Part 2
Questo piccolo uomo si chiamava Gabriele. Ma intorno al bel nome angelico era tutta una oscurità. Vagamente il ricordo della fanciullezza s'affacciava, ne' lunghi intermezzi di silenzio dell'anima che, di tanto in tanto, conquistava la inutile creatura, prima di metterla nella malinconica imprecisione del passato. Nel passato era un freddo di persone e di cose, un mistero, un muto dolore continuo. La scuola infantile senza sole, senza amicizie infantili, senza premii; nel verno, una stanza paurosa in un palazzo buio, un cattivo odore insistente, da per tutto e le scarpe fradice nelle quali i poveri piedini gelavano. Poi la miseria, la triste miseria senza risorse e una peregrinazione per case che lui non sapeva ed ove la madre scompariva, lasciandolo, aspettante, nel cortile. Ella si chiamava Cristina. Or, invecchiata rapidamente, pallida, debole, aveva soltanto conservato nella orribile caduta il fosco lampo di due occhi pieni d'anima e due labbra sottili e brevi che ancora sapevano maledire. Aveva fatta una gran passione ed era stata abbandonata col figliuolo. Rubata a due poveri vecchi, de' quali codesta infamia aveva affrettato la morte, ella avventava lo sguardo in tanto orrore di cose, meditando, col gomito sulla tavola zoppa, col mento nella mano, sulla fatalità di questa uccisione lenta e sicura, la quale sterminava tutta una famiglia. Un sol uomo aveva ferito, ed era scomparso. Mentre i colpiti scendevano un dopo l'altro nella tomba, ella, che pur ne faceva la strada, lo malediva, profondamente.
A Gabriele serpeva nelle vene il sangue malato e fremente della madre. Nelle collere prorompenti contro le nervose volontà di quella donna egli si mordeva le braccia e urlava, gli occhi pieni di lacrime, le gote accese da tutto quel po' di sangue che gli restava. E Cristina, cupa, lo contemplava, dal letto ove il suo male l'aveva inchiodata, il male orribile della famiglia, implacabile.
Il rettore lo avea preso per fargli custodire la chiesa; e da scaccino Gabriele era diventato custode, a poco a poco, perchè il prete era avaro e le entrate impoverite non bastavano a mantenere due persone per due ufficii diversi. Gabriele non si rifiutò. Soltanto chiese un po' di denaro avanti, pei bisogni della famiglia. Il rettore rispose che non poteva.
Il sagrifizio del poveretto cominciò in una piovosa mattina di gennaio. Da prima la chiesa, piena di calma e di silenzio, gli mise una strana pace nell'anima. Da un capo all'altro la visitò curiosamente, perdendosi in laberinti di corridoi scuri e freddi ove non era mai penetrato il lume del sole. All'imbrunire, quand'essa rimaneva deserta dei pochi devoti che ogni giorno venivano a pigliarvi un'infreddatura, egli passava in sagrestia e vi metteva in assetto le vesti sacre, strofinando lo straccetto sulle scansie macchiate d'umido e di polvere, e spazzolava i berretti, e passava in rivista le rotonde scatoline delle ostie, tentato da alcuni superstiti pezzettini di esse. Di tanto in tanto riposava, addossato allo stipo, le labbra chiuse, la faccia anemica tutta compresa di quell'aria scema che hanno i bevitori d'assenzio, in meditazione di nulla. Poi si metteva a sedere, stanco, nella vecchia seggiola del rettore, dal cuoio nero tutto consumato che di sotto agli strappi mostrava la imbottitura di stoppa. E vi rimaneva assorto, mentre dalla vicina stradicciuola, sulla quale davano i finestroni, il cadenzato tintinnio del ferro, che un magnano batteva sull'incudine, lo cullava con un tremolio di vibrazioni morenti. Non uno strepito, a volte, non un soffio turbavano l'indefinibile silenzio del luogo. Egli si raggomitolava nella seggiola a bracciuoli, figgeva lo sguardo sulla porticella schiusa che metteva in chiesa e che, per la fessura, dava passaggio a un po' di luce. Una bianca striscia s'allungava sul pavimento della sagrestia, già perduto nell'ombra, mentre annerivano nella notte, sulle pallide pareti, i grandi armadii in giro. L'ultima luce penetrava dal finestrone di faccia a lui e debolmente arrivava fino a quella opposta alle vetrate. Una corda, che pendeva dal soffitto, si dondolava, lievemente.
