Part 7
Era un magnifico giorno. Malgrado la temperatura cocente Ida camminava frettolosa per le vie gremite, cogli occhi bassi, in un torpore senza pensiero. Era fuori del mondo. Entrò il portone dell'Istituto senza guardare le compagne, e seguì il vecchio professore venuto ad incontrarla. Toccava a lei.
--Hai paura?--le chiese a quel suo convulso il buon uomo.
--No, ho ribrezzo.
I professori l'attendevano col più benigno sorriso. Lo stanzone degli esami, una vasta scuola colle pareti bianche e la cattedra in fondo, aveva due finestre senza tende. I banchi lunghi, insudiciati d'inchiostro, tagliuzzati dai temperini, lasciavano un passaggio nel mezzo come nei teatri. Sotto l'alta cattedra dipinta di un giallo sbiadito i professori sedevano ad un tavolo ricoperto da un panno verde, sul quale le due urne delle votazioni, in legno nero, sembravano un emblema di morte. Ella si guardò attorno come se fosse nuova in quel luogo. Le finestre avevano l'inferriate. Quello stanzone avrebbe potuto essere tanto una sala di tribunale che un granaio o una prigione. Ella si sentì un raccapriccio per tutte le membra; poi un'onda di pianto le si ruppe con tale violenza alle pupille, che dovette fare uno sforzo sovrumano per rattenerlo.
Si passò una mano sugli occhi. Allora l'interrogarono.
Ma a poco a poco ritrovò la propria presenza di spirito e, spingendosi nella lotta, aggredì ella stessa i professori, che colla più cortese deferenza le lasciavano ogni maggiore libertà di divagazione. Trattavano di filosofia. Quindi la fanciulla alzò la bianca bandiera dello scetticismo, bianca perchè composta di tutti i colori, sintesi di tutti i sistemi e di tutte le opinioni: e la sua parola sprizzò scintillando. Sapeva di dare la sua ultima battaglia, quindi la volle degna delle Termopili. Sola contro tutti, contro quei cinque professori, contro il mondo, lottò col coraggio del disperato e l'incredulo eroismo del gladiatore; le sue risposte avevano delle nervosità da giaguaro, dei balzi da serpente, degl'impeti da leone, mentre le grazie più voluttuose della donna temperavano di un morbido fascino le violenze crude del suo pensiero. Forse era la prima volta che quelle pareti ascoltavano da un labbro femminile così grandi parole. Ella se ne accorgeva alla faccia dei professori e più ancora all'orgoglio, che le ingigantiva il cuore e l'atteggiava scultoriamente nell'ingegno e nella persona. All'ultima parata di un colpo tiratole dal Rettore, gli esaminatori commossi scoppiarono in un «brava!». Ida si alzò senza sapere il perchè.
Il Rettore prese la parola e, ripetendo la grande frase di Victor Hugo a George Sand: «Vi ringrazio di essere così grande»:
--Vi ringrazio,--disse,--di avere tanto ingegno e di avere tanto studiato. Il vostro esame è stato fin qui senza esempio. Sono superbo che sia toccata a me la ventura di accogliervi in questo tempio della scienza e di aprirvi adesso le porte del mondo, nel quale siete chiamata ad esercitare la più nobile e la più santa delle missioni, quella di istruire e di educare le generazioni avvenire. Il compito è grande, ma voi sarete alla sua altezza, voi donna, perchè la donna sola può fare gli uomini, l'anima come il corpo.
E si fermò. La fanciulla si era incantata parendo non udirlo, immobile nel pallore di una statua.
--Signorina Ida De Sinis, eccovi il vostro diploma d'onore.--Era già preparato.--Conservatelo orgogliosa, è la croce di una battaglia che non vi costa nè cicatrici nè rimorsi, l'emblema di una vittoria, nella quale non vi sono vinti, perchè le vittorie dell'intelligenza appartengono a tutti.
Ida accettò quel foglio lucente di oro senza scuotersi, poi figgendo gli occhi imbambolati in chi glielo porgeva.
--Il vostro diploma di onore, di maestra,--ripetè giulivo il Rettore.
--Brava Ida, proprio brava!--insistè il vecchio maestro tutto superbo.
