Part 13
La mattina verso le dieci, veniva in persona a levarmi dallo studio cui attendevo col babbo e non mi lasciava più fino a tarda notte, mostrandomi sempre una premura materna così sollecita e carezzevole, così continuamente uguale da non lasciar luogo a sospetti intorno alla tranquillità dell'animo suo. Dopo cena, ridottosi il conte nel suo quarto, d'onde non sbucava che all'ora dei pasti, e mio padre in libreria a comporre o a copiare partiture, essa mi chiamava seco nella sua grande e profonda camera da letto, e là, lunga distesa sul canapè, stava ad ascoltare le lamentazioni singhiozzanti ed il chiacchierìo trillato del mio mandolino, cogli occhi chiusi, immobile, come se dormisse.
La ventola della lampada, gettando intorno una penombra nella quale andava smarrita la forma reale di tutte le cose, faceva sorgere dalle tende, dai cortinaggi dell'alcova, dalle stoffe abbandonate qua e là sui mobili, dalla persona stessa della mia ascoltatrice, contorni mobilissimi che secondavano l'errore della mia mente già eccitata dalla dolcezza delle melodie e dal ripercuotersi che facevano nel mio petto le vibrazioni dello strumento. E allora, benchè non prestassi alla musica scritta che un'attenzione prettamente macchinale, all'agitazione repentina che m'assaliva ed a certe note, che, uscite quasi inconsciamente sotto le scosse della mia _penna_, mi tornavano all'orecchio eloquenti come parole, sentivo correre una misteriosa corrispondenza fra i suoni suscitati dalla mia mano e le forme create dalla mia mente, ed affinarsi e centuplicarsi il mio valore artistico, fino ad esprimere con maravigliosa evidenza i desiderii di voluttà che mi torturavano.
Ma appena mi studiavo di fissare intensamente nell'ombra la contessa per sorprendere in lei alcun segno di interne commozioni, la sua immobilità quasi sonnolenta fiaccava d'un tratto l'impeto delle mie voglie, lasciandomi affranto come per lunga fatica; e se a volte, soffocato dal fiotto di sangue che mi tempestava le tempia, smettevo un istante di suonare, usciva da quell'ombra istessa una parola:--Avanti,--detta con voce così ferma e cristallina, così calma ed innocente, che mi mostravano non essere in chi la profferiva nè impazienze, nè rapimenti, ma bensì una contentezza molle e riposata. Oh quella non era donna da provocare e sostenere le precoci incontinenze di un adolescente. I tumulti dell'anima mia provenivano da me solo, da una immagine di donna eretta dentro di me, dissimile dalla contessa in tutto ciò che poteva sollevarli, somiglianti a lei in tutto ciò che poteva quetarli, perciò, mentre la visione signoreggiante i miei solitari accendimenti, attingeva realtà dalle sue fattezze, la sua presenza mi sedava i sensi, e diffondeva nell'animo mio una tenerezza infantile.
Tale duplice influsso si esercitava man mano più sensibile. Ogni sera, dopo il tempo dato alla musica, essa soleva licenziarmi con due baci schietti sulle guancie, che nel momento di riceverli, mi facevano sovvenire di quelli che a casa ogni sera scambiavo colla mamma, ma giunto nella mia stanza, ma spento il lume, ma assalito e vinto malgrado i proponimenti di resistenza, dalle solite allucinazioni, sentivo quei baci bruciarmi senza tregua le gote come se le labbra della contessa si fossero infitte durevolmente nelle mie carni. Tuttavia, rifattomi padrone della mia volontà, perchè mi vergognavo di tali erramenti, o allentata per la consuetudine la tensione dei sensi, l'ottava sera attesi con più calma alle mie sonate e delle due donne che mi apparivano così diverse nella contessa non vidi più che la vera. Come infatti immaginarla altrimenti che calma e posata, dacchè tale la vedevo ormai da otto giorni ad ogni ora del giorno? Ogni suo atto, che non fosse di premurosa bontà, verso il babbo o verso di me, tradiva una indolente e gaia rinunzia ai piaceri del mondo; perfino il sole o la pioggia, che sono tanta parte della vita oziosa fra i monti, e dai quali si tingono inesorabilmente tutti i nostri pensieri, la lasciavano affatto indifferente, come se nulla di quanto è fuori di noi potesse mordere sul levigato e freddo cristallo del suo cuore.
