Part 1
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AVANCINIO AVANCINI
NOVELLE LOMBARDE
Il ratto di Sabina.--La passione di G. C. Storia di Matteo Vento. Una vittima.--Novella invernale.--Giustizia per tutti. Maometto.--L'orologio di papà Gedeone. Don Bonomo è senza cena.--Papà Gedeone ha ceduto. Le redini di Brunello--Le nozze.
MILANO
CASA EDITRICE DELLA CRONACA ROSSA
1889
DEL MEDESIMO AUTORE
_Rime_. Bortolotti, Milano, 1888.--Edizione esaurita.
IN PREPARAZIONE:
_La frottola_. Studio critico. _La vita_. Romanzo. _Domiziano_. Dramma storico in versi.
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Milano--Stabilimento Tipografico Enrico Trevisini._
PREFAZIONE
Non deve parer soverchia presunzione in me il titolo che pongo al mio libro.
Ho vissuto lungamente, da fanciullo, su le Alpi e, più tardi, nella campagna milanese. Il continuo contatto e la paziente benchè spesso incosciente osservazione mi agevolarono il mezzo per istudiare a fondo le costumanze di questi luoghi, onde le mie novelle sono ispirate alla verità più che tessute dalla fantasia. Certamente chi ad esse voglia chiedere emozioni violente si troverà ingannato. Benchè lo Zola in Francia ed un poco il Verga in Italia abbiano dipinto la classe dei contadini a foschi e tetri colori, io invece, umilissimo, non ho saputo ritrovarvi che le passioni più semplici e naturali, non ispoglie talora di una graziosa attrattativa e destinate ad accaparrarsi, anzichè ad alienarsi, la simpatia delle persone le quali passano per côlte ed intelligenti. Non presumo, con questo, lanciare una vana frecciata alla scuola dell'uno o dell'altro dei celebri autori ch'io prima nominai. No, no. Mi basta conchiudere che, fortunatamente, i nostri contadini lombardi non sono ancora corrotti come i francesi, o i siciliani, o i napoletani, secondo le notizie che ne danno quegli scrittori; e, finchè no'l sono, giudico ridicolaggine immaginarli diversi.
Se l'interesse di un'opera d'arte è in relazione col grado di verosimiglianza che l'artista ha saputo donarle, non debbono mancar d'interesse le mie modeste novelle, specchio fedele della realtà. Ed io anzi mi sono meravigliato spesso che altri, prima e più valente di me, non pensasse a descrivere i miei paesi ove pur durano tante consuetudini ignorate alla maggior parte degli italiani, le quali hanno un profumo di verginità caro all'anima, ispiratore di sentimenti affettuosi.
Due avvertimenti mi restano a fare. Uno riguarda in particolar modo la novella che intitolo: _Una vittima._ Quando essa comparve la prima volta, stampata sopra un giornale, furono persone che mi rimproverarono per avervi trattato un argomento così delicato ed intimo. Quelle persone dimostrarono di non aver inteso niente; cosa facile d'altronde, alla nostra epoca, per chi legge! Non pensai io di pubblicare una solleticante pornografia, ma bensì di commuovere le oneste anime al racconto di quella tragedia campagnuola in cui, fatte le debite restrizioni, fu vittima una donna infelice da me conosciuta. La novella è quasi storica: più storica che, per esempio, la morte di Lucrezia di cui si fa pure esatta spiegazione, secondo i nuovi regolamenti, ai fanciulli delle classi elementari. A chi abbia, in mezzo a tanto sfacelo degli affetti domestici, conservato sentimenti umani, troppo sacra dev'essere questa sublime prova della maternità, perchè egli possa farne cinico stromento alla sua fama letteraria.
La seconda delle osservazioni concerne il mio stile. Ne ho adottato uno (se pur si voglia riconoscermelo!) semplice come il tessuto delle stesse novelle, corrispondente dunque alla indole loro. Nel dialogo riprodussi, talvolta, alcune forme espressive e caratteristiche dei nostri dialetti settentrionali o, meglio, lombardi, specialmente in ciò che riguarda la costruzione del periodo: ma fu solo per dare colorito efficace alla narrazione e non, proprio, per ismania di novità. Le novità, in questo, come in ogni altro genere, di buon grado io le abbandono a coloro che sperano di rendersi notevoli con una originalità conseguita ad ogni prezzo; gloria facile a chi abbia talento, ma breve assai più che la sua vita.