Le compagne, che avevano dischiusa appena la porta e bisbigliavano sommesse di quella scena impreveduta, si guardarono fra loro cogli occhi luccicanti e i volti sospesi. Ida ebbe un moto di testa, si raddrizzò e, mormorando inintelligibilmente:
--No,--coll'occhio arido e la mano convulsa stracciò in quattro il diploma, lo lasciò cadere, fe' un inchino, e, prima ancora che i professori avessero il tempo di rimettersi, si volse, passò fra le compagne, discese le scale.
--Buon giorno, signora maestra,--le gridò il portinaio, avvicinandosele per la mancia.
Ella si trasse un anello di dito, glielo gittò ed uscì dall'Istituto per non rimettervi più il piede, colla fronte corrugata di sdegno e le labbra contratte da uno straziante sarcasmo.
--Via Sant'Agostino,--disse ad un fiacchero, che passava.
Quando vi fu salita, tutte le sue energie l'abbandonarono e dovette mettersi il fazzoletto sugli occhi per non mostrare che piangeva.
Qui i ricordi della fanciulla precipitavano. Ritornando al villaggio, trovò l'ingegnere già morto di un malore improvviso il giorno dopo l'esame senza saperne nemmeno l'esito bizzarramente glorioso. Ida capitò nella casa desolata. La mamma di un umore intrattabile le usò ogni cattiveria, e volle che andasse seco lei, per tempissimo, tutte le mattine alla parrocchia per suffragare l'anima del padre morto senza prete.
Poi tutto era a soqquadro; un creditore s'impadronì dell'ultimo podere, lasciandole senza beni. La mamma ne dava la colpa a lei, per le spese dell'educazione, con parole così ingiuste, che una volta la fanciulla dovette risentirsene, e allora l'altra le applicò due schiaffi sonori sulle guance. Ida divenne livida come un cadavere, barcollando più per la meraviglia dello sdegno che per l'urto della percossa, ma siccome la mamma sembrava insistere, protese le braccia e la respinse con tale forza, che la mandò a rovesciarsi contro il muro.
La Ghita era presente.
L'altra cominciò a gemere, ed avrebbe certo replicato, se gli sguardi di Ida non fossero stati così duri e fiammeggianti. Da quel giorno la guerra fu dichiarata a grande scandalo del villaggio, che aveva subito imparato la triste scena della dottoressa, come la chiamava la mamma. Il vecchio arciprete ne gongolava.
--Ve lo aveva pur detto,--proruppe orgogliosamente colla balia.
Era una vita d'inferno. Ida non usciva più dalla propria camera, e non era ancora comparsa nel villaggio, giacchè la parrocchia stava oltre; non avea riveduta nessuna delle amiche. Fuori sentiva nell'aria una frigidezza di odio, un'afa di disprezzo, che le toglieva il respiro. Tutti si occupavano di lei, mentre ella per un'altra affettazione non voleva occuparsi di alcuno; ma quando Savelli, il vecchio maestro sempre buono, scrisse alla mamma di aver trovato per Ida un posto di Direttrice in un istituto con mille e cinquecento franchi di stipendio, ed ella, alla mamma quasi dimentica di tutto nella gioia, ebbe risposto recisamente:
--No,--fu uno scoppio di bestemmie e di improperii. Sembrava che Ida avesse con quel no danneggiate tutte le famiglie del villaggio, mentre se avesse accettato, tutti si sarebbero rammaricati della sua buona fortuna. Poi la mamma ricorse all'arciprete perchè le dissuadesse la figlia. E questi si era presentato fiducioso nella propria autorità, ma Ida lo aveva trattato con un'alterigia così gentile, che il prete imbrogliato oramai si pentiva della propria audacia, più confuso ancora a quel pentimento impreveduto.
Quindi uscì senza aver nulla concluso, e alla mamma, che lo interrogava, per non sapere che rispondere voltò le spalle, borbottando un versetto latino. Ma Geltrude, piegando sotto la ferrea volontà di Ida, sparlava orribilmente della figlia colle vicine. Questa era un mostro; tutte le madri la citavano come un esempio spaventevole alle figlie, congratulandosi seco medesime di averle solamente mandate a scuola dalle monache. Certo tutte quelle ragazze facevano all'amore, e qualcuna ogni tanto era gravida, ma ciò era ancora meglio che mancare alla parrocchia e non lasciarsi bastonare ingiustamente dai genitori. Solo qualche giovanotto liberale del paese, che non andava a messa, voleva tuttavia difenderla, ma questa difesa le peggiorava la riputazione, conchiudendosi sempre con queste parole:
--Già mi piace più di quelle altre che sono sempre in chiesa.