Giudicate dunque della mia sorpresa, quando una sera, la decima forse o la dodicesima dal nostro arrivo, come fui seco nella sua stanza, invece di allungarsi sul solito canapè, la vidi passeggiare, tenere una dopo l'altra tutte le sedie, tentare diverse letture e smetterle d'un colpo, avvicinarsi alla finestra e rimanervi gran tempo immobile, come per rinfrescarsi ai vetri la fronte. Io la guardavo stupito, e lasciavo di sonare per seguitarne gli atti ed i moti, ed essa, così sollecita le altre sere a farmi riprendere, se mai l'interrompevo, il filo delle note, o non avvertiva il mio silenzio, o mostrava di non curarlo. Che pena mi dava la sua irrequietezza! Un dolore sordo s'impadroniva delle ultime e più recondite facoltà dell'anima mia; provavo un senso di ansietà inesprimibile, una sorta di sbigottimento come se presagissi per la bellissima donna un seguito di sventure senza fine; ma insieme si svegliava e cresceva dentro di me una non so quale baldanza che mi annunziava prossimo il trionfo delle mie memorie e vendicavo le incertezze dei giorni trascorsi. Per meglio vederci e seguire i moti del viso, avevo, con insolito ardimento, levato la ventola della lampada, ed essa non aveva pure mostrato di avvedersene. Sulla fronte e negli occhi le passavano improvvisi corrugamenti e rasserenamenti improvvisi. E sempre tornava alla finestra con una curiosità ansiosa, guardando la notte placida nella gran valle dormiente. A un punto aprì gli sportelli. Il suono grave della Dora entrò nella stanza recandovi una freschezza umida e l'aroma dei boschi resinosi. Non un fiato di vento, non una tenda smossa, non piegata neppure la fiamma della lampada. Essa mi chiamò seco e mi domandò:--Vuol piovere, è vero?--Nella stretta strombatura il mio braccio sfiorava il suo e vi sentivo correre dei piccoli brividi come se il freddo la penetrasse, e ad ora ad ora un rabbrivido più violento, che veniva, quello, veniva diritto dal cuore. Dovevano pure essere basse e nere le nuvole, dacchè non si vedeva nè il cielo, nè le montagne, nè la valle, nè in questa la bianchezza luccicante del fiume. C'era nell'aria come un tanfo di chiuso dove stagnavano i forti olezzi della verdura. Essa protendeva la testa come per tuffarsi nella notte spalancata d'intorno, come per avvicinarsi alle cose invisibili e cogliere il menomo suono prima che venisse smarrito nelle tenebre. Ed io che indovinavo più che non vedessi la fissità del suo sguardo, acuivo il mio e quasi trattenevo il respiro, preso da un'ardente smania di secondarla, come se quell'ignoto avvenimento che essa attendeva con tanta ansietà dovesse colmarmi di una gioia infinita. Come la vidi mutata quando rientrò per un istante nella stanza! Aveva gli occhi asciutti, ardenti, oppressi da una stanchezza dolorosa. L'aria fredda della notte l'aveva fatta smorta e la pelle delle guancie raccapriccita improvvisava sul suo viso una magrezza come di fresca malattia. Tolse dall'armadio una mantiglia di pizzo bianco, un soffio di pizzo, così sottile che non avrebbe velato uno specchio; con una sola mossa della mano se la gittò sulle spalle e ne ebbe tutta ravvolta la persona, poi tornò alla finestra. Sulle foglie grasse dell'orto sottostante picchiolavano allora le prime goccie di piova, il fascio di luce che usciva dalla finestra appariva rigato da rade fila d'argento, dalla gola di Challant aperta dirimpetto al castello, scendeva ingrossandosi un rombo sordo e fra i pioppi in riva al fiume susurrava il vento. Poi il rovescio scrosciò improvviso e rovinoso martellando gli stecconi delle pergole ed i tetti delle case e muggendo per l'aria e sulla terra come un torrente infuriato. E il castello parve subitamente animarsi di una vita agitata e disordinata, come invaso da una folla furente. Chiusi la finestra; a quell'atto la contessa, come se allora soltanto avvertisse la mia presenza, trasalì sgomentata, ma senza che lo sgomento nulla scemasse della strana gioia che le sfavillava negli occhi.