AVANCINIO AVANCINI.
I.
Il ratto di Sabina.
Ai Frani si conosceva già da tutti che Giovan Bello era venuto da Zeno dei Martinetti a domandargli la figlia in isposa. Però non avevano visto niente, perchè Giovan Bello capitò di sera: in montagna gli affari si combinano sempre dopo calato il sole, per risparmio di tempo. Fu Zeno stesso che, alla mattina, entrato da Bortolo, raccontò come era andata la faccenda. Giovan Bello, buon giovane per il resto, si trovava tuttavia in condizioni cattivissime; era stato carbonaio cinque anni e poi, in causa d'una disgrazia (non si sa come: gli rubarono i suoi risparmi!) indispettendosi e abbandonando il mestiere, aveva cominciato a scender fino a Bergamo, lungo le valli, in qualità di spaccalegna. Se i tempi fossero stati migliori, avrebbe potuto guadagnar molto: ma per intanto bisognava contentarsi di affrontar sacrifici immensi con pochissimo frutto, oltre di che nell'inverno gli toccava rimanere a braccia conserte, mangiandosi fin l'ultimo quattrino su l'osteria, o al più lavorando qualche piccolo oggetto in legno, industria che esige un certo talento non comune a chiunque. In conclusione: il partito per Sabina era tutt'altro che splendido, almen per allora; forse col tempo si combinerebbe qualcosa, quando i negozî di Giovan Bello andassero meglio; ma non conveniva però che Sabina si legasse a lui, nel rischio di restar zitella per tutta la vita. È una realtà; la gente di campagna ama poco il celibato: per far camminare la baracca, è necessario alle famiglie sbarazzarsi de' figliuoli ed i figliuoli bisogna che si facciano presto un'altra famiglia: una ruota così, colpa d'essere poveri.
* * *
Ma con istupore di molti Sabina in Lizzola non apparve punto commossa e turbata; col bene che voleva a Giovan Bello e che era a cognizione di tutti, ella avrebbe dovuto mostrarsi meno indifferente alla sua sventura, quantunque già apparecchiata ad essa: non ci si capiva niente e si conveniva, in genere, che la fanciulla non era tale da crucciarsene ed ammalarsene, che le donne sono fatte a questo modo e che bisogna prenderle a questo modo. A merenda Sabina uscì del cortile con le sue capre e, attraversato il paese, venne ai prati come se nulla fosse; aveva però un fazzoletto nuovo, colore azzurro scuro, in testa; e, quando Marchetto Bolco la fermò per discorrere, gli disse qualche parola in furia poi se la svignò ghignando e battendo col bastone il dorso alle sue bestie. Arrivata al pendìo, si sdraiò tranquillamente su l'erba e, presa una calza, lavorò a fronte bassa, gettando nella vallata le note limpide di una graziosa canzonetta. Il sole di settembre, senza calore, piuttosto rosso, moriva alla sua sinistra dietro i picchi: dirimpetto le montagne erano già completamente nell'ombra e il Serio, illuminato proprio per il lungo da quei pallidi raggi, scintillava come argento percotendo i macigni delle rive.
Apparve Giovan Bello col suo cagnaccio peloso e gli stivaloni da viaggio; era in maniche di camicia e, per buona precauzione, portava la scure in ispalla.
--Sicchè dunque?--domandò a Sabina inoltrandosi.
--Sicchè dunque?--disse anch'ella per unica risposta, accompagnando la parola con un moto assai espressivo del capo.
--Cosa faremo noi?--proseguì Giovan Bello.
--Ciò che vi piace. Non tocca a me decidere. Guardate a quello che fanno gli altri, diamine!
---Sei risoluta?
--Vorrei vedere io!
--Non hai paura?
--Che paura d'Egitto quando non si opera male! Sapete bene che non c'è d'aver paura. Scommetto che il vecchio ha subodorato ogni cosa e s'imagina ciò che stiamo per tentare. Ma vi accerto io che non si intrometterà! gli convien troppo tacere e fingere di non accorgersi. Anche mio zio Zancastro ha agito così con mia cugina Petronilla; è un male di famiglia l'avarizia: per non dar fuori la dote, inventano mille scuse e se la prendono con chi non ha colpa. Ma io me ne infischio di ciò; sfido anche il diavolo: anderò via, porterò via tutto quello che potrò: ne sono in diritto. Nel mio caso farebbero così anche le altre, se non peggio, e poi....
