Part 4
Jela trasse Ida in disparte, la fece entrare in un salotto al pianterreno, poi costringendola a sedersi sopra un divano le saltò al collo, e facendosi così grave, che l'espressione dell'affetto le ricomponeva il viso travagliato dal pianto:
--Mi vorrai sempre bene?--le chiese.
L'altra se la strinse al petto.
--Mi scriverai sempre, e dopo staremo insieme, sempre.
--Sempre!--e un melanconico sorriso contrasse le belle labbra della donnina:--Tu non sai...
--Lo so, me lo ha detto la Nencia,--rispose coll'adorabile importanza dei bambini, che sentono di fare qualche cosa di serio:--starai sempre con me; giuralo.
Ida giurò sorridendo, e Jela, che indovinava a mezzo quel sorriso:
--Sì, vedrai: mi vuoi bene?--e tornò a piangere.
Quindi rientrarono nel cortile. Jela smontò ancora dalla carrozza per salutare la sorella, ma la vecchia zia sbuffava, il conte s'impazientiva, la cameriera faceva gli occhiacci a Ida, la quale se ne accorse e disse all'altra con un bacio all'orecchio e il volto soffuso di rossore:
--Basta, s'inquietano.
Avea il cuore oppresso; in quella carrettella le pareva di soffocare, ma la carrozza non partiva. Vi era sempre qualche fagotto da accomodare, qualche oggetto di Jela dimenticato negli appartamenti che i servi portavano correndo, poi una ressa di persone, i domestici, i fattori, i due giardinieri, alcuni contadini, i più antichi della casa. Uno, che avea portato un bel paniere di mele fatto da lui stesso, inghirlandato di edera e di alloro, piangeva come Jela, baciandole la mano; era un bellissimo vecchio, che tutti guardavano ancora più commossi dalla sua commozione che dalla partenza della signorina. Il cagnuolo chiuso su nel salone uggiolava dolorosamente, mentre Jela sbirciava ogni tanto verso la finestra, non potendo rispondere a tutti, piangendo, inorgogliendo di quel movimento prodotto da lei sola, lanciando tratto tratto una occhiata a Ida, che attendeva di dietro, sola col babbo, nella carrettella dell'arciprete. La carrettella, molto più vecchia dell'arciprete, era sverniciata, a cinghioni, coi cuscini scompagnati di percallo, trapunti a fiocchetti di lana. Sul sedile posticcio, di contro e dietro la cassa, fra le ruote, due cestoni legati con una infinità di corde le davano l'aria di servire ad uno sgombero; mentre una farragine di fagotti a fazzoletti colorati le si alzava dentro in un monte, che avea già avvilito la povera rozza colle orecchie spelate e le gambe dinanzi ancora sanguinolenti di una caduta. Ma l'ingegnere non era molto più vivace del cavallo, preoccupato di nascondersi le scarpe di vacchetta bianca, vestito di quella giacca verdognola, logora ai gomiti ed abbottonata all'ultimo bottone come usavano gli eleganti del villaggio, senza un pensiero di Ida, la quale si sentiva man mano più straniera in quel ricco cortile, dove avea tanto giuocato e donde usciva per sempre senza lasciarvi tracce e senza che nessuno le badasse. Allora un avvilimento le ruinò sull'animo, una voglia subitanea la bruciò di fuggire subito al di sopra dei tetti col vento, che nessuno la vedesse, per dissolversi ancora profumata di quella signorile esistenza. Ma un'occhiata al padre col mozzicone della frusta in mano, il capo basso come il ronzino, evitando gli sguardi di tutti per non impacciarsi maggiormente, la richiamò alla orribile realtà di quella scena d'addio, dietro la carrozza di Jela, che non si moveva ancora, dentro la carrettella dell'arciprete ancora più immobile della carrozza, e nella quale non poteva nemmeno prendere la posa elegante delle solite trottate.
Fu un quarto d'ora infernale, il primo della sua vita.
Finalmente!
