta del Consiglio, appena il cavaliere entrò nella sala, gli andò incontro, gli strinse la mano, si rallegrò di vederlo colà; e, trattolo in disparte, gli disse:

-- Caro cavaliere, noi non abbiamo mai combattuto voi, ma le persone che vi stavano attorno. Ed oggi infatti il Consiglio saprà darvi il posto che meritate.

Quella domenica sera nelle sale del _Fascio_ ci fu gran baldoria per la nomina del cavaliere ad assessore. Donna Beatrice avrebbe vuotato non una ma due botti, e finito anche le provviste di fichi secchi e di noci, tanto era contenta. Ma la mattina dopo disse al marito:

-- Ora basta; siete assessore! Pensate a vostra figlia piuttosto.

Don Mimmo volle fare l'assessore davvero. Poteva servire due padroni? E dovette per forza trascurare il _Fascio_. Cipolla n'era dispiacente più di tutti. Non più marce, non più scampagnate; e il cavaliere spesso spesso ora lo mandava in campagna a lavorare come prima.

I Reduci borbottavano:

Come? Ancora fuocatico? Ancora dazio consumo? Il cavaliere aveva promesso che entrando in Consiglio avrebbe detto, avrebbe fatto! E che diceva? Niente. E che faceva? Peggio degli altri. Ora si era messo a perseguitare la povera gente con la scusa che avevano usurpato qualche palmo delle strade comunali di campagna! Perchè non cominciava dai _galantuomini_?

E c'era il _Bracco_ che soffiava nel fuoco. Il _Bracco_ si era iscritto nel _Fascio_ da pochi mesi, appena tornato dal reggimento, e parlava come un libro stampato col _lei_, col _mica_, col _ciao_, e bestemmiava alla toscana, alla piemontese, alla romana, da far rizzare i capelli. Raccontava, a quattr'occhi, ora in questo, ora in quel crocchio, che a Palermo stavano per fare il comunismo e dividersi le terre e i quattrini dei signori tanto per uno, com'era giustizia.

-- Domineddio ci ha fatti tutti eguali; perchè i ricchi debbono mangiare come porci e noi morire di fame? Giustizia? Non ce n'è: dobbiamo farcela con le nostre mani.

_Fascio dei Reduci_, _Circolo degli Agricoltori_, _Circolo degli Operai_ avevano fraternizzato dopo che il cavaliere era entrato a far parte della Giunta comunale.

E il _Bracco_, che aveva poco da lavorare col suo mestiere di sellaio, passava le giornate nei locali del _Fascio_ e dei _Circoli_, a fumare, a sputacchiare, a far prediche; ascoltato meglio di un predicatore, perchè col predicatore non si discorre e con lui si poteva chiedere schiarimenti, fare obbiezioni, e gridargli bravo, quando esclamava, col rinforzo di una bestemmia delle sue:

-- Faremo il comunismo anche noi! _Fascio?_ _Circoli?_ -- ripeteva ironico. -- Ma li hanno messi su per comodo loro, per avere i voti. Che siamo? Pecore? Schiavi? I consiglieri dovremmo esser noi, non loro. Ora, lo avete inteso? aggravano il dazio consumo. Dicono: Ci vogliono quattrini!... Ma che ne fanno? Si bevono il sangue di noi poveretti!... Faremo il comunismo!

Dapprima lo avevano ascoltato con diffidenza, quasi con terrore; ma ora aveva fatto scuola, e Cipolla si era legato con lui, e soffiava, sottomano, anche lui nel fuoco del malumore che covava covava e già mandava fuori un po' di fumo.

Il cavaliere se n'accorse la sera che, dopo tanto tempo, volle fare una delle sue solite conferenze nel locale del _Fascio_. Correvano attorno voci paurose, minacciose. I contadini facevano capannelli nella Piazza Grande, e quando il sindaco passava tra i crocchi, non si cavavano più il berretto per salutarlo, non si voltavano nemmeno; e le trombe non erano più là pronte agli ordini del Cipolla per fare il saluto reale al cavaliere, che passava davanti al _Fascio_, senza fermarsi, andando al municipio anche lui. Cipolla soltanto gli faceva il saluto militare, per abitudine; Cipolla che pensava notte e giorno a qual pezzo di terreno gli sarebbe toccato in sorte, quando avrebbero fatto il comunismo o la repubblica, che per lui volevano dire la stessa cosa.

