Part 7
«Ma la si figuri!» incominciò a dire il mio demagogo, «uno speziale di campagna! E averlo condotto io dalla contessa! Ah, dunque gli è proprio vero.... e farsi condurre da me dalla contessa! Si figuri la mia responsabilità! Oh, ma io andrò dalla signora contessa e dal signor conte, ed esporrò loro il caso personalmente, e domanderò gli ordini per fare i _miei passi_ sia per conto della nobil casa, sia, subordinatamente, per conto mio. Oh, la vedremo! Introdursi nelle case con falsi recapiti sotto il manto di un ragioniere onorato non solo, ma che fu chiamato come revisore anche in pubblici dicasteri!... Quali erano le sue intenzioni? Che cosa voleva lei perpetrare in casa della contessa? Io già gliela conto chiara.... e non so se mi spiego.... insomma io dovrò dire alla contessa che non posso più rispondere di niente, e farò rinnovare gl’inventarii....»
Il guaio di questo povero ragioniere fu quello di essere arrivato in un momento in cui, avendo dovuto giustificarmi due volte, non mi sentivo punto voglia di farlo una terza. Così, quando fummo a questo punto del suo discorso, lo pigliai per un braccio, e con tutta tranquillità, ma senza aprir bocca, lo misi fuori dell’uscio. Senza aprir bocca mi seguì il ragioniere, ma col passo un po’ più svelto del mio. Non so, nel racconto de’ suoi fasti, come s’acconcerà il buon uomo con quest’ultima circostanza; ma probabilmente concluderà col dire che, avendo io cercato d’alzare la voce, egli mi pigliò per un braccio, e mi cacciò di casa.
Mandai la lettera a Bortolo; mi chiusi in camera, e caddi nella mia poltrona stracco, sfinito per l’emozione e la vergogna. Mi copersi il viso con le mani; ma allora mi trovai in un turbinìo di pensieri e di fantasmi, ciascuno dei quali mi picchiava sui nervi del capo, e me li faceva dolere stranamente. C’era un po’ di tutto: c’era Bortolo, il circolo, il _naso rosso_, le cambiali, lo zio, Marcello, gli amanti della contessa.... la contessa! A questa apparizione dolcissima l’antico entusiasmo mandò il suo ultimo raggio, e, scotendomi, dicevo tra me: «Oh, tu fai violenza al tuo cuore, ma tu mi ami, io lo so! _Adalberto è un nome che mi piace tanto_, osò appena ripetere il tuo timido labbro, e _il mio giro di valzer lo farò con lei_.... parole semplici, ma profonde, dietro cui sta forse un intero paradiso d’amore! Oh con te io non avrò bisogno di giustificarmi, perchè le mie scuse te le suggerirà il tuo cuore.... Ma io mi giustificherò, perchè io dovevo essere franco e sincero con lei, che è tutta schiettezza e ingenuità!... Aspetterò le ore della sera in cui mi sarà più facile trovarla sola, e avere con lei un lungo colloquio. E allora quale entusiasmo non vedrò io brillare sulla sua fronte quando le dirò: signora, il blasone antico era mentito, ma io saprò deporre dinanzi a voi un blasone che incomincia da me!» I soliloquii di solito sono poco modesti; così non guardai molto per il sottile, tanto la chiusa mi pareva irresistibile, e, quel che è peggio, nuova.
Venuta la sera, corsi alla casa della contessa, con la mia parlata _irresistibile_ bell’e fatta, e col passo sicuro di chi va alla vittoria. Ma il passo me lo fermò il portinaio, il quale mi gridò dietro in tutta fretta:
«Ehi, signore, la contessa non c’è.»
«Come?» ripigliai io, «ho veduto dalla strada le sue stanze illuminate....»
«È probabile; ma la contessa quando non c’è, non è poi obbligata a non esserci.... Del resto credo che la contessa per un pezzo non sarà in casa.... per cui, se vuole un mio parere....»
«Fatele annunziare subito il mio nome!»
«Ma.... se lei poi non capisce.... le dirò che ho già l’ordine di non farlo!»
