Part 5
Ebbene, Edon il quale già parlava spiccio (oh che disposizione alle lingue!) ribattè che quella degli eserciti gli sembrava un'istituzione saggia. Aggiunse press'a poco:
— La guerra è nella natura delle cose, degli animali e degli uomini; ma noi d'Eldorado, che abbiamo aboliti gli eserciti, abbiamo violata la natura. Miseri noi!
Polla, che non voleva disgustarlo, si strinse nelle spalle e si limitò a ripetere che gli eserciti costavano troppo.
Invano: l'uomo d'Eldorado era già persuaso che nel costo delle cose, cioè nel comprare e nel vendere, e nell'uso del denaro fosse la più attiva forma di civiltà e di progresso; giudicava che il lavoro a salario fosse proficuo alla «produzione» e alla vita d'un popolo; e ragionava press'a poco così:
— Chi spende di più, è più forte! Chi è più forte, è più potente! Chi è più potente, è più temuto! Chi è più temuto è più glorioso! Chi è più glorioso, è più contento! Beati gli europei! beati voi, o italiani!
Allora Polla, invece d'urlare come nei comizi, tacque; finchè disse:
— Levatemi una curiosità. In che modo vi regolate da voi per lo scambio dei prodotti? Mi spiego: voi che professione esercitavate laggiù..., o lassù?
— Il giardiniere.
— Bella professione! Ma che regola avevate nel dare i fiori in cambio o dei cibi o dei vestiti o degli ordigni per volare? Che regola vi hanno tra loro i commercianti, i professori, gli operai?
Sorridendo alla domanda strana e inutile, rispose Edon:
— L'educazione.
— L'educazione? — urlò Polla.
Già: per educazione lavoravano tutti; per educazione non richiedevano più del ragionevole negli scambi. Ad esempio lui, Edon, che faceva il floricultore, non avrebbe mai voluto da un meccanico più d'un paio d'ali, o più d'una poesia da un poeta, per un mazzo delle sue rarissime rose azzurre.
«Oh povero me! — pensava Polla — in Eldorado sono a tal punto?» In che modo avrebbe dunque potuto illudere e ingannare a lungo nelle belle apparenze della nostra società un uomo disgraziato senza dubbio in famiglia, ma allevato in una società così perfetta?
— A parte le disgrazie domestiche — mormorò il socialista, prima uso a sbraitare, — quali cittadini, voi d'Eldorado, sarete felici.
Non l'avesse mai detto!
— Felici? — gridò Edon a voce alta, rosso in viso quale non era stato mai. — Felici in un paese dove il valore delle cose è determinato dall'educazione? dove la ricchezza non è premio alla fatica? dove non si lavora per guadagnarsi il pane col sudore della fronte? — Si arrestò mormorando a sua volta qualche parola del suo armonioso linguaggio: forse bestemmie, forse insolenze; poi, data un'occhiata al vocabolario per rimettersi, riprese: — In Eldorado è sconosciuto il piacere d'adempiere i propri doveri, la voluttà del sacrificio! L'istinto battagliero dell'uomo vi si è perduto! Mentre voi avete fino i re, i presidenti di repubblica, i pontefici, noi non abbiamo nemmeno i _policemen_! Oh sì.... la felicità degli uomini è nella disuguaglianza economica, civile, morale!
«È pazzo!» pensò Polla, mentre si mordeva le labbra; e taceva. Egli, che amava le polemiche, era costretto a non discutere, per paura di disgustar l'amico; era costretto a non svelare i mali segreti della nostra misera civiltà. «È matto da legare!»
La sorpresa e la paura del bravo socialista scemavano solo al pensiero che un ignoto dramma domestico avesse turbate le facoltà mentali dell'amico.
Ma l'altro intanto pareva attendere una conferma alla sua sentenza. E allora Polla, non ostante il suo prudente proposito, non potè non sorridere e non dire:
— Io però credo che in Eldorado non si stia male come voi dite. Vorrei andarci!
L'amico lo guardò negli occhi. A vedere che non scherzava, rimase triste e silenzioso. Non parlò più sino a che non rientrarono all'albergo; dove, abbandonando il vocabolario, parlò per chiedere:
— Come chiamate voi uno a cui?... — e fece con la mano un gesto che significava il cervello andato a rovescio.
Polla comprese.
IV.
