Novelle

Part 11

Chapter 113,611 wordsPublic domain

Che ne succedesse poi, già vi può essere conto se vi siete trovati mai a vedere la commare mettersi tramezzo a due donnicciuole che garriscano in mercato, o un amico commune in senno tra due furiosi ubriachi, o un monello in piazza tra due cani combattenti; che donnicciuole ed ubriachi e cani, lasciando la prima contesa e facendo pace o almeno tregua, si rivolgono a mordere e straziare gl'imprudenti pacieri. Perchè Bonifazio, primo già tra' compagni allorchè era uso condurli alle gare ed agl'incontri, quando incominciò a ritrarsene, incominciò pure a perdere ogni autorità e credito; ed ora volendo dire che queste contese erano già durate troppo, e che facevano più male che bene a tutti e principalmente al comune, e che bella cosa sarebbe, in vece di straziarsi gli uni e gli altri, combattere tutti insieme per la città e contro a stranieri, ed altri simili argomenti di pace, ora non fu più inteso per nulla; e vennero a poco a poco a dire gli altri Gieremei, che novità, che mutazione, che tradimento era questo? Sempre s'era mostrato dappoco e paciere Bonifazio; quante volte nella vittoria non li avea già impediti di proseguirla e valersene, e spegnere del tutto e cacciar quel mal seme de' Lambertazzi? ma pur pure se non valeva nulla fin d'allora a' negozii, valeva almeno in guerra e col ferro in mano; ora poi nè in un modo nè in un altro. E che credeva egli? era un bambino col latte in bocca e voleva dar consigli; tutta superbia, gran superbia; credevasi dappiù degli altri, ma vedrebbe bene; e cento altre cose che erano false, ma egli, per la sua grande imprudenza, quasi si può dire che si meritasse. Perchè se egli aveva dalla sua diritta natura l'orrore alle civili discordie, e dal suo amore l'ardente brama di racconciarle, forza è poi confessare che la prontezza e schiettezza, a lui non meno naturali, lo facevano meno di niuno atto a ciò. Al solito si vede chi vuol racconciar due disputanti ir all'uno e dir tu hai ragione, e all'altro tu pur l'hai; ma egli all'incontro non sapea d'un capello scostarsi da ciò che credea vero; e volendo dar ragione o torto secondo che l'avea ciascuno, perchè i furiosi parteggianti sempre hanno più torto che ragione, egli dava così più sovente torto, e veniva in ira a ciascuno. Peggio era della debole Imilda; perchè, vedete voi, quanto più uno è debole, tanto più peggio quell'ufficio di paciere si fa. Che se in vece della commare tra le donnicciuole garrenti vengono i mariti, o tra due ubriaconi la giustizia, o tra i cagnotti un can grosso, allora sì che si fa pace per forza o per amore, che allora vuol dire paura. Ma chi usa e non può usare se non preghiere, non fa far pace a chi vuol pur combattere, ed egli ne sta sotto. Pensate dunque che bel profitto potessero fare o le corte parole, o le lontane esortazioni della fanciulla; le quali poi altro non potevano essere se non quando si parlava di queste cose, un dir talora molto in generale, che ella amava la pace, e vorrebbe veder finite queste guerre, ed altre cose simili. E sì che il solo argomento che avrebbe fatto colpo, sarebbe stato forse quello di dire che ella non al più acre combattitore, ma a chi più si fosse adoprata a far fare la pace si sarebbe donata. Ma questo nè lo voleva dir ella, nè lo voleva lasciar intendere nemmen per ombra; fra le altre virtù avendo questa ancora tutta giovanile della gran sincerità, e del non pensare nemmeno a lasciarla per danno che le venisse. Così con tutte queste virtù, meno quella della prudenza, i due giovani non fecero altro che venire l'uno e l'altro in sospetto ognuno a' suoi, e più volte rivedendosi alla capanna ebbero a scambiare di ciò mutue lagnanze, già troppo diverse dalle speranze di quel primo abboccamento. All'ultimo avvisarono i Gieremei, che Bonifacio per certo dovesse aver qualche interesse ne' Lambertazzi; e questi, che la Imilda, già così aliena or così pronta a' discorsi di pubblici affari, dovea pur avere qualche interesse ne' Gieremei. Il padre, principalmente, e i tre fratelli, ruminandoci sopra, si ricordarono della festa e di quella maschera incognita che avea parlato a loro sorella, ed era poi sparita, ed ella non avea mai voluto dire chi fosse; onde a poco a poco dubitarono che dovesse essere alcuno di lor nimici; e non vedendo più Bonifazio così pronto alle risse, e udendo che egli pure facea il paciere, finalmente s'apposero al vero. E benchè non credessero che quella cosa fosse ita più in là, nè che la Imilda avesse più veduto Bonifazio, od avesse altro per lui che una prima disposizione d'amore, tuttavia arsero di grand'ira contro lei e contro lui; e tenuto consiglio insieme, deliberarono di non farne rumore, ma lasciato ogni altro pensiero, guardar molto dappresso la Imilda, e tutti adoprarsi poi contro Bonifazio. E fuvvi chi disse aver da certe spie saputo come questi appunto per la nuova o cresciuta moderazione era venuto a noia a tutti i suoi, e che se al consiglio grande della città si mettesse il partito di cacciar Bonifazio, egli credeva che si vincerebbe a pieni voti o pochissimi discordanti; e così fecero, e così successe. Intanto la Imilda, fattasi accorta de' sospetti in che era venuta ancor essa, e temendo meno per sè che per l'amante se più venisse alla capanna, l'avea per la fedel serva avvisato, che assolutamente non venisse più, e che per ora non si poteano più vedere; ma che se egli era dell'animo di lei, nè tempo, nè fortuna, nè morte, li avrebbero l'un dall'altro disgiunti. Ed egli che non l'avrebbe mai voluta trarre a questa risoluzione, pur vedutagliela prendere da sè, avea risposto impegnando sua fede, e gli avea mandato l'anello. Ma ora poi udendo il proprio esiglio, e che gli si davano sole ventiquattro ore a partire, non volendo trarre sua donna a niuna disperata risoluzione, senza altrimenti vederla, solo e tutto amore per lei ed ira contro gl'ingrati concittadini, solo con uno scudiero per gli Appennini alla volta di Firenze s'avviò.

