Part 2
E nell'attesa di questo infallibile segno di santità, che però la baronessa si augurava di vedere quanto più tardi possibile, ella abbandonava ciecamente al canonico la direzione della sua coscienza e di quella delle due figlie, e lo aiutava in qualche opera buona, con elemosine che erano proprio atti di eroismo da parte di lei; giacchè le strettezze diventavano ogni giorno maggiori in famiglia; le spese della lite assorbivano ogni risorsa; e i figli, chi per un conto, chi per un altro, si rivolgevano alla baronessa per ottenere il po' di danaro che loro occorreva.
-- Mi smungono da tutte le parti! -- ella si lamentava col confessore.
Il canonico Rametta, quantunque fosse pallido e magro anche un po' per le penitenze e le macerazioni a cui si sottometteva, dei santi aveva specialmente la testardaggine che li fa perseverare in quel che loro sembra una buona e giusta cosa. Convintosi che le intenzioni del marchese di Camutello erano ottime e che i fatti gli davano ragione (nessuno poteva attestarlo meglio di lui, confessore della baronessa, la quale spesso spesso, non avendo peccati suoi da confessare, gli versava nell'orecchio quelli del marito, e al povero barone non si poteva addebitare altro torto all'infuori di pensare giorno e notte alla lite); convintosi dunque che le parole del marchese: «Se mi proponessero un accomodamento alla buona» fossero sincere, e che questo accomodamento poteva evitare alla famiglia del barone e a lui l'estrema rovina, il canonico Rametta, dopo averne accennato qualcosa velatamente, visto che alla baronessa e ai suoi figli mancava il coraggio di opporsi alla volontà dei barone, avea creduto opportuno mutar tono, e parlare non più in nome proprio, ma in nome di quel Dio di cui durante la confessione egli era, secondo la sua espressione, indegno, sì, ma vero ministro.
-- Tocca a voi, signora baronessa; ve l'ordina Dio per mio mezzo!
La baronessa, che a quattr'occhi con lui, da penitente a confessore, si era espressa talvolta un po' arditamente, udite queste tremende parole, diventò piccina piccina sul seggiolone di noce dov'era seduta accanto al canonico. La voce le si arrestò in gola, le lagrime le sgorgarono dagli occhi e potè a stento balbettare:
-- A me? Tocca a me? Ma vostra paternità sa benissimo...
-- So che questo è il vostro dovere di moglie e di madre di famiglia; so che voi non dovete accaparrarvi l'inferno per tutta l'eternità, disobbedendo al comando di Dio, che v'ha fatto baronessa e madre forse unicamente per salvare dall'estremo disastro questa famiglia. Altro non devo sapere. Pensateci bene, e pregate Dio e la Madonna perchè vi diano forza e coraggio!
E finita la confessione, egli prese a ragionare dello stesso argomento in presenza delle signorine.
Mariangela approvò sùbito. La sua faccia squallida, dove gli occhi parevano assonnati in una specie di nausea del mondo e delle sue vanità, si animò tutt'a un tratto, si colorò, e le pupille le lampeggiarono, quando disse con profonda amarezza:
-- Non vuole che io più entri nella sua camera neppure per rifargli il letto!
Rosaria, la sorella minore, bruna, dal viso duro, dalle labbra carnose, stata un pezzo ad ascoltare, si era alzata con uno scatto da sedere:
-- Dove vai? -- le domandò la baronessa.
-- Vo' a chiamare i fratelli; debbono essere d'accordo anche loro.
* * *
Dapprima il barone avea crollato le spalle, sorridendo di compassione alle osservazioni della baronessa che gli manifestava timidamente i suoi terrori dell'avvenire; poi aveva risposto calmo e dignitoso:
-- Baronessa, le liti non sono cose di cui deve occuparsi una donna!
Mariangela, che un giorno aveva osato aggiungere qualche parola alle insistenze della madre, si era sentita rispondere un: -- Zitta, sciocca! -- che la fece piangere mezza giornata.
Rosaria invece pensava che era inutile tentar di persuadere il barone e indurlo a proporre un accomodamento; e perciò andava spesso nel camerone dai fratelli, quando sapeva che tutti e tre erano là, e li scoteva dalla inerte indifferenza, li incitava:
-- Che uomini siete? Ora più non siete ragazzi!
