Part 23
--Pare che vi saranno molte signore in maschera. Ho saputo stamane che la baronessa De Angelis e la contessa Alidosi avevano concertato un costume di giapponesi, ma la contessina in ultimo non ha avuto il coraggio della pettinatura. Infatti i suoi capelli sono troppo belli per sciuparli così.
--Vi pare bella la contessa Alidosi?
--Tutti lo dicono, ma ve ne sono di più belle.
--La contessa Ce.....
Egli fece un gesto supplichevole.
--Ah! io forse? E del conte Alidosi che ve ne pare?
--Insopportabile.
--Tanto meglio!
Ma si fermò per bere un sorso, poi respinse la tazza.
--Dividete,--seguitò, porgendogli la punta di una pasta.
--Perchè tanto meglio?--ripetè, mentre pigliava gentilmente colla estremità del guanto la pasta.
Ida lo guardò negli occhi: egli tentennò, ebbe un lampo, alzò gli occhi al soffitto come per seguire l'idea e, riabbassandoli ancora con un dubbio supremo:
--È lui!
--Dividete dunque, capitano: rifiutereste?--E gli ruppe la pasta nella mano; poi aggrottando la fronte e con voce fredda:--Avete letto l'ultimo libro di Girardin: _Le droit de punir_? Vi è nell'appendice sull'antica penalità un particolare interessante: quando si condannava un reo a morte, due giudici rompevano una paglia... Dunque il veglione riuscirà bello; forse ci sarò anch'io. La contessa Alidosi verrà in palco: potrete trovarla meglio che sotto la maschera, ma il marito si annoierà con lei, perchè i mariti si annoiano sempre colle loro signore.
--Gli terrò compagnia.
--Ma lo divertirete?
Il capitano si era fatto pensieroso. La disinvoltura finale di Ida, che gli ordinava, rosicchiando una piccola pasta nera, di uccidere un uomo provocandolo in faccia alla moglie, nel tumulto folleggiante di un veglione, lo imbarazzava. Certo qualche gran cosa doveva essere fra di loro, oltre lo scandalo del castello di Valdiffusa secondo che il duca lo raccontava.
--Lo odiate dunque molto?--le si rivolse grossolanamente, stracciando tutto il velo da lei tessuto con un'arte così difficile su quella scena.
--Forse! forse lo amo.
--Ne dubito.
--Avete torto: non ho io forse bisogno di credere che voi amate la contessa Ceri?
Questa risposta lo persuase di non poter lottare: Ida respinse il tavolo, e fece un passo verso di lui come per accompagnarlo fino all'uscio, mentre egli si moveva colla sciabola in una mano e l'elmo dall'altra.
--Se per caso non fossi al veglione, manderò Giustina, la mia cameriera: le darete un biglietto per me,--disse chinando distrattamente gli occhi sopra una pantofola, che il sole le riscaldava in quel momento.
--Tutto non è dunque finito?
--Ma che cosa è incominciato?
--Se vi chiedessi di sperare per essere più forte?
--In che?
Buondelmonti si rattenne.
--Io sono sicuro,--disse poi risolutamente,--ma vorrei...
--Pss!--fe' troncandogli la parola, ma annuendo col gesto.
Ella stessa aperse l'uscio, il capitano congiunse i piedi per un inchino, urtando le rotelle degli speroni, sbozzò un ultimo sorriso e uscì. Ida tornò al camino; la punta del sarmento fumava ancora.
--Vi è dell'ostinazione,--mormorò, ricadendo nel sentimento di quella fissazione prima che entrasse Buondelmonti: ma allora il filo si ruppe e la capocchia, spegnendosi, cadde sulla cenere con un moto cadaverico.
--Così sia.
V.
Ella passò in orgasmo tutto quel giorno, comandò la carrozza, uscì a cavallo, mutò due volte di abiti, ordinò il pranzo ad un'ora insolita e non potè mangiare, giacchè malgrado tutte le bravate della sua vanità, una paura profondamente femminile le faceva battere il cuore. A certi momenti le veniva di rivolgersi come se un incognito fantasma le fosse dietro e il suo alito le gelasse la nuca. Quindi si sforzava di non ci pensare, cacciandosi per tutti i ricordi della propria vita, intrattenendosi colle idee meno note. Ma a pranzo, quando la sartina le portò nella cesta il costume turco, al quale la maestra aveva cucito alcuni ornamenti di stile troppo europeo, ella parve uscire da quel concentrato mutismo.