Tre mesi gli parvero tre secoli. Soffriva ora orribilmente: l'umido lo avea tutto fradicio dentro; gli passava le ossa, gli dava brividi e febbre. Cadde, una volta, a piangere sull'inginocchiatoio, la testa arsa, invocando Cristo a gran voce.
III.
L'ultimo giorno di marzo Cristina morì, guardandolo ostinatamente, ancor dopo morta, co' grandi occhi sbarrati, la bocca schiusa, come se volesse chiamarlo. Egli la baciò sulla gelida faccia e svenne sul letto. Rientrato in se stesso trovò i vicini che chiacchieravano e aprivano le finestre e bruciavano zucchero. Cristina l'avevano acconciata alla meglio sul lettuccio, cacciandole sotto il capo due origlieri, spianandole le ginocchia, incrociandole sul seno le mani. La morte rendeva ubbidiente quel corpo.
— Sentite, figlio mio, — disse a Gabriele una vicina, — meglio è che andiate a pigliare un po' d'aria fuori di casa. Qui state male. Dio se l'ha voluta chiamare.
Lo spinse dolcemente fino alla porta. Lui si lasciò fare, le braccia penzoloni. Si trovò nella via senza saper come, si trovò incamminato alla chiesa, inconsciamente.
Piovigginava fitto e nel tempo uggioso la gente tirava innanzi silenziosa, scantonando. Schioccava, di tanto in tanto, una frusta e un cocchiere sferzava, bestemmiando, la sua rozza, sferzato lui stesso in faccia dalla pioggia. Sulla porta della chiesa un mendicante stendeva la mano a' passanti.
Gabriele aveva in saccoccia la chiave della porta piccola. Fece il giro della chiesa, entrandovi da un vicoletto. Essa era sepolta in una quasi oscurità che la immergeva in un ignoto misterioso e profondo; il grande altare si fondeva vagamente con l'ombra, e in quella sparivano i suoi larghi gradini. Ancora si diffondeva nell'aria un profumo leggerissimo d'incenso.
Lo scaccino entrò nella sagrestia. Lo assaliva il desiderio di trovarsi solo in questa santa pace, di sfogarsi liberamente tra questi bianchi muri pietosi. S'inginocchiò. Tornavano, co' ricordi imprecisi della fanciullezza, le prime preghiere e gli morivano sulla bocca, rotte dall'impetuoso delirio dell'anima e dal dolore del corpo. Era, tra rantoli soffocati, una frenesia di pianto e di parole sconnesse e supplichevoli.
Di colpo egli si levò, volse intorno gli occhi sbarrati. Lo avvolgeva l'oscurità, un buio così fitto ch'egli non ebbe il coraggio di moversi, temendo di precipitare in abissi che le tenebre gli nascondevano. Soffocava; s'era levato per cercare acqua e non ricordava più ove fosse la vaschetta di marmo.
Stese le mani brancicando....
Poi riescì a gridare:
— Aiuto! Aiuto!...
La stessa sua voce aumentò il suo terrore. Barcollando, mentre il sangue gli saliva a fiotti alla bocca, trovò la porta della sagrestia, uscì nella chiesa, afferrò la fune della campanella.
Nel silenzio vibrarono due o tre rintocchi. Egli aveva battuto con la faccia a terra. Aveva annaspato qua e là con le dita raggranchite, poi non s'era mosso più. La campanella vibrava ancora. Finalmente pur quel debole suono si spense....
Scirocco
La mattinata umida e malinconosa, senza raggio di sole, moriva tristemente nelle ultime luci fredde e annebbiate dell'imbrunire. A' romori che nel giorno l'aria spessa e pesante aveva ammortiti, alla vita della mattina piena di movimento, di voci, di strepiti, che il tempo uggioso avea resi come sordi e sfiniti, succedeva adesso, dopo un paio d'ore d'ozio snervante, l'impaziente rivoluzione della sera, che pareva volesse reagire a quel torpore durato così a lungo tra l'aspettare invano i soliti piccoli avvenimenti e il raggomitolarsi con lo spirito e il corpo in un malessere d'insofferenza che la giornata metteva ne' muscoli e nel sangue.