Ercole bestemmiava:
-- Corpo di...! Che debbo fare? Prendere questo fucile e far fare una vampata al cugino marchese?
Marco non rispondeva. Aveva già terminato il modellino in legno e in latta del suo mulino, e lo faceva funzionare, soddisfatto che andasse meglio di quel ch'egli non aveva sperato. La gran ruota, che doveva dare il movimento alla tramoggia e alle macine, sarebbe stata così enorme che occorrevano due piani del palazzo per farle posto. Avrebbe voluto spiegare alla sorella l'intero meccanismo, smontarle sotto gli occhi e rimontare il modellino; ma Rosaria gli avea voltato le spalle per avvicinarsi a Feliciano che studiava coi gomiti appoggiati sul tavolino e la testa sui pugni.
-- Insomma, te ne lavi le mani anche tu?
Feliciano alzò gli occhi e fissò in faccia la sorella:
-- C'è un solo mezzo -- disse; -- ma noi non vorremo mai servircene.
-- Quale?
-- L'interdizione.
-- Che significa?
-- Significa...
Ercole, il cacciatore, lo interruppe ridendo.
-- Significa -- egli spiegò -- che noi siamo come i topi che volevano attaccare il campanello al collo del gatto.
-- Venite di là, dalla mamma.
Rosaria parlò così imperiosamente, che i tre fratelli la seguirono uno dietro all'altro, zitti zitti.
Nella camera della baronessa, seduti attorno al seggiolone di noce dov'ella stava quasi su un trono, vestita di tela grigia d'Artega, con un fazzoletto di seta nera che le contornava il viso grasso e floscio e i capelli canuti spartiti in due bande su la fronte, i figli attendevano che la madre parlasse.
La camera era in disordine; il letto non ancora rifatto. Sul canterale, su le seggiole, sul tavolino davanti la finestra, una confusione di oggetti disparati: capi di biancheria, ceste con frutta, ferri da calze, forbici, ditali, una corona di cocco, una conocchia, due fusi, e tra il canterale e il tavolino l'arcolaio con una matassa di cotone azzurro da dipanare. Se non che il canterale era finamente incrostato di tartaruga e madreperla, e la conocchia e l'arcolaio erano prezioso lavoro di un antico pecoraio di famiglia, che vi aveva scolpito con la punta del coltellino strane fantasie di ornati complicatissimi. Marco era andato ad ammirarli anche ora, prima di prender posto accanto alla sorella Mariangela.
La baronessa portò il fazzoletto agli occhi.
Ercole ruppe il silenzio, ripetendo la sua facezia:
-- Ecco il consiglio dei topi!
Rosaria lo sgridò duramente:
-- Taci, villanaccio!
E rivolgendosi a Feliciano gli disse:
-- Dunque? Questa interdizione?
La baronessa singhiozzava.
-- Non c'è altra via! -- confermò Feliciano.
-- Proviamo prima... come minaccia... -- insinuò la baronessa.
-- Inutile. Si faccia la domanda al tribunale senza perdere più tempo.
-- Uno scandalo? -- esclamò spaventata la baronessa.
-- Mamma!... Se non c'è altra via!...
Tutti guardarono Rosaria. Come mai quella ragazza, che stava sempre zitta, mostrava tutt'a un tratto tanta violenza e tanta audacia? Ella arrossì, quasi quegli sguardi di maraviglia e di stupore avessero voluto leggerle in fondo all'animo. E in quell'istante, due terribili anni della sua giovane vita chiusa e nascosta le balenarono davanti a gli occhi, le accesero il viso e la fecero tremare. Ma si rimise sùbito.
-- Parla, spiègati meglio -- disse al fratello con gesto vibrato.
* * *
Saputo che quella mattina l'usciere era venuto a rilasciare al barone la citazione del tribunale, tutti i figli si erano radunati in camera della baronessa, quasi a rifugiarsi sotto le ali di lei e ripararsi dalla tempesta che stava lì lì per scoppiare.
Il barone comparve su la soglia, pallido, con gli occhi stralunati, agitando convulsamente il foglio della citazione, senza riuscire a parlare. Lo sdegno e l'ira lo soffocavano, Mariangela fece un passo verso di lui, ma un suo gesto l'arrestò.