E prima non mettendo mente che le ingiustizie son sempre fatte da pochi, e che le vendette pur toccano a molti; nè a questo, che quand'anche fosse tutta ingrata e scellerata la patria, non è lecito contro a lei, quasi madre, vendicarsi, furono i pensieri dello infelice giovane tutti di vendetta. Riandò, scusò, anzi ammirò tutti gli esempi di coloro, che cacciati dalla patria tornarono a lei con in mano il ferro e il fuoco, ed a capo de' suoi nemici. E proruppero siffatti pensieri non di rado in feroci discorsi, quando s'abbatteva in persone che volessero scusare or l'una or l'altra delle parti scellerate. Ma avendo una volta parlato in cotal modo innanzi ad alcuni capi del Popolo Fiorentino inimico del Bolognese, e questi rallegratine avendogli proposto di mettersi con essi contro la sua città, tanta vergogna gliene prese, che mai più all'ira sua non si abbandonò. Anzi, perchè anche Firenze era divisa nelle medesime parti, ed egli nè voleva accostarsi a quella già contraria, che gli sarebbe paruto tradimento, nè a quella già sua da cui pareagli essere stato tradito, lasciò Firenze, e incominciò a vagare a Siena, a Pisa, a Pistoia e l'altre città di Toscana; ma trovò in tutte le medesime parti e i medesimi furori; onde a Firenze si raccolse, ma senza più voler vedere nè udire degli uni nè degli altri; e tutto in sè ristretto e solingo poi visse. E passato così tutto l'anno e non pochi mesi dell'altro, cessata l'ira, incominciò il rincrescimento della patria, accresciuto dal desiderio dell'amata. Usciva talora soletto dalla città, e senza accorgersi s'avviava per gli Appennini in verso a Bologna, e talor andava fin sulle vette onde potesse scorgere da lungi, o immaginare il vietato suolo della patria. E vedendo non che i viandanti, ma gli augelli o le nuvole o i venti avviarsi là, gli si stringeva il cuore, e tornava. Ma peggior disconforto eragli pure camminare solo e diserto tra la calca del popolo, per le vie brulicanti ed allegre della città; veder affaccendarsi ognuno ai proprii piaceri o negozii, egli disoccupato e senz'altra fretta che della sera, la quale terminasse quella giornata di più, e l'accostasse al fine qualunque fosse dell'esiglio. Allora, sentendosi cadere in siffatti pensieri, egli stesso se ne sarebbe voluto distrarre; ma desiderando un amico, non trovava nè un compagno in mezzo a quella moltitudine. Vedeva accostarsi gli uni agli altri, disgiungersi, tornare, affaticarsi, sorridere, insomma vivere; egli solo misero non vivea, ma di rivivere o di morire aspettava. Allora gli tornava in cuore il dolce tempo, e gli si facea questo più amaro; allora bramava, e forse meditava la propria morte. E forse n'era trattenuto meno dal dovere di religione, che dalla disperazione di lasciar l'ossa così fuori della patria, e non più rivedere la sua donna. Perdurando arriverebbe, chi sa? a giorni migliori; ammansa il tempo i più duri uomini; e quelli che non ammansa, muta. Così entravano nell'animo del fuoruscito i pensieri di morte; così computava i giorni proprii e quelli de' suoi nemici; e forse forse, infelice, anche questi con inavvertiti iniqui desiderii accorciava, o con preghiere empie li chiedeva da Dio. Allora di sè inorridito sè stesso scoteva, e domandavane perdono a Dio, e tornava al solitario suo albergo, e lunghi giorni e interminate notti vivea. Venivangli di tempo in tempo non frequenti lettere della sua donna, quanto meno di speranze, tanto più d'amore e di costanza e virili conforti piene. Perchè voi altre donne sempre mi siete parate divise in due qualità: le une, che amate l'allegria, le faccende, il brio, e cercate gli uomini felici, allegri, affaccendati; e se questi o per sè o per fortuna mutano, voi, o li lasciate a un tratto senza vergogna, o almeno a poco a poco e salvando le apparenze, ma rivolgendo l'amore in pietà. Le altre poi son tutte all'incontro, che mettono amore naturalmente più ai non fortunati che ai fortunati; e quanto più s'accresce l'infelicità, tanto più anche cresce il loro amore e la loro abbandonata devozione; e se son capaci d'impazzire o di perdersi, egli è per uno che sia del tutto caduto ancor egli e perduto. Che se niuna mai, Imilda certo era di queste. E mentre ogni dì più acquistava voce di ritrosa e superba, disprezzando i voti, e negando la mano de' maggiori uomini e de' più briosi giovani della città, ella scriveva al fuoruscito che mandasse a toglierla, od ella, anche sola ed a piè, lo verrebbe a raggiugnere; e che ella volentieri abbandonava casa, padre e fratelli per lui, che ad ogni modo era signor suo, ed ella sua donna innanellata da lui, e che lo dovea e voleva ad ogni modo e in ogni luogo seguire. Bonifazio che innamorato e per ciò generoso giovane era, quando il rapivano di contento queste parole, tanto per altra parte l'accoravano, e più volte scrivevale che non voleva. Ma non la potendo pure dissuadere, e vedendo il suo esiglio allungarsi, e le speranze scostarsi, e dal proprio desiderio mosso finalmente, di soppiatto partì di Firenze, e per discosta via a Pistoja, e poi a Modena, e finalmente presso a Bologna alla capanna della vecchierella ne venne. La quale, se vi ricorda, avea la prima volta ricevuto Bonifazio in abito mentito, e credutolo quel donzello cacciato di casa dai Lambertazzi; ma in ultimo, così essendo necessario per rivedersi l'altre volte, era stata messa nella fiducia de' due amanti, e avendone di molti e grandi regali ricevuti, li avea sempre fedelissimamente aiutati e serviti. Per la quale fatto saper prima ad Imilda la sua venuta, e che non movesse sino a nuovo cenno, ne fece poi anco avvisato uno amico suo e compagno dall'infanzia, e quasi solo di tanti rimastogli fedele. E con questo abboccatosi più volte alla capanna, disposero, che raccozzando una ventina de' suoi scudieri e uomini d'arme, con tre buoni palafreni si trovassero tre giorni appresso all'annottare in una macchia molto vicina alla capannuccia; dove poi Bonifazio ed Imilda, con quella donzella consapevole de' loro amori, verrebbero, e tutti insieme per la via più presso ai confini si caccerebbero di corsa. In ultimo, per la vecchia, fecene avvisata Imilda, ed ella la sua donzella. Onde, venuto il giorno appuntato, queste due insieme, quasi a diporto uscendo non attese, alla capanna vennero, e inosservate giunsero.

