No: Romanzo

Part 24

Chapter 243,791 wordsPublic domain

L'ombra oscillava a onde sempre più dense sui tetti come un vapore che ne fumasse, oscurando la volta alta dell'azzurro. Sulle case di contro la gamma stridula dei colori, acquetatasi nel lividore della sera, era sparita sotto la scorie dei tetti, come sotto un immenso mantello lacerato ed imporrito disteso su tutta la città. La strada era stretta, il palazzo opposto bruno e screpolato. Ida taceva. Il suo cuore aveva ancora dei sussulti, dei rumori, che si andavano smorzando; poi quelle tenebre l'assopirono e vi si obliò. Tutta quella violenza di torrente si era calmata come nella vastità di una laguna. Allora, in quella solitudine bruna, l'immaginazione del deserto la riprese, una paura di perdervisi collo sguardo esterrefatto, coll'oppressione sempre più soffocante, che le grandi uniformità della natura aggravano sulla coscienza. Un arcano sentimento di piccolezza le veniva da quella sconfinata monotonia, nella quale non era nemmeno un punto. Quindi il ricordo dell'ultima agitazione le palpitò ancora dinanzi al pensiero immobile, come se in fondo a quel vuoto orizzonte un lembo superstite di nuvola compiesse di svaporare, mentre uno scoramento di naufrago che non lotta più, una tristezza di areonauta perduto per il rado azzurro del cielo le cadevano sull'anima. Ma a poco a poco il suo cuore tornò a battere. Qualche memoria si risollevava stancamente e ricadeva nell'ultima convulsione di una parola invano conservata, nella suprema amarezza di un dolore abbandonato e che non poteva morire di abbandono. Aveva un freddo di sonno nel corpo, un malessere di sogno nell'anima. La gelata resistenza del cristallo nella fronte le dava dei brividi quasi sonori, mentre l'ombra della strada, sempre più fitta, la respingeva dentro la camera. Stava ancora così appoggiata a quello scuro, colle lagrime negli occhi e nell'anima una trepidazione inesprimibile, alla quale sarebbe bastato forse il soffio di una parola o il moto di un pensiero per prorompere in singhiozzi.

Il conte le si avvicinò sommessamente, e, passandole un braccio alla cintura, le diè un bacio sui capelli.

--Mi perdonate?

Ella gli abbandonò la testa sulla testa. La strada buia non mandava più alla finestra che un incerto bagliore di gas ad illuminare la bianchezza delle loro fronti così giovani e così pure. Ida gli appoggiava tutta una gota sui capelli, premendo sulla loro finezza con una voluttà intenerita, mentre egli le aveva messo una spalla sotto la spalla sorreggendola, in modo da farle perdere l'equilibrio. L'ombra discreta e leggera li avvolgeva fino ai volti, annegati dentro quel barlume dei vetri.

--Ida...--egli sussurrò, sforzandosi di rivolgerle il capo per darle un altro bacio.

Ella si rizzò mollemente.

--Vai a letto.

--E tu?

--Pss,--fe' guardandolo con un'occhiata piena di crepuscoli, e respingendolo verso la poltrona diventata bruna in quell'ombra: poi si torse nuovamente alla finestra e vi restò in una fissazione sonnambula. Sentiva Enrico spogliarsi febbrilmente gittando gli abiti sul tappeto, mentre il pensiero le fuggiva invece sempre più lontano, ritirandosi da quella attesa voluttuosa come da una musica piena di frasi acute tra una irritante lentezza di accordi. Quel bacio del conte le stirava ancora i capelli con una carezzevole mordacità di spuma, e dagli ultimi ricci sotto la nuca le grondavano giù per il collo le gocce periate dei primi brividi. La notte incominciava. Il buio aveva una soavità indicibile, un silenzio di felicità; non si vedeva più nulla. Le catenelle dell'edera, abbarbicatelesi sul seno e intorno alle gambe con una tenacità egoistica di passione, la facevano vacillare; le trecce le si slacciavano sulla testa arrovesciandogliela, costringendola a guardare in alto, come dietro il sibilo di un'ora fuggiasca dal paradiso. Una tacita complicità saliva dalla strada deserta e, filtrando per i vetri opachi, si addensava nell'ombra della camera piena di un'aspettazione voluttuosa e discreta. I mobili parevano essersi ritirati nel buio, mentre il letto solo rimaneva dentro quella nuvola rischiarata insensibilmente nel mezzo dal candore divino dell'Apollo. Ella si rivolse, si sentiva il collo gonfio e battere i polsi.

