Part 20
Infatti la marchesa, il duca di Rivola e il conte entravano poco dopo nel gabinetto dei ritratti. La marchesa aveva già narrato tutta la scena, precipitando, con una collera di gesti e di voce, che dava tratto tratto alle sue parole una sonorità stridente e squarrata. Ma drammatizzando il racconto vi si accaniva mano mano. Pareva quasi che invece di narrarlo lo apprendesse, e le difficoltà della ritirata con Jela attraverso tutte le signore, che si stringevano loro intorno per aumentare a forza di moine l'importanza già grossa dello scandalo, la traversassero ancora di fremiti ghiacciati. Era stato un lungo orrore, un vituperio, un abbominio senza esempio, il quale non finirebbe più con grande contentezza di tutte le borghesi e dei dissoluti presenti, cui la marchesa aveva già letto sul volto tutte le più bugiarde dicerie. Quindi la sua testa di aristocratica, infiammandosi di sdegno, parlava a scatti, con gesti angolosi di pupattola meccanica che si disloghi, mentre un compiacimento nervoso le faceva prolungare il racconto attraverso quel silenzio degli altri due.
--È un orrore,--concluse infine riattaccandosi al duca.
Egli aveva sorriso deplorando l'accaduto, ma trovandovi alcuni lati comici con una leggerezza così naturale e perversa, che la marchesa aveva dovuto pur riderne: poi la questione si era spostata. I particolari su Ida si moltiplicavano, il duca scherzava, dandosi delle occhiate furtive nello specchio, giudicando le signore della lotteria uno stormo di civette poco belle e poco dame. Tutte non pensavano che a sfoggiare, a regalarsi a qualcuno: era una ruina, una depravazione tutta moderna. La beneficenza serviva di pretesto, giacchè tutte quelle signore, che mettevano bottega per vendere dello spirito, non sarebbero mai riuscite a mettere insieme la lotteria. Il duca guardava la marchesa.
--Già siete voi, mia cara marchesa, la cagione di tutto: siete l'anima della nostra aristocrazia; senza di voi non saprebbero nemmeno dare un pranzo.
E il suo accento aveva una grande sicurezza di ammirazione. Ma ad un tratto si rivolse:
--Jela non è che una bambina: tu dovresti, Enrico, impedirle certe scene. Non ha la più meschina esperienza del mondo.
Se non che la marchesa l'aveva nuovamente interrotto, rimproverandogli Ida, rimproverando il conte, le signore della lotteria, sdegnandosi di tutto il mondo, che andava male, ripetendo ancora alcune circostanze della scena preparata così malignamente da Ida, ma con tanto poco spirito nella sua risposta finale. La piccina l'avrebbe battuta se non si fosse smarrita subito dopo.
--Questo poi non lo credo.
--Perchè siete un libertino.
--Non lo crede nemmeno Enrico, che Jela la possa battere. È stato battuto lui stesso.
Il conte, che quella conversazione irritava, ferito nell'amor proprio dall'insulto di Ida alla contessa, alzò sdegnosamente le spalle. Si rinfacciava la sciocchezza di essersele ostinato dietro, frustato assiduamente dallo zio, che andava smussando con lei il proprio patrimonio, la sua eredità di un giorno, respinto invincibilmente da Ida con una dichiarazione di amore. Sulle prime non era stato che un capriccio di svogliato, poi l'umiliazione lo aveva acceso, e ora la cortigiana, dopo averlo deriso nel proprio salotto, gli entrava in casa e gli schiaffeggiava la moglie. L'altro rideva di quella sua falsa posizione di nipote arricchito dalla dote della moglie e che la lasciava vilipendere dalla mantenuta dello zio; mentre la zia invece non se ne era incollerita che per mescolarsi ancora nelle sue faccende, e comandargli in casa una volta di più. Ma ambedue in quel momento parevano non sospettare nemmeno della sua presenza; il duca parlava di Ida, la marchesa gli rallentava le confidenze con un battito degli occhi lustri, lasciando l'accidente disgustoso della lotteria allontanarsi a poco a poco nella conversazione come un semplice aneddoto senza interesse personale. Poi la marchesa si risovvenne improvvisamente di Jela, e andò ella stessa a cercarla nella sua camera.