--Bella ragione!
--Se ti pigliasse... tanto i preti sono un branco di carogne.
Una volta Ida aveva inteso quella disputa sotto le proprie finestre.
Però la vanità di quei giovani era offesa dal suo contegno indifferente; la dicevano brutta, ma piaceva a quasi tutti, e pochissimi l'avevano veduta. Questa fortuna non era toccata che al calzolaio, il quale era uscito entusiasmato.
--Se vi dico che pare proprio una gran signora.
--Che cosa vuoi capire tu, con quei quattro che hai?... una gran signora?
Questa volta era finita a pugni. Quando gli stivaletti furono terminati, egli si vestì da festa e glieli portò. Ida, che conosceva l'alterco accaduto, gli guardò con un'aria così nobile una contusione scura sotto l'occhio destro, che il calzolaio si sentì rimescolare il sangue e, se non fosse stata la soggezione, chissà che cosa le avrebbe detto.
Sulla fine dell'estate alla mamma si manifestò il cancro nel petto. Ida, capendo di restar sola, ne fu scossa per qualche giorno. Aveva giurato di non fare mai la maestra, ma non vedeva nessun rimedio alla indigenza di ogni giorno, ed aspettava come dal caso la soluzione del suo fantastico problema. Al pari di Goethe, che si sentiva capace di tutto e non si sarebbe punto meravigliato all'offerta di una corona, era pronta a tutti gli estremi, acquattandosi in quell'ombra silenziosa della propria casa ad aspettare colle pupille dilatate il passaggio immaginario di una vittima.
Nessun dramma della storia o dell'arte avrebbe potuto vantarsi più denso di peripezie e di catastrofi che quel dramma così semplice ed ignorato della sua vita casalinga. Tutte le passioni vi si erano dato convegno, tutte le contraddizioni vi si tenevano la posta come in un trivio, nel quale le speranze della reggia si urtassero coi dolori delle soffitte; era come una bisca, ove la brutalità popolana ringhiasse collo spavaldo cinismo e l'astuta bravura dei cavalieri d'industria.
Quella mattina Ida era più calma del solito. Svanito il subbuglio di quella offerta del dottore, una grande speranza le era entrata in cuore di essere vicina alla terra promessa. Finalmente il mondo cedeva al fascino della sua superbia. Il dottore non s'era forse innamorato se non perchè ella differiva dalle altre fanciulle del villaggio? trionfo tanto più bello, che egli medesimo non poteva apprezzare la superiorità della dottoressa.
Il sole era già alto, che ella sedeva ancora al largo tavolo, quando la Ghita le entrò in camera.
--Che cosa vuoi?--le si rivolse col malumore di chi è disturbato.
La Ghita non rispose subito, anzi finse di non sentire l'asprezza di quelle parole, e venne in mezzo alla camera a guardare per la finestra. Le imposte erano socchiuse.
--Eccolo là.
--Chi?
--Il dottore. Mi ha voluto mandare per forza, non lo vuole credere che lei rifiuti.
--Ti dispiacerebbe molto se accettassi?--rispose la fanciulla, levandosi e guardandole negli occhi lucidi di malignità.
--A me!--rispose la Ghita, abbassando la voce di un tono e tornando a spiare dalla finestra per sottrarsi al suo sguardo;--mi fa stizza la ragione. Dunque perchè lei è povera dovrebbe poi sposarlo dopo la sua brutta figura colla Giovanna? S'immagini che me lo ha detto lui stesso: ah non mi vuole? con quella dote! E poi mi ha pregato di tornare qui a persuaderla meglio. Ma che cosa crede di essere quel mobile coi suoi due centesimi?--esclamò stendendo un braccio verso di lui.
Il dottore, solo nel mezzo del mercato, guardava la loro finestra, come se ne aspettasse un segnale, ma, attendendo forse da un pezzo, fe' due o tre passi verso la casa. La sua tozza figura sotto quel cappellaccio disegnava una specie di grosso fungo sul suolo. Teneva gli occhi alzati.
