No: Romanzo

Part 2

Chapter 23,731 wordsPublic domain

--Sporgete il petto,--le disse aiutandola con una mano al dosso:--così...

--No, oh mio Dio!

Ida le stava già sopra colla spugna inzuppata d'acqua.

--Madonna mia! mi raccomando! datemi voi un po' di forza,--gemè congiungendo le mani.

--Sì, sì, pregate.

L'acqua sgocciolò nel vano cavernoso battendone, strappandone i filamenti imputriditi, trascinandoli giù per il rossastro del seno fra un rigagnolo di marcia; ma alcuni non si spiccavano, lacerati dall'urto dell'acqua, movendosi come cespi d'erba alla foce di un fosso. L'ammalata, il labbro inferiore fra i denti, soffocava le grida del dolore.

--Conduce, conduce?--balbettò con un timido accento di speranza.

--Sì.

--È meglio, non è vero?

L'altra non rispose.

--No, no, basta;--supplicò, vedendola bagnare un'altra volta la spugna. Infatti la piaga era già lavata, e l'ulcera, larga quanto il buco di una palla, appariva di un rosso anche più bruno, colle labbra stracciate proprio dove altre volte sorgeva la punta della mammella. Un pensiero commosse la fanciulla; ella vi si era sospesa bambina, e la sua bocca, allora fresca come il calice di un fiore, aveva lungamente baciato la punta di quel seno, sprofondatosi poi in un'ulcera. Vent'anni fa! Adesso la donna inorridiva della delizia della bambina.

Ida era rimasta cogli occhi nel volto della madre.

--Perchè non ce la vuoi mettere un po' di carne? Intanto che si divora quella, non mangia la mia.

--Pregiudizio! ve l'ho pur detto.

--Però fa bene: la piaga mangia pure. Ah!--strillò, sentendosi premere nella piaga il groppo delle filacce asciutte. Ma Ida precipitò il resto della medicatura; spalmò qualche grano di una bianca pomata intorno al cratere, vi spianò sopra una grossa foglia di cavolo, la ricoperse colla pezzuola, e, riaccomodandole al collo la camicia, la ricinse col lenzuolo. L'inferma era di un pallore orribile, colla fisonomia stravolta, quasi senza espressione sotto quella stretta; solo il labbro inferiore, tremolo di spasimo, lasciava passare ancora un soffio di vita.

Ida s'incantò in quell'ineffabile spettacolo di strazio. Non sentiva più il puzzo, non aveva più schifo.

Quella donna era sua madre, sua madre moribonda, moritura di dolore. Un impeto d'amore le irruppe dal cuore inondandoglielo di una tenerezza refrigerante; e stava già per lanciarsele al collo, rattenuta solo dal timore di farle male, quando l'altra agitò lievemente la testa, aprendo gli occhi.

--Lì incantata a vedermi soffrire, invece di metterti in ginocchio e pregare la Madonna, che mi passasse! Ho quasi fede che tu ne goda.

--Oh!--mormorò la fanciulla, sentendosi afferrare rabbiosamente la gola da quel tumulto subitaneo di amore e palpitare le lagrime negli occhi. Fu un attimo; quella esaltazione le rovinò sul cuore, e la abbattè.

--Disgraziata!--susurrò ancora l'inferma, questa volta riassalita dai soliti dolori, ma con meno violenza.

Ida la considerò, e non riconobbe più la martire di poco prima. Riabbassò il volto, si girò attorno un'occhiata di esame, e lenta, sulle punte dei piedi, pallida, affranta, ritornò nella propria camera senza darle nemmeno la buona notte.

Il gatto dormiva sul letto.

Andò a sedersi sulla sedia presso il capezzale, reclinandovi la fronte. Avrebbe voluto piangere, ma la tempesta dei sentimenti era così furiosa, che non lo poteva. L'amarezza dello sdegno vinceva in lei la pietà del dolore. Di quando in quando un lamento angoscioso sorgeva dall'altra camera, senza che la fanciulla lo avvertisse, poichè si lagnava ella medesima. Il suo pensiero urlava in quella tempesta colla disperazione del marinaio, che insulta l'uragano troppo tardo ad ingoiarlo, la raddoppiava, la inferociva; le tenebre non erano abbastanza nere, i lampi abbastanza sanguigni, e la folgore brontolava appena come un cane da pagliaio. Avrebbe voluto che le onde fossero state di piombo, che le raffiche avessero avuto la ruina delle onde, per ruggire in quella procella, disperdervi il mondo, disperdendovi sè stessa. Le nubi addensatesi nella lunga sera si squarciavano d'un tratto, risolvendo tutto il temporale in uno scoppio. Quindi le pareva che i giorni della sua vita le piovigginassero sull'anima come sopra un cadavere, così che ella poteva contarne tutti i colpi, mentre un gran volo di corvi dagli occhi gialli le passava sulla testa e, mozzandole col vento delle lunghe ali il respiro, si allontanava.

