Nuove "Paesane"

Part 3

Chapter 33,848 wordsPublic domain

-- Sì, sì padre!... Ho maledetto Gesù!... Ho maledetto la Madonna!

-- E hai mentito nella confessione? E ti sei cibata sacrilegamente delle carni immacolate del Redentore?

-- Sì, sì padre!...

Un giorno, rovistando uno scaffale di vecchi libri, dietro i volumi in foglio legati in pergamena, aveva trovato un libro involtato in un foglio di carta e sigillato. Ingiallito, squadernato, senza frontispizio, con strane figure quasi a ogni pagina, quel volumetto aveva tentato la sua curiosità. Sigillato con cinque larghi sigilli, nascosto colà, dietro agli altri libri, era dunque qualcosa di vietato? E se lo era portato in camera, e lo aveva nascosto tra le materassa del suo lettino, sotto il capezzale... E la notte, fingendo di dir le preghiere, si era messa a leggere...

-- Diceva: _Modo di far apparire nella propria camera la persona amata_. Si doveva recitare per tre notti consecutive una lunga preghiera latina... _Adonai, onnipotens sempiterne Deus_... La so tutta a memoria!

-- Il demonio, figliuola mia!... Il demonio!...

-- Che m'importava? Abbandonata da Dio, mi rivolgevo al diavolo che almeno mi prometteva quella felicità... Ah! sono stata ingannata anche da lui!... Mi sentivo morire dal terrore, e leggevo, leggevo quella preghiera di cui capivo soltanto poche parole, con la fronte bagnata di sudore diaccio, col cuore che quasi non mi batteva più, con la voce che mi moriva in gola, ginocchioni presso la finestra aperta di quella stanzaccia dove mi recavo a notte avanzata, brancolando nel buio, portando i fiammiferi e la candela benedetta della Candelora, perchè occorreva una candela benedetta... E poi ho continuato per mesi e mesi, qui, in questa camera, invocando, persistente, colui che non appariva, che non è apparso mai! Mai!...

-- _Domine, ignosce illae!_ -- balbettava il canonico, alzando pietosamente gli occhi. E soggiungeva: -- Dio è misericordioso... Tu, povera figliuola, non sapevi quel che facevi.

-- Lo sapevo, padre; lo facevo a posta!...

-- Ma era un'aberrazione, un suggerimento del diavolo!... Ora che ti accusi del peccato, ora che, pentita, domandi perdono...

-- Sono dannata!... Sono dannata! -- tornava a singhiozzare Rosaria desolatamente.

-- Ah, figliuola! Questo, questo è peccato ancora più grande: disperare della misericordia di Dio!... Sei già perdonata! In nome di Colui che me n'ha dato potestà, _ego te absolvo_!... E ora che intendi fare, figliuola mia?

-- Voglio andar via, lontano, Suora di Carità!... Partire sùbito... sùbito!...

* * *

Il barone aveva ricevuto una lettera di Rosaria che gli domandava perdono e gli annunziava la sua partenza per Siracusa, dove era la casa delle Suore di Carità che dovevano ricevere i primi voti di lei. Egli aveva tentennato cupamente il capo leggendo; poi, stracciato il foglio, ne aveva buttato i pezzetti in un angolo; e non aveva risposto.

Due mesi dopo, Ercole, in una partita di caccia, veniva colpito per sbaglio da un amico. Era rimasto accecato, e forse non sarebbe sopravvissuto alla disgrazia!

-- È la mano di Dio! -- aveva risposto il barone a don Emanuele Cerrotta, incaricato di partecipargli cautamente la notizia. -- Dovrò vedere ben altro!... La mano di Dio è lenta nel colpire, ma infallibile!...

Da due notti egli non chiudeva occhio, agitato dal pensiero della prossima discussione della lite davanti a la Gran Corte. Finalmente il gran giorno arrivava! Bisognava correre da un giudice all'altro e dal presidente, per dare _informazioni_ assieme con l'avvocato e col procuratore legale. E il presidente della Gran Corte, udendolo parlare e parlare -- già lo conosceva benissimo; chi non lo conosceva ormai nei tribunali e nella Gran Corte? -- quella mattina gli disse nel suo schietto napoletano:

-- Ma caro barone, 'a Corte v'avarrìa da dà ragione pe levasse na mala pimmicia da cuollo!

