No: Romanzo

Part 5

Chapter 53,746 wordsPublic domain

Benchè superasse di poco i sedici anni, lo sviluppo precoce dell'intelligenza la offriva a tutte le seduzioni del pensiero. George Sand l'ammaliò coi propri trionfi di scrittrice. La fanciulla, cui la divinità dell'arte aveva sferzato il cuore con un sorriso, soffriva già tutti i delirii della gloria. Una luce nuova le aveva invaso lo spirito, una lena inaspettata le rinvigoriva tutti i muscoli; nell'ardore delle imminenti battaglie le sue stesse spavalde impazienze la ubbriacavano. La modestia quasi pitocca de' suoi natali le parve allora bella di un significato glorioso in antitesi coll'apoteosi della meta, mentre i posteri li avrebbero cercati con religiosa emozione, e forse più di un poeta dell'avvenire avrebbe fatto colla sua povera cuna il nido ad una canzone immortale. Tutte le asperitudini della sua vita si levigavano perdendo del loro carattere umiliante, quasi tante prove, per le quali il suo spirito dovesse passare purificandosi, tante battaglie che il destino nemico desse al suo genio per contendergli la suprema conquista di un nome. Laonde si fortificò nello scetticismo, perchè l'artista, il quale studia per riprodurle tutte le fisonomie della vita, deve essere al disopra di ogni affermazione o negazione volgare, luminoso come un astro, limpido come uno specchio, sonoro come l'eco della montagna. Vizi e virtù, grandezze e bassezze, non sono che colori di tavolozza; vedere per vedere, ritrarre per umiliare i miopi coll'acutezza della propria vista: Goethe! Ida s'innamorò di Goethe, inabissandosi nel Faust. In fondo alla scienza il mistero, in fondo alla vita il nulla, giacchè lo sentiva fin troppo, il quinto atto del dramma, la redenzione di Faust nel bene era la massima ironia del poeta verso la borghesia inzaccherata d'ignoranza e di morale cristiana. Ma in fondo all'arte la gloria di gittare un ponte magico fra il mistero della scienza ed il nulla della vita, il trionfo dell'individuo sulla massa, la supremazia invincibile dell'ingegno sulle forze coalizzate della imbecillità, delle ricchezze e delle gerarchie.

Incanti di giovinezza, iridi di una bolla di sapone!

Ma lavorava sul serio. Concepiva più di uno studio alla volta, e lo cominciava per piantarlo subito dietro un altro più ampio e più bello, avendone appena come Murger scritto il titolo sopra un quaderno nuovo. Poi mutava ancora, aprendo cento porte e non entrandone alcuna, qualche volta precipitandosi nello studio per lo studio e ritornando ancora alla velleità delle rivendicazioni, drizzando i suoi futuri volumi contro i muri della società per aprirvi una breccia, sulla quale passare raggiante di superbia.

Persino la gente del villaggio cominciava a sospettare qualche mistero in quella fanciulla sempre pallida, col viso sempre aggrondato. Non sorrideva mai; e, per un capriccio inesplicabile, aveva adottato il nero pel solo colore de' propri abiti.

I giovanotti più depravati del paese, che passeggiavano a tarda ora cantando stornelli da osteria o storpiando qualche duetto di opera imparato dalla banda, guardavano la finestra sempre illuminata di Ida, diventando seri loro malgrado nello sparlare di lei. Era l'ammirazione e l'incubo di tutti.

Ma di notte l'assalivano fiere malinconie.

