No: Romanzo

Part 21

Chapter 213,662 wordsPublic domain

Ida adorava quella camera, che le costava un tesoro ed era il suo capolavoro, poichè vi aveva tutto discusso e curato dalle piccole scansie, a fianco del letto, in corno ed avorio, alle scimmie di Norimberga, grandi e piccine, che si arrampicavano per tutti i cordoni del baldacchino sino dentro a guardare l'Apollo colla adorabile brutalità del loro grugnetto lascivo. Una scimmia, la più grossa, si chiamava Mynos. Nel camino agonizzavano poche brace dietro la grata d'ottone, a saracinesca, agitando una iridescenza di sorrisi sui nicchi del marmo. La camera, tenuta con uno studio eccessivo, prendeva dal lusso femminile del talamo il proprio sesso, poichè nessun altro oggetto, nessun oblio di vita o di toeletta vi tradiva la donna. Era bene la camera di Ida colle crudezze logiche del suo pensiero e la maschile fantasia della vanità, il suo primo sogno realizzato, quando l'abitudine dell'opulenza non gliene aveva ancora calmata l'ingordigia. Ogni mobile vi rappresentava la ricchezza potente di un'aristocrazia, che sa di essere imperitura e si fa una barriera del proprio lusso al lusso provvisorio dei borghesi; ma ella li aveva comprati un po' dappertutto, pagandoli a un prezzo assurdo, sapendo che sarebbero sempre una ricchezza. Ida non conosceva ancora la gracile eleganza e la effimera pomposità del lusso moderno; d'altronde lo detestava. I suoi ninnoli, i sopramobili erano capi artistici, copie in marmo o in bronzo: non accettava nè maioliche nè porcellane, fasto di rigattieri; aveva appena fatto grazia a quelle scimmie per l'antitesi heiniana di circondarne il suo Apollo greco, urtando così il primo e l'ultimo termine della fisonomia umana. Ma le contraddizioni del suo carattere scoppiavano qua e là in quell'ammobigliamento, cui la filosofia di Poe non era estranea; all'Apollo pagano, che sostituiva la Madonna a capo del letto, sublime nella serenità della propria bellezza, contrastava sopra il camino con una bellezza più ineffabile un _Ecce Homo_ del Guercino con i capelli biondi come l'oro ed il viso stravolto dalla passione; mentre sotto di esso un puttino di marmo, tutto moderno, un birichino in brandelli, le mani strette al seno dal freddo, stringeva pure il _revolver_ preferito di Ida colla canna a rabeschi dorati, il calcio d'avorio e la sua cifra in oro. Nessun profumo di alcova, nessuna mollezza sensuale temperava quella sontuosità di mobili ad angoli retti, con modanature così taglienti, che bisognava sfiorarli guardingamente.

Ida celiava, Giustina e il valletto avevano apparecchiata la cena sopra il piccolo tavolo, miracolosamente intarsiato, fra la grande cassa ed il camino, ed aspettavano un cenno della padrona per servirla. Ma ella pareva essersene dimenticata, con un piede abbandonato nelle mani del duca e la testa quasi sulle spalle di Enrico, mentre la lunga veste da camera, rosea a trine bianche, di una leggerezza di nuvola e di una trasparenza quasi aerea, stava come per gonfiarsi ad ogni suo atto e sfiorare i volti di quei due uomini, che obliavano i loro rancori in un incanto di desiderio.

Ma in un impeto di risa Ida cadde rovescioni sul letto, il conte le passò una mano sotto la cintura.

--Ritirate quella zampa, cattivo gatto.

--Bianco,--esclamò il duca.

--Che? i gatti bianchi cogli occhi cilestri sono sordi, lo ha scoperto Haensinger. Poi i vostri occhi hanno la limpidità cristallina dei gatti, che morranno di tisi;--ma invece di sollevarsi ella gli si aggravava sulla mano col seno gonfio della sonorità di un riso voluttuoso. In quell'atteggiamento il piede, che il duca le teneva tra le palme, le si alzò scoprendo la caviglia rosea fra la nebbia rosea della veste. Il duca si levò ginocchioni, il conte Enrico le si curvò sul collo, tutti e tre ridendo nel riso scabro di quella scena; ma ella, che rideva più forte, a un tratto puntò la testa nel mezzo del letto e, ordinando loro di aiutarla, arrivò a distendervisi, adagiando il capo sull'origliere.