Dove immaginate voi che abbracciarsi, che gioie, che dolcissime parole fossero tra i due innamorati giovani, orbi tanto tempo di così fatti conforti. E la Imilda, facendosi promettere e giurare nuovamente, che alla prima posata che potessero fare, e' cercherebbero di qualche prete che desse loro la benedizione, e li facesse legittimi marito e moglie, alla sua guida tutta s'abbandonò. Aspettavano il suono dell'Ave Maria, e uditone il primo tocco, la Imilda alzatasi da sedere con un atto di mestizia insieme e di dolcissima arditezza porgendo la mano a Bonifazio si moveva a lui seguire. Ma aperta a un tratto la porta alla capanna videro avventarsi addentro, seguiti da altri, tre armati furiosi che, nè a Imilda, ne all'altre donne attendendo, quasi a devota preda sovra l'infelice Bonifazio si precipitarono. Trasse il ferro, e pur credendo di aver a difender la donna tenevala per l'altra mano e parava i colpi; ma in breve ebbe riconosciuto i tre Lambertazzi fratelli di lei, che gridando: «A te, Fazio, a te: lascia costei; a te, a te; tu sei morto;» in lui solo le loro tre spade e i tre pugnali rivolgevano. Onde, lasciata la donna, rotava pure il ferro contro loro, ed attendeva a difendersi; ma uno rivolgendoglisi a spalle immergevagli al destro fianco il pugnale fino al manico, e gridava: «Sei morto.» In quello udivasi un grande frastuono d'armi e cavalli, e un azzuffarsi fuor della porta. Onde Bonifazio, immaginandosi che fossero, com'erano, i suoi, benchè ferito faceva pure ogni sforzo per raggiungerli; e rivolgendosi ed affrettandosi pur essi fuori i Lambertazzi a sostenere lor gente assalita, gli riuscì in parte. Ma erano più forti i Lambertazzi, e gridando: «Morto egli è, lascialo pure, morto egli è;» tutti insieme sforzandosi contro gli amici di Bonifazio, li ricacciavano verso la macchia, ed ivi assalendoli li incalzavano poi fino alla città.

