Part 5
— Non t'impazientire, Carlo; sa Iddio se io m'immagino che sia una bella vita! Per quanto sia brutta, non lo sarà certo quanto pare a me; ma pure bisogna farsi animo. O che la vita che andresti a fare fuor di paese sarebbe meglio? Ce ne sono state dell'altre ragazze che discorrevano con giovani che dovevano andare soldati; ne conosco io più d'una, le conosci anche tu. Ebbene, i giovani sono partiti, sono stati lontani parecchi anni, qualcuno è anche andato alla guerra. Le ragazze li aspettarono; in tutto quel tempo vissero ritirate; finalmente quelli tornarono, si volevano più bene di prima, si sposarono, e ora vivono in pace, senza rimorsi. Io non credo che sarebbero così contenti, se fossero fuggiti, anche nel caso che avessero potuto tornare. E la vita del soldato non era mica più brutta allora che adesso.... E poi se tu fossi uno di quei deboli, come Pietro, il figlio del fornaio, che non ha potuto resistere, e dicono che è morto in una marcia, non direi; ma sei robusto, (lo guardò), e staresti anche bene.
— Sì, sì, tutte buone parole, — rispose il giovane con un leggiero sorriso; — ma non fanno al caso: io non parlo di fatiche, io non ho paura della fatica. Gli è questo qui, — e si picchiava sul cuore, — che non se la sente di fare il soldato. Io non son fatto per servire, ecco. I signori qui accanto m'avevano fatto la proposta di andare in città, e a che patti! Hai visto se ho accettato; è il mio carattere, cosa vuoi? coi superiori non me la dico, è impossibile. Figurati la schiavitù del soldato! Mi sgridano, rispondo, e sai cosa succede. Io so che vita è, me l'hanno detto, e poi tutti lo sanno; va una volta in piazza d'armi e lo saprai anche tu. Io sento che se vado non torno; non è una vita per tutti, tant'è vero che c'è di quelli che s'ammazzano dalla disperazione. Andrei a lavorare nelle miniere, piuttosto; andrei magari qui alla fabbrica di vetri, dove si sta tutto il giorno davanti alle fornaci, e si perde gli occhi; andrei dove tu vuoi, anche a crepare; ma a fare il soldato, no, non posso, è inutile, son fatto così: servire non è il fatto mio.
— Servire! — disse timidamente la ragazza; — io non so, ma... per quello che sento dire, e che pare anche a me, il soldato fatica e corre anche dei pericoli; ma non serve nessuno. Chi serve?
— Tutti! — gridò il giovane, — tutti serve!.... Chi serve! —
Camilla tacque un momento, e poi disse a fior di labbra, incertamente, come si dicon le cose sentite dire, più perchè ci son rimaste negli orecchi, che per averle capite:... — Serve il Re.
— Un'altra ora! — rispose Carlo, cercando in sè stesso una risposta; — il Re! Già, è sempre lì in caserma a far da protettore, il Re! È lì a farti far giustizia, quando ti maltrattano a torto; a farti dare del pane buono quando te lo danno colla muffa; e a far capire ai medici, quando ti curano, che sei carne di cristiano? Ne sa dimolto il Re!
— Io non so; ma ho anche sentito dire che fare il soldato... è un onore.
— Ah, povera te, un onore! L'onore è per quelli che comandano, e hanno i galloni d'oro e le tasche piene di quattrini; ma per il povero contadino che va lì a sgobbare quel tanto e poi chi s'è visto s'è visto, non c'è onore che tenga. Sai cosa c'è? C'è i ferri corti, cara mia; ecco quello che c'è. E poi... (qui abbassò la voce e riprese con accento molto significativo) tu non sai che vita fanno i soldati. —
La ragazza lo guardò un momento incerta, come se non avesse capito, e poi, abbassando gli occhi, mormorò:
— A me mi pare che chi vuole, può portarsi bene da per tutto.
— Già! Hai sempre una buona ragione da dire, tu! Tu accomodi tutto! Tu vedi tutto bello!
— E tu non vedresti tutto tanto brutto — rispose Camilla con una certa vivacità, — se non ci fosse chi ti fa vedere in quel modo!
— So di chi vuoi parlare, non è vero, e non dire una parola di più!
— Ma come vuoi ch'io parli allora? — proruppe essa con una voce, in cui si sentiva il tremito dell'indignazione; e intanto le si gonfiavano le vene del collo bianco e sottile. — Io ti dico quello che sento, quello che mi dice il cuore e che mi par il tuo bene, e tu vai in collera! Vuoi ch'io ti dica per forza quello che pensi tu? Comandami! minacciami! Ma col cuore non me lo farai dire, non lo dirò mai, mi ripugna... non posso!
