Novelle brianzuole

Part 9

Chapter 93,646 wordsPublic domain

Da quell'istante, il memore fiorellino, imitato coi biondi capelli della vezzoza, fregiò sempre il petto del damigello: da quell'istante fu il sogno d'Ermellina, fu l'oggetto d'ogni sua preghiera il potere un tempo chiamar suo Tibaldo, la delizia di svegliarsi carezzevole sul seno di lui, l'orgoglio di essere da tutti accennata come la donna del migliore di quanti, là intorno cantavano rime d'amore. Speranza ahi svelta in erba! E fra i tripudii d'oggi non le si toglie dalla mente il disperato dolore dell'amico, l'addio — parola sì dolce e sì lugubre — che le lacrimò per l'ultima volta. Che se, piena di quella cara immagine, essa leva lo sguardo al suo signore, scorge un irsuto guerriero, il cui nome ella imparò a paventar da bambina; mille volte lo udì esecrare da' domestici suoi, mille volte supplicò agli altari perchè nelle fraterne battaglie non le scannasse il padre, i congiunti. Ma dalle fraterne battaglie uscito vincitore, grave patto egli impose al vinto Colleone, di diroccare metà della torre che domina Callusco e Villadadda: e dargli sposa l'unica figliuola. Or come amarlo? Come cancellare dalla memoria un primo, un unico, un immacolato amore?

Intanto va morendo il suono ed il luccicor della festa; Oldrado congeda la brigata: tutto ritorna al silenzio; solo l'aura notturna leva sulle ali e confonde un gemito ed una fievole armonia; è il gemito dell'Ermellina che rimpiange i sogni di sua giovinezza; è il lamento dell'amoroso Tibaldo.

II.

Corse un anno da quel giorno: e al nuovo maggio, sull'angoloso torrazzo di Brivio sventola, distinto di fasce bianche e vermiglie, lo stendardo del barone, che richiama alle fraterne battaglie. Papa Gregorio XI perdonava i peccati a chiunque assumesse le armi e la croce contra i signori Visconti di Milano; ed all'appello assecondando, i Guelfi della Martesana forbivano ogni arma, dalla lucente alabarda fino al coltello traditore. Grandi baldorie fiammeggiano sulle vette del Mombarro, del Montorobio, del Sanginesio, del Monteveggia; il campanone di Brianza tre dì e tre notti rintoccò; tre dì e tre notti squillò ad intervalli il corno dei torrioni di Brivio, dove al quarto son tutti radunati i guerrieri. Qui gli Annoni d'Imbersago, i Medici di Novate, i Riboldi di Besana, i Petroni di Cernusco, gli Ajroldi di Robbiate: qui i Capitanei di Hoe e di Mombello: qui coi loro vassalli Oldrado da Giovenzana e Guglielmo da Sirtori. Pagano Beretta guida i Cornaggi da Bernareggio: ai terrieri di Lecco accenna Cressone Crivello: prete Pietro va innanzi ai Corradi dei Licurzi, portando la croce, segno d'amore e di perdono, sotto la quale vanno a commettere odii e stragi. La fazione dei Melosi di Vimercate segue Obizzone da Bernareggio, il più largo posseditore della Martesana: l'abate di Civate mutò la cocolla e il pastorale nella lancia e nella corazza.

Forti nella concordia dei voleri, che non avrebbero potuto? Ma, sciagurati! come il pugnale mal chiuso nella vagina taglia la mano che l'impugna, sciagurati! corrono per guadagnarsi il paradiso coll'ammazzare, col farsi ammazzare — e sono fratelli.

Ma nel feroce tripudio della vendetta e della strage più vivamente Oldrado esultò: e la memoria d'antichi oltraggi, le guerresche abitudini, il furor di parte, l'amore della preda gli traspajono dalla fronte più del consueto corrugata. La guerresca ordinanza fuor del castello difilavasi, quand'egli scende dall'echeggiante scalone; scende affibbiandosi al giaco di maglia lo stilo del pome dorato, ministro di sue vendette: e ad Ermellina, che gli viene timidamente a fianco, rinnova una tante volte replicata querela perchè sì fredda esprimesse l'amor comandato.