--Ho fame, volete servirmi, conte? Ma vi farete prestare i guanti di filo da Giuseppe; voi duca sarete lo scalco.

Malgrado la sua serietà di domestico ben educato, Giuseppe non potè trattenere una smorfia quando il conte gli chiese i guanti; questi se li mise, e chiamando il duca tutto ilare di quella follia, si fermarono davanti al tavolo. Il pranzo era di un'incredibilità capricciosa. Un enorme mazzo di fiori entro un vaso di argento massiccio, pieno di figure annerite dal tempo e sformate dalle ammaccature, occupava più che mezza la tavola, avvolgendola in un profumo di viole, che le gaggie disseminatevi come tanti occhi di falco fra quegli occhietti cilestri, irritavano con un'acrità di pimento. Il mazzo rotondo e convesso, allungava tutta la sua ombra sul tavolo, che ne restava bruno malgrado la frizzante candidezza della tovaglia. I bicchieri in cristallo di Boemia e i piatti in cristallo di rocca si discernevano appena nella loro bianca limpidezza, mentre le piccole forchette d'oro, fra tutto quel bianco pieno di iridi e di bagliori, avevano la dolce ricchezza di una ciocca di capelli biondi sulle spalle nude di una donna. Non v'erano che tre posti, uno in mezzo sulla cassa, e gli altri ai due lati. Alcuni barattoli dalle forme bizzarre si addossavano ad un compostiere guarnito di frutta rare, ananassi, fichi d'India, aranci di Singapore, perine montanare a grappoli, grosse come le nocciuole di un rosario, pesche di una biondezza femminile e con un sorriso di carni brinate, frammezzo a molte frutta candite dalla viscosità granulosa e gelata di cadavere. Tutto il pranzo si componeva di dolci e di paste, ammassate sopra un piatto enorme d'argento, entro un cerchio di bottiglie di liquori, nere come una cintura di piccoli cipressi intorno a una piramide sepolcrale. E lì presso una conca antica di Sèvres, smagliantemente colorata, pareva una barca piena di _sandwichs_, tutto il carico pesante di quel pranzo.

Il conte e il duca, che non avevano badato ai preparativi, esclamarono.

Essi avevano fame, quel pranzo era un'indegnità da parte di Ida, e non l'avrebbero servita; in nessuna casa del mondo si pranzava così. Ma Ida esclamò più di loro, perchè vi doveva essere un arrosto qualunque, un rifreddo e delle fragole.

--Delle fragole non ce ne sono che per noi,--disse il duca, osservando sul tavolino.

--Dove?--ripetè il conte seguendo il suo sguardo.

Ida aveva sollevato il capo curiosamente.

--Ma dove le cerchi, Enrico? non le vedi sulle labbra di Ida?