--Aspettateci qui,--disse, ridivenendo contegnosa.
Il conte Enrico in piedi, colla mano dimenticata sopra un album aperto macchinalmente, la guardò appena. Una corrente di tristi pensieri lo travolgeva. Perchè Ida aveva fatto quella scena? Che cosa ne pensava il mondo? Perchè il duca e la marchesa, i primi a riderne malgrado gli obblighi mondani della parentela e del nome, v'intervenivano così dispoticamente per umiliarlo un'altra volta, ed egli doveva assoggettarvisi colla stupida docilità di uno scolaretto? Come era rimasta Jela? Ne scriverebbe al padre? Si rimprovererebbe di averlo sposato? Gli rinfaccerebbe almeno nel proprio pensiero i due milioni di dote, poichè Jela non era più innamorata di lui e sapeva del suo capriccio per Ida? Lo temeva. Malgrado tutte le promesse della notte, Ida non lo aveva ricevuto, invece di una sorpresa di amore preparandogli quello scandalo turpe. Ma dunque l'odiava? E allora come poteva mentire a tal punto, con tanta ostinazione di odio? Quindi i suoi complimenti convulsi quando gli diceva in faccia: come siete bello! gli passavano all'orecchio colla sonorità perlata di un riso nel silenzio di quel gabinetto coi ritratti degli avi allineati lungo le pareti in un'ombra come di sepolcro, che lo guardavano coll'indifferenza della loro posa e della loro superiorità, come il duca.
Questi aveva acceso una sigaretta e si era messo allo specchio, osservando tratto tratto il nipote, cui la commozione di quella scena abbelliva singolarmente la fisonomia femminile.
--Dunque Jela non viene? Mi dispiace, perchè sono invitato da Ida: mi aveva detto di cercarti, che si pranzerebbe assieme, ma tutto questo chiasso me lo ha quasi fatto scordare.
--Le sette!--seguitò,--fra un quarto d'ora sarà tardi, in caso che tu venga. Ma Ida è capace di non aspettarci, se tardiamo troppo; stamattina era nervosa.--Ma, poichè il conte non rispondeva, si rattenne e, guardandolo con la compassione di un uomo, cui la vita non serberà mai le disaggradevolezze di simili posizioni, scosse la fronte.
Finalmente la marchesa apparve con Jela dietro. Era ancora così vestita, si conosceva che aveva pianto. I suoi begli occhi, gonfi dall'infiammazione delle lagrime, le davano su quella improvvisa emaciazione del volto una commovente fisonomia di malata, che strinse il cuore del conte. Se non che, malgrado tutte le raccomandazioni della zia, la quale voleva condurla loro innanzi come un giudice, ella si avanzava come una colpevole, atterrita dalla propria innocente simpatia per Buondelmonti e dal sentimento di quel gran torto in faccia al mondo. La sua inesperienza della vita non le permetteva di capire i vantaggi di moglie ricca ed offesa, profittando di quel momento, forse unico nella vita, per assicurarsi l'indipendenza.
Entrando si scontrò in un'occhiata con Enrico, e la tristezza della sua faccia le fece sentire l'angoscia di un nuovo pianto negli occhi.
--Non ti sei ancora svestita, carina?--esclamò il duca, ammiccando con la marchesa ed attirando Jela con un gesto.
--Son venuto ad invitarti per domenica: verrai con Enrico e la marchesa. Sapete benissimo, marchesa, che me lo avete promesso, non accetto scuse: d'altronde il pranzo è dato per Jela, che avrebbe ragione di offendersi. Ci sarà pure la contessa Guelfi, la contessa Ceri: guarda, inviterò pure Buondelmonti, che ti farà la corte, così ci divertiremo colla contessa. Enrico, tu lo permetti, non è vero? Non sei geloso? Poi Jela non crede che Buondelmonti sia bello.