--Sei tu, piccino? Sei qui ancora? Vattene, vattene, è tardi, non senti che tempo? Vattene piccino, vattene, è tardi.
Parlava dolce, sorridendo e ripetendo le stesse parole in cadenza indolente di ritornello, la mente e gli occhi smarriti in qualche visione lontana ed imminente; e già s'era scordata di me e ancora ripeteva:--Vattene, vattene.--A me pareva che un peso immenso mi saldasse alla terra. L'uragano crebbe, il castello risonò più forte di clamori e di fremiti, ed essa mi si piantò di contro imperiosa e mi comandò:--Va via.
Uscii senza lume, e già famigliare della casa, m'indirizzai sicuro alla mia stanza. Chi era levato a quell'ora nel castello? Chi vi camminava? Chi saliva le scale? Tutti gli usci e le finestre erano ben chiusi, solendo il conte ogni sera prima di andare a letto fare il giro della casa in compagnia di due domestici ed assicurarsene paurosamente; eppure correvano per ogni piano e salivano da un piano all'altro rumori secchi e mormorii misteriosi; i soffitti traballavano come sotto il peso di passi e gli usci martellavano a rapidi colpi contro gli stipiti come se alcuno li tentasse. Negli intervalli di calma il vento cigolava negli spiragli delle bussole e alitando terra terra sugli impiantiti vi bisbigliava accenti sommessi e carezzevoli e andava a morire aggirandosi in piccoli turbini negli angoli. La bufera entrava nella casa come persona viva, o irrompente come un forte nemico, o cautelosa come un ladro. Certo se alcuno in quell'ora avesse veramente salite le scale e aperti gli usci e penetrate le stanze, nessuno dei famigli, nè il padrone, per vigilante che fosse, avrebbe sospettato della sua presenza, di tanti piccoli insidiosi rumori si componeva il fragore dell'uragano. Quest'idea mi venne mentre, traversando la sala degli arazzi, sentii rompersi, cadendo sulle tavole del pavimento, una goccia d'acqua, poi un'altra ed un'altra, quasi vi stillasse alcun panno inzuppato. Già entrandovi m'era parso di sentire un romore vivo, cessato di scatto, non al mio apparire poichè era buio fitto, ma al suono de' miei passi. Ristetti un momento. Dovevo attraversare la sala per lunghezza ed uscire sulla scala dall'estremo opposto e benchè poco pauroso per indole, tuttavia quell'idea mi fece gelare il sangue; poi vinsi il ribrezzo e percorsi lo spazio nero camminando impettito e risoluto, ma provando sempre la raccapricciante sensazione di un corpo vivo, ritto nell'ombra e vicino.
Come fui sulla scala, precipitai al piano disotto, e mi chiusi a chiave nella mia cella.
L'indomani la contessa non si mostrò che all'ora del pranzo. A tavola, guardandola, mi maravigliavo di che il conte e mio padre non avvertissero il mutamento seguito nelle sue fattezze. Era trasfigurata; gli occhi illanguiditi le si volgevano nell'orbita con dolcissima e direi immateriale morbidezza, la pelle del viso sembrava più fresca e trasparente, colorirsi e vibrare, nutrita da un sangue più giovane e più sottile; le labbra sembravano fatte più carnose e più soave il suono della voce e più armoniose le parole. L'abbandono delle sue movenze, ond'era ammollita la nativa signoresca compostezza, certe fissità estatiche dello sguardo, certi subitanei sorrisi rammentatori e sopratutto, un non so quale trionfante orgoglio di felicità che la imbaldanziva mi raccontavano della notte passata quanto già ero venuto meco stesso immaginando. Essa amava e l'uomo del suo amore era stato da lei col favore della notte procellosa. D'onde era venuto? Dove s'era nascosto? Chi era? Perchè non appariva traccia di lui? Che non avrei fatto per vederlo in viso! Egli doveva esser bello e nobile come il sole! Non gli invidiavo la sua felicità e non ne ingelosivo, solo sentendomi fatto così interamente estraneo alla contessa, ne provavo un'amarezza infinita, un pungente desiderio di giovarle purchessia dal mio luogo umile, ignorato da lei, pure di essere in qualche modo compreso nell'orbita raggiante in cui si avvolgeva la sua vera vita. Come dovevano essere mortalmente dolci i suoi sguardi d'amore, se dopo tante ore, glie ne durava negli occhi tanta dolcezza!