Da questo momento si avvicinarono e parlarono sotto voce. Il sole tramontava ed essi erano ancora nella medesima posizione; a Lizzola suonò l'avemaria: si divisero e Giovan Bello, portandosi alla Roncaglia, camminò verso Bondione mentre Sabina ritornava a casa.
* * *
La sera Zeno, ch'era solito andare da Bortolo, stette in casa anch'egli. Si ritirarono nella stalla e chiacchierarono tutti insieme dopo aver recitato il rosario. Erano molto seri; pareva che ci fosse burrasca per aria: se ne aspettava da un momento all'altro lo scoppio. Ma invece Zeno fu buonissimo: carezzò alquanto sua figlia e la guardò con insistenza, ostentando un poco di emozione. Le donne filavano silenziose e, in certi momenti, non si udiva che il soffio delle capre o il rumor secco dei fusi. Per giunta il cielo di fuori si rannuvolò e caddero alcune goccie di pioggia.
A mezzanotte circa si decisero finalmente a coricarsi. Zeno per il primo salì di sopra, salutando Sabina come non faceva mai: quindi lo seguirono anche le donne, con un grande fracasso di zoccoli, dopo aver disposto le rocche fra un travicello e l'altro del soffitto. Stavano così bene là entro, che si sarebbero fermate sino all'alba: ma poichè il capoccia non voleva, bisognò obbedirlo. Sabina restò l'ultima, dovendo come al solito chiudere gli usci e preparare il mastello per mungere: nel compiere questa operazione pianse, chi sa per quali pensieri, e poi levatasi gli zoccoli passò in mezzo al cortile. Era buio pesto; soffiava un vento freddissimo: dalla finestrola al primo piano scendeva il raggio d'un lumicino e le donne, camminando sul pavimento di assi, lo facevano scricchiolare.
Sabina entrò nel pollaio e vi prese due grossi involti depostivi dopo cena: ripassò per il cortile mentre nella casa vicina sbattevansi alcuni usci e rimbombavano alcune voci, poscia si rinchiuse nella stalla. Suonò mezzanotte a Bondione: il vento portava in su quei rintocchi ad uno ad uno, quali vibràti, quali appena sensibili, come se venissero da campanili a diverse distanze.
* * *
Ben tosto giunse Giovan Bello con Marchetto Bolco ed il somaro di lui. Il somaro aveva i piedi coperti di paglia perchè non facesse rumore contro il selciato; sul dorso portava un sacco e, poichè gli ebbero attaccato gli involti di Sabina, ella vi salì adagiandosi come sur una seggiola. Tutti e tre s'incamminarono senza parlare; Marchetto levò di tasca una piccola lanterna cieca e l'accese, quindi svoltarono a manca, dirigendosi verso Valle di Flesio: l'asino era guidato da Giovan Bello che gli aveva afferrato il morso e se lo conduceva di fianco.
Fuori del paese la fanciulla, strettasi bene in un panno, diede nuovamente in escandescenze contro suo padre. Il vecchio doveva essere senza cuore per cimentarla ad un simile passo; certamente lo aizzavano le cognate: i tempi, sì, erano cattivi, ma però tutti dicevano a Lizzola ch'egli nascondeva la borsa di sotto al pagliericcio e, d'altronde, con una figlia che vuol prendere marito bisogna sacrificar qualche cosa. Si è per questo al mondo; ella al posto di lui sarebbe stata diversa: e se un giorno le nascessero figlioli...
