Part 6
Quando il sole si staccò dalla finestra Rocco era uscito da quella nuvola sdraiandosi ai piedi di Ida come un cane. Ella era immobile; poi si portò una mano al viso, stropicciandosi gli occhi, e non vide più il sole. Discese prestamente, andò allo specchio, si ravviò i capelli, rindossò l'abito, ricomponendosi la faccia con tanta facilità, che Rocco, il mento sulla sponda del letto, la guardava incantato senza comprendere. Era ridivenuta calma e severa.
Rocco si nascose il volto nelle mani.
Ida gli si appressò, lo posò per terra: ma il ragazzo le si aggrappò alle sottane.
--Piangi?
Infatti singhiozzava.
Gli staccò le dita, quindi pigliandolo per mano lo condusse senza dire una parola alla porta dell'appartamento.
--Tieni,--fe' chinandosi a baciarlo sulla fronte.
Rocco non rispose, infilò l'apertura tutto sbalordito, sentendo appena di essere spinto e rinchiudersi la porta; ma Ida, ritornando nella propria camera, intese i latrati del cane, che saltellava intorno all'amico per la casa deserta. Quei latrati la fecero pensare.
Quindi si appressò alla finestra senza mostrarsi, e vide Rocco colla testa forse ardente sul marmo del davanzale, e il cane che colle gambe anteriori sulla sua schiena era salito a leccargli gli orecchi.
Un empio sorriso sfiorò le labbra della fanciulla:
--Rocco rifà la mia parte.
Da quel giorno una sfacciataggine serena le brillò negli sguardi, ma a scuola parlando colle compagne usò come una sprezzante castigatezza di linguaggio. Non sentiva nè rimorso nè avvilimento; aveva voluto conoscere l'uomo, ed avea fatto un esperimento in _anima vili_. D'altronde con Rocco non correvano impegni.
Egli non si staccava più dalla finestra nemmeno la notte. Le buone zie gli dicevano scherzando che si era innamorato della signorina, ma non badavano alle lacrime, che gli gonfiavano gli occhi e cadevano talvolta sui loro fiori finti. Ida manteneva quel solito contegno: veniva raramente alla finestra, salutava Rocco senza curarsi delle occhiate affannose, che le figgeva in faccia, nè del suo aspetto ancora più macilento. Pareva impossibile che un corpo tale potesse dimagrire, e nullameno dimagriva. La pelle gli si facea addirittura verde, gli occhi gli lucevano di una luce sinistra, senza che niuno se ne accorgesse all'infuori del cane. La povera bestia, che amava il proprio padroncino con tutto il trasporto di un egoismo animale, adesso che Rocco non mangiava più e per vuotarsi il piatto gli gettava nascostamente gran parte delle pietanze, raddoppiava di carezze e d'insistenze. Non si lasciavano una mezz'ora se non di notte, quando egli saliva alla casa di Ida.
Allora Rocco si vestiva chetamente, pigliava le scarpe in mano, faceva un cenno a Toto, un cenno che esprimeva un mondo di cose e che questo capiva subito, perchè si rincantucciava sotto il letto. Poi sulle punte dei piedi traversava la camera delle zie, l'uscio della quale era sempre socchiuso; e trattenendo il respiro, trattenendo quasi con un conato supremo di volontà il battito del cuore, moveva un passo al minuto, ascoltando il russo di quei due nasi devoti, al buio come i gatti, tremando sempre di essere scoperto ed imbrogliandosi già per trovare una scusa. Finalmente arrivava alla porta dell'appartamento, si arrampicava sopra uno sgabello, che vi teneva appositamente di fianco, tirava il catenaccio, alzava il saliscendi, socchiudeva maliziosamente, insinuando fra il pavimento ed il battente aperto una scheggia di legno, perchè la porta urtata a caso resistesse, calzava le scarpe, e giù frettoloso, ma leggero.
Ida dalla finestra lo vedeva traversare a corsa la strada dopo aver spiato guardingamente se fosse deserta. Allora dalla propria camera, lambendo l'altra dei padroni che russavano egualmente, veniva ad aprirgli l'uscio della bottega, lo pigliava in braccio, e mentre Rocco le baciava il collo come ad una mamma, ritornava pian piano nella camera e lo posava per terra.
Ella non aveva mai un trasporto per lui.