--Ida...--chiamò il conte, scivolando sulla levigatezza delle lenzuola ed agitando la coperta con uno spasimo di felicità, mentre l'acre dolcezza di quel freddo gli entrava nelle carni.

Ella gli venne innanzi sotto il baldacchino; il conte le prese una mano, ma non trovò cosa dire:

--Come è buono il tuo letto!--esclamò finalmente, dandole un bacio e tirandola per un braccio per farla sedere. Poi intrecciandole le dita sulla cintura, appena fu seduta, ed appressandole la testa al grembo:

--Come sei grassa!--le diceva a piccoli stridi femminili;--avresti dovuto vestirti da turca: hai un seno da sultana.

Ella si scosse, e con voce trasognata rispose stranamente:

--Lo sai perchè i seni vi piacciono tanto così? perchè promettono molto latte al bambino, che nascerà. Tu non ci pensavi.

In quel punto la piccola pendola sul comodino suonò le sette.

--L'ora del mio pranzo,--egli proruppe.--Jela mi aspetterà.

--Ah!--gridò Ida scattando in piedi:--ora vengo,--e prendendo dal comodino un zolfanello l'accese, andò verso la piccola scansia all'altro lato, prese un foglio di carta, trovò una busta, una matita, e scrisse:

«Vostro marito si batte alle nove col capitano Buondelmonti, si farà ammazzare; io sola posso salvarlo.

IDA».

Piegò la lettera, la mise nella busta, l'ingommò. Nel mezzo della busta, invece di una cifra, il motto tedesco di Moltke: «pensare prima, osare poi» si arrotolava come un serpente dalle scaglie iridate. Il grosso zolfanello da notte si spense, Ida scrisse l'indirizzo al buio.

--Che cosa fai?

--Comincio.

--Che cosa?

--Mi spoglio.

--Ida...

Ma ebbe appena il tempo di ripetere il nome, che ella era già sul letto incollandogli le labbra colle labbra.

Poco dopo Giustina, che entrava dalla porta del gabinetto nero con un doppiere in mano per annunziare il pranzo, si fermò attonita sulla soglia vedendoli già a letto. Il conte Enrico levò la testa.

--La signora è servita--ella disse ad alta voce, imitando la voce di Giuseppe nel pronunciare quelle parole sacramentali. Ma Ida storse il capo, e col suo accento più calmo:

--Servirete la cena nel gabinetto, pigliate questa lettera, la farete recapitare domattina alle otto, nè più tardi, nè più presto. Urgentissima: andate.

Quando Giustina fu uscita, rimasero soli tutta la notte.

Alle otto circa del mattino, mentre il conte assopitosi un istante aveva chiuso gli occhi, Ida scivolò chetamente dal letto. Era smorta, cogli occhi gonfi, con quella camicia rossa, che la rendeva ancora più pallida. La notte era stata tempestosa. Infilò i piccoli sandali di corno, ma afferrava appunto la veste, ancora gonfia sul tappeto come vi era caduta, che al suo fruscìo il conte si riscosse.

--È dunque tardi!--esclamò con un gesto di spavento.

--Oramai le otto, puoi riposarti ancora: l'appuntamento coi padrini non è che alle nove.

Però egli si era levato sentoni. Era più abbattuto, ma molto più bello, colla pelle fresca e le labbra rosse come un melograno. Ella si ravviò i capelli, finì di abbottonarsi la veste facendo il giro del letto col suo passo più pigro, venne all'altra sponda e gli si sedette così vicino che con un gomito gli toccava il ginocchio. Il conte l'avvertì appena. Stava quasi seduto, colle mani sul ventre al disopra delle coperte, in uno sbalordimento, al quale la contrazione della bocca dava un significato di desolazione. Ella gli contemplò un istante il disordine dei capelli biondi, nei quali le tracce delle proprie dita erano ancora visibili, e le ammaccature della camicia inamidata, senza più un solo bottoncino d'oro, che gli scopriva un petto delicato quanto quello di una donna.

--Enrico,--mormorò finalmente, aspettando in una carezza l'ultima effusione di quella notte innamorata; ma il conte le volse appena lo sguardo con una meraviglia quasi di malcontento.