Intanto la pioggia cadeva a catinelle: il somaro sdrucciolava lungo i sentieruzzi umidi ed i due uomini si avvilupparono entro il mantello. Viaggiavano da più ore così e Sabina si faceva a poco a poco malinconica. Era stabilito che ella si ricovrerebbe in una vecchia capanna di carbonaio da Giovan Bello preparata appositamente, entro i boschi di Passevra; ed appena il curato di Passevra avesse terminato le pubblicazioni (cioè tra nove giorni, perchè batteva la Madonna di Settembre in quella settimana), si sposerebbero con l'aiuto di Dio. Giovan Bello aveva a Passevra una camera ed un letto matrimoniale: con un poco di pazienza, lavorando entrambi, si arriverebbe a riempire i vuoti della cassa e, se ella era povera, tanto meglio: non potrebbe mai rinfacciargli nulla. Pervennero alla capanna: era molto umida e vi si respirava un acre odore di abbruciaticcio o di cenere spenta; distesero il sacco per terra, sopra un mucchio di foglie acquistate in antecedenza: accesero il fuoco per asciugarsi, legarono l'asinello ad un palo della soglia e, datogli un pugno d'avena, fecero l'inventario della roba portata. C'erano quattro camicie per donna, una camicia da uomo ricamata, sette paia di calze greggie, un abito quasi nuovo di percallo, tre lenzuola, tre fazzoletti, grembiali, sottane, corsetti di maglia ed altri cenci insignificanti. Dopo di che contarono i denari: Giovan Bello dichiarò che possedeva due marenghi e sei franchi, Sabina disse che aveva mezzo marengo in carta e prese infatti il borsellino per mostrarlo al fidanzato.
Ma fu molta la sua meraviglia quando, sollevata la molla, trovò dentro un altro marengo bello e nuovo in oro il quale, cadendo a terra, brillò come una stella, in vicinanza al fuoco!
Marchetto, promesso che sarebbe stato compare, s'allontanò col somarello esclamando a Sabina:--Dirò a tuo padre che hai fatto buon viaggio.
E mentre di fuori scrosciava la pioggia e il vento fischiava in mezzo alla foresta di pini, Sabina scoppiò in pianto dirotto.
Ma Giovan Bello riuscì a consolarla.
II.
La passione di G. C.
Il buon Lindo alle tre ore, giunto dall'aver combinato un suo negozio, salì di fretta in camera propria. Già su la piazza la musica, in uniforme e col capobanda, suonava allegre marcie e dal campanile vibravano i primi squilli per la benedizione. Don Paolo non si era lasciato smuovere nè da preghiere nè da promesse. Quella bricconata in paese non la voleva. Tirar domineddio per i piedi in tal modo gli pareva un sacrilegio. Laonde, abbandonato da tutti, persin dalle solite e noiose beghine, ogni domenica dopo il meriggio costringeva il sagrestano a scuotere le tre campanelle, nè il concerto finiva prima del tramonto. Cioè quando finiva anche la rappresentazione. E si pensi che il teatro trovavasi proprio sotto la chiesa. Una vera diavoleria. E dicono che i preti hanno religione, pazienza, umiltà! non cedono mai nè anche ad accopparli. Gramigna buona da nulla, ma che non si può sradicare.
Nella camera matrimoniale, per le finestre aperte, il sole di settembre ancora caldo ed allegro entrava a larghe ondate, illuminando i cantucci più lontani. Un raggio d'oro pioveva precisamente sopra il quadro di San Giorgio appeso alla muraglia, presso il capezzale destro, ed andava a incorniciare, presso il capezzale sinistro, l'imagine del conte Belinzaghi vestito da pagliaccio, ritagliata in un giornaletto satirico. Sul canterano, di fronte all'alcova, erano allineati alcuni soldatini di piombo forse rubàti a qualche fanciullo: e, vicino ad essi, vedevasi un mucchietto di libri, vale a dire la filotea del buon cristiano, un piccolo manuale per avvocato, un trattatello di botanica e l'arte di vincere al lotto, d'autori ignoti. Lindo se ne compiaceva e sapeva che sua moglie, spesse volte, introdotte le conoscenti nella camera, mostrava loro i libri accumulati, vero tabernacolo di scienza.
Quel giorno Veronica era malata. Aveva dolori di stomaco e di pancia. Non volle affatto mangiar le poma portatele da suo marito e, mentre egli apparecchiava il fagotto, rimase curva sopra una cassa, con le mani entro il grembiale e la faccia nascosta da un fazzolettone. Quando vide che Lindo stava per scendere dalle scale gli corse dietro dicendogli:
--Hai tutto? non dimentichi qualcuno de' tuoi stracci? prendesti la cintura? e i sandali? non mancheranno mica i bottoni, alle volte?