Giunsero al villaggio che suonava mezzogiorno, l'ora del pranzo. Le pareva di entrare in un mondo sconosciuto di persone che la salutavano, pieno di piccole case e di piccola gente; poi smontò, parlarono, nessuno la comprese, e dichiararono che facea la signorina per aver fatto mezzo la serva per quattro anni a dei signori. La mamma fu la prima a confermare quel sopranome.
Qui i ricordi della fanciulla incalzavano.
Si ricordava la dolorosa esumazione delle antiche abitudini della sua casa, la mamma e il babbo che si bisticciavano sempre, le ragazze del paese che la sfuggivano per le sue nobili maniere; quindi si trovava sempre sola, coglieva uno spino ad ogni passo, si sentiva attorno un'atmosfera frigida di ridicolo dovuta ad una superiorità morale, che, malgrado l'eccellenza della propria natura, stentava in quella fanciullezza a ben precisare. Si rammentava la difficoltà delle ore solitarie, le peggiori di un linguaggio, del quale avea perduto l'anima. Parlando in casa o fuori, non s'incontrava più in opinioni simpatiche, anzi non la capivano e la deridevano; si rammentava di un bel ragazzo falegname, che lavorava sotto la sua finestra e si era innamorato di lei. Allora ella stava sempre alla finestra con un libro in mano, si guardavano; poi si erano parlati, poi il giovinetto, messo su dai compagni, le avea usato uno sgarbo. Quindi una rottura, e poi sola nuovamente, e studiava, studiava.
Il babbo era sempre malinconico. A pranzo erano insistenti discorsi d'interessi, che andavano in malora; non si mangiava una pietanza che il suo costo non trascinasse seco osservazioni spiacevoli o qualche profetica lamentazione della mamma sull'avvenire della famiglia. Così la fanciulla smetteva di mangiare. Aveva ormai quindici anni, cresceva sempre più bella, di quella sua speciale bellezza.
L'ingegnere la volea sempre ben vestita, la meglio vestita del villaggio, ma la mamma contrastava ad insolenze, così che Ida finiva per vergognarsi di quei rimbrotti e di quei vestiti ancora più goffi, senza osare un'osservazione, ripiegandosi su sè medesima e pensando al destino di Jela, contessa milionaria.
--E io?!--le accadeva spesso di mormorare.
Poi fu presa la grande risoluzione; Ida anderebbe all'Istituto superiore femminile.
--In ogni caso sarà una maestra,--aveva risposto l'ingegnere a Geltrude, che si opponeva furiosamente.
La fanciulla aveva pianto di nascosto quel giorno.
Partì per la città.
Viveva a pensione con una modesta famigliuola di sarti, i quali le avevano assegnato la loro camera più bella e le servivano a tavola per la prima i migliori bocconi. Erano piuttosto buona gente, con idee più basse della propria condizione, che lesinavano il soldo e parlavano dell'avvenire delle maestre come di una mostruosa fortuna.
Ella vivea nella propria camera non uscendone quasi mai, studiando o sognando, ma soffrendo ancora più, giacchè per quanti quattrini le mandasse il povero ingegnere, erano sempre troppo pochi ai suoi nuovi bisogni di città. La superiorità della sua natura, che la spingeva verso il lusso, come le piante si spingono verso la luce, le facea provare una strana voluttà ad ogni camicia bianca, ad ogni stivaletto ben serrato. Il bello per lei era il primo aspetto delle cose, l'estetica una religione. Teneva quella cameretta con una decenza patrizia, sè medesima con una divinità. Si bagnava, si pettinava sovente nel medesimo giorno, usava sempre dei manichini irreprensibili come il buon gusto delle sue frasi e la sceltezza delle sue maniere.
--Chissà mai!--diceva la Lucia col marito.