--È orribile,--esclamò respingendolo brutalmente:--non entrerò mai lì dentro. Voi, Giustina, andrete al veglione per me.
Giustina, che non s'aspettava questo favore, lasciò sfuggire un'esclamazione di gioia.
--Speri dunque di divertirti?
--Ne ero sicura anche prima che non speravo d'andarci.
--Io no.
Ed entrò nel proprio appartamento; ma non si era ancora seduta al lavabo, guardandosi nello specchio, che Giustina sopravvenne con una lettera.
--Di Enrico!--ella proruppe, rompendone nervosamente il suggello.
--È Dio che la manda.
--Dio o il diavolo,--arrischiò famigliarmente Giustina, che aveva creduto di accorgersi altre volte delle intenzioni ostili di Ida verso il conte.
--Forse, ma è Dio egualmente.--Poi:--Salì dal cuoco e digli che prepari un altro pranzo per le sette, splendido, squisito. Ha tempo due ore, ne ha d'avanzo.
Quindi tornò a passeggiare febbrilmente per la camera: Giustina non era ancora all'uscio, che la richiamò.
--Metti fuori la veste coll'edera: non sono in casa per nessuno sino a domani.
--Se il signor duca...
--Nemmeno; vai, senti: fa scaldare il mio bagno, subito, ho fretta.
Giustina fuggì quasi a gambe. Ella seguitò a passeggiare osservando tratto tratto il letto, animata in viso da un rossore d'infermo, aprendosi l'abito come se il bagno fosse già pronto a quel solo cenno e volesse smorzarvi l'ardore divorante delle vene. Parlava a mezza voce, poi, fermandosi con un gesto convulso e guardandosi innanzi colla fissazione sonnambula di tante volte, sorrise. Non erano che le quattro: bisognava aspettare due ore. Improvvisamente le parvero troppe: due ore ad aspettarlo sola, contando tutti i minuti, ciurlando in quel pensiero... Almeno avesse avuto il duca per distrarsi. Dal biglietto capiva che la scena con Buondelmonti doveva già essere scoppiata e corsa la sfida, ma poichè ella l'aveva combinata per il teatro, questa piccola infrazione del proprio disegno la liberava da ogni complicità. Quindi colla volubilità della donna si mise in questa idea e la percorse tutta: le parve di non aver nulla pensato contro il conte, il quale le scriveva per chiederle da pranzo, avendo certamente scritto a Jela un altro qualunque pretesto. Quella scema lo crederebbe: imbecilli ed ubbriachi non erano i prediletti della provvidenza? Ma le dispiaceva che Jela cadesse in quella scusa. Perchè la contessa dovrebbe ignorare il dolore del tradimento? Non l'aveva forse Jela scacciata una volta dal castello di Valdiffusa, sperando che ne morrebbe di miseria o d'infamia, mentre ella sarebbe accolta in tutti i saloni cogli omaggi della ricchezza e del nome! Ma il calcolo della contessina non era tornato: Ida era risorta più bella, come una minaccia e un'invidia egualmente dolorosa per tutte le signore. Quindi il suo orgoglio perverso le si alzava come un'immenso nuvolone, chele gitta va un'ombra fosca sulla faccia. Si rivedeva al castello, fuggendo dalla camera nuziale di Jela, inseguita dal suo gesto imperioso; e Jela non sapeva ora che Enrico stava per venire da lei, da Ida, che vi resterebbe tutta la notte, che era innamorato pazzo, morto, di lei?
--Morto!--ripeteva.