Ida, che stava per scoppiare a quella mancanza del suo frutto prediletto, sorrise, e Giuseppe entrò coll'arrosto di bue affettato in un piatto d'argento bislungo; lo depose sull'orlo del tavolo, ritirandosi coll'indifferenza corretta di un cameriere, pel quale le stravaganze dei padroni non hanno nulla di strano. Giustina era uscita. Ida, colla testa sotto la mensola dell'Apollo, coperta da quell'ampia veste, che su quel raso cupo aveva l'ardore d'una nuvola accesa dal sole in fondo all'orizzonte marino, guardava i suoi due nuovi camerieri con gioia insieme puerile e profonda. Il conte aveva portato sul letto un piattello di paste, il duca una bottiglia di rosolio chinato, e si erano entrambi seduti sulla sponda mangiando, fingendo dimestichezze da servitori innamorati della padrona, mentre ella li strapazzava fra uno scoppio di riso, prendendo certe arie di testa di un'incantevole seduzione. Ma realmente non avevano fame; il duca aveva mangiato al _club_, il conte, ancora agitato dalle scene precedenti, conservava appena un appetito di ghiottoneria. Il letto a molle, cogli spigoli fortemente imbottiti, cedeva lenemente verso il mezzo avvicinandoli a Ida, che si affondava come sotto un mucchio di rose, attirandoli colla gaiezza del sorriso e l'abbandono della posa. In quella camera così severa, illuminata da una luce fioca, tra que' mobili di trapassati, su quel letto imperiale rischiarato in alto dalla casta nudità dell'Apollo, ella felice nella soave mitezza della veste, una pasta fra i denti, era ancora una stranezza, la maggiore e la più artistica. Una beatitudine trepida apriva loro tutti i sensi, mentre scendevano il declivio capzioso del letto, respinti dall'ombra e dalle punte di tutti quei mobili secolari verso quella veste rosea, sotto il baldacchino bianco, come ad un ricovero di colori dolci, incomprensibile ed incantevole, un nido, un immenso fiore, una conchiglia, nella quale Ida metteva il suo pallore di perla, la sua morbidezza di rosa, il suo odore di donna. Parlavano adagio, i sorrisi filavano collo splendore illanguidito delle stelle, le parole avevano come un tremolìo di petali, un fruscìo di trine. La fronte rivolta verso Enrico, che teneva il vassoio in mano, Ida mangiava dei confetti fondenti come falde di neve, una evaporazione di rosolio magicamente congelata. Poi una carezza si diffuse sulla faccia della fanciulla, gli occhi le si inumidirono, ed un bagliore azzurrognolo le scese lungo i capelli, spegnendosi sul candore dell'origliere. Improvvisamente le parve di essere davvero sul letto con lui, sola, prostrata in una voluttà non ancora corrotta dall'abitudine. Il conte se ne accorse; una ruina gli avvallò nell'anima, come se tutti gli ostacoli e le resistenze di quella donna svanissero di un tratto, ed egli bello come l'Apollo scendesse dalla mensola a capo del letto per sdraiarsele sul seno, sotto quella nuvola di neve.

Ma non durò che un minuto. Ida si allungò per prendere un'altra pasta, egli attirato invincibilmente da quel gesto le tese la mano. La fanciulla la ritirò.

--Guardate, duca, se Enrico non pare proprio un cameriere innamorato: versatemi dunque un bicchierino.

--Eccolo.

Se non che Ida si trasse sulla sponda e vi si allungò, obbligando il conte a levarsi, mentre il duca accorreva col bicchierino dall'altra.

--No, inginocchiatevi qui tutti e due: prenderò quello che voglio. Voi per il primo, conte, qui al cuscino, ma tenete il piatto alto; voi, duca, lì. Una volta le dame erano servite in ginocchio dai più grandi cavalieri; allungate dunque il piatto, Enrico, mio bel paggio. Avete visto quell'adorabile quadretto, _I favoriti della duchessa_? È un paggetto di sedici anni, lungo, esile, che tiene sulle ginocchia il muso di un levriero, mentre guarda un falchetto, che gli stride sopra una specie di leggìo. Ah!--s'interruppe:--e il thè? Aspettate che suono, non vi movete.

Ed afferrò il cordone del campanello sotto il baldacchino.

--È un quadretto adorabile,--ella seguitò:--il paggio vi somiglia quasi, Enrico; voi, duca, sarete il falco. Siete un po' più spennato, ma, per quanto realistica, l'arte non è mai tutta la realtà. Io sono la duchessa, che nel quadro non si vede, ma si indovina, una duchessa focosa e insensibile, che ha dei capricci d'usignuolo e delle carezze da tigre.

Giuseppe e Giustina, che entravano in quel punto, meravigliati dei due in ginocchioni come due ragazzi ascoltando la lezione della maestra, frenarono a fatica una risata. Il conte li sentì e n'ebbe un insulto di malessere, che gli fe' tremare il piatto nelle mani.

--Non abbassate dunque il piatto così, mi costringerete a cacciarvi, se mi sciupate il mio quadro. Io sono la duchessa, come ne esistevano qualche secolo fa, e ora non se ne trovano più; voi, duca, il falco, voi, Enrico, il paggio. E il veltro bianco? Sarà Jela. Siete i miei favoriti,--proseguiva con uno stridore di lama nella voce,--più umili dei miei domestici, che posso insultare ad ogni capriccio, perchè io vi ho regalato tutte le mie bassezze di donna per potervi amare senza pericolo. Oh! come siete vili!--esclamò,--voi gli ultimi di un'aristocrazia, che ha fatto le crociate. Come siete vili!