Intanto Bonifazio traeva a stento il ferito fianco, e sforzavasi d'arrivare alla macchia e pure arrivava; ma ivi rifinito ed esangue cadde, ed in breve i sensi perdè. Imilda meschina avea pur tentato frammettersi nella zuffa, e principalmente tener quello de' suoi fratelli che avea ferito lo sposo; ma trattenuta ella stessa dalle donne, e principalmente da quella sua che era stata la traditrice, non se ne era potuta disimpacciare, se non quando all'accorrere de' Gieremei era diventato universale il terrore o la fuga. Allora precipitossi pur ella fuori della capanna, e cercando di Bonifazio e non vedendolo, e dileguandosi poi i combattenti, gli uni a fuggire, gli altri ad inseguire, vennerle finalmente vedute le traccie di sangue, onde il trafitto Bonifazio avea segnata sul terreno la via. Le quali tutta d'affanno e dolore palpitante, seguendo, giunse la misera Imilda alla macchia, e ivi ebbe veduto giacente, e immobile, e pallido come morto il suo Bonifazio. Credettelo spento dapprima; e cadendo boccone sopra di lui, e volto a volto, e bocca a bocca accostando, vennele pure sentito un lento respiro, e un debole palpitare che la rinfrescò di qualche speranza. Pensò cercar acqua là intorno, e lavandogli la piaga e il capo, farlo rinvenire; ma sovvenendole come troppo sovente in mezzo a quelle scellerate nimicizie non bastando il ferro a straziarsi, solevasi aggiugnere il veleno, e n'erano per lo più contaminati i pugnali, e temendo i fratelli seguissero quel nefando uso, e pensando che, ferito Bonifazio, avean gridato: «Sei morto», e lasciatolo per finito; di nuovo spavento compresa, senza aspettare o pensare altro, snudò la piaga e raccogliendone i lembi colle dita e poi colla bocca, a succiarli incominciò. E trattenendo il proprio alito e i sensi, e tutta più e più volte empiendosi del corrotto sangue la bocca, tanto fece che a poco a poco si riebbe lo sposo suo, e mirolla, e subitamente affacciandoglisi alla mente che facesse ella, ne la volle colla mano debole trattenere, chè colle parole non potea. Ma ella con tanto più ardor continuando quanta più speranza le si aggiugnea, e più chiaro il pericolo le si accennava, nuova sangue pur gli veniva traendo, e nuovo tossico forse bevendo. Finalmente riavutosi meglio Bonifazio: «Donna, donna,» le potè dire: «per quell'amore ch'io vi portai, per l'anima mia, pregovi, tralasciate questo ufficio inutile a me, letale a voi. Imilda... Imilda mia... nelle tue braccia morendo... tue braccia tanto tempo desiderate....» Nè poteva dir più, nè la donna di sovrumana possa e di nuovo celeste animo accesa o udiva lui o restavasi un momento; e tanto con tal ansia ed affanno fece, che anche a lei venner meno le forze, e semiviva appresso a lui riposare dovè. Due o tre volte pure, ripresa lena, ricominciò. All'ultimo potendo, più che l'amor suo a tenerla viva, il bevuto veleno o forse il dolore ad ucciderla, sentissi venir meno, e le si aggiugnea la disperazione di non aver pure potuto far riavere lo sposo; e allora componendosi accosto a lui, e lui tenendo nell'amorose braccia, e la intrisa bocca pur riaccostando alla piaga, nuovi sforzi fino all'ultimo facendo, così morì.