--Guardi,--ripetè la Ghita alla fanciulla, mostrandoglielo del dito con una smorfia indescrivibile:--non lo crede!
Ida, che era venuta alla finestra, lo urtò con una occhiata, ed alzando le spalle:
--Lo scetticismo degli uomini!--mormorò.
VI.
Nei giorni seguenti la malata peggiorò, così che la Ghita, trattenuta da Ida a vegliarla, si aspettava ad ogni momento di vederla morire. Da quell'ultima scena nè Ida nè il medico si erano più mostrati al suo capezzale, quegli chiuso nel proprio dispetto d'essere la favola del paese ed assaporando nella cessazione di quelle visite inutili una specie di vendetta, questa avendo già da lungo tempo esaurito ogni pazienza di decoro e di amore.
La Ghita regnava sola in casa. Giù nella cucina i suoi bambini giuocavano e rubacchiavano, le vicine entravano ad ogni momento, e quindi erano lunghi discorsi e confidenze sul triste destino della mamma e della figlia, sole, senz'altro appoggio nel mondo che la Ghita. Le vicine la complimentavano sul suo buon cuore ed ella se ne schermiva appena, mentre in mezzo a tutti quei complimenti gli ultimi arnesi della cucina si andavano sempre più rarefacendo. Un giorno la fanciulla se ne accorse senza dire parola. Un altro giorno trovò la Giovanna giù al focolare in colloquio colla Ghita. Ida si arrestò sulla soglia. La Ghita, che parlava a bassa voce, trasalì, ma l'altra, venuta solo per conoscere la signorina e ringraziarla, chinò la larga faccia arrossendo. Ida capì.
Andò dritta alla Ghita e le diede un ordine con quel suo occhio penetrante ed altero. La Giovanna scambiò un'occhiata furtiva colla Ghita come per domandarle coraggio, e appena la fanciulla si mosse voltandole le spalle, coll'impeto di un cane le saltò all'abito ed afferrandogliene un lembo lo baciò. La immensa distanza, che le separava, era scomparsa. Ida rivolse la testa, guardò quella donna ginocchioni in atteggiamento di preghiera, e per la prima volta dopo molti anni la compiacenza della sua vanità fu senza acredine. La Giovanna singhiozzava. Ella si torse, la prese per mano e la rialzò; ma la donna abbassò gli occhi in faccia alla vergine.
La Ghita aveva due lagrime alle ciglia; poi la Giovanna giunse a baciarle una mano, mentre Ida si liberava sparendo dietro l'uscio. Allora le due donne si osservarono mutamente, poichè quella scena subitanea era stata un enigma per tutte e tre, incontratesi come a caso nel trivio soleggiato d'un affetto cristiano.
La Ghita fu la prima.
--Ma è matta!--disse guardando il soffitto, sopra al quale era la camera della fanciulla, e come rispondendo ad un lungo ragionamento.
--Proprio?--ribattè la Giovanna aprendo gli occhi, nei quali si spegneva già il baleno dell'ammirazione.
--Ghita!--chiamò con accento angoscioso la fanciulla dalla scala:--Ghita!
--Che?--e corse all'uscio. L'altra la seguì.
La fanciulla era sul pianerottolo, aveva il volto bianco e sconvolto.
Salirono, si precipitarono nella camera della ammalata. Così alla poca luce delle imposte socchiuse si distingueva appena, ma si udiva un rantolo fievole fievole.
La Giovanna corse a spalancare un'imposta, ed allora apparve la faccia della morente. Era deperita in un'ora più che in tutta la malattia.
--Muore!--balbettò la Ghita:--bisogna chiamare il dottore.
La Giovanna alzò la testa.
--Troppo tardi!--rispose Ida, fissa negli occhi velati della mamma e travolta nel suo rantolo.
L'altra non replicò. Ida pareva estatica, gli occhi sbarrati, le tempia ventilate da un freddo terrore. Le due donne si distrassero a guardarla; poi la Ghita mormorò una parola all'orecchio della Giovanna ed uscì frettolosamente. La fanciulla non se ne avvide. Non perdeva una contrazione di quell'aspetto, una fisonomia di quella morte, costretta da un fascino misterioso, nel quale il dolore perdeva ogni coscienza e lo spavento ogni nervosità.
