Nuove "Paesane"

Part 5

Chapter 53,735 wordsPublic domain

E col gomito e con la testa m'incitava a guardare il barone Saccaro riapparso sul terrazzino centrale del palazzo. Il vecchietto, in nitido costume a righe bianche e azzurre, aveva in mano una granata; e, osservato attentamente per terra, si era messo a spazzare il piano del terrazzino, spingendo su la via due o tre pezzettini di carta e poca polvere. Poi, sporgendosi dalla ringhiera di ferro, seguiva con lo sguardo i pezzettini di carta che giravano, giravano, tremolanti come farfalline bianche dal volo incerto. Attratti forse dal vuoto o spinti da lieve alito d'aria, essi erano andati a cascare dentro il sottostante portone.

-- Vedrà che scende giù a raccattarli! -- disse l'albergatore al gesto di stizza del barone.

-- È matto anche per la pulizia.

Infatti, di lì a poco, il barone, sceso a raccogliere i pezzettini di carta, fattane una pallottolina, la buttava lontano, in mezzo alla via.

-- Ci sono parecchi matti in questo paese! -- esclamai ridendo.

-- Gran signore! Galantuomo!... -- si entusiasmava l'albergatore. -- Se un amico va a chiedergli mille lire, non lo guarda in viso, gliele dà sùbito... purchè ci vada con le scarpe pulite. Già il portinaio ha ordine di non far salire nessuno, prima di avergli spazzolato i calzoni e nettato le scarpe... Matto, cioè strano, ma galantuomo, gran signore!

E appena si accorse che il barone, riaffacciatosi al terrazzino, guardava verso l'albergo, si cavò il berretto e gli fece una profonda riverenza.

-- Brava persona! -- conchiuse. -- Peccato che il figlio... Basta; Dio lo aiuti!

-- È un cattivo soggetto?

-- Un prepotente, signore mio!... L'opposto di suo padre!

Quel vecchietto, bianco di capelli, sbarbato, magro, con tanta aria di bontà nell'aspetto, e tanta dignità nei modi, che aveva spazzato poco prima il terrazzino e che un'ora dopo vedevo vestito di nero con elegante ricercatezza, in tuba e guanti, pronto per la passeggiata, era sùbito diventato un interessante soggetto di studio per me.

L'albergatore mi aveva raccontato altri particolari intorno alle strane abitudini di lui. Non avendo niente da fare in tutta la giornata, volli divertirmi a osservarlo da vicino, andandogli dietro.

Usciva di casa a ora fissa, alle dieci. Lo attesi sul marciapiedi davanti a l'albergo. Prima di varcare la soglia del portone di casa, egli si era fermato per guardare l'orologio. Io guardai il mio; mancavano due minuti alle dieci. Si mise a passeggiare su e giù per l'androne, cavando di tratto in tratto l'orologio di tasca; poi si fermò su la soglia con l'orologio in mano, e, alle dieci precise, scattò fuori, lesto, diritto su la persona, andando quasi a sbalzi.

Da più di quarant'anni, tirasse vento, piovesse, nevicasse, faceva ogni mattina, dalle dieci alle dodici, quella passeggiata pel sentiero fuori mano che serpeggia su la roccia fino alla cima di essa, dov'è piantata una chiesetta.

Quando si accorse di me che lo seguivo a breve distanza, parve contrariato. Era abituato ad arrampicarsi solo su per quel sentiero da capre, e perciò si voltava e rivoltava a ogni dieci o venti passi, quasi volesse dirmi: -- Mi faccia il piacere di tornarsene addietro! È un importuno! -- E non si voltò più dopo che mi vide fermare a mezza strada, e mettermi a sedere su un rialzo. Ammiravo il paesaggio.

La cittaduzza, incastrata fra quella cerchia di rocce acuminate, era inondata di sole. I tetti delle case, coperti di borracina verde, rossiccia, giallognola, sembravano tinti a posta perchè risaltassero tra il colore uniforme delle masse calcaree attorno, qua dure, là schistose. Le straducole erte, a scalinate, contorte, col selciato di lava nera, di lassù pareva formicolassero tra le case ammucchiate contro la roccia e quasi confuse con essa. E dietro le rocce e lontano, colline verdeggianti, boschetti di ulivi, vigne, campi di seminati cosparsi di papaveri, campi listati di lino in fiore, e altre colline e altri campi, come in un scenario, velati di azzurro, sfamanti in fondo, sul bianco delle montagne, ancora coperte di neve.