Ma le rade volte che uscivano a passeggiare, questa le facea da serva, ed andavano nei luoghi meno frequentati, perchè Ida, vestita come nessuna delle sue pari, si vergognava tuttavia dei propri abbigliamenti, quasi tutti dovessero notarla e farne commenti. Quindi avviluppava ogni signora, cui s'imbatteva, di un lungo sguardo, al quale nulla sfuggiva; indovinava le sottane sotto le vesti, la camicia sotto le sottane, le calze sotto la camicia; i guanti, il cappellino, l'acconciatura dei capelli, la finezza di una trina, i ricami di un tulle l'occupavano per tutta una passeggiata; quindi la sera a casa li ripensava, distraendosi dagli studii. Una sete, un'invidia di lusso, la torturavano; provava le lacerazioni d'un insulto ad ogni occhiata lanciata dietro una donna meglio vestita di lei, avrebbe volentieri dato un anno di vita per passare un giorno in carrozza.
Il cuore inaridito lasciava libera la testa, ma la sua testa era un vortice, che ingoiava tutto il mondo.
Essendosi ingannata col nascere nella propria famiglia e nel proprio villaggio, si accorgeva di essere povera ed infelice per sempre; ma il malessere di questa preoccupazione incessante s'accresceva ancora in quella abitudine di mutismo e di isolamento. Quando il dispetto lungamente accumulato volea erompere in dolore, ella lo comprimeva tuttavia; i lamenti così soffocati morivano in maledizioni, che le lasciavano sulle labbra la schiuma di una convulsione, mentre per sopportare lo spasimo di tale piaga era costretta ad aprirsene un'altra colle unghie, rimedio feroce dei grandi ammalati. Quindi passeggiava febbrilmente per la camera o si buttava sul letto, perchè non avea poltrona; gettava via i libri, singhiozzava senza piangere, ruggiva senza gridare, finchè il pensiero che nessuno se ne accorgeva la scoraggiasse. Allora le tempeste si quetavano, la fanciulla ripigliava i libri, si accomodava i vestiti si stirava un colletto. Però se la lividezza del suo viso perdeva le chiazze del pianto, l'anima le incancreniva.
La fanciulla peggiorava tuttodì. Quella lotta impotente col destino la corrompeva, gli studi affrettavano quella corruzione. Siccome il mondo la opprimeva, ella studiava il mondo per combatterlo. Scrutava le sue leggi, i suoi pregiudizi, i suoi dogmi; rifaceva la sua storia e ne ricercava i confini. Ad ogni sosta un miraggio che svaniva, una grandezza che sfumava in una parvenza, una virtù che si risolveva in una ipocrisia: la scienza era impotente, la religione bugiarda, l'umanità affannata a sostentarsi la vita materiale e morale, l'una aiutando di fantasie, l'altra di delitti, perchè i forti divoravano sempre i deboli. La storia era una leggenda di dolori, la vita una marcia demente. Avea cercato un momento la formula della felicità senza trovarla; allora si ribellò nuovamente.
Disprezzò la religione senza oltrepassarla, personificandola nei preti, rise della filosofia senza averla approfondita; quindi lo scetticismo le parve il trionfo della ragione, l'aristocrazia dei forti, e vi si tuffò ingordamente. Sua madre non l'avea mai amata, suo padre non la capiva, giacchè l'avevano rovinata a forza di volerle giovare, ambedue preoccupati del proprio egoismo, aspettandosi da lei per un giorno, forse prossimo, il pane della vecchiaia, dopo avere in gioventù goduto allegramente tutte le proprie sostanze. Ma allora che cosa era più la famiglia e il suo amore? Ella avrebbe preteso, per credervi, un affetto di poeta, squisito, sconfinato, anelante al sacrificio. Secondo lei la madre non era perfetta nemmeno nel poema cristiano di Maria, e Pierre Leroux aveva ragione quando accusava Cristo di non aver conosciuto abbastanza l'amore dell'umanità. L'uomo essendo quindi un animale, l'egoismo era necessariamente la sola legge e la sola verità della natura; l'anima era una chimera uccisa dagli scienziati, cui i poeti cristiani avevano imbalsamato il cadavere negli ammirabili scritti. Libera ogni avarizia dell'istinto, insensatezza ogni immaterialità.