Era stata la prima a proporgli quei convegni notturni una volta che Rocco era tornato su dal sarto, proprio dopo di averlo veduto uscire e la Lucia era di là dal bambino. Ella gli aveva detto che verrebbe alla finestra col candeliere, quando lo vorrebbe.
Rocco, che da letto vedeva la sua finestra, non chiudeva più la griglia, non dormiva più, perchè Ida si coricava tardi ed era capace di chiamarlo assai dopo la mezzanotte. Una volta mancò, e dovette piangere leccandole i piedi come un cane per ottenere il perdono. Erano notti stravaganti le loro, facevano di tutto.
Ida colla fantasia sboccata d'un poeta e la depravazione di una reclusa si abbandonava a tutti i capricci, mischiando idealismo e brutalità, spremendo la più pura essenza del sentimento dal fango di una parola o di uno scherzo. Rocco consentiva tutto, ma fra tutte quelle gioie, che lo soffocavano e forse lo uccidevano, una invincibile tristezza lo rendeva a quando a quando distratto, curvandogli la testa sul petto con un moto cadaverico.
Il piccolo cuore di quel martire della natura avrebbe avuto bisogno di un amore quasi materno, ed invece si accorgeva di non essere che un giocattolo, carino appunto perchè deforme, fra le mani di quella pallida superba, bella come la natura, e per lui egualmente insensibile.
Una volta nella esaltazione dell'orgoglio ella gli lesse un brano del suo poema.
--Lo sai tu di chi sei l'amante?--gli avea chiesto cogli occhi luccicanti.--Senti.
Rocco ascoltava senza capire gran cosa, ma le guardava intensamente la faccia illuminata nell'entusiasmo dell'arte. Ida era diventata Nerone; gli occhi le si erano dilatati, le narici le palpitavano, il seno disordinato nelle irruenze di poco dianzi le si alzava fremebondo, mentre il ragazzo, incantato in quello spettacolo così nuovo e misterioso, le si avvicinava mano mano, come sapendo che la grandezza vera è quasi sempre buona.
Ma la fanciulla, che all'ultimo razzo di un'esplosione lirica aspettava un urlo di ammirazione, e si era rivolta per sorprenderglielo, vedutolo così stupidamente attonito, gittò sdegnosa il manoscritto.
Quei convegni duravano sempre due o tre ore, e lo lasciavano affranto.
Ma Ida non aveva mai perduto la ragione nel tumulto più violento dei sensi. Anzi una notte che l'ambiente era tepido, invasa da una delle solite vanità si era spogliata ignuda allo specchio, imponendo a Rocco di fare altrettanto. Rocco vergognoso si era invece accasciato ai piedi del letto. Ella gli si volse camminando a fronte alta, col passo olimpico di una dea, le trecce nere che le sferzavano gli stinchi, lo prese lentamente per un braccio e lo portò allo specchio. Due candele lo illuminavano abbastanza vivamente.
--Non sei contento?--gli disse, mostrandoglisi entro il chiarore limpido della lastra.
Rocco le gittò le braccia al collo e si mise a piangere silenziosamente. Allora col cuore rabbonito dal trionfo, ella lo ricondusse dallo specchio al letto, ripetendogli con soave solletico:
--Non sei contento, Rocco? Che cosa vuoi?
Il ragazzo sollevò il viso lagrimoso e, guardandola arditamente, fe' un gesto.
--Tu?!
Il ragazzo insistè, ma Ida lo respinse brutalmente, schizzando dagli occhi una fiamma gialla.
--Tu?! no.
Quella notte fu l'ultima del loro stranissimo amore. Poco dopo Rocco si ammalò gravemente.
Le zie, che lo amavano con tutto il trasporto della loro vita sterile ed abbandonata, ne furono inquietissime e si dettero lo scambio di notte per vegliarlo. Rocco non parlava: era mesto e rassegnato. Si accorgeva di tutto quel bene delle zie, ma l'occhio gli correva ostinatamente alla finestra chiusa di Ida con un affetto calmo di moribondo, perchè Rocco sapeva di morire.
Quel corpicciattolo avea resistito fin troppo.