Ella arrossì trepidando.
--È un bell'uomo, ma troppo soldato,--interloquì la marchesa.
--Antipatico! ma dal momento che si prende come un giuocattolo...
--Sei geloso! Marchesa, lo vedete, è geloso. Sai, Jela, ci divertiremo: tu farai la civettuola, la contessa si metterà sulla faccia tutti i suoi verdi più belli. Povera contessa, non vuol persuadersi d'invecchiare, e che fra i veterani sono pochi i non invalidi.
Il conte Enrico, profittando della conversazione, si era avvicinato, la marchesa aveva preso una mano di Jela e gliela stringeva affettuosamente. La buona piega di quella scena la stupiva: quella le pareva, non meno che a Jela, una soluzione incredibile. Quindi profittando del destro scambiò un'occhiata col duca, quasi per mostrargli come ella aveva saputo da sola accomodare subito le cose, abbracciò Jela dandole un bacio sulla bocca:
--Sei contenta?
Poi, senza darle nemmeno il tempo di rispondere, si volse al conte Enrico, che si disponeva ad accompagnarla fino alla porta dell'appartamento. Ma appena furono soli, il duca mutò espressione, e dalla porta, dietro la quale era scomparsa la marchesa, riconducendole nel volto le pupille sembrò considerarla con simpatia malinconica.
--Come ti tratta!
--Io...
Egli ebbe un gesto superbo, come non preso da quella generosità.
--Sei un angelo! Buondelmonti avrebbe ragione d'innamorarsi.--Ma si fermò, sentendo ritornare il conte Enrico.
--Dunque andiamo,--esclamò, facendosi d'un tratto frettoloso,--è già tardi, ci aspetteranno. Mi scordavo di dirtelo, ti rubo Enrico questa sera, ma te lo pagherò domenica. Siamo attesi, è un affare molto serio. Mi dispiace che pranzerai sola, ma infine la colpa non è mia; se non era la marchesa, saremmo già al convegno: quella donna è un ostacolo sempre. Sai, Jela, mi perdoni? Andiamo, Enrico.
E mentre Jela lo guardava cogli occhi attoniti, temendo di una qualche minaccia in quell'abbandono, egli cercava di rianimare il conte. Jela tremava senza ardire di negare o di cedere, incantandosi in una indecisione, che prolungava la loro fretta simulata, mentre la paura dell'isolamento a poco a poco la ripigliava. Prima lo aveva desiderato, poi non avrebbe voluto per cosa al mondo restare sola colla propria coscienza. Quindi un sospetto la sfiorò abbarbagliandola.
Il conte Enrico si era scosso, aveva trovato il cappello e si accostava per stringerle la mano: ella gliela abbandonò rabbrividendo, ma quando lo zio gliela serrò per la terza ed ultima volta, gli mise un tale sguardo negli occhi, che egli fe' un gesto per rassicurarla.
--Impossibile!
Ed uscirono quasi correndo, mentre Jela, l'occhio e l'orecchio sulle loro tracce, mormorava a bassa voce:
--Vanno da Ida!
Infatti era vero.
L'aria era pungente, la strada deserta.
--Non passa un _fiacre_,--disse il duca.
--Avete fretta?
--Io? per te. Sono otto giorni che Ida non ti riceve dopo averti invitato per l'indomani: figurati come ti desidera! Dovresti ringraziarmi della bontà.
Camminarono ancora in silenzio, poi il conte, che non voleva mostrarsi interamente battuto, riannodò la conversazione. Il duca era in un accesso di moralità, e stigmatizzava violentemente tutte quelle feste di beneficenza, una nauseabonda affettazione democratica per ingraziosirsi il popolo, il quale aveva il buon senso di non esserne grato e di rispondere con insolenze a quella carità diventata una pania di adulterii. Le signore, invece di assentirvi, avrebbero dovuto far ancora l'elemosina alla porta dei loro palazzi come una volta, un'elemosina, che aveva il doppio vantaggio di lasciare chi la donava e chi la riceveva al loro posto.