Oh! chi compera un'arpa, compera forse insieme la virtù di destarne le armonie divine? La bella, fra il dover amarlo e il sentire di non poterlo, guardava il signor suo colla calma della rassegnazione: non seppe reggere lo sguardo onde, traverso alla bruna visiera, egli la fiammeggiò, quando, già montato in arcione, le strinse la mano, e addio.

Spronò il bajo corsiero, ed ultimo fece sonare colle ferrate zampe il ponte levatojo, che dietro lui si alzò.

Procedevano i battaglieri tra' tuoi poggi ridenti, o mia terra natale; e qualche villanella, mal nascosta dietro ai penduli tralci, con desio cercava il noto cimiero del suo vago: l'agricoltore appoggiato alla marra, li guardava, pensoso ai campi ove porterebbero la ruina: e qualche vecchio, rivolto sull'utile pensiero del sepolcro, compassionava i tanti prodi, che forse tra un mese non sarebbero più, siccome l'erba che calpestavano passando. Ma essi in loro coraggio spensierato, venivano confusi, inordinati, vari d'arme e d'arnesi: e chi rassettavasi al petto la croce; chi a tempo incioccava la lancia sul palvese; chi riandava i compianti consigli d'una cara abbandonata; chi millantava sue passate venture: chi intonava quel carme di guerra usato dai Brianzuoli:

Alla morte col sorriso Il crociato se ne va: Dalla pugna al paradiso Il crociato volerà. Su, destiamo i corpi e l'alme All'invito del Signor: Ci s'intreccino le palme Del martirio e del valor.

III.

Ben altre melodie quella sera stessa e la seguente scossero dolcemente l'aria sotto al castello di Brivio. Da una barchetta un maestrevole arpicordo accompagnava le canzoni del paese, le canzoni depositarie dei dolci e dei magnanimi sentimenti che di memorie nutricavano le speranze dei miei Brianzuoli, finch'essi non dimenticarono di avere una patria. Le quali, celebrando le prodezze e le cortesie, or rammemoravano la gentile Ferlinda contessa di Brivio, allorchè vedovata, d'ogni aver suo fece dono alla cattedrale di Bergamo per salute dell'anima: or imitavano il pianto penitente, onde, nella rocca di Lecco, Guido da Monforte scontava il sacrilego omicidio; or ripetevano all'indignata pietà i nomi e i fasti de' nobili Briantei, scannati dai Torriani. Ma il cantore cominciava sempre, sempre finiva con una romanza, soavemente melanconica, siccome la ricordanza dell'amica lontana. E diceva

D'ottobre rorida Tacca la luna Sovra la limpida Crespa laguna; Tremulo zefiro Lambiva i fior; La luna e il zefiro Parver più lieti Quando, fra murmuri D'amor segreti, Cedesti a un trepido Bacio d'amor. Sorriser gli angeli Alla primiera Gioja d'ingenua Fede sincera, E il tuo congiunsero Col mio destin. D'allora, al giubilo, E al pianto insieme, Insieme al fremito Ed alla speme, La morte colgami A te vicin. Quel dì, chinandoti Sul letto mio, Tra 'l prego flebile, Tra 'l rotto addio, Senza i rimproveri D'un reo pensier, Sul fronte madido, Sui muti rai, Quando a me l'ultimo Bacio darai, Ripensa al trepido Bacio primier.

Fra il sonno degli uomini e il silenzio della notte, saliva quell'armonia alla solinga stanza d'Ermellina, che conosceva la voce di Tibaldo; conosceva le arie, use a cercarle la via dei cuore quand'egli veniva rallegrando i paterni convivii; conosceva la romanza onde, al tempo dei dolci sospiri, le svelò primamente le sue timide speranze. L'accoglieva nelle cupide orecchie, e sola — quanti cari pensieri, quante memorie s'affollavano intorno all'accorata! e i desiderii, e il dovere, e il profetare bugiardo dell'indovina di Pontida, e i fulgidi occhi del Trovadore, e il severo piglio del signor suo, e l'aver potuto essere felice e il dover non appartenere a quello cui era appartenuta per tutte le sue speranze; tutti i suoi piaceri, tutti i suoi dolori — e piangeva, piangeva dirotto.

