Novelle

Part 20

Chapter 203,528 wordsPublic domain

Finalmente una sera che dopo il lavoro, non potendone più, ero uscito a prendere il fresco, prima di risalire in camera, e che essendo già buio io mi traevo languente e reggendomi di tratto in tratto agli alberi a lato verso il casino, a un volger di un viale ella mi venne incontrata, ritta dinnanzi a me, indirizzandomi la parola quasi prima che l'avessi veduta. «Voi non state bene, Carlo,» mi disse: «sarebbe forse troppo il lavoro? In tal caso qualunque sia il piacere.... di mio padre di tenervi qui con sè, dovreste pure.... sarebbe meglio che ci lasciaste.» «Signora,» dissi, «le vostre prime parole, da tanto tempo che ho desiderato udirne alcuna da voi, le vostre prime parole sono dunque per esprimermi il desiderio che io vi lasci? Oh Regina, lo stato della mia salute è meno cattivo forse che non quello....» «Della vostra salute solo io volevo e debbo parlarvi. Non è giusto che nessuno si sacrifichi per noi. Voi qui evidentemente patite. Dovete dunque....» «E voi vi siete dunque accorta, voi compatite a' miei patimenti? Oh Regina, Regina, se così è....» Ma in questo la vergogna, il rimorso di tradire le promesse fatte mi troncarono la parola ad innoltrare la spiegazione che io aveva tanto desiderato. Ella ruppe il breve silenzio; ella, anima veramente alta e forte, sdegnando non che l'artifizio, ma la stessa natural vergogna di parlare ella prima del nostro affetto: «Sentite,» disse, «pochi momenti sono nostri; non li perdiamo in dir cose che sappiamo tutti due. Cristiano, io fui la prima forse ad amarvi; non me ne vergogno, e non me ne pento. L'amore, finchè non è colpevole, vien da Dio; la colpa sola vien da noi, e in noi sta che non venga. Io non so qual fosse primo in me, l'amore per te o la curiosità pe' tuoi libri, quei libri che non sono altro poi se non la continuazione dei nostri, ma che li distruggono, secondo i nostri dottori, che li confermano, dite voi altri. Possibile che con uno stesso Iddio noi siamo così separati e in terra e in cielo stesso! Possibile che noi vediamo, conosciamo, serviamo quello stesso Dio in modi sì diversi!.... E che in tanta diversità le due leggi s'accordino quasi in questo solo, di separarci! Ma disobbedire, abbandonare un padre: ingannare, tradire un ospite o un padrone sono colpe gravi in ogni legge, e irreparabili sovente anche con una vita intiera di devozione e di pentimento. Io son ferma, io voglio assolutamente evitare.... voglio che ambedue evitiamo tal colpa, tali rimorsi, tal vita. Eppure, se tu rimani qui, se ci vediamo ogni giorno a questo modo, se io odo la tua voce, i tuoi discorsi, se veggo i tuoi modi, i tuoi atti, e massime i tuoi patimenti.... io lo so, io lo sento, padrona di me in questo momento e fino adesso, no 'l sarò più in breve, ed amerò forse te più che il mio dovere, che il mio padre, che il mio Dio. Non voglio; non sarà. Dopo quella mia prima colpa in che caddi per fanciullesca spensieratezza, di lasciarti quei segni della mia presenza nella tua camera, appena mi accorsi della mia preoccupazione e poi del mio affetto per te, subito deliberai di reprimerlo e di vincermi. Invano; sia castigo mio la vergogna che provo in confessartelo; invano provai a cacciare dal mio seno il tuo pensiero; invano mi sforzai ad incontrarti, a mirarti coll'indifferenza che m'ero prefissa; ad ascoltare la tua voce come la voce d'un altro; a sentirti appressare o scostare senza palpiti del mio cuore. Il mio cuore non è me; ei balza, ei si muove senza mia volontà; egli è che mi tiranneggia, che mi vorrebbe vincere, che mi sforza almeno a mutare le mie risoluzioni.... Ho fatto quella di parlarti, di scoprirti la debolezza di quel cuore, di fidarmi alla tua generosità, al tuo affetto stesso, che ben so, ben sento non diverso, non disuguale al mio.... per domandarti d'abbandonarmi.» Ella si soffermò come esausta. Sorpreso da una piena di affetti diversi e inaspettati, tra l'immenso diletto e la pena e l'impossibilità di risolvermi a nulla, io tacevo, o rispondevo poche parole interrotte or di gioia, or di disperazione, e domandando almeno tempo a risolvermi, ad obbedirla. «Io so» riprese ella «che ti domando un gran sacrificio. Non conto quello di abbandonare una casa, una condizione in che t'eri adagiato, per andar vagando solo ed incognito, o forse alcun tempo stentando nel mondo. Tu sei giovane, tu sei buono, tu sei dotto; e, benchè io non conosca guari il mondo, pur no 'l credo così ingiusto, che i pari tuoi v'abbiano a rimanere a lungo abbandonati e sconosciuti. Ma ho pietà del dolore che tu pure sentirai nell'abbandonarmi. Ma tu sei uomo, tu hai il mondo intiero dinnanzi a te per consolarti; tu sei cristiano; il mondo intiero ti sorride. La povera ebrea ributtata dal mondo, e rimasta sola e abbandonata, sarà forse da compiangere più. Ma l'ebrea ha il coraggio di mirare con occhio fermo a quella solitudine, a quell'abbandono. Dimmi, non l'avrai tu?» «Ma come abbandonarti al momento stesso in che tu m'inondi di contento e di gioia; come lasciare questi luoghi al momento che ne fai per me un paradiso? Oh Regina, tu hai avuto tutto il tempo di prendere la tua risoluzione, di confermarviti, di vincere gli affetti contrarj che ti si destavano in cuore. Tu non dubitavi d'essere amata. Come che si fosse, e che senza mia saputa i miei occhi, i miei atti te l'avessero detto, tu me l'hai confessato, tu sapevi d'essere amata. Io intanto vivevo nell'angoscia tra la speranza e il timore, tra il desiderio e il rimorso d'accertarmene, e, tu il vedi, non vivevo ma languivo. Dovevi lasciarmi languire e morire così, anzichè domandarmi uno sforzo di che sono forse incapace assolutamente, e certo a questo istante.» «Io avevo fatto maggior conto sul tuo coraggio. Ma senti; nemmeno se tu avessi avuto tal coraggio, non sarebbe stato possibile effettuare il mio disegno in un giorno, ed abbandonare senza cagione il padre mio. Ma la tua salute ti può servire, ti servirà di pretesto. Prendi alcuni giorni, tre, quattro giorni, e non più. Ho fatto osservare la tua sparutezza, il tuo ammalarti, a mio padre. Egli pure l'ha osservato, ed osservava me nel rispondermi. Carlo, Carlo, mio amico, il tempo preme, il tempo che c'è dato ancora di vivere senza essere colpevoli. E colpevoli non dobbiamo essere, nol saremo. Ciò solo importa. Il vivere o morir poi importa poco; dico non solamente il morire, ma nemmeno il vivere poi anche infelici molti anni, che in somma è poco tempo.» Io le promisi di pensarci, od anzi di obbedirle fra pochi giorni; non mi ricordo precisamente quale dei due, tra la confusione di quel momento, ed i pensieri che mi straziarono quella notte e i giorni che seguirono.