Alle quattro era venuta giù un po' d'acquerugiola fina e diaccia, che filtrava i brividi nell'ossa, e a guardarla si sarebbe detto che fosse bigia come il cielo e piagnucolosa come un'ostinazione di bimbo malaticcio. Laggiù, in piazza San Ferdinando, i cocchieri del posto bestemmiavano sottovoce, la testa insaccata fra le spalle, il tappetino della vettura sulle ginocchia strette.
— Che divertimento, eh? — La gente s'era scordata d'andare in carrozza. Ognuno casa sua la teneva a quattro passi, e poi col sole che c'era veniva la voglia di farsela una passeggiata co' piedi nelle pozzanghere! — E così la giornata se ne scivolava!... — Ohè?... Vengo? Vengo?...
Ora tutte le fruste schioccavano; qualche signore dal marciapiedi di faccia voltava gli occhi a destra e a manca, aspettando che spuntasse una carrozzella di passaggio per risparmiare un paio di soldi, che, tanto si sa, quelle del posto non si muovono se non le trattate a dovere e vogliono la corsa intera per quattro passi come le hanno avvezzate i signori ricchi che portano il collo stretto nel solino, lo staio sulle orecchie e vanno a Chiaia senza sporcare i cuscini, con le palme delle mani sulle cosce. Ma intanto con quel tempo e con quella scarsezza il posto s'arrendeva, lasciandosi fare. — Otto soldi al Museo! — diceva il signore. — Datemi mezza lira. — E l'altro, duro: — Otto soldi! — Il cocchiere ci pensava un pezzo prima di decidersi a pigliarlo per quella miseria, ma intanto come il signore s'impazientiva e faceva per voltargli le spalle, e allora con una santa pazienza lo chiamava:
— Sentite.... andiamo.... salite
Dal posto i compagni stavano a guardare, seguendo con gli occhi il battibecco, indovinandone le offerte e le transazioni. Lui pel sacrificio che aveva fatto si sfogava con la povera bestia, la quale scotendosi tutta con un balzo alla prima frustata incollerita che le toglieva il pelo, rabbrividiva di sorpresa e di dolore. E mentre nel pigliar l'aire dava una strappannata al panciere, lui ritto in serpa, mangiandosi la lingua, scoteva la mano all'aria due volte, e spiegava le dita a mostrare ai compagni quanti soldi pigliasse.
Le ombre scendevano rapidamente: dalle basi rotonde de' fanali, di cui la fiamma a gasse si dondolava leggermente fra i vetri appannati, la striscia nera della colonnina si proiettava ad angolo su i marciapiedi umidi, e in cima la lanterna ingrandiva smisuratamente, spandendosi. C'era poi, sopra l'insegna di un magazzino, il grande orologio di Riccio, che luceva da tutte e due le facce, pallido come la luna, e faceva venir la malinconia, malgrado vi fossero sopra due grandi ali dorate come quelle degli angioli a lato dell'altar maggiore.
Allungandosi lo sguardo arrivava sino al principio della scesa del Gigante; laggiù il verde cupo degli alberi si fondeva col cielo tutto d'un pezzo, nero come il carbone.
Ma nello spiazzato innanzi alla gran massa del palazzo reale, tutti i lumi s'eran data la posta come ogni sera, e assieme ai fanali grandi a cinque rami, di sotto alle colonne del peristilio, le lampade a bomba rischiaravano la piazza deserta e silenziosa, ove pareva che andasse a morire nell'immensità del vuoto tutto il romorio di Toledo.
In questa brutta serata di marzo, come sonarono le sette all'orologio di piazza Dante, tanto debolmente che appena lui potette seguirne i rintocchi, Manlio si decise ad uscire. Dopo aver leggiucchiate le prime pagine di un romanzo nuovo, di cui si era annoiato a morte, fra le cinque e le sei di sera s'era buttato sul letto, volendo gustare, per la prima volta dopo un mese, la voluttà del sonno a quell'ora. Così tra l'appisolarsi e il rimaner cogli occhi aperti per un pezzetto a guardar nel soffitto le ragnatele lasciate in pace, stette un'ora buona, in forse se dovesse uscire o rimanersene a casa, ora che il tempo minacciava.