Il medico non ordinò che del vino generoso, il solo olio che potesse ardere ancora qualche giorno in quella lucerna. Le vecchie piangevano, avevano staccato di sopra al loro letto il gran quadro di san Giuseppe, drizzandolo sul canterano di Rocco con quattro candele benedette appositamente dal parroco, sempre accese. Poi fecero scoprire la Madonna delle Grazie e benedire una camicia. Quando gliela misero, una zia stava in ginocchio mormorando una speciale orazione. Rocco lasciava fare, ma una volta disse con un triste sorriso:
--Muoio!--poi guardò la finestra.
Le zie credettero che fosse davvero innamorato, lo dissero col curato, colle vicine, così che la Lucia corse dopo dieci minuti a dirlo scherzando con Ida intenta al suo poema.
--Proprio?!
--Povero ragazzo!--aggiunse la Lucia.
Ma la sera del giorno seguente la Lucia le tornò in camera con un contegno metà ilare e metà imbarazzato per dirle che c'era di là la signora Marcella, una zia di Rocco, la quale era venuta a supplicarla di un favore e non si arrischiava, perchè lei, la signorina... Insomma quel povero gobbo era innamorato sul serio e aveva tanto pregato il parroco, che questi gli aveva ottenuto dalle zie di vedere un'ultima volta la signorina.
--Si è confessato?!
--Già,--e la Lucia aprì tanto d'occhi.
Ida si alzò.
--Faccio entrare la signora Marcella? Se vedesse come piange, gli volevano tanto bene...
--È inutile, non vado;--e un turbamento mal suo grado visibile l'agitava, desto da quelle parole: si è confessato.
--Vada là... se vedesse...
--È impossibile,--ripetè la fanciulla con voce più dolce:--certe scene mi fanno male, non dormirei per un mese. Povero ragazzo! me ne dispiace, ma sarà una fantasia da malato, che gli passerà. Non posso, dite alla signora Marcella che sono dolentissima, ella pure mi capirà, non posso.
Rocco smunto, sfinito, attendeva col parroco al capezzale, ma sentendo muovere la gruccia dell'uscio alzò vivamente la testa. La zia Marcella entrò sola. Un pallore cinereo si diffuse sulla faccia del morente, che stette fiso, poi chiuse gli occhi e ricadde sul cuscino. Il prete gli si chinò sopra prendendogli il polso. Due lagrime gli scesero lentamente per le guance sciogliendoglisi sulle labbra. Erano l'ultima amarezza della sua vita; le bevve e svenne.
La mattina, quando il sole venne curiosamente a guardare con un raggio nella sua camera, il curato se n'era ito allora allora per dire la messa e dimandare un'ultima volta al Signore quella vita sciagurata. Rocco aperse gli occhi indeboliti.
--Come ti senti?--gli domandò piano la zia Marcella:--Eh! Rocco!
E gli posò una mano sulla fronte.
--Aprite la finestra.
--Eh?
Rocco non ripetè la domanda, ma la guardò con un'aria così patetica che la zia si sentì vicina a cedere.
--Che cosa vuoi? L'aria...
E gli carezzava affettuosamente il volto, ma Rocco levò una mano scheletrale e, pigliandole l'altra, se la portò alla bocca. Quella muta ed ineffabile preghiera la sconvolse; deviò gli sguardi, poi li incontrò ancora più insistenti, pieni di lagrime che non potevano più sgorgare, coll'ultima luce del pensiero, coll'ultimo calore del cuore, e non li potè sostenere.
Ritirò soavemente la mano, andò alla finestra, spalancò gli scuri. Rocco pregava. Ella titubò, aperse i vetri. Il sole inondò la camera della sua onda dorata, e una parola armoniosa di Ida percotendo sul pavimento rimbalzò sul letto di Rocco. La fanciulla canticchiava un'aria della _Traviata_, pettinandosi i magnifici capelli. Una lunga treccia caduta sul davanzale vi si dibatteva come un serpente nel muro. Al rumore della finestra la fanciulla s'interruppe.
Ella non scorgeva se non le coperte del letto, ma Rocco la vedeva bene.
--Oh!--mormorò la zia, sedendosi sopra una sedia, così che la fanciulla non potesse scorgerla.