— Ebbene! — disse Carlo con una voce che pareva tranquilla, ma con un viso che la fece tremare; — vado, te lo prometto, vado; ma... sentimi bene, te lo dico prima, e sta sicura che terrò la parola: io non sono uno di quelli che si lasciano mettere il piede sul collo, io ci ho del sangue nelle vene... mi conosci; ebbene, io, la prima volta che un superiore mi fa una prepotenza, o mi dice una brutta parola, o mi mette le mani addosso, fossimo anche in mezzo alla piazza d'armi, in mezzo alla strada, in presenza di cento persone, di te, del tuo Curato, dei tuoi parenti, di chi diavolo vuoi, com'è vero Dio gli spacco la testa col calcio del fucile, e segua quel che vuol seguire! —
Camilla si coperse il viso con orrore; egli la guardò di traverso, con quello sguardo di compiacenza bestiale che misura la ferita aperta dalla parola: ma quasi nello stesso punto, per uno di quei rapidi mutamenti del cuore che non sono rari in quelle nature violente, si commosse alla vista di quella poveretta che singhiozzava, come se il petto le si volesse spezzare.
— Camilla! — gridò con voce amorevole.
— Sì! — essa prese a dire singhiozzando, — vogliate bene a un giovane, consacrategli tutto il vostro cuore, soffrite, tremate, consumatevi per lui; tutto questo colla speranza che, quando egli si trovi in un momento difficile, vi dia la consolazione di vedere che ha bisogno di voi, che gli potete riuscir utile, confortarlo, incoraggiarlo; sì, illudetevi; quel momento verrà, farete quanto potrete per persuaderlo a non mancare ai suoi doveri: ebbene, allora, per ricompensa del vostro affetto, egli vi risponderà che vuol fare... — e soggiunse a fior di labbra — l'assassino! — e diede in uno scoppio di pianto più forte.
Carlo si chinò e la prese per una mano; essa approfittò di quel momento per gridargli con voce supplichevole: — Promettimi che andrai! — e l'afferrò per le braccia.
— Camilla! — esclamò egli, svincolandosi e allontanandosi rapidamente; — sono un disgraziato! —
Camilla fece cenno che si fermasse, Carlo scomparve; allora essa riabbassò il capo piangendo. In quel punto la scosse il suono d'una voce lieta e amorevole che domandava: — Cosa c'è?
— Ah! il signor Curato! — esclamò Camilla. — Ho tanto bisogno di lui, è buono, gli dirò tutto, mi farà coraggio, sia ringraziato il cielo! —
E corse verso il vecchio prete colla confidenza e colla serenità d'una bambina.
IX.
Carlo e Marco s'incontrarono due ore dopo in una strada del villaggio.
— Ho pensato una cosa, — disse Marco. — Sai in che mani t'hai a mettere per quell'affare?
— Che affare? —
Marco fece un atto come per accennare un paese lontano.
— Hai capito.... Ebbene, sai in che mani t'hai da mettere se vuoi uscirne bene? Te la do in cento a indovinare. Già non saresti il primo ch'è passato per quella strada.... ma in specie ora che il battibecco è più forte: se lui vuole, tra loro si scrivono di parrocchia in parrocchia, ti trovi al sicuro prima d'accorgertene. Tu devi andare da lui, dirgli il caso in cui ti trovi, e dargli una tastatina così alla larga, senza arrischiarti. Se vedi che cede subito, e tu batti, fin che il ferro è caldo; se fa l'indiano, avanti lo stesso, non è che una finzione per non compromettersi il primo; se poi nega, addio, è galantuomo, non ti tradisce, la peggio sarà di non averne cavato nulla.
— Ma di chi parli?, — domandò Carlo.
E l'amico fece intorno al capo un gesto buffonesco che voleva rappresentare un cappello da prete.
X.