-- Vipere! Ingrati!... -- cominciò a balbettare. -- Questa, questa è la ricompensa?... Potrei... stracciarvi la vostra carta in faccia, sbattervela sul muso; farvi vedere chi... chi è da interdire qua... Vipere!... Ingrati!...
-- Barone!... per carità!... -- supplicava la baronessa.
-- Voi, signora, avete ragione... per la vostra dote. Ma ho già dato ipoteche, ho vincolate rendite... non l'ho sciupata, no, la vostra dote. Darò sùbito altre guarentigie, se occorrono... Ho abusato della vostra bontà, è vero; ho sperperato il fruttato dotale... per la lite; e voi, signora baronessa, da eccellente madre di famiglia, non volete che quel fruttato serva ancora alla rovina delle vostre buone figliuole... Vipere!... dei vostri bravi figliuoli... Ingrati!... Questa, questa è dunque la ricompensa? Nessuno ha il coraggio di guardarmi in viso!... Nessuno osa di rispondermi una parola!
Infatti, tutti stavano là, zitti, a capo chino, come tanti rei davanti al lor giudice. Soltanto la baronessa, a mani giunte, con gli occhi rivolti al cielo, pareva implorasse aiuto da lassù. Il barone rizzò minacciosamente la persona:
-- Potrei prendervi a uno a uno per le spalle... e farvi ruzzolare le scale fin da questo momento. Il palazzo è mio; ed io, almeno per ora, sono qui padrone assoluto... Ma vi gastigherò diversamente; voglio risparmiarvi l'empio tentativo di farmi interdire... Esco io dal mio palazzo!... Fuggo via io da questo covo di vipere e di ingrati! Lotterò... povero, solo; morrò di crepacuore e di fame forse; non importa!... Intanto vi abbandono tutti alla maledizione di Dio!... Giacchè io credo in Dio più di voi, signora baronessa che vi confessate due volte al mese e date questo bell'esempio ai figli vostri! Figli?... Figlie?... Io non ho più nessuno!... Nè moglie!... Nessuno!... Esco di qui coi soli vestiti che ho indosso... Non voglio altro!... E il giorno che mi porteranno la notizia: -- Il vostro palazzo è crollato; Dio lo ha scosso dalle fondamenta e vi ha seppellito tutti -- quel giorno farò cantare un _Te Deum_!... Non metterò il lutto!...
-- Barone, per carità! -- tornò a supplicare la baronessa.
-- _Voscenza_ scusi; non si ragiona in tal modo!...
Feliciano aveva pronunciato queste parole con tono dimesso ma così ironico, che il barone fece atto di slanciarglisi contro per schiaffeggiarlo come un ragazzo. Mariangela dètte uno strillo, la baronessa si mise a gridare, quasi la minacciata fosse lei; Rosaria si piantò davanti al fratello per fargli scudo col corpo, alzando la bruna testa dai lineamenti duri, aggrottando le sopracciglia, stringendo le labbra carnose. E fu il segnale della gran rivolta! Parlavano, strillavano, urlavano assieme, aggirandosi per la stanza, senza sapere quel che volessero, nè quel che facessero, mentre il barone in mezzo a loro continuava a ripetere frasi scomposte, con le braccia in alto, sventolando il foglio della citazione come segnale di minaccia e di gastigo; e la baronessa in piedi su la predella del seggiolone di noce, piangente, sperduta, urlava:
-- Barone! Figli miei!... Figli miei!
Tutta la pazzia dei Zingàli parve si fosse scatenata improvvisamente, rompendo la lunga compressione, sconvolgendo quei cervelli, squarciando quelle gole con orride grida, agitando quei corpi in una terribile convulsione di atteggiamenti, di mosse, di gesti furibondi, che avrebbero fatto scappare le persone fermatesi nella via ad ascoltare meravigliate, se fossero salite su, spinte dalla curiosità o dal desiderio di dar soccorso, giacchè si capiva che lassù accadeva qualcosa d'insolito e di triste.
Poco dopo, le grida cessarono, la gente si disperse; e gli scarsi rimasti videro uscire il barone don Pietro-Paolo, vestito di nero, con l'abito abbottonato e un gran mazzo di carte sotto braccio. Nessuno osò domandargli che cosa era stato. Si scoprirono rispettosamente, e il barone rispose al saluto con la consueta sua affabilità.