--Enrico! ella ripetè con voce ancora più soave e una sommissione piena di incertezze.

--E già tardi: dovrò alzarmi,--rispose oppresso dal ricordo di tutte quelle minacce della sera, che gli cadevano come una grandine di sassi sulle memorie palpitanti della notte.

--Se non avete altro pensiero, potete aspettare mezz'ora,--ribattè l'altra alzandosi e gittandogli un'ultima occhiata.

Il conte si accorse di averla offesa, ma troppo preoccupato di sè stesso e dal sentimento confuso che Ida entrasse per qualche cosa nel suo duello con Buondelmonti, sebbene percosso da quello sguardo non la richiamò. Ida cercò un ferruccio sul lavabo, ed uscì. Il letto era disordinato, ma la camera aveva la stessa fisonomia; solamente due o tre piatti sopra il comodino, dal canto suo e sulla cassa, ancora sucidi della cena, e due o tre bottiglie sturate tradivano il passaggio di un'orgia. Li osservò, si richiamò tutta quella notte, dovendosi confessare che era stata la più bella della sua vita. Senonchè, invece di gioirne, se ne rattristò. Nella spossatezza ancora sensuale di quell'ora non avrebbe mai voluto essersi incontrato con quella donna, cui la sera seguente avrebbe forse ridesiderato con una veemenza anche maggiore di passione, e che lo aveva amato in una notte più che tutte le altre donne della sua vita nei lunghi mesi dei loro capricci, ma non dandogli mai un bacio se non sulla cicatrice di un morso. Il suo carattere, il genere della sua bellezza, la stessa voluttuosità di Ida lo irritavano al punto, che finiva col negarla. Se non le si fosse ostinato dietro così scioccamente, non si sarebbe svegliato quel mattino sul suo letto per andare a un duello con Buondelmonti. Ma Buondelmonti non era un amante di Ida? Avrebbe quasi voluto crederlo per meglio disprezzarla, ma il pensiero che la notte seguente Buondelmonti potesse essere al suo posto, dopo averlo ucciso, gli dava un insopportabile raccapriccio. Perchè no ucciso? Il duello era a primo sangue, però nessun colpo escluso; e Buondelmonti insospettito poteva bene, abusando della propria abilità, passarlo fuor fuori. In questo caso egli giurava di morire vendicato, rivelando prima di morire l'abbiezione di quello spadaccino: ma il caso non perdeva con questa consolazione gran cosa della propria tristezza. E perchè tutto ciò? Perchè la contessa Ceri pagava Buondelmonti, lo zio pagava Ida, egli aveva sposato Jela? Perchè la contessa amava Buondelmonti e lo denunciava, Ida amava lui e gli tirava addosso un duello forse mortale? perchè il duca scapolo senza altri figli che quei due nipoti, i bastoni della sua vecchiaia, si spassava a torturarli, inebriandosi ai dolori della loro falsa posizione, da lui stesso creata? Perchè questa falsa e trista società? Quale equivalenza di nature, malgrado le differenze irreducibili di classe! Jela sola era pura, ma talmente insulsa, che la sua purezza aveva la volgarità del vetro fra quei falsi brillanti. Forse a questa ora era desta aspettandolo: forse qualcuno l'aveva messa in sospetto! Il duca n'era benissimo capace.

Ma alla sua volta egli lo scherniva da quel letto di seta.

Questo piccolo trionfo lo animò; poi la pendola suonò le otto e un quarto, e Ida riapparve alla porta del gabinetto. Aveva il viso più fresco e una calma glaciale: scostò il cortinaggio del letto, ed allungandogli le due mani sul collo lo fissò con uno sguardo inesprimibile.

--Addio!

Si raddrizzò, ed uscì per la porta del gabinetto nero. Giustina, ritornata allora dal veglione colle tracce del baccano sul volto, le si presentò all'istante.

--Introducetela,--Ida rispose con voce breve.

Il fuoco ardeva nel caminetto, Ida era in piedi. Jela, vestita di grigio, col velo del cappellino ancora abbassato, entrò precipitosamente. Tremava, non sapeva quello che fosse per dire o per fare; forse la vedeva appena. Ida non si mosse, aveva ritrovato la sua posa più scultoria, la testa indietro e le labbra strette; l'arruffio dei capelli e la veste male abbottonata, sotto la quale si travedeva quella camicia sanguinolenta, facevano credere chi si fosse alzata allora per riceverla. Jela non si accorse di nulla, del calore del caminetto, del colore della veste di Ida, del suo atteggiamento; sentì solamente il freddo della sua faccia, e con un gesto eccessivamente simpatico di timidezza:

--Enrico?!--le domandò, come se fossero ancora ai giorni della loro amicizia.