Rocco guardava. Tutta l'anima, ritirandoglisi dal corpo, gli saliva alle pupille e vi bruciava. Era come una fiamma pallida e dolce di gemma, la quale si sciogliesse al sole e che, sprizzando sottile per la camera, traversava la strada, giungeva sino alla finestra della fanciulla a turbarle gli occhi colla moina di un invisibile riverbero. Ella li apriva involontariamente. Una metà dei capelli le pendeva come un velo sopra una spalla; avea il viso fresco, il seno male abbottonato; poi istantaneamente fremè, e quella fiamma le scese al seno. Quindi un'altra le si accese dentro, come un bruciore di rimorso, che cresceva sempre; le tempia le martellavano, il viso le ardeva e il seno le balzava con tale tumulto, che dovette appoggiare anche le mani al davanzale, chinandosi verso quella camera.
Allora la fiamma dal seno le tornò agli occhi, vi rimase, si alzò, le lambì sferzando la fronte e si spense.
--Ah!--sclamò la zia Marcella, vedendo che Rocco non si moveva più; e si appressò paurosamente al letto. Rocco avea gli occhi vitrei.
--Ma no!...
V.
I suoi esami di quell'anno si chiusero così trionfalmente, che tutti i giornali della città ne parlarono colle frasi più lusinghiere senza che alla fanciulla, già malata del grande orgoglio di autore, battesse il cuore più vivamente. Al villaggio l'ingegnere, che si era ubbriacato una volta di più, leggeva per tutte le bettole gli articoli sopra sua figlia, frammischiandovi molti lamenti verso Geltrude, messa su dall'arciprete contro quell'istruzione delle donne, la quale toglieva loro ogni bontà religiosa e casalinga.
--Vedrete!--aveva detto con sprezzante rammarico il vecchio prete.
Ma per non farsi vedere, Ida aveva ottenuto di passare le vacanze in città e guadagnare così un anno di corso, un nuovo trionfo ed una considerevole economia, perchè la miseria era già entrata in casa. Ida stessa se ne accorgeva ai ritardi della pensione, la quale non arrivava più intera. Ma una volta, avendo chiesto denaro per un abito, il padre le rispose in una lettera piena di dolorosa rettorica che non aveva proprio un soldo.
Ida sanguinò, e non scrisse più.
Invano giunse l'estate ed arroventò i muri delle case; Ida, chiusa ostinatamente nella propria camera, non uscì nemmeno di notte, quando l'aria s'inumidiva e la campagna invitava col mistero delle ombre. Invano l'autunno ebbe le mattinate lucenti e i vespri pallidi di malinconia, giacchè la fanciulla non vi badò, tutta intesa allo studio coll'accanimento di un interno corruccio, fosca in un mutismo di mal augurio.
Ora che la meta si avvicinava, il suo miraggio rutilante di sorrisi come un diadema brillantato si dissolveva, e la meta compariva volgare quanto un banco da lotto.
Allora s'indispettì contro sè medesima. Le parve impossibile di aver tanto studiato per finire in un camerone, dalle pareti bianche, insegnando la grammatica ad una torma stridente di bambini, senza contare più nulla nel mondo e nessuno che si ricordasse più de' suoi esami o del suo ingegno. Il solo pensiero di vivere fra povere donnicciuole, in una povera casetta, vestendo miserabilmente, insudiciandosi in immondi discorsi e in più immondi contatti, le rivoltava il cuore.
Non volle. Nello sdegno di quella rivelazione si cercò inutilmente attorno un aiuto, ma il bel labirinto della sua vita non avea se non un'uscita, la scuola, colle siepi così alte che nemmeno un daino avrebbe potuto saltarle, e forti come quelle degli antichi Galli contro gli eserciti di Cesare.
A giorni si sentiva impazzire.
Allora gettava i libri giurando di uccidersi, ma li ripigliava subito dopo, costretta dal disegno di guadagnare un anno e trovando mal suo grado in loro soltanto un sollievo al suo tormento. Se non che il carattere le peggiorava, si faceva più aspra, rispondeva quasi malamente alla Lucia; le sembrava che la sua camera fosse più povera, il pranzo addirittura disgustoso.
In casa non osavano interrogarla, sopportando fin troppo amaramente il rimprovero dei suo silenzio.
Una notte bruciò il poema sul davanzale della finestra e, come evocata da quelle fiamme dolorose, le parve vedere la figura di Rocco moribondo, coi grandi occhi verdi, in atto di sommessa e desolata preghiera. Il povero gobbo l'amava ancora da morto, ma ella era ancora lì, pallida di feroce inquietudine, colla fronte aggrottata come tante volte nelle brevi notti del loro amore.