Tutto era lotta nella vita. Ella credeva dunque, quella pupattola, che per essere onesta sarebbe più forte di lei? Scempiaggini! Il mondo, i saloni, la legge, erano per le donne oneste; ma ella aveva l'amore, aveva l'odio, e sopra tutto sè stessa. Tanto peggio per Jela. Perchè cominciare la lotta lei, la più debole? E lotta dunque, ma a tutti i momenti, sovra tutti i terreni, anche sul letto. Jela non sapeva dunque che si può uccidere un uomo con un bacio, strappare un marito ad una maglie, romperlo ed obliarlo, e che tutto il mondo riderebbe della vedova? Ma la vedova non riderebbe ella pure? Questo dubbio atrocemente depravato la ritenne, ma come la palla, che sfiorando un ostacolo rimbalza e sorvola, risalì alla astrazione del duello fra la donna onesta e la cortigiana, la fissazione di tutta la sua vita. Ella era il campione della propria classe, l'ultima rimasta nel circo fra i cadaveri delle compagne, cadute come tanti volgari gladiatori, per riparare la sconfitta di tutte e strappare la ghirlanda insanguinata dalle mani della vittoria. Non era già sicura? Non poteva come Otriade moribondo, sublime superstite, scrivere già col dito sanguinolento sullo scudo, come sulla propria lapide, la eroica iscrizione: «Ho vinto»? Cleopatra non faceva uccidere ogni mattina gli amanti d'ogni notte? Imperia non era stata la donna più adorata del suo secolo, e il popolo riconoscente non le aveva scritto sul sepolcro, a Roma, in Sant'Agostino, queste grandi parole: _Imperia, cortisana romana_? Atene non aveva votata una statua a Frine per ringraziarla di essersi mostrata nuda? Le cortigiane non avevano dunque sempre perduto. Che importa se oggi i trionfi sarebbero stati senza ovazioni e senza monumenti? a lei bastava di vincere: i veramente forti hanno l'indifferenza dell'applauso.
E come un maniaco ripreso dalla idea fissa, vi si ingolfava sempre più, accendendosi innanzi i razzi dei paradossi più colorati, cogliendosi fra i piedi i fiori più sinistri della poesia boema. Si era arrestata alla psiche, coll'abito rigettato sulle spalle e la camicia a mezzo il seno. Le maniche, ancora gonfie, sembravano abbracciarle le ginocchia nel dolore di un lungo gesto supplichevole, mentre ella si esaminava minutamente nell'acquea opacità della lastra.
--Com'è bella quest'oggi!--esclamò Giustina, colpita dal fulgore della sua fisonomia.--Il bagno è pronto.
--Hai aperto la finestra?
--Le pare? l'aria si raffredda a quest'ora.
--Aprila, e che il sole entri.
Giustina la credette ammattita.
--Ma il sole è già tramontato.
Ida rimase pensierosa, non aveva più fretta pel bagno. Si sedette sulla poltrona, e chiamando Giustina la fece parlare qualche tempo del conte. Giustina, che gli serbava rancore per l'alterigia delle sue maniere, lo diceva antipatico, brutto anche come donna, malgrado la bianchezza e la freschezza della sua pelle. Un uomo doveva essere un uomo.
--La sua superiorità consiste appunto nel non esserlo, ma allora non può essere amato se non da una donna, che sia un uomo.
--Perchè?
--Tu non puoi capirlo, gli ibridi non si riproducono. Questa condanna dipende forse dalla deformità delle loro nature, che si cercano per distruggersi. Poichè la vita è una continuità, ogni eccezione non è solubile che nella propria regola; due eccezioni, che s'incontrano, sono insolubili e devono frantumarsi.
Giustina, incapace di comprendere il filosofismo oscuro di quelle parole, la guardò stralunata, ma Ida si era già sprofondata nelle proprie riflessioni; poi si riscosse con queste parole:
--Viene!
--Sono oramai le cinque; badi, il bagno si agghiaccerà.
--Troppo tardi: hai pronta la veste? Allora prepara una di quelle camice rosse e profumala, a momenti sarà qui.--E, quasi per darle ragione, Giuseppe bussò in quel punto alla porta annunziando il conte Alidosi.
Ida scattò in piedi.
--Presto!--esclamò con Giustina, scomparendo nell'attiguo gabinetto:--introducetelo qui.