Al mattino appresso scendendo allo studio di Samuele, mi parve preoccupato, e come se mi volesse parlare. Più volte s'appressò al mio tavolino guardando il mio lavoro e me, e finalmente mi domandò con interesse della mia salute. Non avendo chiusi gli occhi tra il deliberare e il combattere di quella notte, il mio volto doveva ritrarre più che mai i miei patimenti. Due e tre volte ricominciò in quella mattina quel discorso tra noi, ed ei ci mescolava domande della mia famiglia, de' miei interessi, della mia vita passata e futura, e per la prima volta entrava in discorsi delle nostre religioni. Parlava senz'odio della nostra, con ardore della sua, con amore paterno di me. «La vostra salute,» disse finalmente «richiede cure speciali, e la vita rinchiusa che qui fate, non ve la lascia ristabilire. Tuttavia nulla preme, e fra alcuni giorni ci riparleremo poi.» Che dovevo fare? era ciò troppo d'accordo co' miei desiderj. Indugiai.

Regina non mi diede più occasione di parlarle. I suoi occhi, la sua persona tutta erano al cielo più che mai. Se non che mi parve incominciare a patire ella stessa; e allora risolvetti di terminare. Riparlai io il primo a suo padre, ed egli fu allora che indugiò. Intanto fra quelle ambasce le mie notti erano insonni intiere intiere. La febbriciattola, che avevo d'alcun tempo ogni sera, diventò continua e violenta: fui costretto a tenere il letto; un medico fu chiamato che mi trasse sangue più volte, dichiarando grave il mio male, e m'aggravai.