Ma Lindo non rispose nè pure, perchè aveva fretta. Non si udiva più fracasso in paese e questo era segno che tutti stavano al teatro. Si asciugò il sudore su la faccia rasa e con un paio di salti attraversò il cortile. Alla porta della rimessa trovò il cugino Pietro, attillato come un principe, col sigaro tra i labbri e le mani incrociate dietro il dorso. Egli, vedendolo, fece un piccolo sorriso ironico e voltò con disdegno la faccia dall'altra parte. E fu una fortuna che era in ritardo, altrimenti Lindo sarebbe venuto a dargli due schiaffi; Lindo il quale, invece, dovette contentarsi di brontolargli dietro, continuando la sua corsa verso il palco scenico:
--Se ciò è, è stato caporale e tanto basta.
* * *
Realmente egli non era soddisfatto di Pietro. Pietro e Veronica, dopo la prima rappresentazione, non avevano più voluto intervenire alla recita ed il suo orgoglio se ne sentiva mortalmente offeso. Un oltraggio simile, dalle persone più care ch'egli aveva, non se lo sarebbe mai aspettato. Pareva una congiura. E per qual causa, alla fin de' conti? chi saprebbe dirlo? un capriccio, un equivoco, una asineria. Bel gusto, a lui, affaticarsi e sfiatarsi per essere poscia ricompensato in questa guisa! Ogni lavoro vuole il suo ristoro. Degli altri non gli importava nulla. Ma almeno i parenti avrebbero dovuto congratularsi, mostrarsi diligenti, approvarlo, animarlo a resistere. A cagion della recita si era inimicato don Paolo che non voleva più confessarlo. E, se adesso bisognava spendere quattrini, un giorno se ne metterebbero via. Si lasci tempo al tempo. Ogni cosa va per la sua strada. In autunno si pongono le sementi per raccogliere l'estate venturo. Con la pazienza e con la paglia maturano le nespole.
Lindo era adiratissimo. Volgeva nel suo animo pensieri di vendetta. Quel giorno, finita la passione di G. C., avrebbe cercato una spiegazione a quello stupidaccio d'un caporale, buono ad ammazzar mosche e ad ungere i carri delle salmerie.
Su l'uscio del palco scenico lo attendeva il suggeritore, pronto già col quaderno in mano. Egli aveva studiato a memoria l'intera commedia per poter aiutare ciascuno al momento necessario, senza ricorrere allo stampato.
--Presto, Lindo! sei l'ultimo. La musica ha finito di suonare. E già mio fratello recitò la parte di angelo nel prologo. Ora sta vestendosi per fare da Madonna. Dove sono gli abiti? e le maglie? e la corona di spine? c'è tutto? animo, corri a prepararti.
Lindo in un balzo fu sopra il palco scenico. Dietro le quinte dieci o dodici manigoldi finivano di mettersi chi l'elmo romano, chi le bretelle, chi la spada, chi la barba. C'erano tutti, da Malco a Sant'Andrea, da Giuda Iscariote al diavolo che doveva portarlo sotterra. Longino, con una grande lancia in resta, sedeva sopra il baio magnifico a cui avevano coperti gli occhi con una benda perchè non si adombrasse. Ed il Cireneo, in vesta verde orlata d'oro, cercava tra gli utensili il porta immondizie per accorrere dietro il cavallo ad ogni necessità. Tutte le volte che usciva sul palco, trovandosi in mezzo a persone travestite come briganti, al romor della musica, ai battimani degli spettatori, quella povera bestia non sapeva nascondere gli effetti del suo turbamento ed era una sconcezza, una noia deplorevole. Ma agli animali non si può insegnar l'educazione.
--Siamo all'ordine?--gridò il suggeritore presso il sipario.--Caifasso, hai la corona da porre in capo? e Pilato portò seco la catinella per lavarsi le mani? e Malco ha la mezza orecchia da buttare a terra? Lesti; dò il segnale. Uno, due... Attenti! quel buon ladrone stia tranquillo. Piuttosto vada a prendere il cartelletto con l'_Inri_ e lo unisca alla croce. Dov'è San Pietro? bravo asino: sta là a pulirsi le mutande! Avete il bengala? E tu Lindo? Finalmente! Possiamo cominciare. Tiranno, alza il sipario. Uno, due, tre!
Il sipario levossi e per ogni parte fu uno scappar di gambe coperte da maglie, mentre dalla platea saliva un lungo oh! di soddisfazione.