E il giorno dopo, nella sala di udienza, il barone piangeva di consolazione durante la splendida arringa dell'avvocato De Paolis, e sorrideva tra le lagrime, approvando con la testa, con le mani, col busto, applaudendo sotto voce con frequenti _bravo! bene! benissimo!_ che avevano infastidito il celebre avvocato, perchè lo distraevano dalla complicata argomentazione del suo ragionamento.

-- Ma, barone mio!... -- gli si rivoltò all'ultimo.

Il barone parve volesse sparire sotto terra, tanto fu visto rannicchiarsi su la seggiola al rimprovero dell'avvocato.

Ma poi drizzò il capo, fulminò con uno sguardo l'avvocato della parte contraria, appena questi cominciò ad arringare con voce sonora ed ampi gesti.

-- Storie!... Sciocchezze!... E l'atto di permuta? Ah! Ah!... Bravo! Bene!... Benissimo!...

Si contorceva, alzava le spalle, approvava con ironico accento; si stringeva la testa tra le mani; si turava le orecchie per non udire quei cavilli anticipatamente sfatati dalla insuperabile arringa del De Paolis... Un Dio!... Aveva parlato come un Dio!... E colui faceva sbadigliare i giudici!... E il cugino marchese stava ad ascoltarselo chiudendo gli occhi. -- Ed ecco, caro cugino!... Ci siamo riveduti in Gran Corte!... E riderà bene chi ride l'ultimo! Ah! Ah! -- Che diceva ora quell'avvocato arruffone?... -- Ma sì, ma sì... Col matrimonio di donna Querinta Soldano... appunto!... baronessa di Cantorìa!... -- Lo confutava balbettando appena le parole, e stentava a contenersi...

Tutt'a un tratto impallidì, si piegò in avanti e cadde bocconi per terra, con un fievole rantolo.

* * *

L'avevano creduto colpito da apoplessia; invece si era semplicemente svenuto per stanchezza, per eccessive commozioni e per debolezza; da due giorni aveva mangiato soltanto un po' di pane!

-- Che fate più qui, barone? -- gli aveva detto don Emanuele Cerrotta. -- Ora aspettiamo la sentenza... favorevole... ve lo confido in un orecchio... l'ho saputo poco fa. Sarà pubblicata fra un mese. Ci si dà ragione in tutto e per tutto... Come se ce la fossimo scritta da noi. Tornate a casa vostra; caro barone; volete ammazzarvi con questa vitaccia? Perdonate e non ci pensate più. Siate generoso!

-- I Zingàli non perdonano mai! Vanno all'inferno, ma non perdonano! Mai! -- aveva risposto il barone.

-- Non siete cristiano dunque?

-- Cristiano battezzato; ma Gesù Cristo, che perdonò a tutti ed era figlio di Dio, Gesù Cristo non perdonò a Giuda!

-- Andate a confessarvi!... Non sapete che vostro figlio Marco...

-- Il mugnaio?... So! So!

-- C'è mancato poco che la gran ruota del suo mulino non lo abbia sbalzato per aria e sfragellato!

-- La mano di Dio!... E ancora!... Ancora!...

-- Me l'ha raccontato uno del vostro paese. E, in pochi minuti, ogni cosa si è sfasciata, è andata in frantumi per troppa violenza di moto. Son crollati due solai...

-- Crollerà l'intero palazzo! Vedrete!

-- Non fate il profeta del malaugurio! Infine sono figli vostri. E quella povera baronessa! È malata, quasi moribonda... Andate colà, perdonate a tutti, siate generoso! Vi occorre danaro? Due oncie? Sono le ultime. Fra qualche mese avrete le casse piene di scudi; non saprete che farne... E in gennaio non dimenticate di mandarmi le ulive nere salate, quelle di Cento-Salme.

-- Non c'è ulivi a Cento-Salme. So io dove trovarle.

-- E perdonate. Perdonare è dei grandi -- conchiuse don Emanuele.

No, non poteva perdonare! Ora che la lite era vinta, ora che la ricchezza tornava a far rifiorire il nome dei Zingàli, tutte le sofferenze, tutte le umiliazioni patite gli risalivano in gola, gli attossicavano la bocca, quasi gli fossero rimaste indigeste da più di due anni. E quel tanfo di cui più non si accorgeva, e quel sudiciume della biancheria e del vestito a cui più non badava, e dei quali aveva spesso tratta materia di orgoglio pel suo carattere, ora, soltanto ora, quel tanfo gli mozzava il fiato; ora, soltanto ora, quel sudiciume che portava addosso gli dava nausea!