* * *
Quella notte la passai tutta in progetti di duelli e in dubbii su chi dovessi ammazzare di preferenza, se il marito, il ragioniere, o gli amanti; me eccettuato. L’alba mi fece vedere un poco più chiaro, e pensai che a queste scene di sangue era bene far precedere qualche schiarimento. Conchiusi ancora che lei era innamorata di me, ch’era la vittima certamente di qualche dramma tenebroso, e che ad ogni costo bisognava ch’io la vedessi e le parlassi. Quest’era il punto difficile; ma, facendosi sempre più chiaro il mattino, mi balenò in mente, come spesso mi accade, un’idea vecchia; l’idea di ravvolgermi in una nera cappa, di mettermi una maschera, di calarmi il cappuccio sul viso, e di aspettare così la signora in un veglione al teatro. A render meno peregrino questo pensiero, ci era la circostanza che la sera ci doveva essere un veglione, e che io sapevo da un pezzo che la contessa ci sarebbe andata.
Dopo un’intera giornata, e non ci voleva meno, che impiegai nel provare a me stesso, come quell’ordine dato al portinaio doveva essere la prova irrefragabile che io ero appassionatamente amato, eccomi ravvolto in un _domino_ tutto nero, triste, solo, tra l’onda gaia di maschere a mille colori, come un corvo in mezzo a un bel prato smaltato di fiori. Capii subito che esse non mi riconoscevano nessun diritto di concittadinanza: chi mi sospingeva a urtoni, e chi mi respingeva con un motto poco fraterno: mi domandavano se ero una spia, un ladro, o un marito geloso. Questa figura triste e solitaria era loro uggiosa come l’immagine del silenzio e della malinconìa, che forse li attendeva al mattino all’uscio di casa. Dopo una traversata lenta e burrascosa, giunsi al palchetto della contessa: mi guardai un’ultima volta in uno degli specchi del corridoio per accertarmi d’essere irriconoscibile; poi, fattomi un gran coraggio, aprii piano piano l’uscio, ed entrai. Il palchetto era affollato di visitatori e di maschere; vi si faceva un gran chiasso, e nessuno si accorse che fosse entrata una maschera di più. Mi alzai in punta di piedi per spiare al di là di una siepe di spalle che avevo dinanzi, per veder la contessa, e, pensavo tra me, per leggere nel suo volto mesto, turbato, una segreta afflizione del cuore; mi aspettavo proprio questa volta di leggere scritto sulla sua fronte: _Adalberto_.
Ma per quanto il mio occhio fosse propenso a questa scoperta, pure non gli fu difficile di vederci subito tutt’altro: sulla fronte della contessa non si leggeva proprio nulla. Bella, serena, contentissima di sè, non le si leggeva pensiero che si allontanasse dalle chiacchierine e dalle risate del suo palchetto: ma era forse un’illusione anche questa; e mentre i più loquaci della brigata la credevano tutta intenta alle belle cose che le andavano dicendo, la contessa forse pensava all’effetto ottico che ella faceva in quel momento traverso alle molte lenti che la fissavano da cento parti. Di queste analisi e di questi ragionamenti però, non ebbi tempo di farne in quel momento. Pur troppo mi accorsi subito a colpo d’occhio di qualcosa che non mi lasciava illusioni; e dalle punte dei piedi ridiscesi presto sui tacchi. Rimasi qualche momento come impietrito, e senza sapere quale indirizzo dare ai miei pensieri; quando una loquace mascherina in _domino_ rosa che sedeva, al parapetto, di contro alla contessa, saltò su a dire:
«Cara Neni, me ne vado. Sono un poco infreddata, e a dirti il vero ero venuta qua nella speranza di trovare, tra i tuoi adoratori, lo speziale, per farmi dare qualche pozione o qualche pillola di _lauroceraso_.»
«Ah! lo conosci anche tu lo speziale! Aveva forse acceso _un fornello_ anche per te?» riprese la contessa.
«Tutt’altro! Avevo imparato a conoscerlo, vedendolo sempre dietro di te come la tua ombra. Fu intraprendente lo speziale!: si fabbricò la sua ròcca... poi venne quaggiù a pigliare i _merli_! Dell’avventura ne parla stasera tutto il teatro....»