E scoppiando in una risata sonora, quasi avesse sino allora declamato uno squarcio di commedia, li guardava torcendosi sul letto nelle convulsioni di una gioia così vera e nullameno così inesplicabile, che il duca ed il conte ne rimasero intontiti. Questi accennò di alzarsi.

--Che! che!--intervenne Ida imperiosamente.--Preparate il thè, Giuseppe; tu, Giustina, butta qualche pastiglia sul fuoco.

Giustina si avanzò subito per pigliare una piccola scatola sul tavolo da notte presso il conte. Il suo volto slavato aveva un'espressione contenta di sarcasmo guardando la padrona.

--Che te ne pare?--le disse Ida famigliarmente.

--Signor duca, badi, ha rovesciato mezzo il bicchierino sulla coperta.

--Vuoi tu il resto?

--Offritele dunque una pasta, Enrico.

--Signor conte, stia comodo, la prenderò sopra la sua testa. Grazie, signor duca.

E padrona e cameriera si divertivano di quei due gran signori, due dei nomi più belli d'Italia, in ginocchio davanti a loro nate dal popolo, col vecchio rancore del popolo nel cuore. Ma ella saltò dal letto e, chiamandoli a piccoli stridi, andò a sedersi sulla cassa davanti alla tavola, obbligando il conte a sedersele presso.

--Verrete al veglione, domani sera?--gli domandava poggiandogli una mano sulla spalla, mentre si faceva mettere un confetto in bocca dal duca.

--Senza dubbio.

--Non ci mancate. Io sarò mascherata: un costume originale, lo vedrete. Conte, voi ci sarete in palco con Jela.

--Ma scenderò: ho sempre il mio domino, faremo un diavolìo sino al mattino.

--Fino al mattino? Ma allora andatevene, voglio dormire questa notte: andatevene, a domani sera.

--Andiamo, zio.

--Oh no! non vi ho detto che voglio dormire,--ribattè Ida, abbandonandosi sulla spalla del duca. Questi la cinse con un braccio.

--Vedi bene che scaccia te solo: veramente è presto, non sono che le dieci. Ma se vuol dormire dopo...

--Dopo?!--rispose il conte con una inflessione di scherno, impallidendo, mentre Ida lo guardava cogli occhi socchiusi come nel languore del sonno.

--Andate al _club_?--gli chiese stancamente, tendendogli la mano.--Se ci vedete Buondelmonti favorite di dirgli che accetto: domattina alle dieci.

--Un appuntamento?

--Sì, voglio provare il suo bel cavallo prima di comprarlo. Così mi risparmierete di scrivergli: egli è così sciocco, che sarebbe capace di mostrare la mia lettera, vantandosene.

Il conte titubava ancora, non avendo in tutta la sera potuto ricordarle la promessa dell'ultima volta. Ma il duca col busto stecchito per sostenere il peso di Ida, che gli si aggravava addosso di tutta la persona, le aveva preso una mano e gliela sbatteva sul tavolo col vezzo dei bambini; e vi era tanta naturalezza nel loro gruppo, che si sarebbero detti due sposi. Il conte sentì un turbine di polvere passargli sugli occhi, ma volle dominarsi; salutò lo zio, strinse la mano a Ida.

--Buona notte.

--A rivederci, conte, grazie. Siete gentile quanto bello! Jela vi aspetterà.

--Rammentatele il mio invito per domenica. Povera piccina!--intervenne il duca.

--Non dubitate.

--Arrivederci, conte.

Quando fu uscito, Ida sempre colla testa sulla spalla del duca, rimase pensierosa; una tristezza le si stese sulla fronte, mentre gli occhi le si irrigidivano e la ruga verticale della fronte le si contraeva.

--A che cosa pensi?--le chiese il duca dopo qualche momento.

--Ad Enrico.

--È innamorato di te. Povero ragazzo!

--Povero ragazzo!--ripetè lentamente.

IV.