Tratto tratto la moribonda muoveva insensibilmente la testa, percotendo le dita sulle lenzuola gialle. La camicia, chiusa al collo ed ai polsi, pareva aumentarle inesprimibilmente l'orrore della magrezza. Moriva. Aveva ancora l'anello nuziale e i bottoncini alle orecchie. Il raggio di quell'oro traversò la fissazione della fanciulla, che le si riunì immediatamente nello scavo angoloso delle gote, entro una delle quali si arricciava un ciuffo di capelli grigiastri. Quella faccia era di una piccolezza impossibile, senza espressione.
Infatti la Giovanna se n'era distolta per guardare sopra il canterano un magnifico Gesù bambino sotto un'urna di vetro, sdraiato fra i fiori, tutto roseo nella sua vestina di seta. Non pareva vivo, ma l'esagerazione della sua lucidezza attirava come una vivacità di vita. E a poco a poco gli si era appressata, passando dietro Ida; ma fa pronta a rivolgersi, vedendola come destarsi al rumore, che saliva per le scale.
La fanciulla corse all'uscio; in quel momento l'ammalata scosse il capo quasi per disapprovarla. Era l'arciprete col barattolo dell'olio santo in mano, seguito dalla Ghita con due candele accese e da altre due vicine accorse per assistere devotamente l'agonia. La Ghita le fe' un cenno di interrogazione, se era morta, che l'altra non colse.
--Siamo in tempo?--domandò l'arciprete, che non aveva osservato il viso della fanciulla.
Ma Ida sbarrava la soglia.
L'altro si fermò.
Lo sguardo della fanciulla era sfolgorante di disprezzo.
--Mi lasci passare.
--No; non vi ho fatto chiamare e non permetto che si turbi l'agonia di mia madre.
Il prete fu così meravigliato, che parve quasi non avere inteso; poi avanzò un passo. Ida stese la mano per respingerlo, ma l'altro gliela afferrò brutalmente.
--Siete matta! Quella disgraziata non si è voluta confessare credendo di guarire, e volete rubarle l'ultima grazia, che il Signore le concede! Vergognatevi; andiamo dunque, che mi faccio proprio imporre dalle vostre pari io...
E respingendola con forza da un lato passò oltre, verso il letto. Le tre donne, che avevano susurrato, lo seguirono, guardandola nel passarle davanti con un ribrezzo pieno di dileggio, e si inginocchiarono intorno alla sponda del letto. Alla prima occhiata il prete s'accorse che l'agonia era innanzi; quindi confidando il barattolo alla Ghita, profferì le preghiere d'introduzione, così belle di poesia:
--_Asperges me, Domine, hyssopo et mundabor, lavabis me et super nivem dealbabor._
La sua voce nel pronunziare questo versetto aveva la solita cantilena rituale, mentre la Ghita rispondeva alla meglio da chierico. Poi egli aperse il barattolo, ma accorgendosi di avere dimenticata la bambagia:
--Come si fa? Ne avete in casa?
--Credo di sì; nel canterano.
--Spicciati.
L'ammalata rantolava sempre più fiocamente.
--Badi alla stola,--arrischiò confidenzialmente la Ghita, vedendolo schiacciarsi contro una macchia del letto.
--Hai ragione, ma sta attenta; mi hai assistito un'altra volta;--e composto il volto ad una espressione più grave, con un gesto quasi elegante intinse il pollice nell'olio; quindi mormorando l'analoga preghiera segnò una croce sugli occhi velati della moribonda, la terse, e dagli occhi, che avevano forse troppo veduto, seguì agli orecchi, che avevano forse troppo udito, poi alle narici ghiotte delle esalazioni voluttuose, poi alla bocca, comprimendone le labbra mal bianche, che avevano inghiottiti i baci della lussuria ed emesse le parole della mormorazione, poi alle mani, che unse sul dosso, poi ai piedi e si arrestò incerto sui lombi. L'ammalata non si poteva muovere. Allora pensò di omettere questa unzione purificatrice, forse la più importante, perchè sulla oasi del peccato.
La morente agitò le labbra.
--Prega...--pensò Ida fremendo, e cadde ginocchioni presso l'uscio, confusa in un dolore, del quale poco prima non si sarebbe creduta capace. Le orazioni proseguirono a bassa voce, quasi smorzandosi come quella vita, che imbalsamavano per la eternità; ma l'accento delle parole, talvolta sublimi, era così chioccio che ne scemava al suo spirito in gran parte l'effetto.