Il cavaliere dunque quella sera si trovò davanti a una trentina di persone, scarso uditorio, e non tutte del _Fascio_, ma del _Circolo degli Agricoltori_ e del _Circolo degli Operai_, venuti colà più per curiosità che per altro. Voleva appunto parlare di quelle voci paurose e minacciose, ma ebbe la sorpresa di sentirsi interrompere dal _Bracco_:

-- Non vogliamo più dazii!

E tutti e trenta gli uditori erano scoppiati a parlare assieme, facendo una gran confusione, senza nessun rispetto dell'oratore che avea dovuto abbassarsi a discutere con loro.

-- Non più dazii? È presto detto! Ma...

-- Non vogliamo più dazii!

Il cavaliere, indignato, avea risposto:

-- Il municipio saprà fare il suo dovere!

Ed era andato via. Neppur Cipolla lo aveva accompagnato fino a casa.

* * *

E da lì a due giorni le trombe del _Fascio_, tutte e otto, suonavano sinistramente mentre la folla tumultuava nella Piazza Grande, e il _Bracco_ sbraitava:

-- Ai casotti! Ai casotti!

E quando i casotti del dazio furono atterrati e arsi:

-- Al municipio! Al municipio!

Una fiumana di gente, uomini, donne, ragazzi! E dalle finestre del municipio volavano giù nella strada seggiole, tavolini, divani, scrivanie per fare il falò; e volavano registri e carte, che si spandevano per l'aria come tanti uccelli di malaugurio, fra grida, schiamazzi e urli feroci! La folla, ubbriacata da quel puzzo di arso, ballava attorno al falò che mandava alte fiamme e grosse nuvole di fumo. -- Abbasso i dazii! Le terre! Le terre! Vogliamo le terre!

Chi aveva gridato: Dal sindaco?

Chi aveva gridato: Dal cavaliere?

Non se ne seppe mai nulla. La folla irruppe per diverse vie, gli uomini con le accette, le donne coi tizzi accesi!... Il sindaco non li aveva aizzati contro il cavaliere? Il cavaliere contro il sindaco? Il cavaliere non aveva predicato ai reduci: Voi soli siete buoni, voi soli siete degni di rispetto, voi sfruttati e malmenati?

E la folla ora rispondeva: -- Lasciatemi fare! Farò giustizia di tutti! -- E le case fumavano! e il sangue correva! Voleva i loro palazzi, i loro beni, le loro donne, si, sì, anche queste! E le trombe del _Fascio_ non cessavano gli squilli sinistri; e dal nascondiglio dove si era rifugiato per scampare la vita, con la moglie e la figliuola scappate di casa come si trovavano, il cavaliere, pallido, tremante, incapace di dire una parola, si turava invano gli orecchi per non sentire gli squilli!

* * *

Don Mimmo Li 'Nguanti sembrava un reo davanti al Giudice Istruttore, al Delegato e al capitano della truppa, mandati dal governo per fare il processo agli incendiari, agli assassini, e ripristinare l'ordine pubblico.

-- Quel Cipolla era persona di sua fiducia? -- gli domandò il giudice istruttore bruscamente.

-- Ma, lei capisce bene... Traviato da cattivi consigli...

-- Lo difende?

-- No, no, non lo difendo; spiego... Io stesso non avrei mai creduto...

-- E le trombe? Le trombe le ha fornito lei...

-- Fornito!..... Lei sa come vanno queste cose... Il presidente... non lo fanno presidente per nulla... anticipa la spesa...

-- Il _Bracco_, quel sellaio...

-- Lei deve figurarsi...