Qui la conversazione si rifece confusa e clamorosa come prima. Chi domandava di che avventura si trattasse; chi voleva sapere come la era andata a finire; chi non ne sapeva nulla, e voleva saper tutto in una volta; altri ne contavano de’ brani, con versione libera e fantastica; ed io frattanto, più ingrossava il mio romanzo e più cercavo di farmi piccino. Non potei afferrare tutto ciò che la contessa andava dicendo, e in cui c’era sempre di mezzo il ragioniere, diventato per il momento un _procuratore_; ma sentii che «.... il procuratore aveva tutta la colpa dell’accaduto, perchè doveva pigliar meglio le sue informazioni; ma che, essendo uomo di molta energia e di molta avvedutezza, aveva messo rimedio in tempo, ed aveva data allo speziale tal lezione di cui si sarebbe rammentato per un pezzo....»
«Oh! oh! l’_apothicaire_, l’_apothicaire_...,» gridava l’uffiziale francese, ch’era pure della compagnia, ridendo per tutti di qualche suo bel motto che non giunse fino a me, ma che sarà stato uno sfogo di rivalità tra _apothicaire_ e _épicier_.
«Mi spiego adesso le sue opinioni politiche,» diceva un altro, «le quali erano esagerate appunto come le polizze del suo mestiere.»
«L’hai scappata bella, cara Neni,» gridava la mascherina dal domino rosa, «con un così terribile conquistatore! Egli si era prefisso di far girare il capo alle signore, e sfido io, quando s’accostava con quell’essenza di gelsomino, a non averne il capogiro!»
«Confesso» conchiuse la contessa «che io ero lontanissima dal crederlo un _senza nascita_. Vedevo bene ch’egli veniva da luoghi dove non c’è _mondo_, dove non ci sono modi. Eppure sulle prime quella sua aria di _coq du village_ mi aveva divertito moltissimo. Adesso però era diventato oltremodo noioso; e l’essere ritornato a far lo speziale sarà un bene per lui, e la è di certo una gran fortuna per noi.»
In quel mentre nuove maschere, spalancando con grande strepito l’usciolo, vennero a cacciarsi nel palchetto. Nella ressa di chi voleva entrare, e di chi voleva uscire, io che ero, come ognuno già se lo pensa, tra questi ultimi, mi trovai per un momento nelle braccia dell’uffiziale francese, il quale mi pigliò per una delle maschere venute, e mi gridò scotendomi: «_Oh, par exemple! êtes-vous l’apothicaire!_» Pieno d’ira e di veleno io lo fissai col piglio di chi vuol provocare qualche cosa di luttuoso; ma l’altro non vide che l’espressione scipita deila mia maschera, e diede in risa più sgangherate di prima. Un nuovo urtone frattanto per parte di quelli che uscivano mi cacciò sul corridoio, ove mi ripigliò tra le sue spire la corrente della folla.
Mezz’ora dopo ero sotto la coltre; e convinto che il mio romanzo era finito, spensi il lume. Ma la notte, benefica sempre, matura i pensieri e i riflessi, quando non può essere apportatrice di riposo. La notte dunque mi disse che al mio romanzo mancava un capitolo ancora; un capitolo che fosse la conclusione del primo volume, e la prefazione del secondo: il quale però, a tranquillità dei miei lettori, non verrà scritto mai. Un capitolo insomma nel quale ci fossero quegli avvenimenti che, dopo la sua scappata fuori del nido, ridussero anche il passero della sorella del curato dalla bocca del gatto alla tranquilla esistenza sul letticciolo di bambagia.
* * *
Quella buona inspirazione di correre alla città natale di Marcello, e di buttarmi nelle braccia del mio vecchio amico, inspirazione a cui prima non avevo dato retta abbastanza, ritornò trionfatrice allo spuntare dell’alba, come una speranza, un asilo, dopo aver veduto per tutta la notte le fauci del gatto. Questa volta non indugiai. Allo scocco del mezzogiorno io ero già per le vie di un’altra città più modesta a chieder conto di Marcello; e poco dopo picchiavo alla porta dell’amico. Ci guardammo fissi un istante con quella tacita sorpresa di due vecchie conoscenze che, rivedendosi dopo molti anni, sentono il bisogno di raccapezzare in fretta il passato, e di fare un po’ d’inventario del presente. Nell’inventario del presente mi colpì la quantità straordinaria di capelli grigi ch’era venuta a frammischiarsi ai capelli nerissimi di Marcello: a voler dire da qual parte fosse la maggioranza bisognava chiedere la controprova. Marcello aveva tuttora l’aspetto risoluto e vigoroso; ma il suo volto portava le tracce delle sofferenze patite; le tracce dei digiuni, delle celle umide, e di cinque anni di ferri nelle fortezze dell’Austria. Ma la rassegna fu brevissima, perocchè Marcello ci pose subito fine stringendomi nelle sue braccia con l’antica vivacità e con l’antico affetto.