«Benissimo! — pensava il buon Polla. — Il pazzo sono io che non voglio affliggerlo; che ho vergogna delle nostre colpe sociali; che non lo condurrò mai per gli ospedali e per le carceri!»
Pietoso dell'amico e di sè stesso, a ricordarsi che l'amico doveva avere avuta una terribile sventura e che ora sapeva quante pietre componevano il gruzzolo, non lo conduceva nemmeno ai teatri ove si rappresentavano o i drammi di Ibsen o melodrammi così patetici da far ammattire i savi.
— Al teatro quando ci andiamo? — Edon chiedeva.
E Polla:
— Io non sono robusto come voi. Giriamo troppo il giorno, e mi vien sonno presto.
Era assonnato e stanco all'avemaria. Pure egli promise che se dessero l'_Albergo del libero scambio_, ve lo accompagnerebbe.
Or mentre il terzo giorno di quella vita fraterna vagavano per le strade udirono avanzare una sinfonia lemme lemme e videro crescere, in distanza, la folla. Polla subito cercò trar via seco l'eldoradese. Ma questi, al contrario, desiderava sapere che cosa ci fosse da vedere.
— No....; andiamo! Non è uno spettacolo per voi.
— Che è? che è?
Rispose un signore molto gentile:
— Un trasporto....
— Un trasporto? — fece Edon, resistendo all'amico che lo tirava per la giacca.
— Sì. Portano un brav'uomo all'ultima dimora. Andiamo!
Ma fu peggio di prima.
— All'ultima dimora?...
Arrabbiandosi, Polla esclamò:
— Al cimitero: non capite?
E il signore:
— È un patriotta che una polmonite ha ucciso in tre giorni.
E Polla, con ira già sarcastica:
— Non usano le polmoniti da voi?
Veramente Edon non aveva notizia di tali malanni. Anzi, alla richiesta se in Eldorado si godesse buona salute, rispose:
— Ottima. Abbiamo, oltre l'igiene, un'acqua pura come l'aria. Poi ai piedi del nostro monte il clima è caldo; a mezza costa, è primavera continua, e freddo in alto; cosicchè a guarire le nostre piccole e rare indisposizioni e a trovar la stagione conveniente per ogni organismo, ci basta mutare residenza e volare di qua o di là.
— Se crederete che da noi le malattie sono molte e gravi — amaramente osservò allora Polla —, se crederete che da noi si muore anche a venti anni, ammetterete che per questo almeno si sta meglio in Eldorado che in Europa.
Ma Edon non si diè vinto.
Disse:
— Mi ricordo che il mio bisnonno viaggiando all'estero una volta s'ammalò, e soleva dire che il maggior piacere della vita si prova nella convalescenza. Ecco un piacere che noi non gustiamo mai. E poi non pensate all'afflizione della scienza che in Eldorado troppo di rado può vantarsi di salvare un uomo?
Il funebre convoglio frattanto si avvicinava: quattro cavalli bardati in nero e coi pennacchi; il cocchiere nero e rigido; fiori su la carrozza e ai lati; e quei signori che reggevano i cordoni con il viso impresso dell'onore meritato; e la turba dietro, fra cui ogni persona pareva compiacersi d'essere vista. Poichè la musica sonava così adagio e tutti camminavano così piano. Edon aveva ragione di credere che tutti amassero di essere visti e di vedere; in particolar modo le signore e le ragazze, delle quali più d'una rispondeva con un sorriso a più d'un sorriso.
Edon, pertanto, allegro e festoso entrò nel corteo, dicendo a Polla che pur troppo al suo paese la morte non meritava alcuna pompa: vi appariva un fenomeno molto semplice: una materiale trasformazione. Da tempo immemorabile gli scienziati vi avevano scoperto il modo di decomporre elettricamente i corpi morti e di restituire le cellule alla natura affinchè le usasse in nuovi uffici. Per la qual fede scientifica non era rimasta in loro alcuna traccia di una esistenza spirituale al di là di quella decomposizione; nè temevano la morte come trapasso a castighi, nè la desideravano come viaggio a miglior vita. Per essi non c'era «ultima dimora». Per essi inutili e ridicole sarebbero state la musica e le lagrime. Imaginarsi poi i discorsi!