Alla vigilia di compiere il lungo e feroce disegno Ida si sentiva come stanca. La notte non aveva dormito. Nella insonnia, che le rendeva aspro perfino il contatto levigato delle lenzuola, i suoi nervi avevano una sensibilità così sospettosa, che il duca si era affrettato ad andarsene senza nemmeno interrogarla su quello specioso appuntamento con Buondelmonti. D'altronde si proponeva di spiarlo. Ida, seduta al lavabo, lo aveva veduto partire, come chi si affretti sotto un uragano imminente. Una rilassatezza greve l'abbatteva sulla poltrona, dandole certi moti pigri, certi gesti prolungati, i quali stupivano Giustina, usa tutte le mattine ad una brevità piuttosto secca di comandi.

Si era appena attorcigliate le trecce sulla nuca, aveva infilata un'ampia veste da camera di lana col cappuccio, bianca come la tonaca di un domenicano, poi era passata nel gabinetto nero ordinandovi il fuoco. Fuori il mattino raggiava. Un enorme sorriso, vibrante, ostinato, inondava cielo e terra, ravvoltolandoli come in un velo immenso di una trasparenza abbagliante, colle pagliette accese e le pieghe in fiamme. Ida aveva detto a Giustina di abbassare una metà della tenda, di voltare il dosso della poltrona alla finestra, e vi si era allungata. Giustina indifferente a quella preoccupazione della padrona, era ritornata poco dopo colla macchinetta in argento per il caffè; ma Ida le aveva levato gli occhi in volto, rispondendo bruscamente:

--No.

--Allora mi ritiro.

L'altra non aveva replicato.

Teneva i piedi sulla piccola balaustra di bronzo, la testa sulla spalliera, la lunga veste ammassata sul tappeto come un veltro bianco. Le fiamme, lingueggiando sulla lastra nera, avevano una purità così diafana, che le illuminava i pensieri nella mente. Le pareva di vederli ondeggiare, storcersi ad ogni alito, risolversi nel guizzo di un colore e riapparire ancora avventando scintille come i fanciulli gettano un grido. Per qualche tempo quel giuoco l'interessò. Il casimiro della sua veste bianca scaldandosi al riverbero della fiamma si marezzava di bagliori metallici, che le salivano per le gambe e le si spegnevano sulla faccia. Ma in quel placarsi dei nervi un turbamento le si elevava dalla coscienza colla inesorabilità di un'ombra e la confusione di una tempesta. Era una melanconia, una scontentezza, un rimorso forse mille volte respinto, ricacciato nell'abisso, e che ne usciva sporgendo la testa di spettro. Ella lo conosceva. Sentiva questo rimescolamento della coscienza, la sua vita passata risalirle intorno, distendendosele sotto lo sguardo, dalla elegante veste bianca sino lontano, con una sconsolata miseria di landa. E la percorreva avanzando per quella vuota prospettiva, riconoscendone alcuni lembi, ritrovando molte orme, circondata da un silenzio, che sembrava accrescere la nettezza della visione. Rivedeva il suo villaggio in una vita spettrale, la gente che si muoveva, lavorava senza mai alzare la testa, senza barattare una parola, come tanti automi, che si spostassero adagio con una felicità meccanica. Lo rivedeva in una precisione di sogno, poi la città, l'istituto, la sua camera, il suo vestito nero, il lutto della sua giovinezza insanguinata dalla ecatombe di tanti desiderii, smorta dalla insonnia di tante notti; ella sempre sola in una pensierosità di prigioniero, e poi il villaggio ancora, ma in una luce più slavata, in un crepuscolo autunnale. La lebbra de' muri si era inverdita, l'orto più piccolo aveva una vacuità di deserto, mentre il villaggio si allontanava in un murmure lontano e il crepuscolo lasciava cadere una cenere fina ed intirizzente fino dentro alla camera, dalla quale ella guardava intontita attraverso i vetri, colla sensazione fissa di quella cenere, che pioveva sempre, lontano, in fondo all'orizzonte, da ogni lato, soffocando ogni rumore, annegando ogni forma, aumentando ciecamente, mutamente.