-- Lei capisce! Lei sa! Lei deve figurarsi! Ma io non capisco, non so, non voglio figurarmi niente; chiedo una deposizione, fatti, schiarimenti. È assessore, è presidente del _Fascio dei Reduci_... e non gli si cava nulla di bocca. Ha paura? Prima fanno il male; per le loro gare, per le loro ambizioni, soffiano nel fuoco... e quando il fuoco è divampato e l'autorità accorre e vuole indagare, e vuol scoprire i rei, lor signori stanno zitti, non illuminano la giustizia, e poi se la prendono con le autorità, col governo!

-- Mi hanno bruciato la casa, mi hanno rovinato!... Sono vivo per miracolo! -- balbettò il cavaliere.

-- Parli dunque, nomini qualcuno! Ha paura?

Sicuro, aveva paura, come tutti gli altri signori!

Donna Beatrice gli aveva raccomandato:

-- Non vi compromettete! I soldati all'ultimo se ne vanno, e noi restiamo nelle peste!

E davanti al giudice istruttore egli si ripeteva mentalmente il consiglio di sua moglie: Non vi compromettete!

Pensava anche alla figliuola. La paura avea riuniti tutti i _cavalieri_ in un vero fascio, e il padre di Vincenzino non si curava più dell'opposizione, del Municipio, nè delle trombe che già erano state sequestrate; il matrimonio, da lui osteggiato fin a poche settimane fa, ora egli voleva affrettarlo, e il cavaliere e donna Beatrice n'erano contenti. Appena restaurata la casa, appena rifatti i mobili, quelle nozze, senza sfoggi e senza inviti, avrebbero messo una pietra sul passato, a patto che il cavaliere non si fosse più mescolato di elezioni, nè di nulla!

-- Questi sopraccapi bisogna abbandonarli ai minchioni, o a coloro che vogliono mestare e che -- lo vedete? -- in qualunque circostanza cascano ritti in piedi. Tanto, è inutile voler raddrizzare le gambe ai cani. Cose del Comune, cose di nessuno!

-- Bravo! Siamo di accordo! -- rispondeva il cavaliere, quantunque in fondo in fondo non fosse affatto di accordo.

Passata la paura, dopo che le condanne dei tribunali erano fioccate peggio della grandine, colpendo un po' alla cieca, come sempre avviene in simili casi, i furfanti rimettevano fuori le corna, si davano l'aria di sacrificarsi riprendendo in mano le redini del Municipio.

-- Volete scommettere che il _carrettiere_ sarà di nuovo sindaco? -- diceva con rancore donna Beatrice.

-- Per me, possono farlo re, imperatore, papa!

Il cavaliere si segnava, quasi per cacciar via la diabolica tentazione di mescolarsi di affari comunali.

Ma ragionandone col padre di Vincenzino, l'amarezza gli tornava a gola:

-- Volete scommettere che colui sarà di nuovo sindaco? -- egli ripeteva come sua moglie.

E tutti i bei propositi andarono a gambe per aria, quando quel _figlio di carrettiere_ si rifiutò di andare a sposare in casa la figlia del cavaliere, come si era fatto sempre coi _civili_ fino a pochi mesi addietro.

-- Caro cavaliere, la legge è uguale per tutti: il municipio è la gran casa di tutti; non dobbiamo vergognarci di venir qui.

Ah! Ora predicava: La legge è uguale per tutti? Bravo, benissimo!

-- Lo vedete? -- disse il cavaliere al suocero di sua figlia. -- Ci tirano pei capelli a fare quel che non vorremmo!

E il padre di Vincenzino assentì stringendo le labbra, strizzando gli occhi, crollando il capo. E finita la cerimonia nuziale, salutò con gran sussiego il sindaco, ripetendo un: -- Grazie! Grazie! -- che voleva significare:

-- Arrivederci alle prossime elezioni!

E rimpiangeva fin le sonore trombe del _Fascio dei Reduci_ e il loro bel _Taratatà_ che gli aveva fatto prendere tante arrabbiature due anni addietro!

LE VERGINELLE

Da più di un anno c'era l'inferno in casa dell'usciere di pretura Don Franco Lo Carmine, per via della figlia che s'era incapricciata di quel bel mobile di Santi Zitu, guardia municipale, e non voleva intendere ragione.