E quando la carrozza finalmente fece sosta e un oratore prese a parlare con tutte le forze, Edon si mise in ascolto: approvava anche lui, contentissimo, le più nobili frasi; quali: «il desiderio che l'integro, intemerato cittadino lascia di sè»; il «cavaliere senza macchia e senza paura»; il «benefattore e l'amico dei poveri»; il «patriotta ardente».... «Addio, amico! Che la terra ti sia leggera!»
Finito ch'ebbe il primo, fra un mormorio di assenso unanime, un secondo oratore prendeva la parola. Ma adesso Edon tirò la manica di Polla accennando l'oratore già vuoto che consegnava un foglietto a un giovane salutante a destra e a sinistra.
— Chi è? Perchè? — Edon chiedeva.
Polla rispose:
— È un giornalista; gli ha dato il sunto del discorso.
— Dunque — esclamò Edon — la gloria dei morti giova da voi anche alla gloria dei vivi? — E sospirava; pareva dire: «Proverò io mai il conforto di rammentare al pubblico la virtù d'un amico estinto? Morirete prima voi, Polla?»
Tutti adesso chiacchieravano, perchè il secondo elogio era noioso; mentre Polla, sempre più a disagio, cercava togliere all'amico illusioni inutili: che a lodare un morto non era necessario averlo ben conosciuto in vita; che, in sostanza, le virtù domestiche e civili essendo sempre quelle, le lodi ai morti eran sempre quelle; che non essendo opportuno nell'ora del compianto rammentare vizi e difetti, ma essendo invece di consuetudine i discorsi funebri, si attribuivano molte virtù anche a chi non ne aveva mai avute.
Ah! Edon era quasi fuori di sè per ammirazione.
— Beati voi! Voi potete vivere da birbanti e morire tranquilli; chè i giornali diran bene di voi: voi potete viver bene con la speranza in un futuro premio, o viver male con la speranza del perdono....
Ma d'improvviso l'eldoradese s'interruppe.
— L'_Albergo del libero scambio_! — fece, accennando a un uomo che tra la folla del trasporto recava al disopra di un'asta quell'annuncio _réclame_.
— Questa sera a teatro! — aggiungeva Edon fregandosi le mani.
Il socialista cominciava a smarrirsi. Invero, un uomo che si era divertito tanto a una funzione funebre, logicamente poteva rattristarsi a una _pochade_; e, d'altra parte, se Edon non era rimasto commosso a uno spettacolo di morte, non doveva esser stata la morte di qualche persona cara che l'aveva indotto a fuggire d'Eldorado. Forse il tradimento d'una donna amata?... Ma v'ha _pochade_ senza inganni di donne? E che accadrebbe a tale spettacolo?... Invece che ridere, Edon, forse, s'appassionerebbe....
E Polla balbettò:
— Penso ora che all'_Albergo del libero scambio_ vi scandalizzerete. È una commedia immorale.
A che Edon:
— Bene! Ne sono così stanco, io, dell'arte morale!
Quella sera dunque bisognò andare a teatro.
Povero socialista! Non solo il compagno fu rapito sin dalle prime scene all'azione comica; non solo dopo il primo atto battè le palme sin quasi a scorticarle (nel suo paese non usava) e mostrò d'agitarsi nel vortice del secondo atto, come s'egli medesimo si trovasse a quei casi allegri e a quegli equivoci ameni: al calar della tela, dopo il secondo atto, proclamò:
— Questa è arte!
— A me sembra roba inverosimile — osservava Polla.
— Appunto questo è il bello! Disgraziatamente in Eldorado si ostinano a credere che il bello consista nella rappresentazione del vero! Io credo invece che la vita rappresentata in teatro possa essere piacevole per i ragazzi, che non la conoscono; non per gli uomini e per le donne che non hanno più nulla da imparare.
Polla ascoltava a bocca aperta.
— Aggiungete, amico — l'altro proseguiva —, che la perfezione è noiosa per sè stessa e che la vita in Eldorado è pur troppo quasi perfetta. Imaginate dunque come si sbadiglia nei nostri teatri!
Per fortuna la piccola orchestra, nell'intervallo, cominciò a stonare in tal modo il valzer della _Madame Angot_ che Polla fu costretto a turarsi gli orecchi. Ed ecco che quando scostò le dita, udì Edon mormorare in estasi:
— Questa è musica! — L'amico cantarellava, accompagnando le stonature e stonando allegramente per conto suo.
Non solo! Non solo! Voleva anche giustificarsi!
— La nostra musica suscita desideri incerti, desideri e sensazioni dell'infinito; fa piangere...; fa male. La vostra al contrario, che delizia!