-- Strano paese e strana gente! -- esclamai, pensando al farmacista, che avea fatto annerire al sole la tinta dei capelli e della barba, e al barone Saccaro co' suoi trecento sessantacinque vestiti di casa e le altre sue manìe. Lo vedevo ritto in cima alla roccia davanti la chiesetta, profilato sul cielo azzurro, con la tuba che straluccicava. Aspettava per discendere che io me ne fossi andato? Avrebbe ritardato insolitamente la sua rientrata in casa alle dodici precise? Da lì a poco mi passò davanti, serio, con le sopracciglia aggrottate, senza guardarmi, e, questa volta, senza neppure voltarsi per vedere se lo seguivo. Più in là, osservato l'orologio, affrettava il passo; alle dodici meno un minuto era davanti al suo portone, con l'orologio in mano, aspettando che passasse quel minuto fatale; varcava la soglia quasi con un salto.

Vent'anni addietro, mi aveva raccontato l'albergatore, era morta la baronessa, santa donna a cui il barone voleva un gran bene. Il cadavere giaceva ancora caldo sul letto e il barone piangeva. Ma verso le nove e mezzo, frenate le lagrime, egli cominciava la sua toeletta ordinaria, alle dieci precise usciva dal portone di casa, asciugandosi di tratto in tratto gli occhi, e montava solo solo pel ripido sentiero della roccia, come se niente di nuovo fosse accaduto. Al ritorno, entrato nella camera mortuaria, col cappello in mano e la faccia inondata di lagrime, diceva alla morta: -- Baronessa, ho pregato per voi lassù! Ho pregato per voi! -- E fece lo stesso la mattina dopo, appena il cadavere fu portato via, prima delle nove secondo gli ordini da lui dati, perchè la sua solita passeggiata non soffrisse un minuto di ritardo.

-- Come era fatto quel cervello?

Ruminai questo problema per quindici giorni, senza riuscire a risolverlo. Oggi che ci ripenso, dopo tanti anni, non so risolverlo ancora.

Ogni mattina vedevo affacciare il barone al terrazzino con un vestito da casa diverso da quello del giorno precedente. Lo vedevo uscire e rientrare, a ora fissa, con esattezza meravigliosa.

-- Era felice quell'uomo?

No, non era felice; me lo disse egli stesso una sera.

La sua passeggiata delle ore pomeridiane superava per la stranezza quella della mattina. Andava fuori di città, in un convento abbandonato e in rovina, e passeggiava per ore intere da un capo all'altro del corridoio centrale, sempre solo, in abito nero, guanti, tuba e canna d'India con pomo d'oro cesellato. I topi, ormai abituati alla sua innocua presenza, gli ballavano sotto gli occhi; le rondini, che avevano coperto di nidi la vôlta, gli svolazzavano attorno stridendogli agli orecchi, quasi si divertissero a dargli un po' di noia. Il vento sbatteva paurosamente gli usci delle celle deserte, parte senza tetto, parte senza solai; scoteva i vetri, polverosi e coperti di ragnateli, della finestra di fondo e l'imposta tarlata del terrazzino al capo opposto del corridoio; l'ombra della sera invadeva il luogo, accrescendo la tristezza di quella desolata solitudine; e il barone andava su e giù picchiando con la punta della canna d'India i mattoni sdrusciti del pavimento, contando i giri di passeggiata che dovevano essere, non ricordo bene, se dugento venti o dugento cinquanta, non uno di più non uno di meno, in due ore.

Non sapeva neppur lui da quanti anni facesse quella passeggiata, tutti i giorni, tirasse vento, piovesse, nevicasse. Una volta lo aveva sorpreso colà una forte scossa di terremoto. Erano crollati dei muri nelle celle accanto, erano cascati calcinacci dalla vôlta del corridoio dov'egli passeggiava. Un altro sarebbe scappato via di corsa; ma egli era arrivato a non so quale centesimo giro; glie ne mancavano ancora parecchi per formare il numero sacramentale. Arrestatosi un momento, un po' sbalordito e impaurito, aveva sùbito ripreso ad andare in su e in giù, affrettando il passo per compensare il po' di tempo perduto.