* * *
Da due anni e mezzo egli viveva nel bugigattolo buio che dava su la scala dell'albergo Sant'Anna in Catania, specie di canile che neppur Tina, la serva sporca e sboccata, voleva ravviare e ripulire per via del tanfo di rinchiuso che toglieva il respiro.
Egli non sentiva più quel tanfo; vi si era abituato, lo portava attorno immedesimato con la dubbia biancheria, con l'unico abito nero che indossava tutto l'anno. Di quel tanfo si impregnava fin quel po' di pane che serviva a sostentarlo -- assieme con qualche frutto, l'estate, e con un po' di formaggio, l'inverno -- e ch'egli mangiava a mezzogiorno e la sera, prima di mettersi a letto, stanco del vagabondaggio della giornata.
La mattina, all'alba, andava dal procuratore Cerrotta, a portargli riflessioni e appunti, scritti nella nottata al lume di una candela di sego, riguardanti la lite per Cento-Salme. Di sè, della miseria a cui si era volontariamente condannato, delle umiliazioni che soffriva vedendosi guardato come una bestia strana e quasi evitato nelle sale di udienza del Tribunale o della Gran Corte, dove passava parecchie ore della giornata seguendo le discussioni per trarne profitto, ormai egli non si curava più. Nessun sacrifizio, nessuna sofferenza gli sembrava tale da non doverla affrontare, da non doverla sopportare in vista della vittoria della lite, che di giorno in giorno gli appariva sempre più certa e sicura. E quando don Emanuele Cerrotta, pur ammirandolo per la tenacità, gli rispondeva bruscamente, seccato di quegli appunti, di quelle riflessioni o note che il barone andava a presentargli ogni mattina e che avrebbe voluti esaminati e discussi assieme, egli non si sentiva offeso; sorrideva umilmente, chiedeva scusa, e il giorno dopo tornava ad insistere... e la vinceva. Don Emanuele tirava su una gran presa di rapè, dava due stizzosi colpi di ripulita al naso col fazzoletto di cotone azzurro, socchiudeva gli occhi e stava ad ascoltare, interrompendolo di tanto in tanto:
-- Ma di questo abbiamo già ragionato avant'ieri!
-- Sì, sì, dal punto di vista...
E spiegava da qual punto di vista; ora però egli guardava la questione dal lato opposto.
-- Capisco; andiamo avanti!
Una lesta presa di rapè, una nuova stizzosa ripulita al naso col gran fazzoletto di cotone azzurro tenuto a portata di mano sur una coscia, indicava la crescente impazienza di don Emanuele. Ma il barone non si scoraggiava. Tutta la sua persona pareva curvarsi, ridursi piccina; le braccia accostavano i gomiti ai fianchi per attenuare i gesti, le spalle si stringevano, la voce si affievoliva in un mormorìo, perchè il suono delle parole penetrasse negli orecchi senza recar disturbo. Egli sapeva di non essere più uno di quei clienti che possono imporsi ai loro avvocati, ai loro procuratori legali in virtù dei ben pagati onorari e dei futuri vistosi palmari dopo vinta una lite; era invece un cliente che doveva farsi ascoltare quasi per carità, per tolleranza, facendosi far credito su l'avvenire, giacchè la signora baronessa e i suoi figli avevano voluto così!
Non li nominava mai: ma in certi momenti, quando una circostanza lo costringeva a guardare, non ostante il suo stoicismo, alla miserabile condizione a cui era stato ridotto, lui, don Pietro-Paolo Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa, un impeto selvaggio gli saliva dalla pianta dei piedi su su per tutto il corpo fino al cervello, quasi fiamma che lo avvolgesse rapidamente e volesse riversarsi attorno per distruggere gli ingrati! Oh, essi non si rammentavano più se egli esistesse! E non potevano ignorare che egli viveva di carità, quasi soffrendo la fame, tra privazioni e umiliazioni di ogni sorta! Eppure non facevano nemmeno la ipocrita finzione di sottomettersi, di chiedere perdono, di volerlo strappare alla puzzolente tana che lo ricoverava la notte... Nemmeno quella ipocrita finzione! Sapevano benissimo che egli li avrebbe scacciati via, che non avrebbe accettato mai niente da loro, che non li avrebbe mai perdonati!... Ormai egli lasciava che la maledizione di Dio si aggravasse su coloro che un giorno avea chiamati col dolce nome di moglie, e di figli! Il terreno si sarebbe sprofondato sotto i loro piedi sacrileghi, presto o tardi, e li avrebbe inghiottiti! E in questi momenti di impeto selvaggio il vecchio, già curvo, dimagrito, sfigurato, si trasfigurava in quella putrida tana illuminata dalla fumosa candela di sego; rizzava orgogliosamente la testa, levava in alto le braccia invocanti il terribile gastigo di Dio, che non poteva fallire; ed egli stesso talvolta aveva sgomento della grand'ombra della sua persona che si agitava su la parete squallida e nuda, quasi apparizione evocata dal terribile scongiuro di lui!