Questa era la sua tesi favorita, nella quale s'incaponiva quanto meno ne era persuasa; ma negava, perchè la negazione supponeva un orizzonte più vasto e una energia più acuta dell'ordinaria affermazione. Laonde non andò più a messa e staccò persino di sopra del letto l'immagine della Madonna. Forse di notte l'aveva più volte pregata col delirio della disperazione che ridiventa speranza; ma siccome la dolce immagine litografata non avea distolti gli occhi dal proprio paffuto bambino, ella si vendicava così della sua sordità sottraendosi alla sua protezione. La Lucia fu tutta stordita il mattino, trovando il quadro sul tavolo da lavoro.
--Non lo voglio:--aveva risposto Ida di malumore.
--La Madonna?!
--Una donna...--e un sorriso fremente d'infinita empietà commentò quella parola:--una donna!
Ida si arrovellava; non credeva, non ammetteva più nulla di ciò che credevano ed ammettevano le altre fanciulle sue pari, ma, struggendolo, non si era potuta liberare da quel vecchio mondo. Ogni tanto si sentiva addosso una ruina, che non riusciva a spostare. La sua vita dovrebbe passarvi sempre frammezzo.
Vedeva le altre fanciulle felici, e le disprezzava senza volersi confessare d'invidiarle, perchè erano buone, ignoranti, si attiravano tutte le simpatie, facevano o avrebbero fatto all'amore, avrebbero vissuto sempre contente, mentre con tutta la sua superiorità essa non poteva nemmeno umiliarle. Anzi se il mondo avesse penetrate quelle sue opinioni, l'avrebbe presa in orrore. Ciò soventi la tentava, ma sebbene audace, aveva paura di mostrarsi a nudo; quindi interrompeva le conversazioni, o le riassumeva in un motto troppo profondo per essere capito da quelle fanciulle. Ida, natura violenta d'ingegno, aveva forse per le discussioni il celebre talento di madamigella d'Espinasse per le lettere.
Allora si era data ai romanzi.
Sue più di ogni altro la sedusse, urtandola direttamente nel carattere. Quella continua intenzione al bene e quella inconcussa speranza nella redenzione dei poveri, le sorrisero come una soluzione del proprio accorante scetticismo. A poco a poco i quadri della vita laboriosa le acquetarono le smanie del lusso, così povero di significato morale, mentre dalle calde pagine del grande socialista le usciva una nuova vita più luminosa e più feconda. Il suo cuore chiuso come un fiore sinistro si aperse alla rugiada; quindi nata cogli umili, condannata cogli umili, che l'avevano tanto nauseata nei bozzetti sentimentali del Coppée, sentì che in essi solamente era la grandezza della civiltà. Essa, che non credeva più alla religione di Dio, credette alla religione dell'umanità per amare tutti gli infelici. Gli entusiasmi primaverili le sbocciarono dal cuore col profumo delle viole, e l'onda fulgida della fede li coperse nuovamente di sorrisi. Tutte le sue ingordigie erano appagate, la poesia le aveva ubbriacato la ragione.
Ma neppure quella credenza durò. La Lucia, donna d'esperienza e di buon senso, che osava spesso deridernela, la vide ben presto rinsavire, poichè partecipando, per soccorrerli, alla vita d'alcuni poveri, dovette accorgersi di quanto differissero dai modelli di Sue e ne fossero anzi una terribile antitesi. Erano ancora più abbietti che lagrimevoli, più perversi che ignoranti, senza decoro sdegnoso di passato, senza aspirazioni nobili di avvenire, accattoni, perchè non abbastanza grotteschi per essere parassiti, o audaci per farsi assassini. La vanità di non essersi ingannata la fece resistere qualche tempo nel romantico apostolato, come aspettando da quell'anime corrotte di miseria qualche rivelazione di grandezza; ma alla fine dovette persuadersi, e capitandole fra mano l'opera di Malthus, ammise volentieri con lui la morbosa superfluità dei poveri.
Aveva sperato con Sue che fossero anime cadute da rialzare, ed invece erano nature brutali da umanizzare.