Il Curato, che gli abitanti del villaggio chiamavano famigliarmente don Luigi, era un vecchietto d'una settantina d'anni, piccolo e nervoso, con due occhietti vivissimi, che leggevano nelle anime, — dicevano le divote, — come in un libro stampato; buon uomo e buon prete, indulgente in confessionale, allegro a tavola, di viso rosso, di capelli bianchi e di opinioni politiche tricolori; non diverso nella vita e nei modi dagli altri curati di quelle campagne; dai quali però era tenuto in pregio per una certa tintura di buone lettere, di cui aveva dato prova anni addietro in parecchi sonetti dedicati all'arcivescovo e lodati da un giornale della provincia come “fiori di buona poesia non meno commendevoli per la nobiltà della forma che per la robustezza dei concetti„. Lo sguardo pieno di benevolenza e la voce dolce temperavano la severità dei suoi lineamenti e la rigidezza della sua andatura che gli davano un po' l'aria di un maggiore giubilato. Ed era aperto e affabile con tutti, e tutti gli volevan bene; Camilla, in ispecie, la quale aveva preso con lui una grande domestichezza, perchè, stando di casa vicino alla chiesa, aveva occasione di vederlo spesso e di parlargli lungamente. Corse perciò da lui a dirgli ogni cosa, della leva, dei disegni di Carlo e delle sue paure, scongiurandolo che tentasse d'indurre il giovane a mutar consiglio, se non voleva vederla morir di dolore. Il curato le promise di fare quanto poteva, e soggiunse che avrebbe cercato Carlo egli stesso prima di sera.
Un'ora dopo Carlo picchiava all'uscio del prete.
Non sapeva ancora cosa avrebbe detto, non aveva neppur pensato al modo di cominciare, si sentiva in cuore una grande trepidazione. Entrò e si fermò in un angolo della stanza col cappello in mano.
Era una piccola stanza a terreno, allegra, piena di luce, con quell'aspetto particolare delle stanze dei curati di campagna, che fanno indovinare la chiesa accanto: le pareti bianche e nude, un crocifisso sopra la porta, un vecchio quadro, un vaso di dittamo sulla finestra, e un leggero odore d'incenso nell'aria.
Il Curato era seduto sopra un seggiolone davanti al tavolino e leggeva; quando vide comparire il giovane, fece un atto di sorpresa.
— Ho da parlarle, signor Curato, — disse Carlo.
Il Curato lo fece sedere. — In che modo può avermi prevenuto? — pensava intanto. — C'è sotto qualcosa. — E guardò attentamente Carlo, e gli balenò un sospetto, e risolvette di chiarirsene subito.
— Sento che sei chiamato al servizio militare, — disse.
— Sì signore, — rispose il giovane fissandolo.
— E quando parti?
— .... Partirei dopo la visita sanitaria, fra una diecina di giorni.
— E.... — domandò il Curato lanciandogli un occhiata scrutatrice — parti? —
Carlo non rispose, lo guardò. Il prete si confermò nel suo sospetto; e dopo aver guardato un po' il libro colle sopracciglia aggrottate, alzò il capo e disse con aria distratta:
— Dunque parti, e sei venuto a chiedermi un consiglio, non è vero?
— Lei m'ha capito.
— Credo d'aver capito, — rispose con serietà il prete, — e poi, pigliando tutt'a un tratto un accento benevolo continuò: — Sicuro... tu sei un bravo giovane, sei robusto, hai giudizio, farai il tuo dovere e te ne tornerai a casa contento. Non ti domando neppure se sei più che mai risoluto di mantenere la tua promessa a Camilla; sono anzi sicuro che, in tutto il tempo che starai lontano da casa, terrai una buona condotta e farai di tutto perchè, come ora, partendo, le porgi la mano di un buon figliuolo, così al ritorno essa possa stringere la mano d'un bravo soldato; dico bene? —
Il giovane, meravigliato, arrossiva e impallidiva, senza sapere che rispondere e a che partito appigliarsi. A un tratto gli tornarono in mente le parole dell'amico: “Se fa l'indiano, non è che una finzione per non compromettersi il primo„; e gli balenò un raggio di speranza. Si fece animo, e ruppe il ghiaccio d'un colpo.
— Ma io non vado a fare il soldato! — esclamò.
— Ah! — gridò il prete con un leggiero sorriso voltandosi a guardare verso la finestra.
— L'avevo detto, io! — pensò Carlo; — eccoci al punto.
— E cosa pensi di fare? — domandò il Curato, sempre guardando fuori.