Tutti quei bei sogni di gloria, quasi foglie scrollate da un vento freddo intorno ad una rovina, le cadevano mutamente intorno. Si sentiva ancora più inutile che sola, più piccola che inutile, nata in un villaggio, condannata forse a fare la maestra in un villaggio, costeggiando sempre le rive del mondo senza approdarvi, intendendo dei brani di musica, odorando delle folate di profumi, ma senza che nessuno si rivolgesse a guardarla confusa fra le immondizie addensatevi dal riflusso del mare. Quindi riviveva in un minuto di spasimo tutta la propria vita di oramai diciassette anni, riassaporandone tutte le umiliazioni, succhiandone tutto il veleno, e dopo questa ineffabile agonia di dolori si adagiava in un tedio infinito, smorto come il crepuscolo, umido quanto la nebbia. Vedeva il mondo in una visione fumosa, nella quale la vita perdeva ogni significato e tutti gli oggetti la loro individualità, onde non le rimaneva più se non aspettare una piega della bruma, che avviluppandola la togliesse alla funerea scena. E Ida l'aspettava colla lugubre indifferenza della disperazione. A diciassette anni provava il peso della esistenza e il vuoto del lavoro senza aver troppo esercitato nè l'uno nè l'altro; la morte perciò era il supremo trionfo del vinto, la sua vendetta contro il mondo. Questa idea, che ha sedotto tanti poeti infelici, sedusse lei pure. La studiò, la vestì, le diede la posa più scultoria; si compiacque nell'immagine della torva fanciulla sempre bruno-vestita, che una notte, col cielo plumbeo, senza nè luna nè stelle, si alzava dal largo tavolo ingombro di libri lungamente compulsati e pur troppo capiti, si levava bianca di una tragica serenità, i capelli disciolti, e guatando un'ultima volta il mondo dalla guglia del proprio sublime dolore, si precipitava nella tacita immensità della morte, come una spenta meteora tramonta nel baratro della notte, senza gittare un grido o lasciare una parola, che potesse rivelare ai villani della terra il segreto della sua eroica sciagura. Morire, e che gli altri la piangessero poscia inutilmente, come inutilmente essa avea vissuto!

Ma la sua testa era troppo forte per cedere a questa tentazione; quindi bastava il ricordo del castello cogli appartamenti della morta contessa, perchè la vita la riattirasse con tutto il fascino delle sue speranze battagliere e la magia delle sue gioie vanitose. Allora sicura di una nuova energia scrollava il capo mormorando:

--No.

Ora le difficoltà finanziarie della famiglia si erano moltiplicate da non dare più requie. Tre dei quattro poderi della legittima avevano mutato padrone, il quarto stava per seguire il cattivo esempio; laonde fra la mamma e il padre si allargava l'abisso, sul quale le liti non gettavano più il loro ponte d'insolenze. Forse essendosi finalmente conosciuti, temevano di andare troppo oltre nel cedere all'intimo corruccio. Ma, allontanandosi l'uno dall'altra, si erano separati dalla fanciulla.

L'ingegnere, da qualche tempo uso alla bettola coi peggiori soggetti del paese (nè i migliori valevano gran cosa), non si ricordava quasi più della sua idolatria per la bambina; anzi il sogno della sua vita, essendo ormai sulla soglia della realtà, poichè Ida aveva mantenuto le promesse intellettuali dell'infanzia, sembrava come dispettarlo, ostinandovisi solamente per smentire le insolenze degli amici, i quali gli dicevano fra un boccale e l'altro:

--Quando spiccioliamo l'ultimo podere?

Ma in fondo era lacerato da un rimorso. Avea buttato la sua bella vita nel grembiale di una trista donna, sacrificando a' suoi capricci l'avvenire della figlia; la quale chi sa come finirebbe, costretta a battere alle porte del mondo come una mendicante. Il suo orgoglio si rivoltava, diventava odio verso tutti, verso la sua famiglia, che lo aveva scacciato, e pur troppo con ragione, verso la balia, verso Ida, che aveva l'immenso torto di essere una natura superiore, forse un ingegno potente, un carattere luminoso, e per colpa della povertà dovrebbe vivere e morire nel buio. Quindi non parlava più in casa o, se parlava, solamente a monosillabi, avventandoli come sassate rabbiose; mentre la moglie, che aveva sempre avuto su lui la supremazia dell'amata sull'amante, alzava le spalle con una tale aria di superiorità, che gli faceva perdere la testa.

Quel disprezzo invincibile di una donna, una... (e l'ingegnere trovava nomi sempre più osceni), era il colmo della miseria. Ida si accorgeva di tutto, ma si ritraeva in sè medesima non volendo, sebbene la sospettasse, conoscere ancora la vera posizione della propria famiglia. Fino allora i dolori della sua vita erano stati nobili, facilmente poetici all'immaginazione; i nuovi sarebbero dolori avvilenti. Ida ricusava. Ma poichè l'ingegnere non aveva trovato migliore rimedio che di ubbriacarsi tutti i giorni, ella non usciva quasi più dalla propria camera.