L'ultima opera di beneficenza verso una madre, alla quale dava gli abiti e gli stivalini usati per salvarle la figlia, la disgustò per sempre, mentre costei si serviva di questi avanzi di un piccolo lusso per abbigliare la piccina e cavarne un migliore guadagno. Ida lo aveva indovinato senza stento, giacchè se il suo cuore era adolescente e i suoi sensi bambini, la sua ragione era adulta. Ma l'apostolato aveva appena consistito nella conoscenza di due o tre famiglie, che per ragioni di lavoro facevano capo a quella del sarto.
Intanto essa diventava sempre più donna. L'anno scolastico volgeva al termine, mentre la primavera moriva nell'estate. Lo sviluppo della persona essendosele arrestato nello sviluppo eccessivo dell'intelligenza, rimaneva con una testa di donna sopra un corpo quasi di fanciulla, stranamente allungato, e con una delicatezza di forme, che intratteneva il bisogno di una più sensuale efflorescenza. Ed era una contraddizione non meno fisica che morale, poichè i sensi le sonnecchiavano ancora, fremendo tratto tratto alle fredde temerità del pensiero, mentre una nebbia le passava per il sereno adamantino della ragione, e la fanciulla si sentiva avvolgere come in un calore di aliti, con certe strette al collo e un'inquietudine d'invisibili carezze per tutti i muscoli.
Ma ciò avveniva raramente, perocchè studiava molto e ambiva troppo; d'altronde non conosceva ancora l'uomo.
Quel ragazzetto falegname, il solo sul quale il suo pensiero si fosse fermato un istante, non le aveva ispirato che una forte simpatia di camerata, cui non erano forse rimaste estranee le contrarietà della sua vita casalinga e le confuse necessità di espansione, che travagliano l'adolescenza; poi lo avea dimenticato. Adesso non pativa bisogno dell'uomo, giacchè la differenza con lui le sfuggiva. Faceva la medesima strada, scorazzava nei medesimi campi, scalava le medesime vette gloriose, scandagliava i medesimi abissi, ostinandosi nella stessa lotta contro il destino, estenuandosi negli stessi sforzi contro il mistero; ma avendo in comune la scienza e la incredulità, si trovava superiore all'uomo nella bellezza del corpo e nella finezza del sentimento.
Talora le pareva persino impossibile che uomini come il suo maestro o come il sarto potessero comunicare all'anima qualche emozione passionata; quindi un abbagliante romanzo di Gauthier ed alcuni altri di George Sand, che rilesse più volte meditandoli, la confermarono in questa opinione. Ma poichè la Lucia aveva in quel tempo un bambino alla mammella, che allattava per casa senza soggezione della gente, Ida per cortesia verso la buona donna doveva nelle urgenti necessità di lavoro o delle faccende domestiche consentire talvolta a divertirlo. Quindi lo cullava, lo vestiva nella loro camera buia, la più povera dell'appartamento. Il letto vi era quasi sempre disfatto, i lenzuoli poco bianchi, le coperte di cotone, a uncino, rammendate, di un bianco ancora più ambiguo che nei lenzuoli. Ma quantunque da sposi, il letto non aveva se non un cuscino senza fodera, dalla parte della Lucia e bisunto, poichè il sarto dormiva più basso, colla testa sul capezzale.
Allora Ida pensava all'amore di un uomo e si sentiva nauseata.
Un sucido odore umano esalava da tutta la camera, l'ombra vi era oleosa, i mobili abbietti.