Marcello volle presentarmi ai suoi fratelli e alle sue cognate; tutta gente schietta, vivace, buona, che viveva in una sola casa, come in una sola famiglia, e in mezzo a cui si respirava una cert’aria di onestà, di semplicità, di cortesia che mi riusciva nuova e seducente: fino allora non avevo respirata che la brezza troppo cruda del mio paese, o la mal’aria del piano. A Marcello narrai tutte le mie vicende, e più diffusamente di quello che non abbia fatto scrivendole oggi; gliele narrai con tanta schiettezza, e con così poca misericordia per me, che ne lo vidi scosso ed afflitto più di quello che volesse parere. Egli mi strinse nuovamente nelle sue braccia, e mi disse che a metter riparo, e prontamente, a tutto ci avrebbe pensato lui. Mi disse mille cose che mi parvero ben più vere e più sante di quelle quattro che avevo imparate a memoria sul mio vecchio formulario. Mi additò per quali vie spaziose cammini il mondo da sè, senza bisogno che nessuno lo regga per le falde; e come, nel camminare, pigli mano mano le nuove provvigioni che meglio gli si confanno, rifiutando sempre le rancide, qualunque sieno. Infine mi insegnò il culto di una sua grande divinità, a cui egli teneva sempre fisso lo sguardo; divinità, il cui regno sembra talora non essere _de hoc mundo_, tanto si fa umile e piccina; ma che poi piglia la rivincita, e ricompare gigante nelle lotte e padrona del campo; e quasi sempre senza vestirsi da eroe: il _Buonsenso_.
Il giorno dopo Marcello partiva per la capitale dei miei debiti e dei miei disinganni, volendo ch’io rimanessi nella sua famiglia finchè non gli fosse riuscito di aggiustare le mie partite, e di levarmi con onore dagli impicci in cui ero caduto.
Ciò che più di tutto mi affliggeva, era il pensare al mio povero zio, che con qualche artificio avevo in quei mesi tenuto in inganno, e che mi credeva in tutta buona fede all’Università, tra le braccia della farmacia, prima scienza del mondo. Povero zio! Sapere in una volta ch’io l’avevo ingannato, ch’ero pieno di debiti, e che mi ero fatto beffare e ingiuriare da tanti! Ce n’era per lui da morire di dolore. Marcello che mi aveva letto nell’anima, com’ebbe rattoppate alla meglio le mie faccende, e in modo che almeno non avesse a immischiarsene un tantino l’autorità, andò fino al mio paese, e fece egli stesso presso mio zio quello che io non avevo il coraggio di fare. Così il buon vecchio seppe la disgrazia, ma non come l’avrebbe portata il vetturale che andava una volta per settimana al capoluogo del circondario; la seppe da una voce amica, che accanto alla mia scappata potè mettere una seria parola sui miei buoni propositi. Marcello suggerì allo zio tutte le buone ragioni, che lo zio forse non avrebbe voluto così subito confessare d’aver trovate, per perdonarmi. La sola lezioncina, che tacitamente lo zio mi inflisse, fu quella di pagare i miei debiti col vendere la vigna della _ròcca merlata_.
L’annata per i miei studii era oramai perduta; nullameno volli recarmi all’Università per farvi i primi passi nella mia riconciliazione definitiva con le storte, con gli empiastri e coi pestelli; e nel tempo stesso per non tornarmene così subito a casa. Temevo il banchetto del figliol prodigo. Il mio curato, tenero com’era delle storie antiche, sarebbe stato capacissimo di imbandirmi un vitello intero. Insomma, ritornando al mio paesello, avrei voluto farmi additare per qualcosa di buono, o almeno giungere fra i miei compaesani quando la loro fantasia, dopo aver fatta sui miei casi una lunga leggenda, l’avesse del pari dimenticata.