--Noi, ai nostri tempi eravamo più coraggiosi; voi altri, che avete fatto l'Italia e farete forse un giorno la repubblica, non osate nemmeno di essere signori. Ne domandate sempre l'amnistia alla piazza, o paolotti coi preti, o filantropi coi borghesi. Bah!--aggiunse sogghignando:--Ida ha ragione, è più onesta delle signore: almeno ha il coraggio di sè medesima.
Passò un fiacchero, vi salirono. Il duca seguitava a calcare sulla bassezza dell'aristocrazia, la quale vuol farsi accettare dalla borghesia e dal popolo, senza poter assimilarsi ciò che forma la loro natura e garantisce loro l'avvenire; ma a poco a poco condannava tutto il vizio, anche l'antico, perchè in fondo non vi si trovava un gran vantaggio. La gentina aveva ragione, la famiglia era il più gran trovato dello spirito umano; egli ci aveva pensato, poi l'orgoglio dello scetticismo libertino lo aveva rattenuto. E la sua voce aveva un accento così sincero, che finì per meravigliare il conte.
--Mi guardi? Se sono rimasto vedovo è la tua fortuna. Io mi lamento perchè sono un vizioso fortunato: non è permesso che ai ricchi di sentire veramente il vuoto delle ricchezze.
--Però non vi rinunciano.
--Troppo giusto!--ribattè colla sua stridente ironia:--Rinunciarvi prima di conoscerle sarebbe una scempiaggine, dopo averle conosciute cattive una malvagità.
Erano alla palazzina di Ida. Il valletto livreato in nero li introdusse nel solito salotto, ma Giustina, la cameriera di confidenza, venne loro incontro con aria desolata. La padrona, ritornata di un umore massacrante dal passeggio, le aveva ingiunto di rimandar tutti, anche il duca. Ella non l'aveva mai vista di un simile carattere: si era chiusa nella propria camera senza lasciarsi nemmeno spogliare, borbottando fra i denti, strapazzandola quasi ferocemente per avere osato una piccola osservazione. Ma la fisonomia sbiadita di Giustina si andava man mano rischiarando di una malvagia malizia in queste parole strascicate leziosamente, come per osservarne meglio l'effetto sul volto del duca.
--Si figuri che ha minacciato di cacciarmi via,--seguitò, appoggiandosi famigliarmente alla spalliera della poltrona.
--Non ti ha detto che cos'ha?
--Glielo avrei chiesto!
--Ma non ha pranzato?
--Ha detto che suonerà. È nella sua camera.
Il duca non aggiunse altro. Evidentemente non ardiva di rompere la consegna. Giustina, che non si era nemmeno voltata verso il conte, si accomodava con affettazione una piega dell'abito, un ricco avanzo della padrona. Il duca taceva, il conte in piedi, esasperato da quel tono della cameriera, stentava a frenarsi. Tutta la collera, calmata dall'aria fredda della notte, gli riavvampava nella coscienza; sentiva di esser preso a gabbo.
--Ma perchè non ordinate a quella scema di annunziarci?--rispose in francese al duca, che aveva scambiato seco uno sguardo furtivo. Il duca non pareva più quello, la vecchiezza lo aveva ripreso con tutte le sue tremule diffidenze.
--Sei pazzo!
Il conte, che si sentiva soffocare, accennò di andarsene, ma il duca si alzò, lo trasse alla finestra, e sempre in francese, a bassa voce, come se Giustina, che non ne sapeva un ette, potesse capirli, seguitò a spiegargli minuziosamente come la posizione non fosse delle più facili. Ida, furibonda per quella scena della lotteria mal riuscita, ne teneva loro il broncio colla solita logica delle donne, ma era tale da rimandarli. Purtroppo egli aveva dovuto accorgersi in cento altre occasioni come Ida mettesse una speciale vanità nella propria indipendenza. Ora non v'era forse che un solo mezzo di eludere la consegna.