Il conte entrò: aveva inteso il fruscìo della veste di Ida, e rimase un istante cogli occhi sull'uscio, dietro il quale era scomparsa. La luce, che rasente i tetti opposti entrava per la finestra da un lontano lembo di cielo, dava una dolce pallidezza a quella camera già buia agli angoli e nobilmente severa. Le tappezzerie azzurre, piene di riverberi nel giorno, si erano spente e i mobili imbruniti: solo la psiche in un canto aveva ancora un chiarore vacuo ed abbagliante come di un abisso, nel quale si fosse perduta l'immagine di Ida. Egli si guardò attorno, poi venne a sedersi sulla poltrona rossa, appoggiata al letto facendovi come una larga macchia di sangue. La sua stanchezza, greve di un avvilimento malinconico, gli fece sembrare più bella la castigata sontuosità di quella camera, così poco adatta per una mantenuta; ma, arrovesciando la testa, si vide sopra una delle piccole scimmie del letto, arrampicata in atto di salvarsi al minimo cenno, con un sorriso così violentemente bianco sul suo grugnetto nero, che egli vi s'incantò. Il suo pensiero, eccitato dalla femminile birberia di quell'atteggiamento, le cercò un misterioso rapporto, una quantità di significati come profumi che evaporassero dal letto di Ida e dessero una voluttà di carni a quel sorriso di porcellana, una provocazione di più a quella lubrica selvatichezza. Perchè rideva quella scimmia? Rideva di Ida, o del duca? rideva di lui, che veniva in quel momento da Ida a provare l'ultima scena drammatica di un amore da commedia? Ma quel sorriso lo tentava in tale momento come un segreto; si alzò, alzò la mano per afferrare quella scimmietta ai piedi, quando Ida lo sorprese:
--La mia Mary!--esclamò avvicinandosi con una premura affettuosa, ed imprimendole un moto ondulatorio sopra la testa del conte.
--Di che razza è?--questi chiese ironicamente.
--Mirikina: sono gli Asra delle scimmie, quelle che muoiono d'amore.
Ma il conte se ne distolse, raccontandole subito con una leggerezza abbastanza coraggiosa come Buondelmonti al _club_, per una questione di cavalli l'avesse insultato, e si dovessero battere al mattino. Lo scontro sarebbe alla sciabola, nessun colpo escluso, ma a primo sangue.
--Ne uscirete quindi con una scalfittura.
--È probabile. Buondelmonti è una lama troppo celebre per potermi uccidere. Domani mattina faremo colazione insieme. Veramente ho avuto torto di trattargli così male Baiardo, ma egli non può aver sospettato le mie allusioni.
--Non avete dunque paura?
--Oh!
--Ne avreste il diritto... Allora venite a chiedermi da pranzo per non trovarvi colla contessa, la quale sapendo del duello vi farebbe forse una scena? Ma e dopo pranzo? Questa notte?
--C'è tempo ancora.
--Mio Dio! come siete pallido!--proruppe improvvisamente, appressandogli il volto.--Perchè negarlo? avete paura. Nelle donne il coraggio è sempre brutto, a meno che non sia tragico. Vorrei vedervi sul terreno contro quel Porthos di Buondelmonti.
--Ebbene! il duello è domattina alle dieci nel prato di S. Giacomo, venite;--ripetè piccato da quella insistenza.
Ma Ida gli volse le spalle e andò lentamente a guardare dalla finestra. La sua veste verdecipresso, ricamata a catenelle di edera, un prodigio d'imitazione, era così ampia che tutto il suo bel corpo vi scompariva come certe statue dei vecchi parchi in un lembo di verzura. Se non che i capelli, invece di starle attorcigliati col ciuffo classico sulla nuca, consentendo la soave mollezza del collo, erano distesi sulle tempia come quelli di una Madonna ed esalavano un odore lontano di fieno. Si era addossata ad uno scuro, colle braccia lente.
Il conte Enrico le si appressò.
--Avete dunque paura per me?--le chiese incoraggito dalla sua malinconia.
Ella non rispose.
--Vediamo,--seguitò appressandosi sino a toccarle col ginocchio la veste e chinandosi a parlare sul collo:--dubitate che io muoia? Ma Buondelmonti non sa che la contessa Ceri mi abbia mostrato quella lettera; d'altronde, se l'avesse saputo, è talmente sciocco che mi avrebbe provocato violentemente. Sono stato io a morderlo. Ieri sera foste ben cattiva con me: vi appoggiavate sulla spalla del duca niente altro che per farmi dispetto. Se volevate darmi lo spettacolo pungente di ciò che potete essere per un uomo, ci siete riuscita. Questa notte non mi è stato possibile dormire.
--A me pure.
--Mi amate dunque?
--No, forse vi desidero.
--È lo stesso.