Verso la fine del pranzo entrò il maggiordomo ed avvertì il conte di una larga macchia di umido apparsa sul tavolato nella sala degli arazzi e proveniente certo da un grave guasto del tetto.
--Del tetto?--osservò il conte.--Il vento piuttosto avrà aperto una finestra.
--No, signor conte, le imposte sono tutte chiuse, la macchia è nel mezzo della sala e non c'è traccia di rigagnolo che la faccia derivare dalla finestra.
--Ma, per scendere dal tetto, l'acqua dovrebbe trapassare due solai e lasciarvi la stessa macchia che osservaste sul tavolato. C'è traccia di quelle?
--Non ho guardato, signor conte!
--Somaro!
Il domestico s'inchinò ed uscì.
La contessa non aveva messo parola nè mostrato di ascoltare il discorso; ma io che la guardavo fiso, le vedevo irrigidirsi le righe della faccia. Il domestico tornò a riferire che il solaio non aveva traccia di umidità.
--A che ora avete notato la macchia?
--Stamane appena levato. Il signor conte sa che la sala degli arazzi la spazzo io.
--Vuol dire che nessuno prima di voi era entrato là dentro.
--Nessuno.
Il viso del conte, di terreo che era per le lentiggini, s'infiammò di scatto e parve gonfio. Egli girò gli occhi intorno come per chiamarci in testimonio, poi li piantò crudelmente in quelli di sua moglie e disse con lentezza, quasi sillabando:
--Siccome ieri sera la macchia non si vedeva, bisogna dire che qualcheduno stanotte sia entrato in quella sala,... l'anticamera degli appartamenti della signora contessa.
La contessa sorrise sdegnosamente e si levò di tavola; il conte fu di un salto fra lei e l'uscio come per impedirle di uscire. Era imminente qualche violenza che prevedevo orribile.
Senza esitare mi avvicinai al conte e gli dissi:
--Sono stato io!
--Tu? A che ora?
--Tardi, dopo la mezzanotte. La signora contessa mi trattiene la sera a suonare il mandolino.
--Lo so, ma uscendo dalle sue stanze.....
--Non potevo stillare pioggia naturalmente, ma, nel più forte dell'uragano, alla signora contessa ed a me parve di udire un uscio sbattere al vento. La signora contessa voleva mandarmi ad avvertirne il signor conte. Preferii scendere io stesso ad accertare la cosa.
Il vecchio mi scrutava immobile; io seguitai con intrepidezza:
--Sotto l'atrio tutto era chiuso; allora traversai il cortile e l'orto fino all'uscio che mette all'androne dell'armi.
--E quello?
Come ho fatto ad indovinare l'insidia della domanda? Come ho fatto a misurarne con una rapidità fulminea tutta la portata? E a scegliere la risposta trionfante? Certo non indugiai di un minuto e rammento di aver pensato: Il conte gioisce sicuro di cogliermi in fallo. Egli aspetta da me la bugia verosimile; in quella è il tranello. L'uscio era normalmente chiuso, dunque...
--Quello era aperto,--risposi.
--Infatti!--mormorò involontariamente il vecchio.
Seppi di poi che la sera innanzi il castaldo, nel voler dar due giri alla chiave, aveva rotto la serratura. Allora proseguii sicuro:
--Ero risalito; la contessa m'aspettava nella sala degli arazzi, voleva farmi rientrare nelle sue stanze, avevo ricusato per non recarvi il rigagnolo che mi colava dagli abiti, avevo dato conto della mia ispezione stando ritto nel mezzo della sala: di qui la macchia.
Una palmata carezzevole del conte premiò degnamente la trionfante menzogna.
La contessa ruppe in una risata spasmodica invincibile e più il marito si adoperava a farsi perdonare il sospetto, più essa gli trillava sul viso l'oltraggio dei gorgheggi singhiozzanti che finirono per metterla in fuga, e dietrole il pover'uomo, preso anch'esso da quella irresistibile ilarità. Io rimasi, udii con un senso di pudibondo disgusto le risa salire su per la scala, finchè un uscio sbattuto con violenza mi disse che la contessa s'era chiusa nel suo quarto. Il conte respintone ridiscese.