Un rimorso addentò il cuore della fanciulla, che sollevò subito la fronte, scuotendola cinicamente in faccia a quella apparizione e mormorando a sè stessa:
--Guai ai deboli!
Eppure si sentiva debole.
A forza di studiare s'accorse che il sorriso di gloria, balenatole su quei primi gradini del tempio, era stato un sarcasmo di riverbero; ella resterebbe fuori colla moltitudine dei chiamati, mentre gli eletti entrerebbero le porte della immortalità fra l'urlo delle ovazioni. George Sand era nel tempio, ma Ida non sarebbe che una maestra, cui tutti potrebbero disprezzare e che guadagnerebbe forse tre lire al giorno come una ricamatrice, e forse per questo un impiegato a cento lire consentirebbe di farle la corte. Quindi abiterebbero un quinto piano, formando una famigliuola, che uscirebbe la domenica coi bambini per mano a passeggiare lungo le mura, beandosi al passaggio di un legno signorile, ma badando bene di non infangarsi il vestito o di non farselo rodere dalla polvere.
--No!--ruggiva la fanciulla colle lagrime agli occhi.
Poi cercava di sognare per consolarsi.
Le pareva strano che nessun principe, di coloro ai quali supponeva colla felicità del lusso il gusto della raffinatezza, incontrandola a caso per le vie, non avesse indovinato quale affascinante principessa si potesse fare di lei, e non si fosse da uomo superiore innamorato. Si sentiva così dotta di seduzione, così capace di ammaliare un uomo, assaporava con tale avidità l'ebbrezza che avrebbe versato sul loro capo, che li compiangeva quasi di avere sottomano tutto un harem in una donna e di non sapersene impadronire.
Laonde il suo cuore si ubbriacava in questi sogni, nei quali tutti i mobili erano di palissandro e i cavalli inglesi scalpitavano sotto carrozze così splendide e così comode per sognare e i doppieri d'argento massiccio illuminavano tavole brillanti di cristalli e di rarità e i fiori profumavano gli appartamenti come i giardini, quando la primavera tripudia nelle proprie orgie: tutto era ricco, tutto era bello. Quindi un'aristocrazia di persone la circondava come una regina, mentre il mondo lontano, buio come lo sfondo di un teatro nel giorno, guardava per mille pupille invidiose il magico lume del suo palazzo ed ella scuoteva insensibilmente la testa sotto una rugiada di adulazioni.
Così la sua fantasia inesauribile si prestava a tutte le esigenze dei desiderii, mentre la ragione trovava argomenti per tutte le passioni; ma il tempo incalzava e la realtà allungava la propria ombra sul luminoso paesaggio del sogno.
Oramai non era quistione se non di mesi.
Una mattina le giunse una lettera tutta sgrammaticata della mamma, che l'ingegnere stava male e che, essendosi rivolta in queste strettezze alla famiglia di lui per averne un soccorso, avea sentito insolentemente negarselo. Nell'amarezza di questa nuova umiliazione Ida rispose:
--Hanno fatto benissimo.
Queste sole parole, senza un cenno per le raccomandazioni di studiare ed ottenere subito un posto di maestra, nè una domanda sulla triste condizione del padre.
Ma finalmente arrivò l'estate, improvvisa e violenta, che le tolse gli ultimi rimasugli di attività. Non si alzò più che a mezzogiorno, e per occupare il tempo rilesse dei romanzi. Invano il suo maestro, che la prediligeva, accortosi del cambiamento volle ammonirla con lusinghiere parole sul suo bell'avvenire e il nobile ufficio che ella, donna, eserciterebbe nella società, mentre tutte le altre sue pari erano bruti o giocattoli; la fanciulla non gli rispose nemmeno, seguitando a guardare il soffitto colla insolente disattenzione delle persone superiori all'improvvido consiglio di un ingenuo.
Il maestro scosse la testa.
--Ma che cosa fai tutto il giorno?--Egli solo era arrivato a forza di bontà a poterle dare del tu.
--Fumo sigarette... fumo!--ripetè, scherzando sulla parola.
--Sei diventata pessimista?
--Lo sono sempre stata.
--Non mi pareva.
--Fumo!
Egli si piccò.
--Il tuo poema?
--L'ho bruciato, fumo!
--Dunque non lavori più?
--L'ho pur detto, fumo.