--Fanciullo! l'amore può far morire di spasimo chi lo sente, mentre il desiderio può fare uccidere chi l'ispira. Perchè mi avete trattata così crudelmente quella notte al castello? Allora avrei potuto morire per voi: forse non vi amavo, ma la vostra mostruosa bellezza mi aveva sedotta a tal punto, odiavo così me stessa e la mia posizione, che sarei morta volentieri. Voi mi disprezzaste, vi montaste la testa di orgoglio credendo che sarei sempre ai vostri piedi a chiedere quell'elemosina di amore; ma v'ingannaste, v'ingannaste malamente, signor conte. Io ero infelice, odiavo. Nessuno al mondo aveva avuto una parola dolce per me, ero cresciuta come una tigre nella gabbia, ma una tigre che vedesse attraverso i ferri la bionda immensità del deserto colle sue abbrucianti seduzioni. Un uomo, una donna, che mi fossero venuti incontro, avrebbero potuto fare di me un altro essere, farmi credere e farmi sopportare. Oggi è troppo tardi: nel mondo non si è mai come la natura, ma bensì come la vita ci ha fatti.
--Siete dunque infelice?
--Non ve ne siete accorto e dite di amarmi! No, voi mi desiderate, come vi desidero io, noi non possiamo amarci. Io vi oltrepasso senza raggiungervi: siete inafferrabile, siete come un'ombra, che abbia tutti i toni della carne colla leggerezza di un odore. Voi non siete nè uomo nè donna; non siete qualcuno, che quando siete il conte Alidosi. Allora la superbia della vostra fortuna vi rende adorabile e perverso: diventate come l'upas, forse il fiore più bello e il più velenoso.
--Cosicchè mi odiate?--domandò, scosso suo malgrado dalla violenza di quelle parole, ma col suo accento educato d'ironia:--Confesso che se vi avessi conosciuta come...
--Non mi avreste amata più che non mi amiate adesso. E che importa?--seguitò con un gesto superbo e nullameno malinconico:--Dal primo giorno ci dichiarammo la guerra: voi vinceste contro di me una battaglia terribile, la vostra prima notte di matrimonio, e io dovetti abbandonare sul campo il mio onore di fanciulla e di donna. Sono diventata una mantenuta, un animale che costa più di un cavallo, ma si stima forse meno: e hanno torto. Napoleone ha detto che per vincere un nemico bisogna stimarlo. Io vi debbo tutto questo: perchè vi credeste il più bello e il più amato degli uomini ho dovuto perdere tutto; ma la guerra non è terminata, e la mia rivincita non sarà forse meno terribile della vostra vittoria.
Si arrestò. Una collera cupa le fumava in fondo all'anima, in faccia a quel tramonto di sole e a tutta quell'ombra, che dalle strade della città saliva come un fumo ad annebbiare le trasparenze aeree. La sua voce piena di sonorità lontane aveva degli stridori di vento e degli echi cavernosi, quando non guardandogli più in viso allungava gli sguardi davanti a sè stessa, come dentro ad un paesaggio fantasmagorico, sulle orme di una apparizione fuggente. In quel momento il suo passato la riafferrava con una stretta di cadavere risorto, ancora spaventato della morte.
--È un triste tramonto,--osservò mostrandoglielo con un'occhiata.
--Triste?
--Il tramonto lo è sempre, perchè nel tramonto non vi è mai la speranza del mattino. Ognuno pare l'ultimo: guardatelo.
--L'ultimo per me?
--Fors'anco: Buondelmonti può uccidervi, non fate l'eroe, Enrico. Voi siete un vile, giacchè avete sposato Jela per la sua dote, mi avete rifiutata una volta per la paura di Jela o di suo padre. Odiate vostro zio, che vi schernisce, e lo accarezzate per la speranza dell'eredità: odiate me, che ve la scemo, e mi fate la corte malgrado le mie insolenze, malgrado il mio odio, perchè io vi odio, Enrico. Voi avete paura di domani, e siete venuto da me, perchè vi siete detto: Ida è donna, si commuoverà al pericolo che corro, mi inviterà questa notte.
--È vero, ho sperato...
--Vi siete ingannato. Non ho paura, potrei assistere al duello e vedervi fracassare la testa senza impallidire. Jela avrebbe paura, ma più paura ancora che dolore. Ella non vi ama più, siete solo come me nella vita, voi mantenuto dalla moglie, io dal duca. La partita è pari. Il vostro duello non è con Buondelmonti, ma fra me e voi: ebbene...
--Ebbene!--proruppe finalmente,--ciò vuol dire, che voi avete detto a Buondelmonti come io vi abbia mostrato quella lettera.
--Potrebbe darsi,--replicò alteramente.