— Io?... —
Stette un po' pensando e rispose in fretta: — Il mondo è largo. —
— Tu non sai una cosa — disse allora il curato, voltandosi verso Carlo, e sorridendo benevolmente, come se non avesse compreso affatto il significato delle sue ultime parole. — Non sai che io sono stato cappellano militare per cinque anni, dal cinquantaquattro al cinquantanove. Cinque anni filati, cappellano del primo reggimento di fanteria, brigata Re. È così. Sono stato anch'io mezzo soldato e te ne posso dire qualche cosa. È vero che d'allora in qua le cose son molto cambiate... e dicono in meglio. Ma credi a quello che ti dico io: non è una brutta, dura, scellerata vita che per i cattivi soldati. Per gli altri è un tutt'altro mestiere. Tutto sta a cominciar bene. Una volta che un giovane s'è messo in buona vista dei superiori, è sicuro del fatto suo: non sente più il peso della disciplina. Ma bisogna essere allegri, franchi, leali. I superiori perdonano tutto a quelle belle faccie aperte di bravi soldati e di galantuomini, che hanno magari il diavolo in corpo e ne fanno una grossa ogni tanto; ma che a guardarli, bisogna dire per forza: — Ecco un uomo! — In tutti i reggimenti ce n è un certo numero di questi lestofanti, che fanno dannar l'anima ai superiori, e che pure, ogni volta che la sgarrano, tutti chiudono un occhio. In cinque anni ne ho conosciuti molti. Mi ricordo, fra gli altri, d'un certo Farinelli, di cui gli ufficiali vecchi di quel reggimento debbono ancora ricordarsi. Era un pezzo di giovane più alto un palmo di te, largo così, che s'era fatto mettere a doppia razione.... Era la scapestrataggine incarnata! Scappava di notte, rischiava la vita, metteva sottosopra la compagnia; ma era tanto buon figliuolo, che si faceva ben vedere da tutti. In marcia portava gli zaini di quelli che non ne potevano più; in caserma cantava sempre, saltava come un capriolo, rompeva una pietra con un pugno; se c'era una rissa, era quello che la faceva finire a scappellotti; sempre il primo a gettarsi negli incendi, sempre il primo a cacciarsi nell'acqua per salvare un compagno, furbo, sfrontato, pronto a rispondere, che nessuno gli poteva tener testa; incapace di mentire se l'avessero coperto d'oro; un soldato modello in servizio, un demonio fuori. Aveva il vizio di bere. Ma quando aveva bevuto, stava in riga così impalato, che i superiori, invece di punirlo, bisognava che ridessero. Tutto il reggimento lo conosceva. Il suo capitano diceva che con cinquanta mascalzoni come lui si sarebbe sentito di dare le pacche a un battaglione d'austriaci. Mi ricordo che una volta il colonnello, ch'era una bella figura di vecchio soldato, con una cicatrice sulla fronte, passando in rivista il reggimento, si fermò a guardare quel bel giovane ardito che lo fissava con due maledetti occhioni pieni di fuoco, e non potè trattenersi dal dirgli: — Ma sai che hai un gran bel muso di soldato, tu! — Indovina un po' cosa gli rispose quel malanno? — _E'l so a facesia gnanca, sor coronel_ — (E il suo non scherza nemmeno, signor colonnello). — E il colonnello restò un momento stupito, ma poi rise e non disse nulla. Quelli son soldati! Ce n'era poi degli altri, come ce n'è sempre, affatto diversi, proprio l'opposto; ma non meno bravi soldati per questo. Soldati tranquilli, che passavano i loro cinque anni senza farsi sentire, come ombre; il primo giorno come l'ultimo; sempre i primi a mettersi in riga, sempre i primi a rientrare in quartiere, mai una macchia sul cappotto, mai una parola più alta dell'altra, mai un soldo di debito sulla _massa_, mai malati, mai di cattivo umore, soldati che in cinque anni non ricevevano nè una _consegna_ nè un rimprovero, e che il comandante della compagnia non si sarebbe accorto che c'erano, se non ci fosse stato il loro nome sui ruoli; giovani che parevano nati con la divisa addosso e col fucile in mano, e che dovessero fare i soldati per tutta la vita. Mi ricordo d'un capitano che ne aveva una decina nella compagnia e che mi diceva: — Se io avessi sempre una compagnia tutta di soldati come quelli, vivrei vent'anni di più. In parola d'onore, se mi domandaste a chi voglio più bene, a quei ragazzi lì o ai miei figliuoli, sarei imbarazzato a rispondere. Che cosa te ne pare?
Carlo ascoltava con la faccia bassa e pensierosa.