--Il conte Enrico!--ripetè l'altra con una vibrazione metallica.

--Dov'è?

Ida non rispose, lasciò che Jela la guardasse ancora supplicando, poi colla stessa rigidezza andò alla porta della camera e l'aperse in modo da restarvi riparata dietro il battente. Jela la seguì istintivamente, ma si arrestò, vedendo che ella si fermava contro il muro nella immobilità di una statua. Ebbe un fremito: vedeva già un lembo della camera, il tappeto turchino, sul quale posava la grande cassa intagliata, il lavabo nero a magnifiche forniture di argento, la poltrona di raso rosso, un angolo di lusso antico, più aristocratico ancora che quello del proprio palazzo. Un profumo insensibile di alcova usciva dalla porta, un tepore della notte, che l'aria del giorno non aveva ancora alterato: notò un piatto sulla cassa, una bottiglia col collo inargentato; sentì la ricchezza delle grandi tende, che cascavano sino sul tappeto, velando colla loro trasparenza la luce già velata da tutto quell'azzurro; fece ancora due passi e scorse un angolo della coperta, travide una figura della volta, un guerriero in sottanino rosso, colla sciabola dorata. Ma Ida, cui ella sfiorava colla veste, ebbe un tremito, e i loro volti si urtarono; Jela fu respinta, chinò il capo, avanzò l'ultimo passo gettando un piccolo grido.

Il conte Enrico, che si era risollevato sui cuscini, ne cacciò un altro riconoscendola.

--Voi qui...

--Uscite!--esclamò subito dopo:--bisogna essere ben imbecilli... Uscite: assolutamente lo voglio.

Ma in quel momento Ida si presentò nel vano della porta, colle braccia incrociate sul seno e un sorriso immobile sulle labbra, osservando la loro confusione. Egli sussultò, Jela si volse d'istinto, e allora finalmente comprese. Vacillò, mosse un passo verso la sorella, ma l'occhio le corse irresistibilmente ad Enrico, e vedendolo colla fronte ardente di rossore, la fisonomia vergognosa malgrado lo sdegno, s'intese mancare. Ida le aveva sedotto il marito, e per dargliene colla propria vendetta una prova umiliante, l'aveva con quel bugiardo biglietto attirata nella propria camera. Il suo cuore si rivoltò: poi subito dopo, sotto quella mano, che li piegava, i due sposi si toccarono, in quella camera di Ida, nella quale l'aria della notte aveva ancora la nausea leggiera di una voluttà digerita.

Ida non si muoveva.

--Ma uscite dunque!--urlò Enrico a Jela, dibattendosi sotto lo sguardo fermo di Ida e riaccovacciandosi nel letto quasi per sottrarvisi. Jela restò sola. La sua piccola anima troppo debole per quella scena si scombuiò. Non capì più bene perchè Enrico fosse in quel letto, perchè a due passi da lei, su quella cassa intagliata vi fossero gli avanzi di una cena, perchè ella medesima fosse venuta in quella camera sulla fede di un biglietto terribile ed oscuro, che la cameriera le aveva portato ad un'ora insolita; ma provò come una difficoltà di respiro, un bisogno subitaneo ed infrenabile di uscire e di essere fuori. In quella camera, che non aveva mai veduta, l'abito grigio le diventava nero, si sentiva soffocare; non respirava più l'aria solita. Ebbe uno sforzo inconscio per rimettersi, indietreggiò, rialzò il capo e, intontita, col suo passo elegante, venne verso la sorella.