Una sera, dunque, non mi ero limitato a seguirlo fino alla porta del convento in rovina, da me visitato nei giorni precedenti. A costo di riuscire indiscreto, avevo montato le scale sdrucite, e mi ero trovato faccia a faccia col barone nel lungo e vasto corridoio.

-- Scusi -- dissi, salutandolo.

-- È forestiero? Giurato, credo -- egli mi domandò dopo di avermi reso gentilmente il saluto. -- In questo paese vediamo meno di rado faccie nuove dacchè vi è il Circolo delle Assise.

-- Disturbo, forse, -- balbettai un po' imbarazzato.

-- Niente affatto. Questo convento è mio -- riprese -- nessuno ha il diritto di entrarvi, quantunque esso non abbia uscio alla porta... Perchè dovrei mettercelo? La gente ha paura di venire fra queste rovine. Io..... Oh, per me è un'altra cosa! Sono uomo di abitudini, e non ho mai voluto mutare il posto della mia passeggiata pomeridiana di ogni giorno... Devono averglielo detto. Mi credono un po' matto. Eh! eh! Faccio il comodo mio, faccio quel che mi pare e piace, senza curarmi di quel che pensano e dicono gli altri. Lei, probabilmente, è venuto qui per accertarsi coi propri occhi..... Vede? Passeggio. Il luogo ha una grande e speciale attrattiva; non saprei però spiegargliela..... Abitudine. Ho dovuto comprarlo. Volevano farne una specie di caserma pel caso di arrivo di soldati in certe circostanze. Non avrei più potuto farvi la mia passeggiata... Per ciò questo mucchio di macerie mi costa seimila lire; male spese, dirà lei. Ma una sera io l'ho trovato invaso dalla truppa arrivata la notte avanti. La sentinella non voleva farmi entrare. Dovetti parlamentare col tenente che aveva il comando, dare spiegazioni, pregare, insistere. Il corridoio era ingombro di paglia, di soldati sdraiati per terra, di soldati che ripulivano armi; il fumo dei fornelli del rancio toglieva il respiro. E passeggiai quella sera e le due sere seguenti, sotto gli occhi dei soldati che mi guardavano stupiti e motteggiavano, e ridevano. Ma la settimana dopo il convento era mio.

-- Se avessi saputo... -- dissi.

-- Non importa. Soltanto mi permetta di continuare.

E m'invitò con la mano ad imitarlo.

Aveva non so quanti altri giri da compire; li compì seguitando a parlare. Mi accorsi che li contava, aprendo e chiudendo i diti di una mano.

-- Ah, lei è felice! -- lo interruppi. -- Può cavarsi qualunque capriccio.

-- Felice? La mia vita è un continuo tormento, caro signore. L'idea che qualche incidente possa disturbare anche per un istante la regolarità, l'ordine che mi sono imposti, non mi dà pace un momento. Sto sempre come in attesa... Ecco, sono le sette meno tre minuti; se dovessi rimanere qui fino alle sette e un minuto... lei non può immaginar quel che soffrirei; così se arrivassi a casa mia dopo le otto. È ridicolo, è assurdo; ma che farci?... Ho trecento sessantacinque vestiti da casa, numerati, per ogni giorno dell'anno. Ho provato due o tre volte a indossarne uno diverso da quello destinato per quel giorno; ero come tra le fiamme; ho dovuto svestirmi. Io invidio, creda, gli sporcaccioni; ma se scopro un granellino di polvere sopra un mobile....... Rida pure; invece dovrebbe compiangermi. Darei tutte le mie ricchezze per fare l'opposto di quel che fo...

-- Chi la costringe?

-- Io, io stesso! Qualche cosa che è nel mio sangue, ne' miei nervi, nel mio cervello..... Il mio destino! Sono solo; ho un figlio che fortunatamente... o disgraziatamente -- si corresse -- non mi somiglia affatto. Chi lo sa? Forse è bene che io sia come sono; sarei, forse, più infelice di quanto sono adesso. Mio figlio...

S'interruppe, guardò l'orologio e si avviò:

-- Buona sera, signore! Rimane?

-- No; se mi permette, l'accompagno.

-- Grazie; io vado di fretta. Buona sera!

Doveva essere davvero un grande infelice colui, se due giorni dopo, quando gli riportarono morto, ucciso da uno de' suoi _campieri_ in campagna, l'unico figlio, invece di indossare un abito di lutto, dovette indossare un abito di filo bianco, candidissimo, perchè il calendario dei suoi vestiti gl'imponeva così!