--Prova tu: va innanzi con Giustina. È abbastanza strano che tu venga da lei questa sera a domandarle da pranzo: Ida capisce, si mette a ridere, e tutto è accomodato.
--Ma è quasi una viltà!
--Ecco la borghesia: un signore non si avvilisce mai con una donna, che paga. Finezze di spirito!
Il conte titubava.
--Se no, io la conosco, ci tocca uscire, e questa volta diventiamo ridicoli sul serio.
Giustina appoggiata coll'anca alla poltrona nell'atteggiamento di un garzone di caffè, li ascoltava, indovinando senza intenderli ed aspettando, uno de' suoi piaceri favoriti, che il duca agli estremi la consultasse umilmente.
--Introduci il conte, io l'aspetterò qui,--le disse.
--Uhm!--fe' squadrandolo con diffidenza.
--Introducetemi,--questi ripetè seccamente.
Giustina senza affrettarsi fissò ancora il duca, dondolando la testa come per dire che accettava, ma tutto sarebbe inutile. Il duca rimase aspettando. Quello che aveva detto al conte sul carattere inflessibile di Ida, purtroppo lo pensava sinceramente; ma l'idea di servirsi di lui, dopo lo scandalo del giorno, per vincere il capriccio bizzoso della fanciulla, gli parve uno scherzo così trionfante, un'abilità così inimitabile, che se ne compiacque.
--È strano!--mormorava, parendogli di attendere da un pezzo. Poi si fermò dinanzi ad una litografia del _Pollice Verso_ del Gérôme, si voltò due o tre volte verso la porta, si risedette, tornò ad alzarsi.--Che cosa le dirà quello sciocco? Eppure è così facile!--Ma riflettendovi bene, non gli veniva lo scherzo per far sorridere Ida, mentre le parole del conte: «è quasi una viltà» gli tornavano agli orecchi. Finalmente intese il rumore di un passo femminile; era Giustina.
--Venga, venga,--esclamò ridendo:--sono tutti e due seduti sulla sponda del letto.
--Oh!--gridò, correndole incontro con uno slancio giovanile, poi si fermò:--Ha scritto anche oggi?
--Il capitano? scrive tutti i giorni, la signora ha gettato la lettera senza neppure aprirla, deve essere sul camino.
Il duca raggiò.
--Sai, servimi sempre così,--disse pigliandole scherzosamente un pezzo di guancia tra l'indice ed il medio:--sei una bella ragazza!--E leggero, col passo di vent'anni, il volto ilare, entrò spalancando l'uscio nella camera di Ida.
--Giuseppe e madama di Putifar!--proruppe allegramente baciandole la mano,--vi sorprendo, sciagurati.
--Debbo invitarvi a pranzo anche stasera?--ella chiese dopo un istante.
--È un'elemosina.
--Già, nell'elemosina vi è sempre uno che si abbassa,--e il suo sguardo cadde sul conte, che trasalì; ma si levò di scatto e chiamò:
--Giustina! il pranzo? sono le otto; è incredibile come si sia mal serviti. Apparecchia su quel tavolo; non è vero, signori, che si sta meglio qui che nel salotto? Ma sollecita, questi signori hanno fame.--E si girò verso il conte, prendendogli di mano il libro, col quale l'aveva sorpresa sul letto, e che egli non aveva ancora aperto.
--Che cosa leggevate?--domandò il duca, che conosceva le tendenze letterarie della fanciulla, per lusingarla.
--Un libro di Lewes, splendido. Ha ragione: nulla è più facile che drammatizzare un fatto, nulla più difficile e diverso che concepirlo dramma. Victor Hugo drammatizza sempre, eppure è un genio. L'arte moderna non ha che tre drammi sublimi: l'_Amleto_ di Shakespeare, il _Tristano e Isotta_ di Wagner e _La Faute de l'Abbé Mouret_ di Zola. Farò un dramma anch'io.