Un giorno -- oh, finalmente! -- un giorno egli sarebbe riapparso in quei desolati stanzoni del suo palazzo, ma vittorioso, con pieno diritto di autorità e di comando, padrone di Cento-Salme strappato al marchese di Camutello; e senza una parola, con un solo gesto, avrebbe scacciato via, anzi spazzato via tutti coloro che non erano degni di portare l'onorato e altero nome dei Zingàli; e vi si sarebbe rinchiuso, solo, come in una fortezza; e avrebbe trasformato quella desolazione in una reggia, quasi con un colpo di bacchetta fatata!... Non avrebbe avuto soltanto Cento-Salme, ma cinquantamila onze di rendite mal percepite dal marchese di Camutello! Cinquantamila onze, in oro, in argento!... Un fiume di denaro sonante, che egli avrebbe potuto spendere sùbito, a dispetto di tutti, senza che più nessuno potesse avere la tentazione di farlo interdire... Ecco se era stato pazzo! Ecco se aveva farneticato intentando la lite, adoprando tutte le risorse di casa per questo scopo supremo!
E si stendeva sotto le coperte del misero lettino, spegnendo la candela di sego, continuando nel buio il fantastico sogno che gli aveva fatto assaporare con gusto, come cena squisita, quel po' di pane e di formaggio risparmiato da quello avrebbe dovuto essere il suo pranzo a mezzogiorno!
* * *
La baronessa e le figlie, quando il barone più non comparve in casa, erano rimaste atterrite del loro audace tentativo e avevano abbandonato la domanda d'interdizione.
Ercole riprendeva le sue caccie; Marco non lasciava in pace la baronessa perchè gli desse i mezzi di costruire in casa loro il gran mulino di sua invenzione; Feliciano avea sostituito il padre nell'amministrazione, duro e inesorabile coi fittaioli della dote della madre, fissato anche lui nell'idea di liberare tutte le proprietà di famiglia dalle onerose ipoteche che assorbivano il fruttato. Si rivelava della pura razza dei Zingàli, ostinato, testardo, imperioso fin colla madre, che non osava di resistergli.
-- Egli sa meglio di noi quel che fa! -- diceva la baronessa a Rosaria che spesso borbottava contro il fratello.
Una schietta Zingàli anche lei, muta, impenetrabile, con quegli occhi che mettevano sgomento quando restavano fissati nel vuoto, quasi attratti da paurose visioni che gli altri non potevano vedere.
Da che il barone aveva abbandonato la casa, ella aveva voluto occupare la stanza di lui.
-- Non hai dunque paura di dormir sola colà? -- le disse la madre.
-- No.
Durante la giornata, la madre la voleva in camera, anche pel rosario e per le altre preghiere in comune, quando il canonico Rametta veniva a confessare, al solito, la signora baronessa, e a discorrer di cose sante e di pettegolezzi. Il canonico avea creduto che l'assenza del barone avrebbe vivificato un po' l'aspetto triste e opprimente di quella casa; e il santo prete vedeva ora quasi con rimorso che la tristezza si era piuttosto aumentata. Quell'uomo che stava rinchiuso nella sua stanza, sepolto fra le vecchie scritture, di nient'altro occupato all'infuori di esse, avea lasciato un gran vuoto nel vasto palazzo, di cui il povero canonico non si sapeva rendere ragione.
-- Nessuna notizia? -- domandava timidamente alla baronessa.
-- Nessuna!
-- Nessuna! -- ripeteva Mariangela, alzando al cielo le pupille stanche e trasognate.
-- Il Signore gli aprirà gli occhi, gli rammollirà il cuore! Preghiamo per lui! -- replicava il canonico.