IL FASCIO DEL CAVALIERE

Il cavaliere don Mimmo Li 'Nguanti era tornato a casa con un diavol per capello, accompagnato da tre o quattro dei suoi più fidi partigiani che tentavano invano di calmarlo. Anche questa volta la lista del cavaliere, lista di opposizione al Municipio, era stata sopraffatta in modo indegno. Sfido io! Esattore, Ricevitore del registro, Agente delle Tasse, Sindaco, Assessori, tutti legati a refe doppio! E minaccie, e promesse e quattrini!... Chi avrebbe potuto resistere? E lui intanto voleva vincere onestamente, far trionfare la moralità, la giustizia, e così spazzar via dal Municipio quella congrega di ladri che manometteva ogni cosa senza neppur rispettare le apparenze! Sfido io! Protetti dal Sottoprefetto e dal Prefetto, che erano in mano del Deputato del Collegio e avevano paura di lui, mentre il deputato aveva paura del sindaco e degli assessori, ora che si avvicinavano le elezioni generali!

Don Mimmo Li 'Nguanti però non se la prendeva tanto col Deputato e col Prefetto, quanto con quella canaglia di elettori che lo aveva tradito all'ultim'ora... Senza l'incredibile tradimento!...

Il notaio Pitarra, rifatti i calcoli con la lista elettorale in mano, per provare che questa volta la vittoria del partito era sicura, esclamò:

-- Ma voi, caro cavaliere, voi non volete capirla. Quattrini ci vogliono, quattrini!

Il cavaliere, in risposta, fece un energico gesto che significava:

-- Mi dovranno tagliare le mani prima che io metta fuori due soldi!

E non lo diceva per tirchieria o altro, ma per la dignità della cosa.

-- E allora non ne parliamo più! -- conchiuse il notaio. -- Moralizzare il popolo, sì, è una bella idea; la vera morale però, -- egli soggiunse quasi subito, strofinando l'indice e il pollice -- per molti, pei più, consiste soltanto in questi qui!

-- Vedrete, notaio!... Vedrete!

Don Mimmo, rizzatosi tutt'un tratto dalla seggiola su cui si era buttato entrando in casa, aveva pronunziato quelle parole, alzando minacciosamente il braccio, in tono quasi profetico.

Un'idea, una grande idea gli era balenata tutt'a un tratto nella mente, e se n'era sentito sùbito invasare. E sorrideva, crollando il capo, stropicciandosi le mani, andando su e giù per la stanza; e si accendeva sempre più, di mano in mano che l'improvvisa rivelazione gli si schiariva davanti.

Il notaio Pitarra e gli altri stavano a guardarlo, muti, meravigliati, aspettando che il cavaliere parlasse.

-- Chiamatemi Cipolla! -- egli disse finalmente.

E Cipolla, _factotum_ di casa Li 'Nguanti, che era di là a raccontare, a modo suo, alla signora e alla signorina le peripezie di quella giornata campale, accorse sùbito e si fermò su l'uscio, facendo, per abitudine, il saluto militare:

-- Comandi.

-- Tu che sei stato caporale... Ecco... Io penso... Quanti siete in paese i militari in congedo?

-- Centinaia, eccellenza.

-- Bene. Sappi dunque che dobbiamo fare _Il Fascio dei Reduci_... Capisci?

Il notaio Pitarra e gli altri applaudirono.

-- Sì, un _Fascio_ tutto cosa nostra, come sono del partito avverso il _Circolo degli Agricoltori_ e il _Circolo degli Operai_...

-- Mah... -- fece Cipolla,

-- Che ma?

-- I reduci, eccellenza, sono più poveri di me; e pel _Fascio_ ci vogliono quattrini e di molti... Il locale, le trombe...

-- Le trombe?

-- Sicuro, le trombe; un fascio militare senza trombe farebbe ridere i polli... Ne ho visti parecchi _Fasci di Reduci_; tutti con le trombe, eccellenza.

-- E avrà le trombe anche il nostro! -- esclamò il cavaliere, picchiando con una mano su l'altra, in segno di viva soddisfazione.

Così fu concepito il famoso _Fascio dei reduci_ che doveva poi dare tanto travaglio al municipio di Doguara. --

* * *

La cosa era stata organizzata alla chetichella, perchè il Sindaco e il suo partito non prendessero ombra e non cercassero d'impedirne l'attuazione. Lo stesso Cipolla si era tenuto apparentemente in disparte, servito bene da mezza dozzina di giovanotti ai quali l'idea delle trombe aveva fatto girare la testa.