Manlio: un bel nome, di cui doveva la romanità severa alla madre buona e intelligente che s'era ridotta in provincia a seguire il marito e c'era rimasta perchè lui contava di raggranellare il suo po' di sostanza, vendendo dei fondi che da assai tempo lacerava a furia di liti l'ostinato accanimento di tre eredi, fra i quali egli era primo. Con le buone parole, co' sacrificii e la pazienza lui si era fitto in capo di spuntar la faccenda, e le cose andavano bene. La signora Maria scriveva al figliuolo, ogni settimana, lettere piene di cuore e di rimpianti, promettendo, a rassicurarlo, che sarebbe tornata subito, arrischiando timidamente, con una dolcezza di parole che nascondevano la severità, dei piccoli ammonimenti nei quali tremava, inconsapevole, il suo grande amore di madre lontana. Manlio, leggendole, si commoveva. Ora la solitudine, che fra tutte le sue vaghe aspirazioni di fanciullo nervoso, era stato sempre il desiderio più intenso, lo spaventava, rimettendogli innanzi agli occhi il ricordo di certe sere calme d'inverno, quando la pioggia batteva a' vetri ed essi chiacchieravano sottovoce nel tepore della stanza, mentre il padre leggeva la gazzetta e fumava. Nei brevi momenti di silenzio, quando la signora Maria s'era lasciata scappare una maglia della calza che lavorava, s'udiva dal lettuccio il respiro uguale della bimba che dormiva con una manina sul petto. Che sere! Lui raccontava i suoi progetti, si animava facendo mille castelli in aria, lasciandosi trasportare, gesticolando sottovoce e la brava donna sorrideva, contemplandolo tutta pensosa, e le maglie della calza scappavano. Ma eran sogni d'oro quelli che lo cullavano allora; dormiva sino a giorno tutto d'un fiato sotto la coltre spessa che, a volte, quando non aveva ancor chiusi gli occhi, si sentiva rimboccare sotto al mento dalle mani leggere della madre....
Questo pensava Manlio in quella sera di marzo, smaniando sul letto, che scricchiolava, voltandosi da tutte le parti come se fosse sulle spine. All'ultimo, mentre l'oscurità empiva la stanzuccia e lui non vedeva altro se non, di faccia, il vano della porta anche più nero dell'ombra, una strana inquietudine lo prese. Quasi gli venne paura che da un momento all'altro, così, solo com'era, in quel silenzio, in quella oscurità avesse a mancargli la vita. Quando si levò, cercando tentoni i fiammiferi, le mani gli tremavano e durava fatica a tirar su il fiato.
— Impossibile, — mormorò, com'ebbe acceso il lume e gli tornò l'animo, — impossibile!... Questa è vita che non può durare....
Si vestì e scese. Mettendo il piede nella strada si ricordò di non aver preso il paracqua. Stette un momento in forse se dovesse risalire o tirar via facendone a meno, tanto era un'acquerugiola minuta che non faceva male, e poi rifar daccapo settanta gradini era una cosa che lo seccava abbastanza. Si mise in cammino, scendendo per Toledo, con le mani in tasca e la testa china, tutto pensoso. Che si sentisse dentro lui stesso non lo sapeva: era un malessere, un'oppressione, un'insofferenza, che lo rendevano odioso a se stesso; fra tutto lo impensieriva ora come un intuito delle disillusioni che gli toccherebbe di sopportare; indovinava le aspettative insoddisfatte, a cui da un momento all'altro si troverebbe di contro nella sua piccola vita serale, della quale si faceva il conto che il tempo cattivo dovesse stornare le abitudini. Difatti, entrando nel caffè ove gli amici erano soliti a raccogliersi accanto alla gran tavola di marmo, trovò ch'essa era deserta, e andò a sedervi aspettandoli. Chiese il caffè e gli parve addirittura acqua calda; lo sorbì tutto d'un sorso dopo averlo fatto raffreddare, non volendo avere la pazienza di centellinarlo col gusto che ci pigliava ogni sera. Nel caffè c'era una piccola orchestra che di colpo si mise a suonare un walzer fritto e rifritto, un'antipatia di musica frettolosa e saltellante, che mise una gaiezza stupida fra i consumatori. Lui, di faccia a un borghese che batteva il tempo col cucchiaino nel vassoietto, si sentiva un formicolio nelle mani; gli avrebbe voluto buttar la chicchera in faccia.