Il conte le spiava stupefatto. Ida tremò: Jela sembrava non vederla, ma quando le fu addosso, poichè le sbarrava la porta, si guardarono. Tutto il duello si riassumeva in quell'attacco. Jela non camminava più e l'altra era ferma ancora. La veste di edera coll'ampio panneggiamento dava una fosca grandiosità al disordine della sua figura bianca di una pallidezza gessosa: ma Jela fece un passo addietro e, afferrandosi con un gesto risoluto le sottane in pugno, come per non lordarle col suo contatto, proseguì. Ida, che aveva vibrato quasi sotto una forte scossa elettrica a quel gesto, rinculò lentamente senza rivolgersi, si ripiegò sul battente aperto, colle pupille sempre premute nel suo volto, dilatate in uno sforzo di visione. Era orribile, era pazza. Jela aveva già dovuto abbassare le proprie, ed ebbe un gran brivido di paura; ma quando fu nel mezzo della porta, che il conte non scorgeva più Ida, questa le si chinò sulla faccia, e con voce che non aveva più nulla di umano:

--Salutatelo per l'ultima volta,--le disse.

Jela, spaventata ancor più dall'espressione di quel volto che dal suono di quelle parole, che non aveva comprese, allungò un passo per fuggire.

--Sarò più gentile di voi al castello di Valdiffusa,--esclamò Ida, chiudendo la porta della camera e passandole innanzi per aprire l'altra del gabinetto:--uscite, signora contessa Alidosi, ma ora siamo pari.

E in piedi, colla maniglia in mano, la fronte alta nella prepotenza del comando, le impose con un gesto di andarsene, mentre il seno le palpitava quasi voluttuosamente e i suoi denti di giovane lupo gittavano attraverso le labbra rosse le bianche minacce di una fame di belva.

VI.

Otto giorni dopo Ida era nel gabinetto nero con Savelli.

Il duello fra il conte Alidosi e il capitano Buondelmonti, a rovescio di ogni predizione, era riuscito fatale: il conte Enrico, con la testa aperta da un terribile fendente, fu ricondotto già morto al palazzo. I padrini, inorriditi al gran colpo, non avevano nemmeno avuto il tempo di prevederlo, poichè il capitano si batteva colla negligenza più affettata: quindi era avvenuto un incontro. Il conte era caduto colla faccia innanzi, lungo disteso come un albero.

Arrivando sul terreno era così disfatto, che Lovito, il suo padrino, dovette chiedergli se si sentiva male; il conte aveva avuto un pallido sorriso, e gli aveva risposto raccontando la nottata con Ida. Lovito ne lo aveva rimproverato, ma nel mettersi in guardia il conte gli aveva detto:

--Mi ammazzerà,--con un accento così sicuro, che Lovito stesso, malgrado il suo noto coraggio e la esperienza di simili scontri, ne era rimasto grave.

Il conte aveva lo sguardo spaventato.

Appena partita Jela si era vestito frettolosamente cercando di Ida, ma Giustina col suo cattivo sorriso gli aveva risposto che la padrona era uscita colla signora contessa.

--Assieme?

--Non credo, signor conte.

--E non ha detto nulla?

--Doveva forse lasciarmi detto qualche cosa per lei?--ribattè colla sua insolente famigliarità.

Quell'assenza inesplicabile finiva per atterrarlo. Adesso capiva tutto, il suo disegno lento ed infernale, l'ultimo agguato teso alla contessa con una ferocia assolutamente femminile; e tuttavia quei trasporti appassionati della notte, gli ultimi sguardi appena scesa da letto, quello supremo traversando la camera per introdurvi Jela, solenne come un addio di un moribondo a un moribondo, gli contraddicevano quella tetra persuasione. Finì di vestirsi, si pettinò coi pettini e le scopette di Ida, compì febbrilmente la propria toeletta, seccato anche per la convenienza del duello di non potersi mutare la camicia. In quel momento, così gualcita dalle carezze di Ida, gli era odiosa. Si gettò sulle spalle un mantello alla Talma secondo l'ultima moda, e uscì. Giustina gli aperse la porta.

--Tieni,--le disse, togliendosi di dito un piccolo brillante, per non cercarsi qualche scudo nel portafogli. Era un anello regalatogli dalla contessa Ceri.

Se ne accorse dopo, e un triste sorriso gli passò nella mente.

Ida, nascosta dietro un uscio dell'anticamera, lo vide partire, e corse immediatamente alla finestra. Non era meno pallida di lui, ma la stessa feroce esaltazione le fiammeggiava ancora nello sguardo. Giustina la vide poco dopo fare un gesto teatrale e rivolgersi colla faccia fremente; il conte non aveva alzato nemmeno una volta gli occhi, allontanandosi da quella casa fatale.

--Va a battersi?--chiese Giustina.