Dal _Circolo degli Agricoltori_, il Sindaco che n'era presidente onorario e i suoi partigiani osservavano, sorridendo, i lavori di riattamento che venivano allestiti là di faccia per trasformare le due botteghe di erbaiuoli destinate a sede del _Fascio dei Reduci_. Ma il Sindaco e gli altri risero male il giorno dell'inaugurazione, quando in coda a quelle due centinaia di reduci, che marciavano con in testa otto trombe assordanti, videro il cavaliere, il notaio Pitarra e tutti gli altri del partito di opposizione.

Quella novità delle trombe aveva messo sossopra Doguara. La piazza era gremita di gente per vedere i militari. Su le due porte del Circolo, fasci di alloro e di bandiere. Le sale non bastavano a contenere tutti i membri. Le trombe, rimaste fuori, di tratto in tratto, a capriccio, scoppiavano in segnali militari, dalla diana al saluto reale. E la gente applaudiva. Dentro, in fondo alla seconda sala, sur una predella, seduto a un tavolino, il cavaliere spiegava ai socii lo scopo di quel santissimo fascio che raccoglieva le forze vive del paese, le più giovani, le più disciplinate per cooperare al bene di...

-- _Tatà, taratatà!_ -- le trombe, da fuori, coprivano la voce dell'oratore. Invano qualcuno, affacciandosi alla porta, imponeva silenzio. Nei punti migliori, quando il cavaliere avea voluto destar nei socii il sentimento militare per combattere incruente battaglie civili, -- _Tatà, taratatà!_ -- le trombe lo avevano interrotto, facendogli perdere il filo delle idee.

Ma già, per un'inaugurazione, egli avea parlato troppo. Ed era uscito dalla sala fra un subisso di applausi, lasciando libera l'assemblea che doveva eleggere il Presidente e il Comitato esecutivo; le trombe gli avevano fatto il saluto reale.

* * *

Cipolla, da _factotum_ di casa Li 'Nguanti, era diventato in pochi mesi _factotum_ del _Fascio_ di cui il cavaliere era presidente, cassiere, conferenziere e istruttore, coadiuvato in questo ufficio dal fido ex-caporale di fanteria. Col pretesto di aprire, la mattina, e chiudere, la sera, le stanze del _Fascio_, di spazzarle, di spolverare i pochi mobili e custodire le otto trombe, Cipolla se la spassava in paese.

Si poteva dire che durante la settimana il locale servisse soltanto per lui e per due o tre degli indispensabili trombettieri sempre pronti ai suoi ordini. Quasi fossero stati in quartiere, le trombe suonavano la diana all'alba, e poi il rancio e poi tutti gli altri segnali del regolamento. Verso le undici, Cipolla si appostava davanti all'uscio per scoprire da lontano il cavaliere che veniva a fare una visita alle due dozzine di seggiole, ai quattro tavolini, all'armadio delle trombe, perchè i reduci nei giorni di lavoro avevano ben altro da fare che venire al _Fascio_, a conversare o a fumare qualche sigaro; e appena il cavaliere era a venti passi di distanza, i trombettieri si schieravano fuori, e _tatà taratatà_, quasi don Mimmo fosse stato Re Umberto in persona. Egli si accostava impettito, serio, con cert'aria militaresca di circostanza, salutava, portando la mano destra alla falda del cappello, ed entrava.

I socii del _Circolo degli Agricoltori_, quelli del _Circolo degli Operai_, gli sfaccendati, i disoccupati che ingombravano la Piazza Grande gli ridevano dietro. Ma egli o non se ne accorgeva o non se ne curava.

E spasseggiando su e giù per le due stanze, approvava con lievi mosse del capo i progetti di Cipolla: esercizii, passeggiate, scampagnate. Bisognava tener vivo il fuoco, altrimenti addio _Fascio_! Scampagnate soprattutto!