Che volete? dacchè sono infermo è il tempo più felice che non solo io m'abbia vivuto, ma che io m'abbia imaginato o potuto imaginar mai. Dal giorno che tenni il letto, Regina venne con suo padre, e con una delle sue donne a vedermi ogni giorno, a rimanere prima un ora, poi parecchie ore, gran parte del giorno a mio lato; e da lei, da sua mano, e confortato dalle sue parole, ricevo sovente le dolci cure di una tenera sorella. Il padre la accompagna, e la conforta a ciò. Le mie ambasce continuano, e s'accrescono ad ogni dì, ad ogni ora, e mi sento venir meno la vita or con dolore, or con ineffabil piacere di terminarla così.»

Qui finiva il giovane la sua narrazione. Ed io (continuò il maestro) non potevo se non compatire e quasi ammirare l'uno e gli altri, quasi egualmente, cristiano ed ebrei; e poi venerare il decreto inesplicabile della divina provvidenza, che traeva così inevitabilmente tutti questi innocenti od anzi virtuosi per la via dell'infelicità e della morte. Oh! come in casi simili appare chiaramente la inferiorità, la subordinatezza di questa nostra vita terrena e materiale, rispetto a quell'altra celeste ed eterna, che c'è promessa! E quando non fosse promessa, impossibile è che non ci fosse, se non altro per saldare i conti di questa vita; per non fare definitivamente la virtù più infelice che il vizio, e non che inutile, nociva; per non fare di Dio certamente, inevitabilmente giusto, poichè è Dio onnipotente legislatore, un Dio tiranno e creatore d'ingiustizia. Questi pensieri ritrassi e sviluppai alla mente del povero afflitto. La sua infermità era grave assai; e, quando nol fosse stata ancora, la mia lunga esperienza m'insegnava che i mali fisici, complicati co' mali morali, e massime coll'ansietà e col pensiero dell'impossibilità di scioglierli in bene, sono mali mortali, perchè appunto la morte sola scioglie i problemi troppo difficili di quaggiù, e dà il rimedio del cielo a chi non ne può trovar sulla terra. Un pensiero angosciava particolarmente il buon giovane. Costui trattato da apostata e rinegato nel mondo, costui scandalo di tanti che non valevano lui, e passavan per santi, costui tra la felicità d'essere amato e la disperazione di dovere, vivendo o morendo, abbandonare il suo amore, era pure così fermo, così penetrato della sua fede, che il suo maggior dolore era forse quello, non di lasciare, ma di lasciar nell'errore la sua innamorata. «Agli altri che abbandonano morendo il loro amore, o che ne sono anche così abbandonati, rimane pure una consolazione, una immensa consolazione a questi momenti, dove la vita pare così corta e sì poca cosa, dove l'eternità sola par tutto, che è viver disgiunti alcuni giorni per raggiugnersi poi e riabbracciarsi per tutta l'eternità.... Ma io, oh io posso io avere sifatta speranza? oh ditemi, ditemi, padre mio, che non è perduta, che m'è permessa sifatta speranza! Ditemi che un'anima non solo innocente e pura, ma così forte e virtuosa come la sua, non può a meno di non trovare, di non impetrare grazia e compassione appresso Iddio, il Dio, il padre pure di tutti gli uomini, di tutte le creature, il Dio massime degli spiriti fatti a simiglianza di lui. Io ho studiato queste materie, già con indifferenza, non immaginando che diventerebbero il mio primo, il mio solo pensiero; ma il mio pensiero è debole in questa occorrenza, e non mi regge nelle inestricabili complicazioni, con che si rivolge nella mia mente ora infiacchita.»