Cominciava a dolergli la testa; gli occhi, in quella nebbia che il fumo dei sigari spandeva nel locale chiassoso, gli s'intorbidivano e gli diventavan piccoli. A un momento, mentre uno spilungone di maestro di musica batteva sconciamente sui tasti del pianoforte, egli sentì il colpo secco e la vibrazione, per un secondo, d'una corda che si spezzava facendo «zin!», cosa che gli raggricciò la pelle. S'alzò, e guardò all'orologio sul banco del padrone; erano le nove, gli amici non sarebbero più venuti.
E, lentamente, con le labbra strette, infilò la porta che metteva sulla piazzetta innanzi al Municipio. Pioveva sempre allo stesso modo. Lui si mise a camminar dritto avanti a sè, non sapendo che via pigliare per tornare a casa più presto, ora a piccoli passi, ora affrettandoli per trovarsi subito fra le sue quattro mura. E camminando si rodeva dentro con gli amici che non erano venuti, con la umana leggerezza che dimentica tutto, con se stesso che era tanto ingenuo da contare su tutti. Avrebbe voluto che i compagni avessero indovinata la sua solitudine in quella sera, avrebbe voluto che fra essi uno solo almeno avesse pensato a farsi trovare per tenergli compagnia — che diamine!...
I suoi nervi in quel momento avevano acquistata una tensione straordinaria. Gli scoppii romorosi delle fruste, quando gli passavano accosto le vetture, lo irritavano; bestemmiava sotto voce, sbuffando, come inciampava nell'oscurità col piede in una rotaia di tranvai che lo sbalzava da un lato, sorprendendolo dolorosamente. La luce dei magazzini gli abbagliava gli occhi; a volte sentiva fra le spalle come delle punture di aghi, che gli davano per un momento l'irritazione d'una bestia inquieta.
Ora si trovava di faccia al teatro San Carlo. Entrò lentamente sotto il porticato. Si fermò a leggere un cartellone mezzo lacerato che pendeva a uno de' muri. S'accorse che sotto a quel muro una persona, che lui conosceva molto da vicino, stava tranquillamente accendendo un sigaro. Si adocchiarono nello stesso momento; Manlio s'accostò, con la mano stesa.
— Buonasera, signor Roberto.
— Buonasera, Manlio; come va?
— Eh! — disse lui, facendo spallucce. — Son seccato....
L'altro, passando il sigaro nell'angolo delle labbra, fece per incamminarsi. Manlio gli tenne dietro, stringendoglisi accosto. Gli pareva, che quegli non gli avesse detto addio per stare un po' assieme, e intanto già s'annoiava della compagnia.
Costui era un uomo sui quaranta, scriveva per i giornali, era tenuto in molta stima nel suo paese e godeva d'una certa fama di serietà e di onestà. Quella sera aveva l'aria d'uno a cui è capitato un guaio e, piccolo piccolo com'era, col gran cappello su gli occhi, il bavero del soprabito alzato, faceva quasi compassione.
Dopo un momento di silenzio, camminando sempre, disse:
— Dove andate?
— A casa.
— Che brutto tempo!... — fece l'altro, senza guardarlo in faccia.
— Tempo canaglia.... — rispose Manlio, coi denti stretti.
Vi fu un altro momento di silenzio, poi, lentamente, quello del sigaro mormorò, con un risolino forzato:
— Come mi vedete ho perduto poco fa duecento franchi.
— Ah? — disse Manlio, senza commuoversi, come se non avesse capito bene.
Poi non vi fu più una parola. Il signor Roberto camminava tutto astratto, a capo basso, studiandosi di mettere il piede sempre nel mezzo delle lastre del selciato, provando una piccola contrarietà quando per inavvertenza gli capitasse tra le commessure. Manlio non vedeva l'ora di toglierselo d'accanto. Ora una collera sorda lo disponeva contro quest'uomo che perdeva duecento lire come se niente fosse e se ne andava passeggiando in una serata come quella. E l'altro, mentre badava stupidamente a regolare il piede in modo che si trovasse sempre nel mezzo del lastrone, pregava tutti i santi perchè mandassero via questo giovinotto pittimoso, del quale la muta e pesante compagnia gli cadeva addosso come un incubo. Così per venti minuti di cammino, tornando a poco a poco ciascuno alle sue idee nere, quasi non accorgendosi più della loro vicinanza, non aprirono bocca. A un punto, sul marciapiedi, poco lontano dalla casa di Manlio, una donna, una signora bellissima, sola, stretta in un lungo scialle nero, alta, pallida, fiera, passò loro accosto. Fu come una visione.