E la mattina dopo montò sul carretto di un compaesano, come un miserabile portato per carità, e si sfamò assieme col carrettiere in una osteriaccia di campagna. Il sole lo cuoceva, le scosse del carretto gli indolenzivano le ossa. Ma, steso quasi bocconi su le dure tavole di abete di cui il carretto era carico, egli pensava al giorno che sarebbe rientrato nel suo palazzo da vero padrone, da vero barone di Fontane Asciutte e Cantorìa; lui che n'era uscito con quattro piastre in tasca e un mazzo di scritture sotto braccio! Lui che volevano far interdire perchè rovinava la famiglia! Lui che era stato abbandonato dalla moglie, dalle figlie, dai figli come un rognoso, come un appestato!

-- Ah, certamente già si apprestano a rappresentare la commedia! Ora che non sono più un matto da interdire, ora che non sono più un rognoso, ora che non sono più un appestato, ora verranno a chiedere perdono, si umilieranno, commetteranno tutte le viltà... C'è Cento-Salme in vista. Ci sono diecimila onze per colui del mulino... e dieci per l'avvocatino don Felicianino... l'ipocrita, il gesuita!... Via! Via!... Non sono più marito!... Non sono più padre!... Sono soltanto don Pietro Paolo Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa... no, anzi, barone di Cento-Salme; otterrò un decreto pel nuovo titolo!...

Era già sera; il mulo trascinava stancamente il carretto per lo stradone polveroso. Il carrettiere cantava.

Il barone rizzò la testa; vide, lontano, spiccar neri sul cielo rossiccio, i campanili, le cupole del paesetto da cui mancava da tre anni e un'inattesa forte commozione lo invase.

Durante il viaggio aveva scambiato poche parole col carrettiere; ma in quel punto sentì bisogno di parlare con lui, d'interrogarlo.

-- Che dicono di me?

-- Dicono che _voscenza_ ha vinto la causa. Ora don Marco non penserà più al mulino...

-- Forse...

-- È stata una pazzia. I signori debbono fare i signori, ed io che sono un carrettiere il carrettiere; dico bene, _voscenza_?

-- Ferma; scendo qui. Non far sapere a nessuno che mi hai portato.

-- Come vuole voscenza.

E si arrampicò lentamente pel viottolo che saliva a destra su per la collina. I cani abbaiarono poco dopo, un contadino s'affacciò dal ciglione:

-- Zitto! -- gli disse -- Sono stanco; la salita è ripida.

* * *

Le febbri lo avevano sfinito. Dormiva sur un po' di strame; non c'era neppure un pagliericcio in quell'antico frantoio di ulive che non serviva più da anni ed anni. I contadini ogni sera tornavano in paese, ed egli restava solo colà, aspettando il plico del procuratore Cerrotta, che dovea portargli la copia legale della sentenza della Gran Corte.

-- Come si sente, _voscenza_?

-- Meglio! Meglio. Non è niente! Ho la pelle dura io.

Passava la giornata e parte della serata seduto sur un gran sasso davanti al portone, con una specie di coma che gli faceva socchiudere gli occhi e abbandonare la testa sul petto. Il vecchio contadino, che era stato antico fittaiuolo di casa Zingàli, una sera finalmente era andato dalla baronessa, non ostante il divieto del barone.

-- Dovrà morire colà, come un cane?

-- Che possiamo farci?... Ha parlato di noi?

-- Mai, mai! Dice che aspetta una lettera dell'avvocato. Mandino almeno un dottore... e un letto. Dorme vestito su la paglia, in un canto del _trappítu_... Fa pietà!

Una mattina stava seduto su quel sasso fin dall'alba, ostinato a restare in quell'edifizio dalle mura spaccate, dal tetto sconquassato, su quel po' di paglia, che gli serviva da giaciglio, fino al giorno in cui avrebbe avuto in mano la copia legale della sentenza. Aveva sbattuto i denti pel ribrezzo della febbre durante la nottata; ora si sentiva scoppiar la testa dal calore, quasi il sangue gli si fosse mutato in liquido ardente dentro le vene, quantunque l'aria mattutina fosse fresca. Sentendo uno scalpitío di vetture, volse la testa.

-- Ah, signor barone!... Ah, signor barone!...

Il canonico Rametta gli stendeva da lontano le braccia, il dottor La Barba lo salutava cavandosi il cappello. Egli fece uno sforzo per rizzarsi ed evitar di riceverli, ma ricadde sul sasso, appoggiandosi con le spalle al muro, mentre essi scendevano da cavallo.