Per non arrabbiarsi, il socialista chiese:
— E in letteratura voi come state?
Risposta:
— La nostra poesia è di una nobile semplicità, non nego; ma così semplice che tutti la capiscono. Si scarseggia pure in aggettivi, pretendendosi dipingere con l'armonia e con la precisione dei vocaboli. Ora io domando a voi se la poesia, che di sua natura è sublime, dev'essere semplice e compresa da tutti e se si può dipingere, fuori della fotografia, senza colore!
— E la pittura? e la scultura?
Questa volta Edon sospirò:
— Non v'ha artista da noi che goda a imitare con l'opera del suo pennello e del suo cervello la divina natura.
— Oh! perchè?
— Noi abbiamo la fotografia a colori e chiunque abbia un po' di genio artistico può introdurre l'arte nella natura stessa e fare che questa si ritragga da sè. Bel gusto! Della scultura, infine, è inutile parlare. Non ne facciamo uso come fate voi. Nelle nostre scuole s'insegna che non i monumenti ma le opere debbono consacrare l'immortalità, e i grandi morti s'imparano a conoscere nelle scuole, non per le vie e per le piazze.
Interruppe, gridò Polla:
— Voi dunque non avete monumenti?
— No. Nelle nostre piazze e nelle nostre strade non ci sono che case e alberi: perciò non sono amene come le vostre.
A questo punto l'altro si mise a ridere con apparenza insolente.
— Perchè ridete?
— Pensavo al dottor Panglos.
— A chi?
— Al dottor Panglos: un filosofo che trovava tutto bello, tutto a meraviglia....
— Io sono un giardiniere e non un filosofo — disse Edon — e non oso dir tanto. Dico solo che qui da voi si sta meglio che in Eldorado; perchè in Eldorado tanti beni sono cagione di grandissimi mali e qui, al contrario, molti mali sono cagione di grandissimi beni.
— Ma in nome di Dio! — esclamò l'amico non sapendo più quello che si dicesse. — Non siete fuggito di là anche per una sventura domestica?... Quale fu?
I vicini zittirono. La tela si alzava al terzo atto.
E, dolente, Edon mormorò:
— Ve la dirò dopo.... Ora lasciatemi godere.
V.
Sospirando come chi è tratto a ricordare la sua maggiore sventura, Edon cominciò:
— La compagna che io m'ero scelta nella vita, la donna che io amava, la donna che mi amava, era un angelo. Dal giorno del nostro connubio, quasi un anno vivemmo felici; d'una incredibile, divina felicità; quindi, a poco a poco, vivemmo meno bene, finchè la nostra esistenza divenne insopportabile.
Disse Polla, già dolente della sua richiesta inopportuna e dolorosa:
— Non andavate d'accordo...?
Edon gli volse lo sguardo di uno che tema d'essere canzonato.
— Andavamo troppo d'accordo!
E poichè l'amico, a sua volta, lo fissava con sospetto, aggiunse:
— Sì! Eravamo eravamo d'indole e carattere identici; ci amavamo tanto che l'amore aveva soffocato in noi ogni egoismo; aveva distrutta in noi ogni forza d'indipendenza: io viveva per lei, e lei per me; io non potevo vivere senza di lei nemmeno un secondo, e lei non poteva vivere senza di me: così giunse presto il giorno che non potemmo più vivere nessuno dei due.
Era troppo! Pareva a Polla di destarsi come a una rivelazione improvvisa; e rosso, prima, di rabbia; poi giallo di bile, con lo sguardo velato e la voce tremante gridò:
— Finalmente vi ho compreso! Voi scherzate.... Ma con me tutt'al più si discute: non si scherza!
— No, amico: non scherzo.
— Voi mi avete preso in gioco, sempre. Siete entrato perciò dalla mia finestra!
— No, in verità.
— Voi mentite! Siete un «emissario» della borghesia!
Allora, con severità tranquilla, disse Edon:
— Noi in Eldorado non conosciamo l'arte della menzogna. Non dovendo mentire per necessità, cioè per politica, per industria, per commercio, per patriottismo, per la storia, per la gloria, per l'arte e per l'amore (l'amore pur troppo è libero da noi), noi non diciamo bugie neanche per divertimento. Appunto per questo, perchè non seppi ingannare e fingere, la mia vita coniugale doveva essere tanto infelice!