Così un mese durò, così due, contenta e spossata della sua resistenza. Ma troppo rozzi erano que' battaglieri; troppo era lunga la lontananza: troppo lusinghevoli i Trovadori. Una volta Ermellina s'affacciò alle dipinte vetriate del balcone — guai, o fanciulle, al primo passo! — un'altra le aperse; poi vi dimorò alquanto: la sera seguente uscì sul verone al discoperto: che più? discese alla porticella di soccorso che riesce sul lago, e tolse dentro l'amoroso. — Sentenziatela voi, leggiadre donne, che per prova intendete amore.

Da quella, che sere avventurate! Delizie sempre eguali e sempre diverse; cento cose a dire e cento volte replicare le stesse; e un'ebbrezza crescente più l'un dì che l'altro, e più l'un dì che l'altro indugiato il momento del distacco. Nè più fantasie di guerra o sventure di innamorati insegna il Trovatore alla laguna: ma dolcezze e festività e il giocondo spettacolo della bellezza, e i voluttuosi baci delle colombe, e i tripudii delle corti bandite e delle gare d'amore.

Si perigliavano intanto i guerrieri di Brianza nelle fraterne battaglie: al biscione de' Visconti soccombeva la croce dei Guelfi, che, invano benedetti, andavano di rotta in rotta, di fuga in fuga: sicchè di là del lago di Brivio, diffusi per bande tra le gole della val San Martino, avventavansi ad ora ad ora nel ferro, e con inclite prove facevano a Barnabò amara la vittoria, se dovette comprarla col sangue d'Ambrogio suo figliuolo.

Ma quei tumulti che fanno a Tibaldo, ad Ermellina? oh la gioja loro, oh i loro affanni non pendono dall'evento delle battaglie fraterne. La delirante esultanza del presente, e nulla più in là. Il silenzio, dio de' fortunati, copre le mutue delizie, a cui li conduce il cantar dell'usignuolo, da cui li diparte il pigolio dell'allodoletta. — Deh cedesse più tosto il sole l'imperio del cielo alla mite stella della sera! Deh l'aurora indorasse più tardi le vette dell'Albenza! Domani, amor mio, per quanto bene mi vuoi, torna più presto domani.

IV.

E al domani, come appena intese la barchetta fender le onde e soffermarsi, Ermellina scendeva e tra via via rassettandosi le biondissime chiome sulla fronte e la stola sul petto, che prelibando le delizie, saliva e scendeva più ansioso che mai. Apre lo sportello — ma che? Invece della morbida destra dell'amante, qual è questa che tanto aspra l'afferra? Invece del velluto della cilestre casacca, ha toccato una ferrea armatura: invece delle piume cascanti con vezzo dal roseo tòcco sulle fiorite guance di Tibaldo, fissa una negra celata; e attraverso la bruna visiera ha riconosciuto Oldrado.

Il quale ghermitala, senza far motto la trae nel battello, e batte la voga. Essa, la costernata, assisa tacente in su la prora, non osava levare gli occhi sull'oltraggiato: e prima li teneva colle supine palme velati; poi, quasi cercando una consolazione in quell'universale abbandono, li girava intorno. Era una di quelle limpide sere, in cui tanto è soave solcare l'increspato zaffiro delle onde, soli con una sola che c'intenda e ci risponda. — Ma per Ermellina! La luna, dalla piena faccia versando i silenzi di sua luce sulla natura, mostrava all'afflitta sul poggio lontano la torre del palazzo, ove gioito aveva, fanciulla imprevidente d'un infausto avvenire: più da presso il campanile di Pontida, ove la vecchia indovina le aveva predetto che finirebbe i suoi giorni abbracciata all'amato giovinetto: ecco la portella ov'egli primamente le tese al collo le braccia. — Oh! tu almeno sei salvo, amor mio tu rimani a compiangere chi doveva vivere solo per te, chi per te muore. Povera Ermellina!

In brevissimo tragitto prendono spiaggia al dosso della vicina isoletta. Oldrado trascina di barca la donna: pochi passi ed... ahi vista! su l'arena giaceva resupino Tibaldo: avea fisso in petto lo stile dal pome dorato, e le sue dita premevano sulle tiepide labbra una viola del pensiero, tessuta di biondi capelli.

Mise un grido la disperata, cadde sovr'esso, confuse il suo coll'ultimo sospiro di lui; e neppur sentì il pugnale che, tratto dal cuore dell'amante, le fisse e rifisse nel suo l'adirato: poi la precipitò nelle onde, abbracciata al troppo diletto garzone. — Ahi, come s'adempiva il presagio dell'indovina di Pontida!