Il conte indietreggiò di un passo come davanti ad un nemico implacabile, che, avendolo tratto finalmente ad un agguato, si cavasse all'improvviso la maschera per vederlo meglio morire. Gli pareva di comprendere tutto, la sua ostinazione nell'innamorarlo, tutto quello studio di lusso e di seduzioni, la rovina del duca in pochi anni, gli scaldali con Jela, la rivelazione a Buondelmonti per avventarglielo contro ad un dato momento. Ida si era senza dubbio intesa con colui. Fu come una visione istantanea, una certezza mortale di una minaccia creduta fino allora romantica, la quale lo colpiva come una piattonata di sciabola sul petto pittandogli un gran freddo nelle carni. Egli non aveva taciuto fino allora se non credendo quella scena l'ultima resistenza di Ida, a secco di argomenti contro di lui e torturandolo col passato per sottrargli il proprio presente.
--Dunque,--ella riprese, alzando sprezzantemente le spalle e dando in una stridula risata,--vedete che vi ho fatto paura, mio bell'eroe. Via, non ve la farò più, ma,--proseguiva con una moina indescrivibile,--vi farò ammazzare egualmente, giacchè stanotte starete meco e domattina non avrete più la forza di una parata. Accettate? Accettate?--insistè, vedendo che stentava a rimettersi.--Povero Enrico! Come sono ingiusta con voi! Ma perchè far pompa di coraggio, quando è così semplice avere paura? Credete dunque che il coraggio sia una qualità di prim'ordine? Vi batterete, porterete il braccio al collo per otto giorni, e passerete per un'eroe dopo un duello con Buondelmonti.
--Ma se morirò?--la interruppe con una tristezza di paura finta eppure vera.
--Mio Dio! non sarete il primo; ma, Enrico, non vi avvilite a questo punto. Dimenticate dunque che discendete dalle crociate? Venite qui, mio povero bambino: per provarvi che è stato uno scherzo vi darò un bacio sulla fronte. Vi basta? Vi ripeterò che siete ancora più donna che bambino.
Ed accompagnando la parola col gesto gli aperse le braccia, sorridendogli invitevolmente come ad un fantolino.
--Provate dunque se sono una donna.
--Davvero?
--Sì.
--Pensateci, Enrico; la prova potrebb'essere al disopra delle vostre forze. Voi non siete un uomo.
Egli rispose con un sogghigno.
--Lo volete?--ripetè, ridivenendo torva nel viso a quella sua resistenza inaspettata.
Quindi parve titubare, cercando un pensiero sotto lo sprone di quel sorriso lubrico a un tempo e vanitoso. Lo trovò; e cacciandosi risolutamente sotto il baldacchino del letto, diè una forte strappata al campanello. Il conte, sorpreso di quanto accadrebbe e ancora commosso di tutte quelle minacce smentite e ripetute, si sentiva mano mano più mal sicuro in quella camera e con quella donna nascosta dietro il cortinaggio come per preparargli un tranello. Infatti ella ne uscì guardando alla porta del gabinetto: la porta si aperse, si presentò Giustina:
--Giustina, venite qui,--le ordinò seccamente: poi riavvicinandosi al conte, col volto illividito ancora più dal verde funereo della veste:
--Provate,--gli disse coll'accento di un supremo disprezzo, gettandogli quella donna con un'occhiata, come si gitta un soldo a un mendico.
--Oh!--egli mormorò spalancando gli occhi e vacillando dalla meraviglia.
--È una donna... le darò mille lire. Per la prova che invocate basta una cameriera. Giustina!--s'interruppe ripetendo quel gesto, mentre il conte la guardava ancora stupefatto.--Ma voi non avete nemmeno l'onnipotenza della brutalità, non siete un uomo, ve lo aveva pur detto che siete vile. I fiori di campo, perchè resistono al vento, si credono la forza di una quercia, e una zampa di pecora basta a schiacciarli. Bisogna avere il calore del simum nel sangue, le tempeste dell'oceano nel cuore e la serenità del cielo nel pensiero per essere un uomo: allora si affascina e si soggioga. Ogni uomo è un imperatore, ma gli imperatori si contano sulle dita. Andate, andate pure, Giustina,--le si rivolse, vedendola trattenuta nella curiosità di quel discorso e allontanandola con un'imperiosità, che finì di atterrare il conte.
Poi ella tornò a quello scuro della finestra, e vi si appoggiò.