In quella circostanza, dei socii del _Fascio_ neppur uno mancava. Si sapeva che il cavaliere faceva le cose alla grande: carne, pane, vino, noci, fichi secchi. Si passava una giornata allegra, si mangiava a ufo, e si tornava a casa lieti e contenti, con le trombe che assordavano. -- Viva il cavaliere! Viva! -- E anche: -- Viva Cipolla! -- Le grida e gli schiamazzi si udivano di lontano un miglio. È vero che la sera poi i reduci sbadigliavano alla conferenza del cavaliere; ma non voleva dir niente. Capivano poco, perchè egli soleva parlare _con la lingua di fuori_, in punta di forchetta, spiegando lo Statuto egli la Legge Comunale e i Diritti del cittadino; qualcosa però capivano, specialmente quando lasciandosi prender la mano dal soggetto, e parlava di rivendicazioni e di tante altre belle cose che aguzzavano l'avidità di quell'udienza di contadini; o quando li incensava e li esaltava:

-- Voi soli siete buoni; voi soli siete degni, voi lavoratori della terra, voi sfruttati e malmenati! E voi dovete prendere nella società il posto che vi spetta! E lo prenderete, per Dio!

-- Viva il cavaliere! Viva il cavaliere!

E le trombe suonavano la ritirata: _Tatà, taratatà!_

* * *

Fino a che si era trattato di non spendere nulla, la signora Li 'Nguanti non solamente non aveva fiatato, ma aveva preso parte attiva all'agitazione elettorale in favore di suo marito. Lo avrebbe visto volentieri assessore e anche sindaco; perchè no? Quei cosi del municipio valevano forse meglio di lui? Suo marito, il cavaliere, come ella lo chiamava parlando con certe persone, era galantuomo provato e aveva le mani nette. Non si poteva dire altrettanto di tutti quei signori. E poi, essere assessoressa o sindachessa non le sarebbe dispiaciuto, per far arrabbiare quella malcreata della moglie del sindaco che una volta si era permessa di dire del signor Li 'Nguanti: _Cavaliere di che_. Ah! Chi lo aveva fatto cavaliere? Ma c'era nato, e non erano occorsi decreti reali per dirsi tale!... Sicuro, del sindaco, marito della screanzata, non si poteva dire: _Carrettiere per caso_; era figlio di carrettiere e si vedeva. E... e... Quando entrava in quest'argomento, la signora Li 'Nguanti non la finiva più.

Per ciò nell'ultima lotta elettorale ella era andata di qua e di là, di giorno e anche di notte, convinta che le donne in certe occasioni valgono meglio degli uomini. Ora però che si trattava di buttar via quattrini a palate, la questione diventava un'altra.

-- Siete ammattito? -- ella gridava al cavaliere. -- Non sapete che farvene, se li spendete così?

-- Zitta! -- rispondeva il cavaliere dignitosamente.

-- Zitta un corno! Lo vedo io quel che si sciupa in questa casa da che vi è saltata in testa la maledettissima idea del _Fascio_.

-- Zitta!

-- Perchè vi suonano le trombe? Bella cosa! Ma quando si tratta di sganasciare, pane, vino, salami, formaggio, tutto deve uscire di qui!... Il notaio Pitarra e gli altri non si scomodano. -- Viva il cavaliere! -- E il _Fascio_... Dio non voglia!... farà andare questa casa a catafascio! Già, non è il _Fascio_ l'abitazione vostra? Mattina e sera là. Credete che ve ne saranno grati? Alle elezioni vi aspetto!

Il cavaliere la lasciava dire.

-- Benedette donne! Vogliono metter becco in tutto e non capiscono nulla!

-- E queste trombe che rompono i timpani alla gente, non potreste farle tacere? Il padre di Vincenzino non ne può più; vi manda tanti accidenti quante volte suonano... Ci volevano appunto le trombe per irritarlo peggio! E vedrete che il matrimonio di vostra figlia, a cagione anche delle trombe, andrà per aria!

-- Il padre di Vincenzino è un asino! Ora gli danno noia le trombe! Si turi le orecchiaccie, si turi! Scuse, pretesti! C'erano forse le trombe quando ha votato contro di me? E anche il signor Vincenzino...

-- Si è astenuto!

Il cavaliere, appena si toccava questo tasto, tagliava corto. Quel matrimonio della figliuola rimasto in asso un po' per questioni d'interessi ma più per dispetti elettorali, gli era una spina al cuore. Ormai non se ne poteva ragionare, finchè le cose duravano così; ed era inutile pensarci. La ragazza, che aveva più intelligenza della mamma, non ne parlava mai, povera figliuola! Ma l'anno prossimo... dopo le elezioni!...