I poverelli, usati venire dalla pietosa a mendicare il tozzo, più non la rimirarono, esilarata nel piacere del benefizio: invano l'attesero le forosette ad avvivare di sua presenza le baldanzose carole del giorno festivo o della vendemmia; i Francescani, che da Sabbioncello e da San Rocco venivano alla cerca, si videro mandar al convento larga limosina per celebrare suffragi, e l'ordine di non tornar più.

V.

E Oldrado?

Le sentinelle più non alternano dagli spaldi l'allarme, più la saracinesca non si rialza all'entrata del castello. Per un pezzo corse voce ch'egli fosse andato colla vinta sua fazione in esigilo, ma quando Gian Galeazzo Visconti perdonò ai nemici, e, di salute affidati, tutti i Guelfi nostri risalutarono il sorriso de' tuoi colli festanti e l'olezzante sereno delle tue aurore incantatrici, o mia Brianza, Oldrado solo non ritornò. Variamente ne fu che dire per tutti i contorni, ma nessuno colse nel vero. Però la vecchia indovina, a chi la interrogava se ne sapesse, rispondeva col no misterioso di chi vuol far intendere che sa tutto: finchè, passati dieci anni e dieci giorni, essa raccontò la storia a pochi, e troncandola sulla fine, batteva del piede in un certo luogo del castello.

E quella storia la ridissero poi gli uomini a chi chiedeva quali erano i padri nostri; la ridissero le vecchie alle fanciulle che domandavano quanto gran colpa fosse il bacio d'amore; e corse di bocca in bocca fino a un tempo di sbigottita noncuranza, quando nessuno più impedì che i colpi delle sciabole o la ruggine della pace consumassero foglio a foglio le nostre memorie.

Ed io fanciullo coi fanciulli del mio villaggio, assumendo alcuno di que' nomi che erano allora la maraviglia delle città e dei tugurii, dei re e dei garzoncelli, sovente fingevo assalti e battaglie presso a quel castello, che pomposamente denominavamo Austerlitz, Barcellona o Smolensko. E tra quelle finte imprese, dove ci addestravamo agognando alle vere, m'arrestò talvolta il più annoso pescatore del paese, affine di raccontarmi i casi di Ermellina. Io l'ascoltava, deh come attento! ma quando soggiungeva certe fantasie, d'un pipistrello che ogni sera aliava intorno alla portella, di certe graffiature che, poc'anni fa, si discernevano sulle bruciacchiate pareti d'un camerotto disabitato; di due fiammelle che, fino a' suoi giorni si vedeano dal lago inseguirsi rasente i torrioni senza raggiungersi mai, — Buon vecchio (io gli chiedeva) perchè tutto questo fino ai dì vostri, ed ora non più?

E mentr'egli rimaneva, mal predicendo di questi fanciulli, che, dopo venuta la Rivoluzione, nascono ad occhi aperti e non temono del demonio, io tornava sui trastulli, a strappare i vilucchi e il capelvenere dalle ingombre feritoje del castello, a racimolare le coccole selvatiche e l'uva turca sui dirotti muricci, e fingere innocenti battaglie su per le brecce, un tempo insanguinate dalle vere.

Ora fa poc'anni, smurandosi colà, per _far bello_, col qual titolo il giorno d'oggi va distruggendo ogni memoria del jeri, fu dissotterrata una grossa lapida, impressa a rozzi caratteri, e sott'essa un guerriero. Il cadavere, al primo sentir dell'aria, si sfasciò, ma durarono i suoi arnesi di ferro e una negra celata e un giaco di maglia, nel cui mezzo dal lato sinistro era piantato uno stilo dal pome dorato.

Ma chi si curò di sapere chi fosse?

1832.

NOTA.

È Brivio un borgo di antichissimo ricordo, posto sulla destra dell'Adda, dieci miglia di sotto di Lecco; e il suo nome (anzichè da _Bi ripa_, come vogliono i latinisti, raffrontando a _Bi-lacus_, Bellagio) ne pare derivato dalla radice celtica _briva_, ponte; da cui i gallici _Sumorabriva_ fra Auxerre e Troyes; _Durobriva_ e _Ourobriva_ in Bretagna; _Brivia Curretia_, Brives sulla Corrèze, ecc.