E una notte, che egli era rimasto per le scale e loro due donne dovettero portarlo di peso sul letto, Geltrude, dopo avere insultato lungamente quel corpo quasi inanime, invelenita ad un moto sgarbato della sua testa, gli diè uno schiaffo violento sulla bocca.

--Vigliacco! guarda come si riduce.

Ida invece mormorò quei versi di Byron:

--Poichè l'uomo ha la disgrazia di essere ragionevole, si ubbriachi!--e nel suo sguardo passò un lampo di compassione per l'infelice, di cui comprendeva la condotta.

Ma la vita peggiorava ogni dì, finchè ella lasciò il villaggio all'apertura delle scuole; si divise freddamente dai genitori, l'ingegnere piangeva.

Allora Ida scriveva un poema su Nerone, in lui personificando sè stessa. Aveva ottenuto dai maestri di essere poco assidua alle lezioni per non muoversi quasi mai di casa; nullameno vestiva colla stessa cura, smarrendosi ogni giorno in un mondo ideale, dal quale la distoglievano appena i fastidi della miseria e le insubordinazioni dei sensi.

La fanciulla perfettamente sviluppata aveva assunto la bellezza del proprio tipo. Aveva la pelle bruna ed ombrata di macchie, la fronte ripida e la bocca grande, ma la candidezza dei suoi denti aveva dei fulgoramenti di cristallo e le sue labbra, piuttosto grosse, si rialzavano agli angoli con una espressione irresistibile di sensualità e di sarcasmo. Il naso troppo piccolo fra gli occhi enormi e sotto le sopracciglie moltissimo arcuate, era il suo maggiore difetto, giacchè dal collo sino ai piedi il suo corpo era un capolavoro, una figura di Mieris allungata dal Parmeggianino. La grazia del suo portamento era ancora superata dalla provocazione inconscia dei suoi gesti e delle sue attitudini; aveva la voce velata come lo sguardo, quasi come la pelle. Poi la sua figura quasi avvolta nel mistero, odorante di voluttà, pareva tratto tratto ingrandirsi nella serietà di un grande pensiero. Ida si capiva. Sapeva tutti i propri difetti e tutte le proprie forze, studiandosi più dei libri prediletti e considerando la toeletta di ogni mattina come gli schermidori la visita quotidiana alla sala di scherma. Che se Leonardo impiegò due o tre anni a copiare la _Gioconda_, seguendo ad uno ad uno gli errori de' suoi capelli e de' suoi sopraccigli, ella faceva altrettanto con sè medesima all'ampio specchio, che il sarto le aveva messo nella camera e che ella usava quasi da consumarlo, se un'ombra potesse consumare un corpo. Inventava o si adattava gli abiti alla moda senza mutarne il colore, tagliandoli e cucendoli spesso da sè, colla mano ricoperta dal guanto per non sforacchiarsi le dita.

La donna nuda è la donna armata, ha scritto Victor Hugo.

Ida aveva corretto la formula: la donna bella è la donna forte; ma sapeva benissimo, quantunque giovane, che la bellezza della espressione vince così l'altra della plastica, che l'arte stessa ha sempre faticato a raggiungerla. Un pittore le avrebbe trovata una testa brutta, un poeta una testa fatale, ma ella non l'avrebbe cangiata con quella d'una Venere o di una Madonna. Senza averne la bruna caldezza e la incalcolabile sensualità somigliava quasi alla _Femme Fellah_ di Landelle; il medesimo infinito del deserto negli occhi meno avvampante e più profondo, la luce che vi ondulava ad immense pieghe, e i baleni che folleggiavano per quella luce. Però doveva essere una donna brutta per la maggioranza degli uomini e delle donne; solamente colui o colei, che le badasse, sarebbe perduto.

Quindi coltivava questa bellezza segreta per renderla sempre più fine, affilandola come il taglio della spada, aguzzandola come la punta del pugnale. E poichè la bellezza dovea essere l'arma delle sue battaglie, la fanciulla che aveva tanto sofferto e tanto desiderato, aspettando da tanti anni in un silenzio grosso di tempesta, in una calma fremente di lotta il segnale dell'attacco, si guardava sovente nuda allo specchio; e nel provare a sè medesima tutte le pose dell'amore quasi in una rivista de' propri vezzi, agitava i lampi delle pupille come una lama di fioretto nel braccio tragicamente proteso.