Quindi rivedeva il castello di Valdiffusa fra un anfiteatro di verzura, col bosco delle elci, umido e severo. Un uccello zufolava il ritornello di una canzone, i monti avevano una monotonia grandiosa, un silenzio pieno di fremiti e di sussurri. Ella era vestita ancora di nero, ma la coscienza le si era allargata come quella valle, colla forte tranquillità delle elci e la semplicità bruna e feconda del bosco. E una apparizione fantastica la investiva con un riso perlato, che batteva tutti gli echi, e tutti gli echi rispondevano sgranando le loro note cristalline fra uno stormire di alberi, un pigolìo di uccellini, un crepitare di bottoni, mentre Jela ancora bambina, le sottane e i capelli al vento, le correva incontro fra un raggio di sole, che l'ardeva sollevandola e gliela lasciava cadere sul petto con un abbandono di viola, che piega il capo.

Si amavano. Jela era tutta carezze, il castello prestava la sua vastità per i loro giuochi, la sua libertà, i suoi cavalli, Febo baio colla criniera che Ida aveva tante volte intrecciata di cordelle azzurre. Quindi correvano, folleggiavano; ma Ida si vedeva pur sempre innanzi una distesa, un deserto dietro quei monti, oltre tutto quel verde, che si perdeva in fondo, nel chiaro, nella nebbia e, avvicinandosele talvolta sino al petto del cavallo, svaniva poi all'improvviso.

Perchè mai odiava tanto il conte Enrico? Non lo aveva amato, o almeno ne dubitava, perchè quella passione le scendeva più dalla testa che non le salisse dal cuore. Le pareva bello, benchè non lo fosse; un grazioso biondo meschino, un marito per Jela. Ella se ne accorgeva, se ne era subito accorta, ma una segreta attrazione di battaglie la trascinava verso quel gracile aristocratico, che le veniva incontro dal mondo tanto sognato, con un sorriso di superiorità insuperabile sulle labbra. L'odio accumulato negli studi e nelle ultime miserie le si ridestava in fondo all'anima, mentre coi sensi ancora ammaliati e col più cinico scetticismo della ragione ella spremeva come una raffinatezza lasciva da quella sua mostruosa bellezza. Ella avrebbe voluto soggiogarlo come il povero Rocco, travolgerlo nella fiumana dei propri impeti, per abbandonarlo forse sdegnosamente sopra un greto sassoso; ma il conte le passava vicino senza sentire la sua eccellenza, giudicandola una povera maestra. Quindi ella così malata di orgoglio piegava sotto quella indifferenza di un aristocratico. Poi si ricordava come il conte l'avesse presa alla stessa pania che ella il duca: si ripeteva le parole, le risposte, i ripicchi delle loro conversazioni, nelle quali ella aveva quasi sempre la peggio; si rammentava quella osservazione di Stendhal su Rousseau, che la superbia del genio non è mai tanto forte da soffocare l'umiliazione della nascita, Rousseau piangente di orgoglio perchè un principe imbecille gli aveva offerto il braccio: osservazione, colla quale ella si era sferzata mille volte nella violenza dei propri dispetti.

Evidentemente ella non aveva nè spirito nè ingegno. L'albagia, colla quale credendosi una Sand trattava la gente, era ancora una ridicolezza di più nella sua vita già così falsa; la sua abilità nel maneggio degli uomini una pretenzione, che il fato aveva rudemente schiaffeggiata. E uno scoramento afflitto, quasi dolce, l'invadeva. Si era creduta un poeta, una scrittrice, odiata, ammirata, fischiata da tutto un popolo, e non era stato nulla: non aveva salito nemmeno il primo gradino della scala; era una ragazza uscita dall'istituto, come tanti ragazzi escono dal liceo, con qualche brandello di idee ed una deformità d'istruzione. S'era creduta una donna non bella, ma irresistibile, e il primo contino l'aveva battuta, e se il duca, un vecchio rimbecillito, non l'avesse raccolta, la raccoglieva forse la questura; si era creduta la elevatezza, la finezza di una dama, ed ecco che, contrariamente a tutti i suoi piani, era lo scandalo della città, tutti parlavano sprezzantemente di lei, che commetteva scene di una audacia sguaiata siccome l'ultima con Jela nel salone della lotteria, senza trovare nemmeno una risposta veramente spiritosa per demolire quel simulacro di donna.