— Che bella donna! — mormorò Manlio, come parlando a se stesso.
— Bellissima.... — sospirò l'altro, senza alzar gli occhi.
Di colpo si guardarono, si tesero le mani contemporaneamente, stringendosele. Si erano fermati per un secondo.
— Addio, — disse il signor Roberto.
— Addio, — rispose Manlio.
Lentamente entrò nel palazzo ove abitava e si mise a salir le scale. Quando fu in casa, senza togliersi il soprabito umido, buttò sulla tavola il cappello a cencio, provando uno strano batticuore, un'emozione nuova e misteriosa. Tentò di mettersi a scrivere, pensando che questo dovesse distrarlo, compilando in mente, rannicchiato sulla seggiola innanzi al tavolino, una lettera alla mamma, piena di tenerezze e di sfoghi.
Ma quando cercò invano i fiammiferi si ricordò d'averli dimenticati al caffè. E innanzi a questa piccola contrarietà ebbe un momento di immensa disperazione. Si gettò bocconi sul lettuccio, mordendo nella furia il cuscino, torcendo le lenzuola nel pugno, singhiozzando.
Pioveva sempre, ma la pioggia non batteva ai vetri con lo stesso ritmo dolce delle lunghe serate in famiglia, nè alcun lume nella stanzuccia poteva mostrargli la faccia pallida e sorridente della madre e in fondo, nella penombra, il lettuccio della piccola sorella dormente....
Così, in quella triste serata umida e tetra, in quello scompiglio nervoso che infuriava sul suo morale tormentandogli il fisico a scosse dolorose, egli solo, solo nella sua amarezza incosciente, in quella oscurità fitta della cameretta si mise a urlare come un pazzo.
Gli ubriachi
Quanto se n'avessero cacciato in corpo, dalle dieci di sera ch'erano arrivati sino alla mezzanotte vicina, lo sapeva soltanto il garzone del vinaio che all'ultimo, appena adocchiò don Michele che metteva la mano in saccoccia, s'accostò alla tavola come a volerci passare sopra lo strofinaccio.
— Quanto si paga? — disse don Michele, cominciando a contare i soldi.
Il garzone strofinando lo straccio sulle chiazze di vino si faceva il conto a memoria. E dopo un momento, senza levar gli occhi, rispose:
— Tanto; quarantotto soldi e la vostra buona grazia.
Vi fu un silenzio. L'altro rimaneva stupefatto. Aveva messo sulla tavola il mucchietto dei soldi e contemplava il garzone con gli occhi lagrimosi.
— Quarantotto soldi.... — mormorò, — quarantotto soldi!... Cioè.... fanno due lire....
— E otto soldi, — disse il garzone, — ci ho messo anche i sedani che avete mangiato.
— È troppo giusto, — sospirò don Michele.
Si mise a contar daccapo. Ora si frugava per trovar due soldi che mancavano. Rovistava nelle saccocce del panciotto, rovesciandone infuori la fodera, col petto stretto al taglio della tavola. Miche di pane secco, pezzettini di tabacco, delle medagline di rame, un mozziconcello di matita gli cadevano innanzi senza che i soldi ne venissero fuori. Lui, cercando ancora, s'impazientiva, con le mani tremanti che non avevano forza nelle dita.
— Dove li ho messi? — borbottava fra sè e sè, guardando, con le labbra strette, ne' travicelli del soffitto come a volerli interrogare.
Dal banco, accarezzandosi il mento con la mano rossa ed enfiata, il vinaio ci pigliava gusto, ammiccando al garzone che ronzava con lo straccio fra mani e tirava, per ridere, a far scomparire di su la tavola il mucchietto de' soldi.
— Guardate, — diceva don Michele, volgendosi attorno, — questa è nuova. Uno da un momento all'altro non si trova più il denaro addosso!...
Così dovette ridursi a svegliare il compagno che dormiva come se niente fosse, con le mani aperte sulle cosce e il naso fra lo sparato del soprabito.
— Eh? — fece quello, provando ad acconciarsi sulla panchetta. — Che è successo? Sognavo ch'era successo il tremuoto...