«Pensate che quello che io volevo, la mia compagna voleva; quello che lei voleva, io volevo; e a poco a poco io non volli più nulla, aspettando che volesse lei; e ugualmente faceva lei con me. Imaginatevi un amore senza volontà; una funzione senza affanni, senza virtù, senza conforto. D'altra parte, noi ci leggevamo nell'anima in modo che ogni tentativo di ridestare la fiamma amorosa era inutile; e se io accusavo qualche malanno imaginario per farla soffrire, essa non mi credeva; e s'essa accennava a qualche suo particolare godimento, a qualche suo proprio capriccio per ingelosirmi, io vedeva in lei un inutile sforzo.
Che noia! Che tedio! Che accidia! Ma voi direte che io avrei potuto dividermi dalla mia compagna; cercarmene un'altra. Ahimè! Da noi le donne, perchè l'amore è libero, sono fedeli; e la mia, per quanto si annoiasse, non credeva di poter trovare un amico mio da preferirmi. Io poi vedendo che le nostre donne si rassomigliano tutte, come già vi dissi, non sperai di trovarne una che mi risparmiasse la noia e la sazietà, e con un supremo sforzo fuggii su le mie ali abbandonandomi ai venti di oltre mare.»
Sopraffatto dagli argomenti di un avversario, più d'una volta Polla aveva dato di piglio a una seggiola e aveva dimostrata con quella la filantropia della sua fede; ma ora stava cheto, a testa bassa. L'altro lo credette in meditazione su gl'inconvenienti dell'amore libero, e proseguì:
— In Europa, per quello che m'imagino, la vita matrimoniale dev'essere deliziosa. Essendo un vincolo il matrimonio, ai coniugi verrà spesso la voglia d'infrangerlo; cosicchè l'uno cercherà ogni via per sedurre e avvincere sempre più l'altro. Il sospetto del tradimento diventerà esca all'amore; mentre non sarà difficile distrarsi, ingannarsi a vicenda, senza che l'uno sappia o mostri sapere dell'altro. Voi, Polla, non prendete moglie?
— Io.... — mormorò Polla, sconfortato, desolato, quasi in tono di chi invoca pietà: — Io.... sono socialista. Predico il libero amore!
Allora Edon, pentito della sua richiesta inopportuna e dolorosa:
— Perdonatemi se vi ho afflitto; perdonatemi, amico, se dopo la vostra confessione, sono obbligato a confessarvi che d'ora innanzi mi vedrete fare l'onesto borghese. In Eldorado non mi ci vedono più! Ma voi non mi abbandonerete, è vero, Polla? Sebbene abbiamo opinioni contrarie, noi staremo allegri; discuteremo; ci godremo i frutti delle mie pietre; e quando io avrò preso moglie (con vincolo, s'intende, civile e religioso), noi vivremo felici tutti e tre.
Povero Polla! «I frutti delle _mie_ pietre» aveva detto Edon: non delle _nostre_!
VI.
In questo mondaccio europeo sono rare le amicizie che non sussistano o per concordia di opinioni, o più tosto per concordia di affari e di vantaggi. Supponendo che Edon e Polla, oramai troppo discordi in idee, smarrissero le pietre preziose, chi non giudicherebbe naturale la fine della loro consuetudine fraterna? Ma smarrire le pietre non potevano, perchè le custodivano dentro una piccola cassaforte che aprivano ogni sera, traendone a seconda del bisogno più o meno grossi zaffiri, o rubini, o smeraldi, o diamanti, o ciottolini d'oro da convertire in moneta.
Quando, un giorno, dopo aver comperato cavalli e carrozze. Polla di malavoglia brontolò:
— Bisognerà metter mano a qualche bel diamante — e con il consenso dell'amico avanzò verso il ripostiglio della cassaforte. Avanzò; retrocedette; si rivolse pallido come un moribondo; die' un grido....
La cassa non c'era più!
Nè l'altro aveva ancora mosso palpebra, che già Polla scendeva a precipizio le scale dell'albergo urlando:
— Al ladro! al ladro!
Ma anche il ladro non c'era più. Accorrevano il proprietario dell'albergo, e camerieri, cittadini e forestieri; interrogavano tutti in una volta Edon, il quale si stringeva, sorridendo, nelle spalle; interrogavano Polla che rispondeva con rotte parole:
— La nostra cassaforte!... Questa notte c'era.... Pigliatelo! Pigliatelo! Poveretto me!