-- Non ho bisogno di medico; non sono in punto di morte da dovermi confessare, signor canonico. Siete venuti come i corvi all'odor del cadavere? No, no... Sono più vivo di tutti coloro che vi mandano... Andate a dirglielo.

-- Siamo venuti per conto nostro, signor barone; pel bene che vi vogliamo, pel rispetto che vi dobbiamo...

-- Ho qui un plico per lei, da Catania. L'ha portato ieri sera mio cognato...

-- Grazie! Date qua... Grazie!

Gli occhi torbidi e stanchi gli si rianimarono un poco. Le mani palpavano con un tremito di carezza il plico, ma non tentavano di aprirlo. La commozione gli aveva tolto ogni forza... Sorrideva, agitava le labbra, ma non poteva parlare. Accennò al dottore che lo aprisse lui e leggesse...

-- Che cosa è, dottore? -- lo interruppe -- Qui!... Qui!...

Accennava al cuore. Soffriva una smania dolorosa, una puntura acutissima.

-- Non voglio morire!... Non debbo morire! -- balbettava.

Il dottore e il canonico si guardarono in viso.

Mentre il dottore lo sosteneva per le spalle, il canonico, chinatosi premurosamente su lui, gli susurrò con voce compunta:

-- Faccia la volontà di Dio, signor barone! Dio è padrone della vita e della morte!...

Il barone spalancò gli occhi.

-- Non voglio morire! Non voglio morire!... Soffoco!... Dottore!

Implorava disperatamente aiuto.

-- Si rassegni, faccia la volontà di Dio! -- ripeteva il canonico inginocchiato davanti a lui.

Il povero moribondo scosse la testa, raccolse le forze:

-- Ah!... Questa, no, Cristo non doveva farmela!

E portando le mani al cuore e tentando di strapparsi il vestito, con le sopracciglia corrugate e l'espressione dura e orgogliosa dei Zingàli nello sguardo, soggiunse, balbettando quasi con minaccia:

-- Ma... ce la vedremo lassù!... Non... doveva... far...

E il rantolo dell'agonia gli troncò la parola su le labbra convulse.

UN TIPO

Lo chiamavano don Pietro il _Gobbo_, ma il gobbo veramente era stato suo padre che, pur avendo due gobbe, una davanti e l'altra di dietro, aveva trovato una coraggiosissima donna la quale si era rassegnata a sposarlo e gli aveva regalato due figli diritti come fusi. Il nomignolo però era rimasto appiccicato alla famiglia e probabilmente i D'Accurso saranno chiamati i _Gobbi_ fino all'ultima generazione.

Don Pietro D'Accurso, diceva la gente, non era gobbo ma meritava di esser tale. La gobba, aggiungevano, l'aveva nel cuore. In vita sua non aveva mai dato a un poveretto una buccia di fava, nè una stilla d'acqua, mai, mai! Se un poveretto andava a chiedergli l'elemosina e per intenerirlo gli diceva: -- Da due giorni non metto niente dentro lo stomaco! -- egli aveva la sfacciataggine di rispondergli:

-- Beato te, che puoi vivere due giorni senza mangiare! Io, vedi, ho fatto colazione due ore fa e già mi sento lo stomaco vuoto.

A sentir lui, non c'era peggiore miseria di quella di esser ricchi. Quanti pensieri! Quanti grattacapi! E come invidiava quegli straccioni che non avevano un soldo in tasca, nè un palmo di terreno al sole, nè un tetto sotto cui ricoverarsi! Per loro non c'era Esattori, nè Agenti delle Tasse, nè Ricevitori del Registro, nè focatico, nè dazio di consumo, nè ruolo di vetture! Essi potevano ridere allegramente in faccia al governo e alla morte, mentre lui, disgraziato! non rifiatava da mattina a sera, sempre in giro di qua e di là, per pagare, pagare, pagare; e, appena aveva finito, dovea ricominciare daccapo! Il Signore gli aveva caricato su le spalle questa pesantissima croce, e gli toccava di portarla, peggio di Gesù Cristo quando lo conducevano al Calvario.

Il suo Calvario era il _Puddaru_, con gli uliveti che coprivano le colline, con le vigne da un lato, i vasti terreni seminativi dall'altro, fino a piè della Montagna, e il gran casamento nel centro, metà villa, metà masseria, con frantoio per estrar l'olio, palmento, cantina, stalle pei buoi, rimesse per la paglia e pel fieno e tanti e tanti altri impicci!

Ah! Che non ci voleva pel raccolto delle ulive?