Don Franco, dalla rabbia, era diventato più magro e più giallo dell'ordinario, e non sapeva discorrere d'altro con le persone a cui portava le citazioni e gli atti uscerili, quasi che tutti dovessero interessarsi di quella sua disgrazia, di quel suo castigo di Dio, com'egli diceva, esaltandosi:

-- Vedrete: qualche giorno farò un gran sproposito! Vedrete!

Ma il gran sproposito non lo faceva mai, perchè Zitu portava sempre la daga al fianco, ed era protetto dal Sindaco. Si sfogava però contro la figliuola e anche contro la moglie, che gli pareva tenesse il sacco a quella pazza, a quella sciagurata.

-- Che volete che io faccia? -- gli rispondeva donna Sara piagnucolando.

-- Dovreste spaccarle la testa, quando s'affaccia alla finestra!

-- Le finestre le tengo sempre chiuse; non sentite che tanfo? Manca l'aria; non si respira qui dentro.

-- Le finestre devono anzi restare aperte, spalancate notte e giorno, e costei non deve affacciarsi!

Urlava perchè Benigna, la figlia, lo sentisse dall'altra stanza dov'era andata a chiudersi a fine di evitare la solita scenata, prima che suo padre si avviasse per la Pretura.

-- Ah, Signore, Signore! Com'è svampato questo fuoco in casa mia? Come mai?

Donna Sara si picchiava con le mani la testa spettinata, buttandosi sur una seggiola, e portando una cocca del grembiule agli occhi per asciugarsi le lagrime.

Don Franco però stava sempre sul chi vive: e al minimo momento di largo, scappava dalla Pretura e piombava in casa all'improvviso, per sorprendere la figliuola e Zitu, se mai per caso...

E nei giorni che gli toccava di assistere alle udienze pareva una mosca senza capo; specialmente se Zitu stava là a disposizione della giustizia assieme con due carabinieri, e lui doveva rivolgergli la parola e partecipargli un ordine del pretore per qualche testimone che mancava.

Zitu gli sorrideva con aria ossequiosa, rispondendo:

-- Va bene, caro Don Franco!

E appena egli usciva dalla sala, Don Franco perdeva la testa peggio di prima.

Gli pareva che Zitu dovesse approfittare della bella occasione di saperlo incatenato là, dall'ufficio di usciere, per dare liberamente una capatina laggiù e fare lo smorfioso con la ragazza che forse lo aspettava alla finestra. Per ciò egli regalava qualche soldo al figlio del falegname che aveva la bottega di faccia a casa sua:

-- Sta' a vedere se passa Zitu! C'è due soldi per te; vieni a dirmelo sùbito in pretura.

Siccome i soldi glieli dava soltanto quando il ragazzo gli andava a dire: -- È passato! -- così costui, dopo parecchie volte, per guadagnarsi la mancia, gli riferiva: -- È passato! -- anche quando non era vero.

-- E lei, lei era alla finestra?

-- Era alla finestra.

-- E gli ha fatto dei segnali?

-- Gli ha fatto dei segnali, col fazzoletto bianco!

Don Franco si strizzava le mani, si mordeva le labbra, smaniava. Ma doveva star là, a chiamare i testimoni, fino alla fine dell'udienza; e poi accompagnare a casa il Pretore, che si divertiva a interrogarlo, avendo indovinato di che si trattasse, perchè sapeva la cosa.

-- Che avete, Don Franco?

-- Ho il castigo di Dio, signor Pretore!

-- Infine, se la ragazza lo vuole...

-- Piuttosto l'ammazzo con le mie mani, signor Pretore!

-- Ma prima con Zitu eravate stretti amici, mi pare.

-- È stato un tradimento, signor Pretore!

Quel che Don Franco chiamava tradimento, era avvenuto la sera della processione del giovedì santo, mentre sparavano i mortaretti, appena la statua del Cristo alla Colonna era uscita dalla porta della chiesa, tra il salmodiare dei canonici e le grida dei devoti: Viva il Santissimo Cristo alla Colonna!