Fin le guardie vennero.
Queste, non essendo presente il ladro, esortarono Polla d'accompagnarle in questura; a che egli accondiscese volentieri per timore che non arrestassero lui. E quando tornò, apparve disperato più di prima.
— Ci s'immischia la Pubblica sicurezza — lamentava. — Addio pietre! addio ladri!
A tanta disperazione, rispose Edon:
— Poco male, amico! Anzi un bene; ora per vivere dovremo lavorare! dovremo combattere! Coraggio!... Ora noi vivremo davvero!
In tal guisa fu dato l'ultimo strappo alla pazienza di Polla. Certo che la cassaforte non sarebbe stata ricuperata mai più, egli parlò con sfogo veemente, con sollievo come da un peso; parlò da fiero nemico e vendicatore solenne; da oratore popolare: parlò inoltre con eleganza, per superare Edon che ormai parlava meglio d'un accademico.
— Sciagurato! Stolto! Sappi che qui, in questo mondo civile che tu vedi così bello, qui dove si deruba un ottimista ingenuo come te e si rovina un socialista convinto come me, qui, ai nostri giorni, c'è chi patisce la fame mentre il borghese usurpa la mercede all'operaio; c'è il ragazzo che ammala nell'officina mentre il capitalista presta a usura; c'è la madre senza pane per i suoi figli mentre la dama s'adorna dei diamanti che ci hanno rubati! E c'è la vergine che si prostituisce; e c'è il vizioso che per bruciarsi le viscere con l'acquavite commette lenocini e infamie; e ci sono i forti che deprimono i deboli; e c'è la legge intessuta di cabale e la giustizia cieca e sorda alle ingiustizie e ai soprusi! Qui si vende l'onore! Qui gli onori si comprano! Qui lo sciagurato uccide! Qui l'infelice si uccide!
Dopo di che, non sapeva più che cosa dire.
Ma col suo dolce sorriso Edon ribattè dolcemente:
— Certo: la miseria, il vizio, il delitto, il suicidio sono grandissimi mali. Però non così grandi che non permettano qualche bene. Ditemi: vi pare una gran prova di amore e di fratellanza scambiare senza fatica quattro rose azzurre con un paio d'ali? Ma io imagino la consolazione di un affamato che riceva il pane dal fratello; io non so imaginare il piacere di chi offre il mantello a chi ha freddo. Credete che sia molto meritevole la virtù in chi non ne conosce il rigore e vi s'abitua da ragazzo come a mangiare? Oh il sublime cómpito di piegare il potente a pro del debole! di redimere la donna! di soccorrere il ragazzo! di evitare il delitto! di salvare il disperato! Oh il piacere del vizioso che torna alla virtù, del potente mitigato, della prostituta redenta, dell'omicida perdonato, del suicida....
— Domani...! — interruppe l'altro tendendogli contro il braccio minaccioso. — Domani ti condurrò in Parlamento! A Montecitorio! — urlava. — A Montecitorio! — quasi volesse condurlo all'inferno, o alla fonte di tutti i mali.
Ma Edon non tacque. Disse:
— Grazie. In Eldorado, ove il prato abbonda, le pecore pascono senza fretta, senza angustie, senza litigi; quasi senza far nulla. Sono proprio curioso di conoscere come si governa un popolo che si agita e opera. Domani, finalmente, vedrò e udrò i dibattiti da cui sfavilla l'ingegno, scaturisce la verità, prorompe la civiltà, s'eleva il progresso!
VII.
Quella seduta del 14 giugno, al Parlamento, fu degna di storica memoria e di lagrimevole ricordo. Fu degna di storia, non perchè si dovesse deliberare e si deliberasse una legge intorno all'incremento delle industrie e dei commerci, o alla cultura intellettuale o agricola. Non si doveva trattare che di certe riforme al regolamento; per cui, secondo una parte dell'assemblea, sarebbe possibile discutere senza pericolo di vita, e per cui, secondo l'altra parte, non sarebbe più possibile discutere senza pericolo della libertà. E se perciò tutti o quasi tutti i deputati furono presenti, e i cronisti del giorno dopo riferirono come le tribune erano affollate e come la tribuna delle signore, fresche, a tutte le età, negli abiti estivi e a varie tinte, dava l'imagine d'una smaltata aiuola; neanche per questo rimase una memorabile seduta.