* * *
La recita proseguì meravigliosamente bene. Fin dal primo atto il pubblico diede visibili segni di contentezza e frequenti applausi accolsero su la scena l'apparir dei personaggi principali. Però Lindo, tra una parlata e l'altra, ebbe tempo di osservare che realmente sua moglie non era in teatro e che non c'era nè anche il cugino Pietro. Al solito. In cuor suo li mandò a farsi benedire e, sforzando la voce perchè le campane mai non cessavano di suonare sopra il teatro, con fermezza e calma rappresentò la propria parte, difficilissima e lunga. La cena degli apostoli ottenne un successo. Lindo, tra San Pietro e Sant'Andrea, sorrideva del suo miglior sorriso avendo cura tratto tratto di levarsi dalla bocca i peli che gliela otturavano. Si era anche dipinto di carmino le guancie e messa in capo una bella parucca bionda fluente; roba tutta presa a nolo dai fornitori della Canobbiana, come asseriva il suggeritore.
Giuda quel giorno fece meglio del solito. Stringeva gli occhi, da furbaccio, e camminava con le mani incrociate sul petto, come un chierico del duomo. Poi nell'orto di Getsémani Lindo recitò divinamente le sue preghiere e San Pietro, quando i manigoldi arrivarono per arrestare il suo maestro, levossi dalla toga un coltellaccio da beccaio, s'avvicinò rabbiosamente a Malco, gli tagliò l'orecchia. Nella platea le donne diedero un gemito. L'effetto era meraviglioso. Chiunque sarebbesi ingannato.
Ma dopo il terzo quadro, al momento di entrar in iscena dinanzi a Pilato e Caifasso per esservi poscia battuto con le verghe e incoronato di spine, G. C. frugando il proprio involto s'accorse di aver dimenticato una cosa importantissima: il pannolino rosso da mettere intorno alle coscie durante la bastonatura, quand'egli si troverebbe in costume adamitico.
La buaggine commessa era grave; necessario ripararvi con la maggiore velocità possibile. Senza dir niente a nessuno, per non perdere un tempo così prezioso e per non farsi beffare o rimproverare, Lindo scappò dal teatro, saltò d'un colpo i gradini, e, con la tunica di G. C. indosso, volò verso la propria casa, traversando il cortile. Nel cortile non c'erano che alcune oche diguazzanti entro l'acqua sudicia vicino al pozzo. Le scavalcò d'un balzo e si trovò alla scala di legno. Di furia fece i gradini, a due per volta, e giunto sul pianerottolo toccò il saliscendi, aperse, entrò nella camera matrimoniale. Tutto era al posto come un'ora prima. Egli frugò il canterano e non iscoprì nulla. Frugò l'armadio, ma indarno. Frugò anche il letto e mise le coltri sossopra, ma il pannolino era irreperibile. Finalmente, per ultimo tentativo, diede un'occhiata dietro la cassa e vide quel benedetto drappo scarlatto, scivolato tra il legno ed il muro, sul nudo pavimento. Lo raccolse, lo scosse per pulirlo dalla polvere, se lo cacciò al posto che doveva e, sostenendo la vesta con la mano, uscì di nuovo per tornarsene al teatro.
Arrivato dabbasso, oltrepassando la porta della bottega munita di vetri e di una cortina azzurra, credette di scorgere in casa due persone che discorrevano. Esse trovavansi proprio nella visuale tra la porta e la finestra: da cui penetrava, come al piano superiore, una vivissima e lietissima luce.
Nell'animo di Lindo sorse improvviso un feroce sospetto. Quelle due persone egli non poteva riconoscerle perchè voltate dall'altra parte; ma al profilo gli parve e non gli parve che... per la quale...
Fremeva. Afferrò la maniglia per ischiudere. Ma quei briganti eransi assicuràti con la chiave. Allora scosse la porticina, diede un pugno nei vetri, li spezzò, allungò la mano per sollevare la tenda. E già poco gli mancava a raggiungere il suo scopo allorchè, in fondo al cortile, una voce sconsolata ed imperiosa lo chiamò furiosamente:
--Lindo! si entra in scena! bestia che sei, vieni o tutto è rovinato.
Il dovere anzi ogni cosa. Lindo obbedì senz'altro ed accorse.
* * *