Era donna.

Le sue malinconie pigliavano un carattere più serio, i suoi bisogni alzavano la voce; non erano più desiderii ma bramosie, non voglie ma appetiti. Aveva il calore ed invocava la luce. Talora, parendole di aver fin troppo aspettato, si allentava, discendeva dalla roccia scoscesa del proprio isolamento per mischiarsi fra gli abitanti della pianura, dalla quale le arrivavano esalazioni tepenti e voci giocose. Le sue passioni ruinavano al basso quasi a ritemprarsi nella prova, o a scagliarsi sopra una preda imprudente e come uno stormo di aquile riguadagnare le cime azzurrine.

Allora si guardava attorno esaminando gli uomini. Il suo sguardo profondo penetrava i loro abiti, oltre gli abiti la loro vita, impudente come lo sguardo della scienza ed acceso come quello dell'arte. Quindi spremeva il significato di tutte le forme, il piccante di tutti i difetti; animalità, brutalità e bruttezza in quelle ore di febbre avevano la maggior seduzione, un prestigio idealmente satanico, poichè sentendo di degradarsi in quella scesa, avrebbe voluto conservare la propria superiorità collo scendere più profondamente degli altri, che non sospettavano nemmeno le altezze della sua vita quotidiana.

E la sua anima fiutava.

Una volta...

Dirimpetto alla casa di Ida abitava una famiglia di due donnicciuole, due beghine, che si tenevano un nipote, povero gobbo malaticcio, dalla fisonomia livida e gli occhi verdi ed intelligenti. Le due vecchie zitellone, le quali passavano la vita lavorando dei fiori da chiesa e nelle ore d'ozio ripetendo le orazioni, adoravano quel ragazzo, cui avevano tardi insegnato a leggere e scrivere. Il ragazzo aveva quindici anni. Non conosceva compagni, non usciva quasi mai per il pudore ombroso della sua malattia; ma era amico di un vecchio cane e leggeva dei romanzi.

Le zie, che lo credevano sempre un ragazzo, nella loro ingenuità glie li permettevano siccome giocattoli.

Ida le conosceva appena. Le aveva incontrate più d'una volta nella bottega del sarto, si salutavano, anzi meglio la salutavano rispettosamente dalla finestra; invece conosceva quel ragazzo, e la loro conoscenza era nata di compassione. La fanciulla, che soffriva per il fermento delle vergini forze, si era impietosita allo spettacolo di quel povero ragazzo colle spalle nelle orecchie e le gambe contorte da uno scherzo feroce, lì sul margine dell'esistenza come un rifiuto immondo all'uscio di un'osteria.

Questa ultima immagine le tornava spesso nella mente come una insolenza contro la natura.

Il gobbo, comprendendo forse per l'arcana intuizione degli infelici la potente malinconia di quella testa, guardava sempre alla finestra di Ida, aspettando che ne cadesse uno sguardo o un sorriso. I loro più lunghi discorsi non aveano durato più di tre minuti, senza maggiore significato di un'elemosina che ella gli gettasse o di un gioco che la divertisse; nullameno, dacchè il gobbo stava tuttodì alla finestra, qualche cosa era passato fra di loro. Ida veniva più spesso al davanzale e vi si fermava col libro in mano, mentre l'altro, fingendo di ruzzare colle orecchie del cane, sbirciava in alto. Ma i loro sguardi s'incontravano, e dall'urto degli sguardi sprizzavano scintille di pensieri comuni. Nella fatica delle proprie febbri Ida più di una volta, addossata alla finestra, aveva avventato sul ragazzo la fiamma tigrina della propria pupilla. Ma sebbene per la età e per la sua natura fosse già iniziato a tutti i vizi dell'adolescenza, indietreggiava sotto quelle occhiate, egli che non potendo avere aspirazioni, aveva tutte le ritrosie e tutti i timori di una deformità.

Ella lo discuteva.