Lo stesso giorno il castello ebbe una visita: il cavaliere di Valesa, venuto a cavallo dalla sua terra di Montaldo presso Ivrea.
Al primo vederlo, giovane sui ventotto anni, bello di viso, maschio ed asciutto di forme, elegantissimo, un secreto avvertimento mi disse: Eccolo.
Ma sbagliavo: Il cavaliere, dimorato un pezzo a Parigi, era poco familiare colla nobiltà piemontese; la contessa lo conosceva appena; il conte dovette rammentarle fatti e circostanze per richiamarglielo alla memoria.
Malgrado la presenza dell'ospite, mio padre ed io ebbimo l'onore di cenare coi padroni; io non ben persuaso, osservavo la contessa ridiventata oramai la marmorea donna dei giorni innanzi. Qualche volta gli occhi del cavaliere sembravano tradire occulte tenerezze e desiderii d'amore, ma essa ne sosteneva gli sguardi con verginale ignoranza.
Dopo cena mi chiamò seco al solito nella sua camera, lasciando il cavaliere che doveva dormire in castello, col conte e con mio padre. Ed eccomi di nuovo al mandolino ed eccola di nuovo distesa sul canapè, gli occhi chiusi, attentissima. Io tremavo m'avesse a ringraziare della mia bugia locchè m'avrebbe messo in imbarazzo; ma non ne disse parola. Mi godevo l'orgoglio d'avere un secreto con lei, di sapermela tacitamente riconoscente. Ma, quando fui per andarmene:
--Non hai tu sofferto?--mi disse.
--Di che?
--La notte passata, traversare il cortile con quel tempaccio!
La guardai trasognato. Come poteva fingere a quel modo, con gli occhi tanto sinceri? Se veramente avessi compito l'impresa notturna, non m'avrebbe parlato altrimenti nè guardatomi con più limpidi occhi. Nel primo stupore pensai che ci avesse creduto ancor essa ma la favola implicava un suo intervento diretto e lo sapeva bene che avevo mentito. Ebbe il coraggio di aggiungere:
--Un'altra volta, se anche te ne prego, non badare alle mie paure, ma non ti mettere a rischio di pigliarti un malanno.
Uscii, il cuore grosso di rancore e in luogo di andare a letto, mi appostai nella stanza attigua, risoluto di smascherare questa volta la sua incredibile falsità. La notte passò tranquillissima; il cavaliere di Valesa partì sul fare dell'alba, insalutato ospite, e ricominciò, per non turbarsi più, la calma disperante dei primi giorni. Stemmo ad Issogne un'altra settimana, poi cominciò un giro di lezioni e concerti che non ci permise pure una visita alla mamma, sempre dietro a quel poco guadagno, che fu poco davvero e l'autunno ne inaridì la sorgente.
Quando tornammo in Ollmont la mamma mi parve invecchiata di dieci anni. Era stata malaticcia tutto l'estate e più curante di non farcelo sapere che di guarirne. Dalla faccia stravolta del babbo, capii la gravità del male, dalla sua imprevidenza spendereccia l'imminenza del pericolo. Seguirono i giorni più tristi e più soavi della mia vita e li ripenserei quasi con dolcezza se l'agonia della poveretta non fosse durata oltre il nostro timore ed oltre, ahimè, le nostre risorse. Con queste mancò a mio padre la forza di simularsi allegro, e la morte trovò una casa e degli animi degni di lei. A segno che venne due volte in un mese.
Mia madre morì la vigilia di Natale, mio padre il 18 gennaio.
Eravamo scesi insieme in Aosta per suonare ad un ballo: appena terminata la festa alle sei della mattina c'eravamo incamminati a piedi verso Ollomont; a Porossan il babbo cominciò a battere la febbre, ma si trascinò fino a casa, dove morì l'indomani di polmonite.
Come vissi quell'inverno non lo so dire; certo di carità, poichè mia madre e mio padre ebbero la sepoltura dei poveri; ma se dovessi nominare i miei benefattori non lo potrei, tanto quei primi mesi fui sbalordito dal colpo.