Era la vecchierella accorsa intanto, e testimone stata di quegli ultimi istanti; nè per preghiere o sforzi avea potuto, non che trattenere Imilda, ma neppur quasi farsene udire. Diè in istrida vedendola spegnersi; accorsero dopo alcun tempo reduci dallo inseguimento i Lambertazzi, i fratelli di lei, e poi suo padre istesso. E dicono gli uni che infiammati del medesimo furore non altro dicessero tutti che «Ben le sta.» Altri pure ne li scusano, e dicono che amaramente piagnendo li facessero insieme quasi marito e moglie sotto a quelle piante seppellire. Questo è certo che le nimicizie, non che spegnersi od ammorzarsi, di nuovo ardore arsero, ed infuriarono peggio che mai.»

Non avea finito per anco la sua narrazione il maestro, quando entrarono nella casupola un ragazzuccio mandatomi innanzi colla lanterna da mia moglie, e il sagrestano venuto propriomoto a cercare il maestro. Perchè, sapendone le usanze, era venuto domandandone ad ogni casa giù per la via, e così trovatolo. Il maestro, che era nel più caldo della narrazione aveva accennato loro, tacessero; ma finita appena, perchè l'ora era tarda e il temporale finito, e l'acque scolate, insieme ci levammo per partire; nè ci fu verso, aggiunti due ospiti nuovi, che non si bevesse tutti un altro bicchiere di vino, e bevendo disse il padrone di casa: «La storia del signor maestro è bella, e quanto alle nimicizie tutto è vero e buono quel che n'ha detto; ma io non consento in ciò che Bonifazio si avesse a disperar tanto di star fuori di paese. Io per me ci sono stato pure io; e se non era che qui avevo la casa e il podere, che facendoli vendere da lungi, Dio sa s'io ne vedeva più un quattrino, credo pure che non ci sarei tornato mai, perchè, vedete voi, come si dice, tutto il mondo è paese.» Ed aspettava la risposta; ma il maestro o fosse stanco di parlare, o avesse fretta di partire, o che, come mi parve anche altre volte, quanto era vago di narrazioni, tanto lo fosse poco di dispute; e facendo in cotal modo suo quando era udito senza contraddizione, gli si strozzasse la parola al contrastare, certo questa volta non rispose altro se non «De' gusti e de' colori et cetera;» e partì, ed io appresso, e i due lumi che ci corsero innanzi. Ed io pur vedendolo tacere e in sè ristretto, e quasi come accorato, pur mi vi accostai prendendogli la mano, e dicendo: «Gli è vero che i gusti sono diversi, ma quelli dei buoni s'incontrano talvolta.» Nè credo che quando il Papa apre la bocca a' cardinali nuovi, egli lo possa fare con effetto più pronto che fecero le mie parole al buon maestro; che incominciò a dire dell'amore al paese; come somiglia ad ogni altro amore, che talvolta può essere iroso, indispettito, furioso, e rivolgersi per a tempo anche in odio e nimicizia; ma che quando è vero, pur torna sempre ad essere amore, e che il peggio è l'indifferenza degli uomini; e molte altre cose. Dalle quali l'una all'altra venendo, e tornando alla novella: «Maestro,» gli diss'io, «a me non dispiacciono le vostre novelle, ma vorrei sapere perchè voi le rivolgiate così sovente a dir di parti, e gare, e nimicizie, facendole voi dinanzi a questa buona gente di sì piccolo paese, che nemmeno ci son tanti da potersi dividere in due parti, nè ci è poi donde parteggiare, così son poveri e semplici.» Ma egli: «Sempre e' ci ha bastante gente da disputare quando e' sono due uomini insieme; ed errate grandemente se credete che ne' paesi piccoli si disputi meno che ne' grossi; e si vede che non ci ha molto che voi siete in questo, in quale pure è de' meno disputanti, ed io ne conosco degli altri troppo peggiori. Voi vi credete quasi vecchio, ma non siete. Del resto, forse è vero che in siffatti discorsi io ci cado troppo sovente; ma la lingua batte dove il dente duole; e, non che le novelle, ci ho fatto sopra a questo soggetto anche una predica.» Ma sendo noi giunti presso alla scuola, a quella senza altro commiato prendere si rivolse, ed entrò.

I DUE SPAGNUOLI.

NOVELLA SESTA

DI UN MAESTRO DI SCUOLA.

[Pubblicata la prima volta nel _Mondo illustrato_ (Torino, per Giuseppe Pomba e C., 1847).]

I.