«E inestricabili sono a prima giunta,» diss'io, «siffatti pensieri, anche alle menti più sane e più forti. Ma ricordatevi dell'angelo che Iddio manda quaggiù a posta, se è necessario, anzichè lasciar perdere un'anima sincera e di buona volontà. Tra gli articoli di fede che dovete credere tutti, credete ora, fissate il vostro pensiero su quello della infinita bontà di Dio; meritate, fate forza, per così dire, voi stesso a quella bontà, costrignetela, che è possibile, a concedere quella grazia che ella vuole, desidera concedere ella stessa... Un articolo di nostra fede, un dogma di nostra religione è quello dell'efficacia della preghiera, massimamente unita a generoso sacrifizio fatto per amor di Dio; un dogma il più consolante che possa essere per tutte le anime innamorate; un dogma che noi soli abbiamo, e che innalza a chi lo sa intendere l'amore delle anime anche quaggiù ad un'altezza celeste, cui non può arrivare assolutamente chiunque non abbia tal fede. Pur troppo hanno abusato tanti di questa come di tutte le altre verità; ei l'applicano alle cose materiali di questo mondo, e fanno del sacrificio, della espiazione, anche non volontaria, una sorta di barbara compiacenza e di vendetta indegna assolutamente d'un cristiano. Non entriamo in queste difficoltà; ma non lasciamo che le difficoltà, od anche gli errori inevitabili in che cade l'inferma mente degli uomini ogni volta che vuol trarre conseguenze, e conseguenze di conseguenze troppo lontane dalle verità inspirate o rivelate; non lasciamo, dico, che questi errori infermino, diminuiscano in noi la luce primitiva di quelle verità. Il mondo materiale ci può servir d'esempio: esso è simbolo, se volete, del mondo spirituale. L'occhio nostro percepisce tanto più facilmente una luce quant'ella è più viva; ma quanto ella è più viva, tanto meno egli può affissarla per esaminare i suoi elementi. La luce spirituale non è diversa; le verità che ci sono concedute dal creatore, ci si presentano chiare e lucide in modo che è non solamente errore ma bugia il negarle. Ma il paragonare poi queste verità fra loro, il dedurne altre, incomincia ad essere difficile e men certo; e quanto più si scende poi di deduzione in deduzione, le verità che ci paiono anche più rigorosamente dedotte, tanto meno ci appaiono chiare e finiscono con essere oscure del tutto, od anche contradicenti. Atteniamoci dunque alle verità primitive, e più chiare; elle ci bastano per questa vita e per l'altra, ci bastano perchè Dio l'ha detto; e che ci bastino, che Dio non esiga, non possa esigere oltre alle facoltà che egli stesso ha date ad una creatura gelosa di conservare la sua innocenza, ella è anche questa una di quelle verità primitive e chiare che non possiamo rinegare.

Ed una di queste verità, dicevo io, figliuol caro, ella è l'efficacia del sacrificio. Come il sacrifizio incomparabilmente maggiore di tutti, quello della divinità incarnata paziente e morente, valse a redimere l'umanità intera, così i sacrifizj de' suoi discepoli, i quali per imitazione di Cristo immolano sè stessi al dovere, servirono sempre, e servono e serviranno dall'uno all'altro, come quello della divinità servì all'umanità intera. Il sangue de' martiri convertì i pagani, il santo merita pel peccatore, un uomo per l'altro. Sta in nostra facoltà l'applicare il sacrifizio più specialmente all'uno od all'altro; e colui, al quale Dio diede l'occasione di immolarsi, può meritare per colei che Dio pure gli ha data occasione di amare santamente. Figliuol mio, questi sono ben altri che quelli volgarmente detti sacrifici di roba, di pericoli, od anche d'onore, che si fanno tutto dì l'uno all'altro gli innamorati. Questa è comunanza ben altra che dei beni terreni, od anche di tutta la vita mortale. Accomunando la virtù e i meriti, può l'uno e l'altro aprire il cielo senza dubbio, e far così felici al suo amore, non i pochi e sempre guasti giorni di quaggiù ma gl'innumerabili ed inalterabili giorni di tutta l'eternità. Questi sta in voi di dare alla vostra innamorata; questi gli potete dare con un solo atto, con una sola aspirazione di volontà rassegnata. Vogliate morire, abbandonare, quelli quanti e quali che fossero giorni di vita mortale a voi destinati, per comprare, sì comprare da Dio che mai non si ricusa, se è permesso dire, a simili contratti, i giorni eterni della vostra innamorata, a cui a un tempo si congiungeranno indubitabilmente i vostri in virtù del medesimo, d'un solo atto, tanta è indubitabilmente quantunque incomprensibilmente la bontà del creatore padre comune.»

Il giovane mi parve commosso alla esposizione di quelle verità. Il giovane era ottimo di natura, ben preparato dalla educazione, e maturato dalli sforzi già fatti e dai dolori già sofferti per la virtù. Si confessò, si preparò molto bene a ricevere il viatico. Aveva qualche timore che non gli si volesse portare là in mezzo alla casa dell'ebreo. Lo rassicurai: conoscevo l'ottimo sacerdote che aveva in cura quella parrocchia. Rimaneva al giovane un dubbio. Aveva promesso di non far mai sforzo per trarre nessuno di quella casa alla propria religione. Pure non si sentiva il coraggio, o per dir meglio parevagli anzi un dovere di dire almeno a Regina qualche parola della speranza che aveva di rivederla almeno in cielo. «Non è tempo,» gli diss'io, «di vedere se la vostra promessa fu allora imprudente, e fino a che punto v'ho da assolvere dell'imprudenza, o da consigliare di ripararla. Lasciatene la cura a me. Voi con mostrare a questi non cristiani come muoia un cristiano, voi cogli atti vostri farete, se mai, più impressione che nol potrebbe fare nessuna parola. Rimettetevene a Dio; sia fatta poi la sua volontà.»