Colla primavera mi tornò l'uso della mente e la voglia di vivere, ma i miei paesi mi serravano il cuore; provavo la nostalgia delle terre luminose e calde dove era nato mio padre e che io non avevo visto mai. D'altronde avevo aperta una sola via di guadagno, la musica, e per questa bisognava uscire dalla valle d'Aosta. Pensai di richiedere protezione alla contessa di Challant e sul principio di maggio me ne partii pedestre alla volta di Torino.
Entrai in città con un temporale che mi accompagnava senza pioggia da due ore; lo scroscio mi colse nella via della Doragrossa; in un minuto ebbi i rigagnoli alla pelle e nel mezzo della via l'acqua spumeggiò a mulinelli come un torrente. Riparai sotto un portone affollato di popolo; la gente rideva di un povero cocchiere che accecato, fradicio, e appesantito dalla piova, dal cassetto di un carrozzone sudava a frenare due cavalli imbizzarriti, mentre dall'altra parte della via sulla soglia di una bottega di mercante, una donna superbamente vestita, badava a fargli cenno che traversasse per accostarsele; ma le bestie, spaventate dalla zanella gonfia, s'inalberavano e rinculavano. E la gente a ridere, e la dama a crucciarsi quasi disposta al guado, se non che il mercante con grandi premure ne la tratteneva. Pensate se giubilai riconoscendo la contessa di Challant. Mi slancio nel diluvio, la raggiungo la prendo in braccio, la depongo in carrozza, e vi salgo seco.
--Presto, gridò la contessa al cocchiere.
Io tacevo ansimante, ancora maravigliato del mio ardimento. Dopo alcuni minuti essa riavutasi, trasse la borsa e senza guardarmi, mi porse uno zecchino d'oro.
--Non mi riconosce?
--Chi siete?
--Giulio, il figlio del musicante.
--Tu?
La carrozza si fermò improvvisamente e già la contessa aveva aperto lo sportello ed era scivolata in terra.
--Aspettami.--Infilò una porticina e sparì nell'andito.
Era spiovuto; una casa gialla dirimpetto luccicava al sole fino allo zoccolo; i cavalli tranquillati scodinzolavano. Era passata una compagnia di soldati colla musica; la marcia risonata un pezzo affievolendosi laggiù lontano s'era taciuta da un pezzo, e via carrozze e portantine quante non ne apparivano in un anno in valle d'Aosta, e gente affaccendata, e signori a diporto. La casa gialla era già ombrosa fino al primo piano, i cavalli insonniti alternavano l'appoggio da una gamba all'altra; una seconda compagnia colla musica era venuta appressandosi di là donde s'era dileguata la prima, e già tacevano le ultime ondate dei suoni.--Dov'è la contessa? Se questa fosse la sua casa mi ci avrebbe fatto salire. Perchè tanta impazienza di venirci? Io glieli conoscevo quegli occhi che mi aveva mostrato or ora; essi mi ricordavano un'altra bufera fra i monti, echeggiata dalle cime alte, la notte, nel castello d'Issogne enorme ed oscuro. Ed ecco sopita la coscienza de' miei dolori e della miseria e rieccomi smarrito un'altra volta dietro gli sguardi d'amore della contessa. La quale giunse alfine, col viso raggiante e appena risalita in carrozza mi prese la testa fra le mani con tenerezza giuliva e mi diede due baci sulle guancie.
--A noi, piccino, tu sei di buon augurio.
Ignorava le mie disgrazie, ne pianse, mi rincorò, mi promise di farmi uno stato; il domani andava a Corte al castello di Stupinigi, dove avrebbe parlato dei fatti miei col Re in persona.
Vi andò infatti di buon'ora, lasciandomi ospite nel suo palazzo. Verso le undici della mattina ecco arrivare una carrozza con un biglietto per me. Il biglietto diceva: _Vieni subito_.
Quella sera c'era ballo a Corte; ammalatosi il primo violino, la contessa mi aveva proposto surrogante vantandomi per eccellentissimo; bisognava far le prove e improvvisarsi un vestimento. Dalle prove uscii trionfante; a vestirmi pensarono la mia protettrice e le sue cameriere sicchè all'ora del ballo ero lindo, attillato, imparruccato e galante come un signore.