Una ventina di bacchiatori, una cinquantina di raccoglitrici, e, più, dieci o dodici mangiapane che lavoravano, sì, giorno e notte nel frantoio, sporchi, unti di olio, ingialliti per la perdita del sonno, ma che però divoravano come lupi anche quando non avevano fame. Dove la mettevano tutta quella robbaccia indigesta che egli doveva far cucinare dalla massaia?... Un mese e mezzo d'inferno!

I coppi, è vero, si riempivano d'olio, ma gli toccava ogni volta scendere giù in cantina col pericolo di rompersi la noce del collo con quegli scalini sdruciti, e sorvegliare gli uomini perchè non sbagliassero nel versare l'olio di prima qualità in un coppo, e l'olio di sanza in un altro. Se non apriva tanto d'occhi lui, chi sa che pasticci gli avrebbero fatti!

E così, alla fine, quei mangiapane si beccavano fazzolettate di pezzi da cinque lire, si ripulivano, si rivestivano a nuovo; e lui, poveretto, che aveva dormito appena due, tre ore ogni notte, per un mese e mezzo di fila, si sentiva tutto rotto, con la nausea dell'odor dell'olio nelle narici e nella gola... E non era finita!

Quel benedettissimo olio poteva restar in cantina, nei coppi? Bisognava venderlo. Ma prima!... Travasarlo due, tre volte, cavar la morga di fondo ai coppi, e poi attendere che il prezzo salisse, salisse!... Sicuro, attendere, mentre i poveretti, che ne avevano tre, quattro _cafisi_ soltanto, se ne sbarazzavano subito e non ci pensavano più!

E che discussioni, che còllere, nei giorni di vendita, con quei ladri dei misuratori che recavano la misura falsa e tenevano la spugna attorno il collo del _cafiso_, per farla impregnare di olio nel riempirlo col boccale! E che arrabbiature coi compratori più ladri di loro, che cercavano di appioppargli falsi pezzi di cinque lire nuovi fiammanti che lo avrebbero rovinato, se lui non avesse avuto la santa pazienza di osservarli bene, voltandoli e rivoltandoli e facendoli ballare sul marmo a uno a uno per sentirne il suono! Se li era proprio guadagnati sudando, arrabbiandosi, perdendoci la voce... E da lì a due giorni dov'erano tutte quelle pile di pezzi da cinque lire?

In mano dell'Esattore, dell'Agente delle Tasse, del Ricevitore del Registro!

-- Tu non hai queste seccature! -- egli diceva a Cannizzu, povero diavolo che lo serviva come un cane, magro e allampanato tra tutto quel ben di Dio del suo padrone.

-- E _voscenza_ dia ogni cosa a me! Così non avrà più seccature! -- gli rispondeva ridendo Cannizzu.

-- Ti farei un bel regalo! Mi malediresti notte e giorno! Sta' zitto! Pensiamo alle semente piuttosto!

Laggiù, al _Puddaru_, venti, trenta aratri preparavano il terreno; e in paese, nel magazzino del grano, il crivellatore ripassava il farro, la timimia, la francese, l'orzo fra un nugolo di polvere che faceva tossire don Pietro, quasi stesse per sputar fuori i polmoni. Ma era quella la sua croce! Aver l'occhio a tutto, guardarsi di tutti, per non farsi spogliar vivo, ora che non c'era più moralità in questo mondo, e dei galantuomini si era già perso lo stampo.

Era forse sicuro che tutto quel grano da sementa andasse tra i solchi aperti? Non poteva avere cento occhi, non poteva essere, come Domineddio, presente in ogni luogo! Faceva quel che poteva; e si logorava la vita; ci perdeva la salute e l'appetito.

-- Beato te, Cannizzu! Pane e cipolla eh? Fai bocconi grossi! Io, intanto, se non ho un buon brodo di manzo, un po' di fritto, un po' di pesce, una bistecca e un pezzo di rosbiffe, un po' di cacio svizzero, e dolce e frutta e caffè...! Mi reggo in piedi così!... Ah se avessi il tuo stomaco di struzzo, che digerisce fino il ferro! E tu puoi bere anche quella specie di aceto, e leccartene i baffi. Io, invece... miseria!... senza due dita di marsala, di moscato, di calabrese! I nostri vini mi riescono indisgesti... Mi tornano a gola... Ci vuole pure un po' di Chianti, un po' di Bordò... Miseria! Ma bisogna fare la volontà di Dio!

Cannizzu qualche volta rispondeva:

-- La farei anch'io cotesta volontà di Dio!