Tra la folla, qualcuno aveva osato di dare un pizzicotto a una donna, che s'era rivoltata e aveva fatto nascere una zuffa. Pugni, schiaffi, bastoni per aria, fuggi fuggi, donne svenute, bambini travolti, accorrere di guardie e carabinieri, tumulto!

E Zitu aveva raccolto Benigna, bianca come un cencio lavato, inerte, svenuta anche lei per lo spavento; e avea dovuto prenderla in collo e portarla fino a casa, nel vicolo vicino; e aiutare donna Sara che strillava e piangeva, e non riesciva a sganciare il busto della figliuola stesa quant'era lunga sul letto, come una morta.

-- Un po' d'aceto, donna Sara! Non è niente.

Si era dato un gran da fare. Da un pezzo, egli avea posto gli occhi addosso alla ragazza, e voleva approfittare di quell'occasione per diventare amico di famiglia. E aveva spruzzato d'acqua fresca il viso della svenuta, e le avea prodigato frizioni di aceto alle narici e alla fronte, e frizioni alle mani per rimettere il sangue in circolazione, consolando la mamma che non sapeva fare altro che piangere e disperarsi:

-- Non è niente, donna Sara!

Don Franco era sopravvenuto quando Benigna aveva potuto metterei a sedere sul letto, ancora pallida e sbalordita, e Zitu le stava attorno premuroso, insistente:

-- Un dito di vino; vi farà bene.

E le reggeva la testa e le accostava il bicchiere alle labbra.

Don Franco ansimava per la corsa e per la fretta con cui aveva montato gli scalini a quattro a quattro, appena gli avevano detto:

-- Accorrete; vostra figlia è ferita!

E non poteva parlare, e tastava la figliuola, per indovinare dove fosse ferita. Poi balbettò;

-- Dove? dove?

Zitu, capito l'equivoco, rise, e versò un bicchiere di vino anche a lui, dicendo:

-- Si sa; _tempo di guerra, bugie terra terra_.

-- Ah!... Se non c'era lui!

Donna Sara si profondeva in elogi e ringraziamenti, ricominciando a singhiozzare per gratitudine, per tenerezza.

-- Come vi sentite ora? -- domandava Zitu alla ragazza.

Benigna gli sorrideva, facendo una mossettina con la testa significante: Sto meglio!

-- Un altro sorso di vino?

-- No, grazie!

-- Allora lo bevo io alla vostra salute!

-- È stato un miracolo del santissimo Cristo alla Colonna! -- conchiuse donna Sara.

E Zitu approvò, e Don Franco pure.

-- La moglie di Titta il _Sordo_ ha la testa spaccata -- egli soggiunse in conferma dell'esclamazione della moglie.

E uscì di casa assieme con Zitu, che lo invitò a bere un bicchiere di vino nell'osteria di Patacca, perchè passando davanti la porta lo zi' Patacca li aveva salutati.

Volevano raggiungere la processione. Intanto, nella Piazza dei Vespri, Zitu replicò l'invito davanti all'osteria di Scatà.

-- Un dito solo, vi farà bene; qui il vino è assai migliore di quell'altro: sentirete.

A Don Franco parve male rifiutare.

-- Eh? Che ne dite?

-- Si, sì; questo non è battezzato.

-- Un altro bicchiere!

Quando arrivarono nel piano di Santa Maria, la processione era già lontana. All'angolo c'era la rivendita della Guadagna, con la frasca di alloro su la porta e il lanternino acceso.

-- Qui si trova quello di Vittoria, schietto schietto.

-- No, grazie, compare Santi.

Ma compare Santi, prèsolo per un braccio, lo spinse dentro.

-- L'ultimo bicchiere, caro Don Franco!

Quell'ultimo bicchiere gli sciolse la parlantina, lo mise in allegria. Don Franco volle raccontare all'ostessa il fatto della processione, il miracolo del Santissimo Cristo alla Colonna! S'imbrogliava, si riprendeva, tornava a imbrogliarsi, e a ogni po' batteva su una spalla di Zitu: -- Bravo figliuolo! -- guardandolo con gli occhi rimpicciniti, ammamolati: -- Bravo figliuolo!