Questa volta egli sorrise, la fanciulla gli tese amichevolmente la mano.
--Però gli esami saranno meravigliosi, ne sono sicuro, altrimenti come faccio io?
--Fumi, fumi,--insistè ironicamente, ma rassicurandolo con una stretta. Quando la ragazza gli ebbe voltate le spalle, il vecchio le guardò dietro con simpatica ammirazione.
--Peccato che non sia bella!
Ed era vero. Ida non faceva più che fumare, anche in letto, a grande scandalo della Lucia, la quale temeva per i propri lenzuoli di cotone; ma pareva che tutte le preoccupazioni del futuro le svanissero fra le spire odorose del fumo, mentre i libri dormivano impolverati sul tavolo e il calamaio si era persino disseccato.
Quando Ida se ne avvide sorrise, e fu un mattino che la Lucia le era venuta in camera per una nuova commissione della zia Marcella, la quale faceva una lapide a Rocco e non sapeva a chi domandarne l'iscrizione, poichè il parroco si era onestamente scusato, dichiarandosi incapace.
--Non c'è nemmeno inchiostro,--disse la Lucia con accento di rimprovero, vedendo la fanciulla colla penna alzata in atto di voler scrivere subito:--Vado a prendere il calamaio di Giacomo.
--Non serve,--ed afferrando una matita, còlta da una subita ispirazione, scrisse sopra un cencio di carta==FORSAN.==
--Così poco?--esclamò la Lucia, guardando curiosamente la carta.
--Tenete; e se la signora Marcella non la capirà, ditele,--soggiunse con voce stridente,--che non ho mai scritto niente di più bello; è tutto il mio lavoro letterario di quest'anno.
Gli esami si avvicinavano.
--A quando?--domandò Giacomo, che l'avea confortata dell'ultima lettera dell'ingegnere, nella quale, mandandole l'ultima rata di pensione, egli diceva di sentirsi sempre più male e che morrebbe presto.
--Lunedì.
--Dunque, signora maestra...
--Non mi date questo titolo, non sarò mai una maestra,--rispose brevemente la fanciulla.
--Ma allora?--ribattè il sarto, che da lungo tempo covava una rivolta.
--Allora datemelo, se vi fa piacere, così questo titolo sarà almeno la consolazione di qualcuno.
Giacomo si vergognò della propria asprezza, e non seppe più che pensare in faccia a quel muto e misterioso dolore. Quel giorno a pranzo non pronunziarono una parola, ma la Lucia, che s'era anche più intenerita, la domenica mattina le entrò per tempo in camera per trarla seco a messa in quell'occasione degli ultimi esami.
--Anche Giacomo, che non ci va quasi mai, ha detto che facciamo bene questa volta.
E la pregò tanto, che dovette accondiscendere. La Lucia, gioiosa di quel trionfo, avrebbe quasi arrischiato una parola di confessione, ma temette di compromettere la partita, e per quel giorno tacque. Uscirono. In chiesa alcune compagne di Ida strabiliarono scorgendola, e la fanciulla, vedendosi attribuire il pensiero della Lucia, si morse le labbra.
--Usciamo!--le disse a bassa voce.
L'altra la guardò e non rispose nemmeno.
Allora Ida assunse il contegno più irreligioso, esaminando i quadri degli altari, sorridendo della compunzione della gente quando il chierico suonò il campanello e tutti s'inginocchiarono, ed ella rimase in piedi, sola delle donne, perchè era forse la sola donna là dentro. Quindi attese con impazienza l'_ite missa est_, per avviarsi malgrado i cenni della Lucia, che voleva aspettare le ultime avemarie e risparmiarsi di scavalcare con fatica tutta quella gente ancora inginocchiata. Ida passò innanzi la pila dell'acqua santa senza intingervi il dito, infilò la porta, ed appena fuori mise un respiro. L'altra spaventata dell'aria fremente del suo viso, non arrischiò d'interrogarla; ma tornarono a casa di malumore.
Quel giorno Ida non comparve che a cena. Avea gli occhi rossi, nessuno aperse bocca.
Ritornò nella propria camera e vi si chiuse; era l'ultima tempesta.
Il mattino dopo Ida uscì tutta vestita per l'esame, ma così pallida che la Lucia, incontrandola sulla porta, le chiese sbigottita se stava male; ella sorrise tristamente.