L’occasione d’aprire libro nuovo e pagina nuova, proprio come desideravo, non tardò. Per questa mia Italia, che amo come un innamorato, avevo detto delle ciarle molte, ma non avevo fatto mai nulla. Nel giorno sacro della guerra, io, sciocco, avevo protestato contro la guerra imbelle dei cannoni, in nome delle falci, dei chiodi, e delle formole terribili che stavano nell’arsenale dell’amico X. Nessuno nel mio paese aveva sospettato che quell’astensione fosse un grande eroismo, ma piuttosto l’avevano tutti creduta una gran paura. Anche lo zio mi avrebbe veduto partire di buon occhio, perchè il fare la guerra era per lui l’unica cosa che potesse gareggiare a questo mondo col fare le pillole. La fortuna volle che io potessi rimediare a tutto: io feci ritorno alle pillole, e l’occasione della guerra fece ritorno a me.
Le guerre però bisogna pigliarle come vengono, e non le si possono scegliere secondo i propri gusti. La nuova guerra non fu quella che mi avrebbe soddisfatto per tutta la vita; non fu la guerra ai forestieri. Anzi non l’ho voluta mai chiamar guerra; e solo dirò che sono andato anch’io a dare una mano fino in fondo allo stivale, perchè lo si potesse mettere a nuovo, e d’un solo colore. Non scriverò dunque le mie milizie; ma chi le vuol sentire venga al mio paese, dove le conto, per passare le sere d’inverno, in una edizione che ha il pregio d’essere corredata da un buon fuoco, e da una buona bottiglia; la bottiglia però non è più di quelle della _ròcca merlata_.
* * *
In una giornata d’inverno dell’anno seguente, io facevo ritorno al mio paese. Lo avevo lasciato con l’intento secreto di diventare uno dei generali degli Stati Uniti d’Europa, e ci ritornavo con la bisaccia e il cappotto sdrucito di soldato semplice: lo avevo lasciato con la febbre delle allucinazioni, superbo e iroso, e ci ritornavo con quella serenità d’animo che sola sa dare la coscienza dell’aver fatto il proprio dovere. Non ci volle che quel briccone di campanile del mio paese per mettermi il cuore tutto sossopra, proprio come se ci fosse ritornato l’_io collettivo_ d’una volta. Appena lo vidi spuntare da lontano avrei voluto saltargli al collo e dargli un bacio, se mi è permesso dire così. Ma tra le cose che gli avvenimenti avevano messo di galoppo, non c’era la vettura del mio paese; ed era appunto questa che mi conduceva a casa di quel suo passo anteriore al risveglio nazionale. Presto m’accorsi ch’ero aspettato, e che gli amici mi avevano preparato un po’ d’ingresso trionfale. Primo a salutarmi fu uno sciame di ragazzi che gridavano a tutta gola, buttando in aria i berretti; poi gli amici, i parenti, i curiosi; e da ultimo la banda. La banda, per il paese e per me, era una grande novità. Lo zio parlava spesso dei tempi in cui in paese c’era la banda, ed egli era uno dei clarinetti; ma, sciolta dopo i trattati del _quindici_, la banda aveva fatto scriver molto ai Commissarii del distretto, e non doveva ricomparire che dopo quarantaquattr’anni. Al momento del mio ritorno la banda componevasi già di cinque _parti_; c’era un trombone, due trombe e due clarinetti. In principio del paese c’era un albero, piantato in mezzo della strada, con due bandiere e un cartello su cui si leggeva:
SALVE O PRODE CAMPIONE DI QUESTO BORGO E DI QUELLE SCHIERE CHE BELLONA CONDUSSE E GLI DEI PROTESSERO.