--Per il teatro? Musica o poesia?--domandò il conte con una leggera inflessione di scherno.
--Nè l'uno nè l'altro. Non lo farò per il teatro, ma in teatro. A proposito, è per domenica l'ultimo veglione?
Giustina rientrava in quel momento col valletto per apparecchiare la cena. Ida tornò a sedersi sulla sponda del letto, presso il conte, col duca ai piedi semicoricato sulla pelliccia d'ermellino. La camera alta, illuminata da due candelabri di bronzo a tre branche, si assopiva in un raccoglimento severo. I muri parati di stoffa azzurra, incorniciata da liste di bronzo inverdito, si alzavano in un'ombra nera fino al cornicione della volta, pieno di dorature e di arabeschi come la cornice di un immenso quadro, nel quale si scorgeva appena il sottanino rosso di un guerriero, qualche elmo, una bianchezza femminile perduta in una bruma di tramonto, in alto, fra una nuvola greve. Era una camera di palazzo antico, più vasta di un salone moderno, occupata la maggior parte da un letto di ebano incrostato d'avorio. La sua testiera, lavorata prodigiosamente, saliva riunendosi in una mensola da tabernacolo, con un'apoteosi di arte e di ricchezza. L'ebano aveva perduto il lucido, l'avorio si era ingiallito, ma dalla mensola, come dall'altezza di un trono, un piccolo Apollo di marmo sfolgorava di un candore immortale sotto un baldacchino di trine drappeggiate a minime pieghe, che lo raccoglievano come sotto una cappella cristiana dal lusso minuzioso e femminile. Una lampada antica di bronzo doveva ardergli tutta la notte dinanzi. E un'immensa coperta marezzata, dai bagliori cilestri, si arrovesciava dal letto, coprendone il lavoro meraviglioso con una frangia a ghiande alternativamente bronzee ed azzurre sino sul tappeto di una tinta bruna come le pareti. Il letto era posto sopra un gradino; a' suoi piedi, secondo il costume campagnuolo, una vecchia cassa di quercia intagliata sopra un piedestallo di panno turchino, con una grande chiave cesellata nella toppa e il coperchio aspro di un paesaggio, al quale gli anni avevano dato qua e là una lucentezza metallica, sembrava trattenergli le onde seriche; mentre ai fianchi, dal lato di Ida, una pelliccia di ermellino, ad orlo di seta cerula, conservava sulla innocente candidezza le orme leggiere della donna, e dall'altro una pelle di leone, colla testa fra le zampe, si stirava sul tappeto le unghie dorate con una vivezza di brace. Il leone aveva una pantofola da uomo in velluto cremisi sulla testa. Un camino di marmo nero, carico di ninnoli e difeso da una saracinesca di ottone, in faccia alla grande cassa intagliata, spiegava una pompa di incrostazioni a colori gemmei, pieni di fosforescenze e di bagliori. Tutti gli altri mobili, il piccolo armadio con due figure rilevate nei medaglioni dello sportello, e i due canterani a lato del camino, erano antichi, in quercia, a placche di acciaio annerito. Una psiche enorme metteva nell'angolo un chiarore notturno di lago; una lunga ottomana di raso rosso, davanti al lavabo in marmo nero a forniture di argento cesellato, accendeva in quel crepuscolo marino una vampa sanguigna d'incendio, mentre l'ombra vellutata di quell'azzurro si addensava con una mollezza di fumo, chiazzata dalla bianchezza degli origlieri ricamati in cilestro del nome di Ida, drappeggiandosi lungo i cortinaggi chiusi, ritraendosi ai solchi delle candele su per le pareti e sui mobili, addolcendo quella ricchezza quasi austera malgrado le bizzarrie moderne della gran mantenuta.