Il rimanente seguì come l'avevo pensato, senza difficoltà, e con iscandalo de' falsi buoni, con edificazione de' veri. Peggiorava evidentemente il giovane, non fu possibile di ritardare; che anzi dopo il viatico, poc'ora dopo fu il caso di dare l'estrema unzione; i sintomi di debolezza e di sfinimento crescevano di momento in momento. Dopo finite le solenni e benchè meste confortanti funzioni, il buon parroco a mia richiesta rimase con me appresso al moribondo.

Gli ebrei, cioè tutta la casa, s'erano rinchiusi, durante le cerimonie, in un'ala discosta del casino. Era avversione, rispetto, o riguardo? Niuno di noi era stato in caso di domandarlo o deciderne; s'erano ritratti da sè, e ne avevano manifestata l'intenzione fin dapprima. Del resto, e la fanciulla e il padre mostravansi alle cure, all'ansietà, al dolore non diversi da ciò che sarebbero stati, se, non solamente della medesima religione, ma della stessa famiglia, e padre e sorella fossero stati del giovane moribondo. Io solo sapevo poi che Regina era anche più che sorella. A me solo era ammirabile: non vidi mai così evidenti segni di disperato dolore, con sì evidenti segni di forza fatta a reprimerli.

Consigliatomene col buon parroco, parvemi fosse tempo da richiamarli in camera al letto del moribondo. Poco tempo pareva rimanerci assolutamente. Il desiderio del giovane era stato chiaramente espresso; era giusto, era di dovere. Non doveva entrare in conto l'affrettargli forse la morte coll'agitazione che ne doveva seguire, e del resto anche a lui se ne facevano più dolci i suoi ultimi momenti e il momento del passaggio. Furono chiamati, introdotti. Samuele prese da sè la sedia al capezzale; stendendo la mano sotto le coltri prese la mano del moribondo, lasciando cader poi il capo, che mi parve in quell'atto venerando, sul petto a suo malgrado ansante. Regina non fece se non un passo dalla porta ai piedi del letto, dove prostrata s'inginocchiò. Non fecero nè l'uno nè l'altro una parola. Il giovane la perdè intieramente in quel punto. Il parroco ed io accendemmo le candele, ponemmo il crocifisso sul petto, aprimmo gli ufficj, e incominciammo le preghiere dei moribondi. Le parole dei santi, e quelle massime del santo dei santi, ci parvero, come di ragione, più sante, più opportune, più necessarie ad ogni modo a dirsi in quel punto, che non nessuna che avessimo potuto dir noi. Le nostre voci sole s'udivano alternate; poi fra breve alcuni singhiozzi; e quando finimmo, silenzio.

Sedemmo un momento più discosti dal letto. I due alzarono il capo e gli occhi più volte al capo, agli occhi chiusi del moribondo o del morto. Due o tre volte li rivolsero a me, come per domandare se era vivo o morto. Noi ci riappressammo; e credo un medesimo pensiero ci venne a tutti e due, che non dovevamo restare discosti, lasciando i due ebrei ad accogliere l'ultima espirazione. Era un pensiero materiale quasi superstizioso, lo so; ma venutomi, almeno a me, mi riappressai; e ricominciammo le preghiere dei moribondi. Finitele di nuovo, non ci parve di scostarci e le ricominciammo una terza volta.

Non vidi mai alcuno rimanere in quegli ultimi così a lungo. Eravamo stanchi già, e non importava ciò; se non che temetti per la giovane, ed anche per il vecchio.... e poi un'ombra di speranza, una tinta leggera di sangue mi pareva che tornasse sulle guancie smorte, e già cadute del giovane. Diressi finalmente alcuna parola al padre ed alla figlia; espressi quel poco di speranze che mi venivano. Li persuasi ad alzarsi, e poi in breve, crescendo le speranze, a scostarsi, e ad andarsi a riposare alquanto altrove, pur promettendo riavvisarli al ritorno del pericolo, che pur troppo pareva non che probabile ma inevitabile. Intanto si richiamarono i medici, che secondo l'uso avevano abbandonato l'infermo al momento appunto dove la vita e la morte dipendendo più da un errore o un rimedio opportuno parrebbe meno inutile e più obbligatorio il loro officio.