Rosaria aggrottava le sopracciglia, si mordeva le labbra carnose, e non si capiva se per isdegno o per rimpianto dell'assente. Spesso, durante la conversazione, si alzava tutt'a un tratto da sedere e andava a rinchiudersi nella sua nuova stanza.
Una mattina Mariangela l'aveva sorpresa bocconi a traverso il letto, soffocata da' singhiozzi. Le mani brancicavano convulsamente le coperte, e nell'agitarsi scomposto della testa le nere e lunghe treccie le si erano disciolte ed arruffate.
-- Oh, Dio!... Che hai? Rosaria!...
Al grido della sorella, ella si era rizzata rapidamente, buttando indietro con le mani i capelli che le ricadevano su la faccia e su le spalle; e spalancando gli occhi, avea portato l'indice alla bocca, imponendo silenzio.
-- Non dir nulla alla mamma!... Non è niente!... Manda a chiamare il canonico Rametta... Ho bisogno di lui... Voglio confessarmi... non dir nulla alla mamma! Bada; non dirle nulla!
Mariangela, sbalordita, spaventata, aveva atteso il canonico in cima alla scala, e lo aveva fatto entrare in punta di piedi, perchè la baronessa non si accorgesse della venuta di lui.
-- Lasciaci; va di là, -- Rosaria aveva ordinato alla sorella.
-- Cattive notizie? -- domandò allora il canonico.
Rosaria, chiuso l'uscio e messo il paletto interno, si fermò in faccia al sacerdote, che la guardava aspettando ansioso la risposta.
-- Sono dannata! -- ella esclamò portando le mani attorno alla bocca, a fin di reprimere il suono della voce e renderlo nello stesso tempo più vibrante.
-- Dannata? Figliuola mia! Dannata?
Ella lo spinse su la seggiola a bracciuoli presso il tavolino e gli cadde davanti in ginocchio.
-- Dannata?... Non è possibile!... Che hai fatto da dover disperare del perdono di Dio? Oh, figliuola mia!...
China con la testa rovesciata in giù, coprendosi la faccia con le mani, Rosaria ripeteva straziante:
-- Dannata!... Dannata!
Il confessore le accarezzava i capelli, tentava di confortarla.
-- Parla, figliuola mia! Ora sei davanti al cospetto di Dio... Dimentica la miserabile persona del suo indegnissimo servo... Parla!
Mai il canonico Rametta, da che era stato autorizzato ad amministrare il Sacramento della penitenza, mai si era trovato davanti a una scena simile; e tremante, smarrito, non sapeva in che maniera indurre quella figliuola a calmarsi.
Terribili, incredibili cose aveva poi udito.
-- Tu, figliuola mia?... Tu hai invocato il diavolo?... Perchè? Come?
E Rosaria, a testa china, con la faccia tra le mani che a stento lasciavano passar libera la parola, aveva rivelato il segreto che da due anni le gravava sul cuore, e che aveva formato la sua felicità e la sua disperazione nello stesso tempo; quel terribile segreto che più volte le era parso avessero indovinato o volessero indagare la madre, la sorella, i fratelli, e che ella aveva per ciò più rabbiosamente calcato in fondo al petto!... Ma ora... ora non ne poteva più!
E così dentro quella buia sepoltura della loro casa era penetrato un raggio di sole. Ella aveva amato, riamata!... Perchè, perchè il Signore l'aveva fatta nascere una Zingàli? Per questo, colui non aveva mai osato farle sapere direttamente... E forse anche per lo stato della loro famiglia!
-- Come lo hai dunque saputo, figliuola mia?
-- Un accenno, due parole dettemi da una povera donna...
-- Quali, figliuola mia?
E udendo l'ingenuo racconto, l'esperto confessore capiva a poco o poco quale pertinace lavorìo della giovanile immaginazione aveva potuto intessere la fallace lusinga di quell'amore nel silenzio, nella penombra, nella solitudine di quei malinconici stanzoni, dove i suoni della vita che ferveva fuori giungevano ammortiti, affievoliti o non arrivavano affatto. E per ciò ella si era ribellata al destino; per ciò avea protestato contro la tirannia di Gesù Cristo che la condannava a essere una Zingàli, cioè un'ombra, un fantasma, un nome e nient'altro.