Don Pietro gli dava su la voce:

-- Bestia! Bestia! Pane e cipolla! Ringrazia Gesù Cristo che non ti ha dato altro! Guarda mio fratello. Non ha niente, e fa il signore. È guardia campestre; e va a cavallo da mattina a sera. Che deve guardare? I caprai che pascolano per le strade di campagna comunali! Non ha voluto fare mai nulla, si è giocato e mangiato e bevuto tutto il suo... ed è felice! Ma siccome è più bestia di te, non mi può vedere, mi odia perchè non ho fatto come lui. Che colpa ci ho io? E stata la mia disgrazia. Ho fatto come la formica; tutto mi è andato bene, tutto mi va bene; se mettessi acqua nei lumi, credo che arderebbe come petrolio. Che colpa ci ho io?... E devo sfacchinare il giorno e pensare la notte; pensare a questo, a quello, a cento cose...! La testa mi va per aria... E vorrei dormire il sonno pieno che dormi tu, sul tuo pagliericcio duro! Che vale che il mio letto abbia tre materasse di lana scelta, e morbide e ben sprimacciate? La testa mi va per aria! Mi rivolto di qua e di là... Sì, sì!... Guai se dormissi come te, russando, la grossa! Chi penserebbe alla mietitura, alla trebbia? Chi alla vendemmia? Rifiato forse? Tu ridi, bestione, quasi io dica delle sciocchezze... Ed io ti dico che cambierei volentieri il tuo stato col mio!

-- Cambiamolo, eccellenza!

-- Mi malediresti l'anima cento volte al giorno!

-- Ma, infine, da qui a cento anni, voscenza non si porterà tutto nell'altro mondo. Per chi lavora?

-- Lo so io? È la mia croce, non lo capisci? Ne godo forse di tutta questa ricchezza?... Perchè, tu lo sai bene, ce n'è grazia di Dio, ce n'è! Il magazzino del grano è pieno come un uovo; la cantina non ha una botte vuota; la dispensa ha quaranta coppi ricolmi fino all'orlo... E poi, e poi!... Se ti dicessi quel che mi deve il barone Pitulla? Con belle ipoteche... Eh! Eh!... Ma che vale? Lui se la spassa a Napoli, a Roma, a Torino, a Parigi con le donne... Ed io sono stato a Roma, una volta sola, col pellegrinaggio, per vedere il Papa!... E se non tornavo subito, addio mietitura! Posso prendermi uno svago io?... Niente, niente! La mia croce è questa. Sia fatta la volontà di Dio!

E don Pietro d'Accurso, detto il _Gobbo_, era invecchiato, mangiando bene, bevendo benissimo, grasso, roseo, tondo col suo eterno lamento su le labbra, predicando sempre che non c'è peggiore miseria di quella di esser ricchi; non facendo mai carità a nessuno, neppure a suo fratello che aveva otto figli e non sapeva come sfamarli col suo misero soldo di guardia campestre; dando da campare però a tante persone, pagando puntualmente tutti fino all'ultimo centesimo, mai però un centesimo di più, come neppure uno di meno. Egoista, sì, ma sincero nei suoi lamenti e nel suo aforisma prediletto: Non c'è peggiore miseria della ricchezza!

E questo si vide benissimo nell'ultima sua malattia.

Quando si avvide che l'ora sua era arrivata, mandò a chiamare il fratello:

-- Senti, Nanni; ti càpita una gran disgrazia: stai per diventare ricco, ricco assai. Il Signore abbia pietà di te. Pensa al funerale. Sarai costretto a spendere qualche migliaio di lire. Che vuoi farci? I quattrini sono là, in quel cassetto. I poveretti vanno all'altro mondo senza torce e preti e concerto; io sono ricco e debbo pensare a queste miserie anche in punto di morte!... Senti, Nanni: una bella cassa di noce scura, foderata di raso... Ti costerà parecchio... Ma che vuoi farci? Tu, se fossi morto guardia campestre, avresti dovuto contentarti della cassa del comune... Te la saresti cavata, senza darti nessun pensiero, senza un soldo di spesa. Basta; io me ne vado. Mi dispiace di averti procurato questa disgrazia, questo gran guaio di lasciarti ricco... Fa' la volontà di Dio, come l'ho fatta io!... Io vò a rendere i conti lassù!... Chi sa come andrà? Speriamo bene. Pensa a quel che ti ho detto di provvedere: cassa, funerale, concerto... E... spicciati, spicciati... Mandami qui il confessore!

IL «MULO» DI ROSA