--Sì, ma la contessa può passare dalla sarta ad ordinare l'abito di lutto prima di ritornare a palazzo. Stupido!

--Davvero?

Ida parve meravigliata di quel dubbio, Giustina scossa da quegli accenti sinistri si guardò in dito l'anello.

Tutta la città fu commossa dal triste caso, Buondelmonti ne sembrò desolatissimo. Appena vide vacillare il conte, gettò la sciabola e si slanciò per rattenerlo, ma non lo potè: lo raccolse col cranio spaccato dalla sommità della fronte sino alla nuca, poichè sentendosi forse sopra il colpo, invece di pararlo il conte aveva piegato istintivamente la testa. Buondelmonti lo prese fra le braccia come un bambino, mentre due grosse lagrime gli nuotavano silenziosamente negli occhi; poi dovette allontanarsi su Baiardo, che la sua ordinanza teneva a mano poco lungi. Allora un orribile problema si aggravò sui padrini, come trasportare il cadavere del conte e dare a Jela la spaventevole notizia. Lovito esitava, il colonnello, che aveva assistito Buondelmonti, propose di condurre il cadavere presso il duca: quegli era più forte.

--Povero ragazzo! perchè cacciarsi contro Buondelmonti? È la migliore lama dell'esercito.

--Voi sorridete, colonnello?

--Non vi siete mai accorto che Buondelmonti faceva la corte alla contessa? Ma Buondelmonti è perduto. I morti talvolta sono più tremendi dei vivi.

--Credete dunque che la contessa ami Buondelmonti?

--Crederlo adesso sarebbe un'insolenza,--rispose il colonnello con un tono leggero.

Ma tornarono ad occuparsi del cadavere, discussero, poi, essendo venuti a piedi, Lovito si offerse di andare in cerca di una carrozza. Il cadavere era steso sul terreno presso una pozzanghera di sangue, la faccia e i capelli insudiciati. I padrini fumavano per darsi un contegno, ma il medico, che si era appressato ancora al morto per riosservargli la ferita:

--Oh!--esclamò indi a poco con un accento, che li fece tutti rivolgere:--un capello nero!--e scostandogli violentemente il colletto, proruppe più forte:--un morso, certamente di donna, fresco!

Tutti si erano avvicinati, ed esaminarono il capello fine, lungo come le due braccia, che il dottore apriva colla faccia illuminata da una vanità d'indiscrezione.

--Ecco perchè era così debole questa mattina: non vi è nulla più micidiale dell'erotismo. Avrà voluto farsi vedere da una donna alla vigilia di un duello,--proseguì, indirizzandosi al colonnello sopra un tono di famigliarità:--come se il coraggio bastasse... Sono imprudenze, che si pagano spesso colla vita.

Ma tutti facevano ressa intorno a quel capello, senza occuparsi delle sue osservazioni. La contessa Alidosi era bionda, la contessa Guelfi, sua amica, pure bionda.

--Se qualcuno conosce la donna, le si può rendere il suo capello,--egli seguitò, contento di tutte quelle curiosità da lui solo destate.--Ah! ecco il signor Lovito, egli forse ne saprà qualche cosa.

Infatti Lovito arrivava colla testa fuori da un _brougham_: il fiaccheraio frustava come un pazzo.

--Osservate questo capello,--gli si fece incontro il medico:--il conte l'aveva sulla testa proprio dove è caduta la sciabola. È lungo quasi un metro e mezzo.

Lovito pensieroso lo esaminò e tese la mano per prenderlo. Tutti gli si stringevano attorno solleticati dalla sua aria preoccupata, che prometteva qualche rivelazione.

--Lo conoscete?

--Si.

--Di chi è?

--Me lo concedete, dottore?--gli si rivolse senza rispondere.--Grazie! lo sapevo.

--Ah! di chi è?

--Un secreto!

--Allora bisogna dirlo,--intervenne il colonnello colla sua ironia:--in molti sarà impossibile che qualcuno non lo tenga.

--Anche il principe di Atella forse lo riconoscerebbe. Volete saperlo? È di una donna, che mi ha respinto: non posso dire di più.

--E che sperate,--riprese amichevolmente il colonnello,--di prenderla una seconda volta a questo laccio?

--Chissà?

--Già,--concluse filosoficamente il dottore,--tutto il male non vien per nuocere.