Una mattina le zie lo mandarono dal sarto per certa seta. Ida, in quel momento a discorrere coi padroni di casa, gli aperse la porta. Il ragazzo impallidì e si turbò talmente, che incespicando cadde. Ella lo prese sotto le ascelle e, sollevandolo robustamente, lo adagiò sopra una poltrona; poi seguitò ad interrogarlo accarezzandolo, quasi che fra loro corresse una immensa differenza di età ed egli fosse davvero un piccino.

Il ragazzo si rinfrancò, espose il suo incarico e rimase qualche minuto ciarlando. Avea la voce dolce, e vi era tanta confusione ne' suoi gesti, che diventavano amabili.

--Non mi dai la mano?--gli chiese Ida gaiamente, vedendolo rizzarsi.

Egli arrossì, ma l'altra comprese, e piegando le gambe per farsi della sua statura:

--Così, così, non è vero?

Il ragazzo sorrise tutto contento.

--Devi essere buono,--soggiunse pensierosa.

--Le mie zie mi vogliono bene.

--Esse sole?

L'altro rimase guardando.

--E tu vuoi bene a loro sole?

--Non ti piacerebbe la signorina, Rocco?--interloquì la Lucia.

Rocco aprì gli occhi, fissando la fanciulla con una ammirazione così intensa ed ingenua, che tutti risero.

--Quanti anni hai?

--Ormai quindici.

--Vuoi che facciamo all'amore... dalla finestra? vuoi? Devi essere tanto buono! Ma tu leggi spesso, che cosa leggi?

--Il _Conte di Montecristo_.

--Se vorrai dei libri domandamene, ne ho anch'io. Addio, Leopardi.

Il ragazzo non comprese quel nome ed uscì tutto ilare, ricomparendo subito alla finestra col cane.

Ida gli fe' un cenno amichevole con la mano, egli sorrise. D'allora non passò giorno che non si parlassero.

Era una domenica di febbraio, calda di sole. A quando a quando tepide ed indefinibili esalazioni passavano sulle vie della città formicolanti di gente in abiti da festa, che pareva più allegra in quella stupenda giornata a mezzo di un inverno troppo rigido di ghiaccio e frequente di nevi. Ida si appoggiava stanca al davanzale. Invano la Lucia avea messo tutto in opera per trarre seco ad una passeggiata la signorina, la sua dozzinante, come la chiamava colle amiche, giacchè per le stesse ragioni di vanità Ida rifiutava quasi sempre, e quel giorno vi si era ricusata anche più seccamente del solito. Le pareva di non poter camminare; piuttosto che vestirsi si sarebbe mille volte meglio spogliata in faccia a quel sole, che le allagava la camera prima di tramontare. Era sola in casa, aveva quasi caldo. Spalancò tutte le finestre, rigironzò per le stanze, fermandosi più lungamente nella bottega ad osservare gli abiti incominciati e quei due grandi figurini insinuati negli sportelli della credenziera. Ma quelle figure di uomini la indispettirono, tornò allo specchio. Le parve di essere più pallida e più bella; si sedette, girò ancora, andò alla finestra.

Rocco l'aspettava: non lo salutò nemmeno.

Il suo sguardo correva sull'azzurro colla fuga di una meteora; si sentiva battere il cuore e tratto tratto come il vellico di una carezza sul collo, che glielo stringeva al pari di un laccio. Poi il respiro se le ingrossò così che dovette rizzarsi, incolpandone tacitamente la posa sul davanzale. Il sole le batteva in faccia.

Ma siccome le gambe cominciavano a tremarle, abbandonò barcollando la finestra per tornare allo specchio. L'enorme volume dei capelli, raccolti capricciosamente sulla nuca, le ripiegava la testa; aveva il corsetto troppo attillato, allentò un bottone, poi un altro, respirava a stento, ne allentò ancora, li allentò tutti. La camicia non più compressa dal busto le si allargò e, nella violenta tempesta che lo scuoteva, il seno soverchiolla con un bianco sorriso. Ida tremava. Le pareva di avere una camicia di piombo, di essere ammalata, agitava la testa e le mani. Avrebbe quasi voluto torsi dallo specchio senza quell'irresistibile bisogno di esservi come in due, seminuda e morente. Un immenso desiderio, caldo come il respiro di un cane, le saliva dai piedi alla testa; si sentiva come delle dita che le scherzavano nei ricciolini della nuca, dei soffi che le passavano sulle labbra, mentre il sole impallidiva esso pure guardandola, librato nel vano della finestra, smorto nella voluttà di un'altrettale agonia.