Nel secolo IV è ricordato che san Simpliciano, succeduto a sant'Ambrogio nel vescovado di Milano, e che una antica tradizione farebbe dei Capitanei o Cattanei del prossimo villaggio di Beverate, venisse fin a Brivio a ricevere i corpi dei ss. martiri dell'Anaunia (Val di Non), Sisinio, Martirio ed Alessandro, ch'egli trasportò nella basilica milanese, denominata poi da esso santo vescovo. Il titolo di que' tre santi rimase alla chiesa prepositurale di Brivio. Doveva però questo borgo stare sulla riva sinistra dell'Adda, in quella che chiamavasi Val di San Martino, e che appartenne alla diocesi di Milano fino al 1746, quando fu ceduta alla diocesi di Bergamo. Forse allora sulla riva destra non sorgeva che il castello: il quale è un vastissimo quadrato, avente ai quattro angoli quattro torrioni rotondi. Apparteneva questo, avanti il mille, ai signori di Almenno; di poi passò ai signori di Lecco; e Attone, conte di Lecco, e Ferlinda, sua moglie, lo donarono al vescovo di Bergamo _pro remedio animæ suæ_, come appare da un diploma di Enrico I imperatore, dato nel 1015, e riferito dal Lupo, _Codex diplomaticus ecclesiae bergomensis_.

Quel castello, assiso sul fiume che a Napoleone pareva il più strategico dell'alta Italia, acquistò importanza nelle guerre successive. A mezzo il secolo XIII vi si rifuggirono i nobili milanesi scacciati dalla plebe prevalente, la quale inviò ducento balestrieri, che demolirono la ròcca. Ancora conservano il nome la _Mura_, che doveva essere un posto avanzato sulla sinistra dell'Adda; e sulla destra la _Bastia_ e più lungi la _Rocchetta_; e quanto al ponte, doveva sporgersi di rimpetto al castello, sebbene nessuna orma di pile si trovi nel letto del fiume. Quando i soldati viscontei, perseguitando i Guelfi che, capitanati dal conte di Savoja e benedetti dal papa come crociati, si difendevano nella Valle San Martino, vollero varcare l'Adda nel 1373, vi fecero un ponte di legno, sul quale passò Ambrogio, figlio naturale di Barnabò Visconti, che da essi Guelfi venne ucciso presso di Caprino. _La parentela de burgensibus de Brippio_ trovasi noverata fra le guelfe cui Giovanni Galeazzo concedette perdonanza nel 1335.

I Veneti, collegati con Francesco Sforza a danno dell'_Aurea Repubblica Ambrosiana_, nel 1445 presero il castello di Brivio, dove fabbricarono un ponte, e ristorarono il forte che poi resero al duca di Milano nella pace del 1454.

Allora già cominciavansi le batterie a fuoco; laonde alle antiche fortificazioni s'aggiunse una torre angolosa sul fianco nord-est: e probabilmente allora fu fatta una gran diga, poco disotto, traverso al fiume non ancor navigabile, acciocchè le acque rifluissero nell'ampia fossa del castello. Nel 1527 v'era governatore don Giovanni Guasco, a nome di Carlo V. Questo imperatore, ne' continui suoi bisogni di denaro, infeudò quel castello al conte Girolamo Brebbia nella cui casa rimase fin testè.

Divenuto il fiume confine tra il Veneto e il Milanese, tutte le abitazioni portaronsi sulla destra; ed è notevole la differenza di dialetto, di vestire, d'agricoltura, di consuetudini che oggi corre fra terre così vicine e di così continua comunicazione. Fin alle ultime vicende, una dogana (la Sostra) e un dazio esistevano sulle due rive, pei diritti dei due dominii.

Nella peste del 1630 la terra restò desolata sì, che solo ne camparono tre famiglie, Mandelli, Lavelli De Capitanei e Canturj.

Nuova vita diede al paese la grand'opera del naviglio di Paderno, che pose in comunicazione il lago di Como con Milano. Nel 1777 l'arciduca Ferdinando, il conte Firmian governatore ed altri magnati s'imbarcarono a Brivio, per passar essi primi sul nuovo canale fino a Trezzo. Allora Brivio divenne centro di tale navigazione, e vi si collocarono molte famiglie di barcajuoli e _paroni_, cioè guide, che conducono le navi cariche da Lecco fino a Trezzo.