— E posso parlare, vedi — continuò il curato — perchè i soldati piemontesi di quel tempo, non dico per vantarmi, ma li ho conosciuti proprio dentro. Allora era un altro par di maniche. Anche soldati avevano religione e si confessavano. Venivano al servizio colle medaglie benedette ai collo, eran giovani semplici, alla buona, forse un po' di grossa pasta; ma per quello che è tempra d'uomini, (e batteva colla nocca dell'indice sopra un calcafogli di pietra) duri come questo. Molti venivano a farmi le loro confidenze. Un buon cappellano, allora, serviva a qualche cosa. Ce n'era di quelli che, nei primi giorni, venivano a dirmi che non potevano reggere a quella vita. — È inutile — dicevano — il coraggio ci manca; lontani da casa, questa disciplina, senza amici, per tanto tempo, ci prende la disperazione. — E io rispondevo sempre: — Coraggio, figliuoli. Ve ne prego in nome della vostra famiglia, dei figliuoli che avrete un giorno, del paese in cui siete nati, del Re che vi ha dato questa divisa, fatevi coraggio. Voi adempite un grande dovere. Non c'è di doloroso che i primi mesi. Quando sarete vecchi, sarete altieri di poter dire che siete stati soldati; degli amici ne troverete, vi abituerete alla disciplina, sentirete meno le fatiche. Un po' di forza e di pazienza per un altro mese, e vedrete. — E volevo che lo promettessero, lo promettevano e se ne trovavano contenti. Altri si sfogavano in confessione contro certi superiori che non li potevano vedere e li mettevano al punto di fare uno sproposito. E io ripetevo sempre: — No, figliuoli, non dite, non pensate queste cose. Non c'è superiore che possa volervi male. È un malinteso. Se qualcuno vi perseguita, è perchè v'ha giudicato male. Fatelo ravvedere. Fate il vostro dovere, e guardate sempre il superiore in faccia, con rispetto, ma colla testa alta, coll'anima negli occhi, senza rancore, e parlategli col cuore in mano, come a vostro padre. Vedrete che cambierà pensiero e vi renderà giustizia. — E quanti mi vennero poi a ringraziare di questi consigli! Venne una volta un soldato congedato apposta per dirmi che il suo capitano, che li aveva sempre trattati male, lui e altri sette o otto che partivano in congedo insieme.... ebbene, che quel capitano, che tutti dicevano ch'era un cane, gli aveva detto, il giorno ch'erano andati a salutarlo a casa: — Qualche volta vi sarò parso un uomo bestiale, che urlavo e castigavo a torto; ma se ve ne ricordate, era sempre nei giorni di pioggia, e la cagione eccola qui: è questo lavoro che ho nel petto, che mi hanno fatto i tedeschi a Novara — ; e senz'altro, scoprendosi il petto, aveva mostrato un'orribile ferita che lo martoriava da dodici anni. E allora tutti si erano ricreduti e gli avevano domandato scusa. Bisogna andare adagio, caro mio, a giudicare e a condannare. Mi ricordo sempre d'un soldato di Saluzzo, che era perseguitato da un ufficiale, e lo odiava a morte, e diceva, quando scoppiò la guerra, che alla prima occasione si sarebbe fatto giustizia. Ebbene, si trovarono per l'appunto sul campo di battaglia insieme, l'uno accanto all'altro, in un momento che fioccavano le palle. Ora senti che cosa è avvenuto. A un certo punto, il soldato si sente dare dall'ufficiale una gran piattonata sulla testa. Era troppo, perdio! Il sangue gli monta alla testa, caccia un urlo di rabbia, e si volta, acciecato, per dare un colpo di baionetta.... Cosa vede? L'ufficiale pallido che barcollava cercando dove appoggiarsi. Una palla l'aveva colpito nel fianco mentre gridava avanti colla sciabola in aria, e la sciabola, cadendo, aveva battuto sulla testa del soldato. — In un momento — mi raccontò lui stesso — mi fuggì tutto l'odio dal cuore. Lo afferrai, lo tenni un momento su, poi lo distesi sull'erba, m'inginocchiai per premergli la mano sulla ferita. Ma era inutile. La ferita era mortale. Lui mi guardava, senza lamentarsi, cogli occhi larghi e fissi. Pareva che volesse domandarmi perdono dei torti che m'aveva fatti. — Tenente — io gli dissi — si faccia coraggio! Sarà una cosa leggiera. — Ma sì! gli occhi gli si velavano. E mentre mi chinavo per guardar la ferita, lui mi mise una mano sulla testa e me la fece scorrere sulla guancia fino alla spalla, come per farmi una carezza. Io alzai la testa e gridai: — Tenente! — Era morto. E allora mi parve d'averlo sempre amato! — Che ne dici eh? Son soldati questi? Sono uomini da fargli di cappello, sì o no?
Carlo rimaneva sempre immobile, cogli occhi fissi sul pavimento, sforzandosi, ma inutilmente, di far parere che la sua serietà non fosse altro che malumore.