Soffocava. Le palpebre abbassate, le mani frementi di carezze, tentò inutilmente un migliore atteggiamento e, sempre più violentata da quella smania, mormorò qualche accento colle labbra dischiuse dalla sete. Non vedeva, non udiva: vedeva solamente il sorriso dei propri denti nella lastra, provava il peso dei capelli, intanto che quel calore impotente la fasciava e l'incomodo della sedia le si acuiva in tormento. Ma le sue fibre compresse da quella attesa tropicale scattarono. Una treccia le cadde sferzando sulla schiena. Scinta, fremente, si cacciò in quel raggio di sole, e venne alla finestra.

Rocco la dovette vedere come una apparizione. Con quella fiamma nelle pupille la fanciulla lo discerneva confusamente; gli fe' un cenno, egli rispose.

--Vieni,--sussurrò con un gesto demente ma irresistibile, lo ripetè, poi come una pazza corse per le altre stanze alla porta dell'appartamento, e si appoggiò alla maniglia per non cadere. Ansava. Poco appresso intese per le scale lo strascicare di un passo, quindi dilatando gli occhi si alzò sulle punte dei piedi per non far rumore. Il passo si arrestò incerto alla porta.

--Sei tu?--sibilò spiando per la fessura.

Poi:

--Entra.

Entrò. Ida socchiuse, abbandonandosi sopra una sedia, ma si rialzò istantaneamente, lo prese per mano, lo trascinò nella propria camera.

--Sei solo?

--Sì.

Si fermò.

Rocco era verde, le arrivava appena all'anca; ella si sedette.

--Sei solo?--ripetè.

L'altro non rispose; le stava innanzi al seno scomposto. A poco a poco la sua lividezza s'imbruniva; un sorriso infantile gli sfiorò a volo le labbra. Poi le abbassò una mano sulla veste e gliela strinse; la camicia non difendeva più il seno della fanciulla, nudo come quello di una Madonna, ma ben altrimenti espressivo, con una bianchezza odorosa ed una inesprimibile follia di vita. Il ragazzo si allungò, ma gli occhi sbarrati della fanciulla lo trattenevano, e allora col petto contro a quelle ginocchia, sotto a quel volto, a quel seno, col mento su quelle ginocchia, titubò anch'egli senza volere, senza capire; e non sostenendo più quegli sguardi nè quel volto grave su lui come su una ruina, quel seno più misterioso adesso che era nudo, titubò ancora e, la gola stretta da quel sogno, scrollando spasmodicamente la testa, gliela nascose in grembo con uno scoppio di pianto.

--Eh!--mormorò la fanciulla, premendosi la sua fronte contro il seno come quella di un bambino; si levò, lo portò sul letto, vi si sedette.

Allora il torrente ruppe le dighe, e la febbre della strana vergine dalla mente più depravata di Messalina e dal cuore secco investì quel frale corpicciattolo, come la tigre addomesticata investe ruzzando il cagnuolo. Lo rivoltolò, lo mordeva coi baci, lo spogliava colle mani senza amore e peggio senza compassione, ella medesima seminuda in un gruppo ammirabile ed assurdo. V'era dell'aggressione in quella furia. Ella, che non rispettava più nulla e sapeva tutto, era quasi feroce; mentre egli, stordito, trovava appena il tempo o il coraggio di una carezza, difendendosi inutilmente, poi abbandonandosi con una disperazione voluttuosa a quell'impeto di felicità lungamente agognato, senza nemmeno la potenza di sognarlo.

Ella lo respinse dolcemente giù dal petto, più basso, perdendolo quasi nella sommossa delle sottane. Le sottane sottilmente profumate gli lambirono con un alito soave tutti i sensi della faccia, fasciandolo in una nuvola, nella quale la sua deformità non avea più vergogna e la libertà era tutto un mistero. Egli vi si accovacciò come una scimmia nel covo, buono e del pari animalesco, con tutte le sue malizie e le ingenuità ancora più maliziose, i vizi che gli strillavano in capo come una nidiata di pulcini, e l'anima assordata da quegli strilli.