L’iscrizione era del maestro: parecchi che non conoscevano Bellona, ne capivano poco, e volevano scommettere ch’ero stato invece con Garibaldi. Sotto l’albero c’era il curato e lo zio, il quale portava una gran sciarpa tricolore a tracolla e, soffocando gli affetti privati dinanzi ai doveri della cosa pubblica, mi riceveva come sindaco. Il curato mi lesse un discorso che incominciava colle Termopili e finiva, tra gli evviva degli astanti, con Maratona e con Austerlitz, per un riguardo allo zio. Al discorso non potei tener dietro, perchè subito dopo le Termopili, girando gli occhi, vidi poco distante un gruppo di ragazze che avevan l’aria di non voler essere vedute, e ch’io non riconoscevo più, tanto in meno di due anni avevano lasciato il guscio, e pigliato il fare riservato e vergognoso. Tra quelle ragazze ce n’era una che si teneva nascosta più delle altre, ma che io vidi per la prima, e che era la più bella di tutte. Appena mi parve di averla riconosciuta, mi sentii il viso farsi di brace. Ritrassi gli occhi; poi avrei voluto guardar di nuovo, ma non ci trovai più il verso. Guardavo in basso; e mi accorsi allora per la prima volta quanto fosse sdrucito e malconcio il mio cappotto: pensavo che, per aver avuta la febbre, in quel momento _tutti_ mi dovevano trovare smunto e brutto; e poi vidi che avevo anche le scarpe rotte. Di bello e nuovo non avevo che una cosa sola, una medaglia d’argento appesa a un nastro azzurro, ancor lucida l’una e lucido l’altro. Avrei voluto che tutti fissassero quel punto solo, ch’era l’unica cosa pulita e in assetto che mi avessi. Oh, che storia lontana mi sarebbe parsa quella della contessa Neni se qualcuno me l’avesse richiamata in quel momento!
Il paesello, la casa, tutto, fino i pestelli mi parvero, da quel giorno, proprio quel letticciolo di bambagia su cui era andato a finire quel mio precursore d’avventure, il passero della sorella del curato. Non è a dire però che, proprio come lui, mi sia messo a vivere col capo sotto l’ala, passando da un sonnellino all’altro. Il capo invece io lo misi a partito, e cominciai col riprendere e col compiere quegli studi ai quali m’ero sempre ribellato in nome di quegli altri centomila studi, che mi avevano condotto sino allora a non studiar mai niente. Lo zio ne è tanto contento che non sa più star nella pelle, e non c’è storta al fuoco di cui non mi confidi il quid che ci bolle in secreto. Egli si è tenuta la direzione del _laboratorio_, ossia del suo fornello, ed ha lasciata a me la cura della spezieria. Siccome poi egli mi chiama sempre il _militare_, così voleva che sulla porta della spezieria ci fosse scritto: _farmacia militare_. La cosa non è andata a luogo subito per qualche mia osservazioncella; il progetto sussiste, ma lo si differisce di giorno in giorno. Lo zio poi ha desiderato di vedermi capitano della guardia nazionale; e da un anno infatti io sono a capo di tutte le forze di terra del mio paesello. Poi faccio tant’altre piccole cose.... perchè bisogna sapere che nella mia valle, non essendoci che un solo partito politico, quello del criticare, io mi sono messo in capo di crearne uno nuovo, quello del _fare_!
Lo zio adesso desidera.... e qui non guardatemi, perchè dovete sapere che non ho smesso ancora di farmi qualche volta rosso in viso tutto ad un tratto. Lo zio insomma è così contento d’essere zio, che vorrebbe diventare _pro-zio_. Ma non chiedetemene di più, perchè ciascuno è fatto a proprio modo, e il modo mio questa volta è quello di fermarmi qui.
Per finire poi la storia del paese, vi dirò che quel buon figliolo di garzone del fornaio non è ritornato più. È morto al Volturno; e gli fu messa una lapide in chiesa, che ricorda come anche il nostro paesello abbia dato il suo tributo all’unità della patria. Morì il curato; morì la madre della Luisa. Alcuni dicono che la Luisa vada presso una sua parente che sta lontano; altri dicono di no, e soggiungono che se ci andrà, farà in breve ritorno. Io che volli scriver presto, anzi troppo presto, questa mia storia appunto per non darvela compiuta, permettetemi che vi lasci nella curiosità, e non vi faccia pronostici. E quel diplomatico dal naso rosso? Lo vidi per il mondo ben vestito, ma da un pezzo non ne ebbi più nuova.