Donna Sara e Benigna, quando lo videro rientrare barcollante, col cappello su la nuca, esclamarono sbalordite:

-- Oh Dio!... Che avete fatto?

-- Bravo figliuolo, quello Zitu! Fior di galantuomo! Viva il Santissimo Cristo alla Colonna!

E si lasciò cascare su la seggiola vicina, ridendo in modo strano.

* * *

Così s'introdusse Zitu nella famiglia Lo Carmine, e potè far visite anche quando non c'era Don Franco. E un giorno che donna Sara lo aveva lasciato solo con la figliuola per andare un istante in cucina, Zitu potè facilmente dire alla ragazza quel che già le aveva fatto intendere con le occhiate, con le premure, con le barzellette:

-- Sono pazzo di voi! Se c'è la vostra volontà...

E s'era spinto oltre, visto che la ragazza, improvvisamente arrossita, abbassava il capo; afferratala per la vita, voleva darle un bacio su la nuca.

-- La mamma! -- esclamò Benigna, che non se lo aspettava. -- Per carità, santo cristiano!

Ma al blando rimprovero, Zitu che aveva perduto la testa, le diede un altro bacio, e questa volta su la bocca.

E a quel bacio il cuore della povera Benigna aveva dato una vampata; giacchè il fuoco le si era appiccato sin dal primo istante, quella sera che, rinvenendo, aveva visto Zitu davanti il letto e aveva saputo che era stata portata da lui in collo, fino a casa, come una bambina malata!

Donna Sara si era sùbito accorta di qualcosa, ma era stata zitta.

-- Guardia municipale non è un bel mestiere -- ella pensava. -- Ma, se il patriarca San Giuseppe vuole così!...

Anche lei era abbagliata dalla divisa e dai luccicanti bottoni di rame e dalla daga e dal kepì che Zitu portava con aria spavalda. E stava ad osservare sottecchi, fingendo di non essersi accorta di niente. Tanto più che Don Franco, a cui Zitu continuava di tratto in tratto a regalare buoni bicchieri di vino, ora dal Patacca e ora dallo Scatà, si espandeva in grandi elogi di quel bravo figliuolo, fior di galantuomo, che rispettava tutti e si faceva rispettare da tutti!

Per ciò Benigna e donna Sara cascarono dalle nuvole la sera che Don Franco, tornato a casa tutto accigliato, prima di cavarsi il cappello e di posare la mazza al solito angolo, esclamò quasi con un grugnito:

-- Qui non ci deve più venire nessuno! Quel nessuno, si capiva, era Zitu.

-- Perchè? Che significa? -- osò domandare donna Sara.

-- Significa che voi siete una stupida e costei una civetta! Significa che io non voglio gente tra' piedi in casa mia. Non sono padrone, forse?

E sbatacchiò all'angolo la mazza, che cadde per terra.

* * *

Un anno d'inferno! In quella casa più non si mangiava nè si dormiva in pace, da che la signorina Maligna (don Franco ora non chiamava altrimenti la figlia) resisteva ai consigli, alle minaccie, e fin alle bastonate, stregata da quell'infame (non diceva più bravo figliuolo) che voleva disonorargli la famiglia. Birri non ce n'era mai stati tra i Lo Carmine, e lui non voleva parenti birri, nè vicini nè lontani! La signorina Maligna poteva mettersi il cuore in pace! Nè lei, nè il suo birro l'avrebbero spuntata!

E le grida e le minaccie e gli schiaffi (don Franco era diventato troppo manesco) mettevano a rumore il vicinato ogni volta che il ragazzo del falegname; per buscarsi i due soldi, andava a dirgli in pretura: -- È passato Zitu! -- e non era vero.

Zitu anzi non si faceva più vedere da quelle parti; non ne aveva bisogno. Andava, invece, in casa d'un suo amico, entrando dalla via là dietro, senza che nessuno potesse sospettare che l'amico gli dèsse l'agio di salire su la terrazza per parlare comodamente con Benigna da la finestra di cucina.

-- Non ne posso più! Vuol dire che non c'è la volontà di Dio! -- balbettava Benigna.