Nel triennio dopo il 1796, un grosso corpo di Francesi vi stanziò, ed essendo cessato il dominio veneto, si costruì un ponte di chiatte che congiungesse le due rive. Al ritornare degli Austro-Russi nel 1799, i Francesi disertarono questo posto, senz'altro che affogare tutte le barche; ma erra il Botta nel dar colpa a Serrurier di avervi lasciato un ponte di chiatte. Mentre si combatteva al ponte di Lecco, un corpo di Cosacchi delle bande di Wucassovich e Bagration, si presentò davanti al borgo, intimando, O barche, o cannoni. Di che sgomentati i terrazzani, e trovandosi abbandonati da' Francesi, rialzarono le barche e tragittarono i vincitori. Ne seguì il saccheggio, dopo il quale s'avviarono alla battaglia di Verderio.

Dalle inondazioni cui la terra andava soggetta, ora la schermiscono le utilissime opere intraprese nell'Adda, mercè delle quali è agevolato il defluvio del lago di Como e la navigazione.

Il castello, come in tempi pacifici avviene, fu vòlto a' servigi privati: camere, prigioni, manifatture; la fossa occupata da case ed orti; gli spalti da giardini. Ma nel 1846, volendosi allargar una piazza tra esso e il lago per uso del mercato, si stimò bene far la colmata colle pietre della fortezza medesima, togliendo così in gran parte il carattere pittoresco di questo borgo, e mascherandone la veduta con folte piante. Nella demolizione uscirono lapidi e rovine e frammenti curiosi, di cui qui non è luogo di ragionare.

Il patrio castello ispirava all'autore la seguente romanza nel 1834:

ALLA MELANCONIA

Melanconia, dell'anima Nube soave e cara, Onde soffrir s'impara Dei casi all'alternar, Me del tuo latte al pascolo Traendo ancor fanciullo, Dall'ilare trastullo Volgevi al meditar. Di tortorella il gemito, L'aura che bacia il rio, Il suon d'un mesto addio Pareanmi il tuo sospir. Fiori spargeva e lagrime Degli avi miei sull'urna? Col vol d'aura notturna Io ti sentia venir. Dove quell'ermo vertice Lungi dal mondo tace, Chiesi, al tuo piè seguace, Pensieri e libertà: O dove il muschio e l'edera Sul mio castello erranti, L'ire, le laudi, i pianti Copron d'un'altra età. Spinto a lottar nel pelago, Soffrii, compiansi, amai; Ma de' tuoi miti rai Sempre ebbi vago il cor: Te dall'urbano turbine Cercai, te in cupa stanza, Fra sogni di speranza, Nell'ansia del terror. Con te fremei se l'empio Franger il dritto io scòrsi: Al pio calcato io porsi Per te l'amica man. Teco evocai d'Italia Le ceneri eloquenti, Cercando ai corsi eventi Gli eventi che saran. Giovin, ma stanco e naufrago Riedo al paterno lido: Teco all'ombrìa m'assido Che me fanciul coprì. Riede, col cor dall'odio, Straziato e dal dispetto, Ove a benigno affetto Tu m'educavi un dì. Melanconia, col placido Spettacol di natura, Le piaghe mie deh cura, Rendi me stesso a me; Tornami in pace agli uomini M'insegna oblio, perdono; Di' che follia non sono Onor, giustizia e fè.

LA SETAJUOLA

O virtuoso popolo, o santo, Che, dal diurno lavoro affranto, Mentre il briaco ozio profonde In gioje immonde Il caro prezzo del tuo sudore, Stai modulando preci d'amore; O generoso popolo, o pio, È teco Iddio. Oh, i tuoi dolori ti sien contati Quanto dal ricco sono ignorati; E tu perdona del ricco al volto Il riso stolto.

C. DESTEFANI.

Tra le rusticali faccende nessuna riesce così gioconda a vedere come quella del filare la seta. È una sollecitudine regolata, un vivacissimo movimento, una pulita attenzione; una fatica non sordida, e rallegrata dall'idea di un felice guadagno e del sostentamento che ne ricavano tante e tante famiglie e interi paesi; talchè rimane gradevolmente commossa l'anima di chiunque sia punto avvezzo a meditare su ciò che lo circonda, a compiacersi del buono, ancor più che del bello.