--_Domine, exaudi orationem meam: Et clamor meus ad te veniat._
A questo punto Ida rialzò il capo, e vide la mamma con un crocifisso sul collo muovere straziantemente la testa, mentre il prete s'interrompeva come per sorprenderle l'istante supremo. Scattò in piedi, tutti la guardarono.
Le aveva preso una mano già fredda e gliela stringeva interrogandola negli occhi; ma l'altra si quetò. Allora Ida sentì un fetore di sepolcro, come una protesta nauseabonda della materia contro l'immortalità dello spirito, passarle sulla faccia ed arrivarle sino all'anima. Resistè, anzi piegandosi sull'ammalata colle pupille piene di fulgoramenti notturni, l'attirò con tanta forza, che le fece volgere la testa. Aveva gli occhi appannati come un vetro dal freddo; poi abbassò lentamente le palpebre.
La testa della morta era abbandonata sulla spalla sinistra come nel sonno, colla medesima fisonomia e la bocca socchiusa. Il prete scambiò un'occhiata d'intelligenza colla Ghita. Allora le quattro donne allungarono il collo, e la Giovanna disse all'orecchio della vicina:
--È morta.
--Se non scappo muoio anch'io dal puzzo.
Il prete appressò un bicchiere alla bocca del cadavere, ve lo tenne qualche istante, poi scosse la testa e, posandolo sul comodino, mormorò:--_Subvenite, Sancti Dei_,--col solito accento, chiamando i santi del cielo incontro a quell'anima pellegrina per le pianure della eternità, intanto che nel mondo i viventi si scostavano inorriditi dal suo corpo.
Ida aveva lasciato cadere quella mano sul letto, stette ancora fissa nella madre non battendo palpebra, poscia volse lo sguardo in giro sulle donne, che lo evitarono, ed incontrò quello del prete. Questi si mosse come per dirle qualche parola di consolazione, ma la fanciulla alzò la mano ad un gesto imperativo di diniego, e con passo lento, quasi solenne nella tragica gravità di quel momento, entrò nella propria camera.
Appena uscita fu un bisbiglio. La Giovanna corse ad aprire la finestra, il prete ripiegava la stola ripetendo alla Ghita di bruciare la bambagia intinta di olio santo, rispondendo con un sorriso di bonomia alle altre donne, che ammiccavano con una smorfia verso l'uscio della fanciulla.
--Non volere l'Olio Santo!
--Sì, ma è rimasta male: vedremo come farà a vivere senza far nulla.
--Il Signore è giusto,--disse una, che non aveva aperto bocca.
--È giusto,--ripetè il prete.--Adesso, Ghita, vado via. A lei le dirai poi... cerca di consolarla, se ne ha bisogno,--aggiunse con un cattivo sorriso.--Oh! come sei tu qui?--si volse alla Giovanna:--bada...
--Adesso!--ribattè schernevolmente la Ghita.
L'arciprete si strinse nelle spalle biascicando un testo latino, quindi facendo alla colpevole, che non arrossì nemmeno, un gesto paterno d'indulgenza, si avviò veramente per uscire. La Ghita lo accompagnò insino alla porta e lo trattenne ciarlando. Quando tornò nella camera le donne erano ancora lì a chiacchierare, anzi una aveva tirato il cassetto della bambagia per provare di non avere mal veduto, in fondo, nell'angolo, vedendo una cassetta dorata.
--Cosa ci sarà mai lì dentro?--chiesero alla Ghita.
Ella non lo sapeva. Ma la Nunziata del muratore si esibì di fare la veglia.
--No, la faccio io,--ribattè la Ghita.
--Facciamola insieme, mangeremo un po' di costola di porco con un boccale di vino nuovo.
Allora tutte le altre si offrirono.
--Anzi figuriamoci... basta, vedrò per la Nunziata. Ora andate via; se torna fuori la signorina mi faccio strapazzare.
--Sì, va pur là, un buon capo.
Ma rimasero, poi la Giovanna uscì colle altre due, e restò la Nunziata. Discesero in cucina, era l'ora del pranzo.
--Come si fa,--domandò la Ghita,--a dirle se vuol mangiare?
--Credi che le dispiaccia della mamma?