Una sedia fra la culla ed il letto faceva da comodino, ed aveva sempre un mozzicone di candeliere con dentro un mozzicone di candela per la notte; il sego era colato sulla paglia, incollandovi i zolfanelli sparpagliati, squagliandovisi a macchie fetide di verde rame. Bisognava che fossero ben bassi nella scala degli animali coloro, che potevano amarsi in un simile ambiente; ma nonostante tutto quel ribrezzo una ignobile curiosità la spingeva fatalmente verso il letto. I lenzuoli lanugginosi avevano la nauseante morbidezza delle carni non use ai bagni, e si affondavano in due lunghe buche, entro le quali i corpi degli sposi parevano aver lasciato le loro ombre. Quindi Ida pensava a quei due corpi, di notte, abbracciati, mentre ella dormiva sola nel proprio lettino bianco. Un odore viscoso le penetrava tutti i sensi, un calore, quasi rimasuglio del calore di quei due corpi, le saliva dai materassi per le reni, una scappata lubrica del sarto colla moglie, udita nel giorno, le passava sferzando agli orecchi, una stanchezza morbosa le si aggravava sulle spalle. Quella camera pigliava l'aspetto di un antro, il suo tanfo si mutava in un sito terroso di spelonca, tutti gli altri mobili sparivano, mentre il letto rimasto solo l'attirava talmente, che una volta avea dovuto sdraiarvisi abbracciandolo con le mani distese. Poi il falegname, il sarto, qualcuno dei suoi maestri le si presentavano con un'inesplicabile confidenza, intanto che le vesti le davano incomodi, ai quali non avrebbe saputo trovare un nome, e la scienza del pensiero le si nascondeva volontaria dietro l'ignoranza de' sensi.
Una volta assistette, nella stanza che fungeva da bottega, alla prova di due calzoni, e provò un turpe piacere nella discussione dei loro difetti, trovando strano, ella che si stimava così scettica, che nessuno le badasse. E a poco a poco l'animalità si destava nella sua natura colla sgarbatezza di un avvinazzato. Erano contorsioni e fiatosità, che la soffocavano svanendo, poi subito dopo una grande idea o il morso di una passione la ritornavano la solita Ida dall'intelletto sereno e il cuore sanguinante di orgoglio. A forza di sognare talora perdeva così il senso della realtà, che le pareva impossibile di non essere almeno duchessa e milionaria. Un disprezzo inesauribile le traboccava dal cuore su ogni persona e ogni cosa; disprezzava i poveri e i ricchi, tutti coloro che non la capivano o almeno non la indovinavano, mentre guardandosi allo specchio scopriva tanta evidenza di pensieri e tanta luce di passione nel sorriso dei propri occhi. Davvero che il mondo doveva essere composto d'imbecilli, i quali passavano la vita lavorando per un boccone di pane, come gli asini per una manciata di fieno, ed erano egualmente imbecilli, sebbene più belli, i fortunati che non lavoravano. Ella invece si sentiva degna di tutto, capace di tutto come Napoleone dal lido di S. Elena; ma come il grande, cui idolatrava per la fredda onnipotenza della volontà, era lontana dal mondo, sulla soglia di una prigione aperta, nella smorta solitudine di un oceano senza tempeste.
Povera Ida!
Aveva scritta una bella poesia con questo titolo e poi l'avea stracciata.
L'anno finì, e ritornò al villaggio in apparenza la stessa, ma nello spirito profondamente cangiata. Quindi riprese le antiche abitudini, accompagnando la mamma a messa o a spasso, rispondendo rispettosa a tutte le sue domande, ma in fondo al cuore irridendola. Alle compagne, che le correvano incontro, rese appena un saluto di sussiego e parlò col più elegante italiano; quelle sulle prime risero e si prepararono a canzonarla, ma Ida le imbrogliò con tali complimenti, che la beffa plebea cessò in una attonitaggine di meraviglia. Nullameno scoppiò dopo le spalle più violenta.
Però quel suo contegno superbo e cortese in casa cominciava a trionfare perfino della mamma, la quale, a forza di tagliarsi nell'acutezza di quella ragione, la evitava involontariamente e non facea più certi discorsi e non pronunciava più certe parole.
Spesso un'occhiata della fanciulla bastava a frenarla, ma come la sua non era natura da sollevarsi ad una vita più intelligente, ogni tanto si vendicava di quella soggezione con una scenata eccessiva. Ida si trincerava dietro un'aspra indifferenza, quindi tutto l'impeto di quella collera vi si frangeva come ad una scogliera.
Adesso un altro cielo le si era schiuso.