Che le importava di morire?

Da gran tempo vestiva sempre di nero, portando così il lutto della propria giovinezza. Morire...; poi tutti i cancri non sono al petto, ella ne aveva uno nell'anima.

--Morire,--ripetè levandosi nell'attonitaggine della prostrazione:--per causa di lei?!

Invece andò alla finestra; il fanale apriva sempre nella strada quel solco lucente, vi si incantò.

--Pare un pugnale piantato nelle tenebre.

A poco a poco il vento di quella tempesta si acquetava, ma, riacquistando la coscienza della realtà, ella non conosceva quasi più la propria camera. Le pareva più piccola e miserabile, una vera prigione, nella quale l'avessero chiusa tutta la vita per rubarle nel mondo la fortuna di un trono. E allora un orgoglio smisurato le gonfiò il cuore, una nebbia di iridi le avvolse il pensiero, mentre il pensiero le si drizzava come un serpente sulla coda. Pallida, le narici frementi, guardò attraverso il muro di sassi il letto della mamma atteggiata di sofferenza, poi dilatando le pupille passò oltre, si spinse al di là, nel buio, come il raggio del fanale, alzandosi sempre, crescendo di statura; e quando fu gigante, col fremito dell'onnipotenza nei muscoli, col coraggio dell'infinito nel cuore, e i suoi occhi ebbero sfondato il mistero della paura, vinta la paura del mistero, erse la testa e, scrollandone poderosamente i ricci più neri della notte, con un gesto pazzo, titanico, sublime, scagliò nell'avvenire, invano minaccioso di oscurità, il guanto del duello:

--No.

II.

La mattina seguente Ida si alzò prima del solito. Poichè l'aria era tiepida e il cielo del più bel sereno, volle uscire dalla camera, ove passava la maggior parte della giornata sempre sola. Traversò sulla punta dei piedi quella della mamma, buia ed ancora più fetida. La mamma dormiva quietamente.

Scese, spalancò la finestra della cucina e rimase all'inferriata, respirando con avidità l'aria e la luce mattinale. Il cortile era sempre il medesimo, ma in quella ora mattinale, così chiuso da ogni lato, meno all'angolo lambito da quel sentiero montanaro, sembrava come un piccolo recesso, nell'ombra e nel silenzio del quale si attenuassero gli echi e i riverberi dell'alba. Il terreno pareva bagnato, i muri più lebbrosi; il fico curvava sempre i rami, simili a una capanna sfrondata, sopra la panchina del muro.

Ida ne guardò lungamente le lastre di fiume, nerognole e pulite; il muro della casa faceva loro da spalliera, l'aria era tiepida. La fanciulla aveva in tasca una piccola edizione di Leopardi, aperse la porta ed uscì. Ma sebbene l'alito del vento fosse caldo, la terra, i muri della casa, i rami del fico, i sassi della panchina, l'ombra del cortile trasudavano una frescura, che penetrava carezzevolmente la fanciulla. Il pallore le si faceva più opaco, mentre i muscoli le si irrobustivano nei primi brividi dell'irrigidimento, e di sotto alle vesti, attraverso alle vesti, un refrigerio gelato le si insinuava nelle vene a purificarle il sangue troppo ardente. Un ronzio insensibile aliava fra le foglioline della mortella, lucenti all'azzurro del cielo e incoronanti come di sorrisi l'astiosa lividezza delle ortiche; la terra alitava il proprio profumo, e persino la buca delle felci, in quel canto, sembrava soffocare ogni disgustosa fiatosità sotto uno strato polveroso di spazzature.

La fanciulla era così immersa nella propria lettura, che non udì un passo di cavallo scendere verso il cortile per quel sentiero nascosto e fermarsi ad un vano della siepe. Cavallo e cavaliere guardavano verso di lei, ma la testa dell'animale, leggiera e piena di fuoco, sarebbe parsa anche ai meno intelligenti assai più bella della testa dell'uomo. Il quale, aspettandosi ad ogni momento di essere sorpreso in quella sorpresa, sembrava prepararsi già alla difficoltà dei primi complimenti, colle labbra contratte ad un sorriso di bonomia e lo sguardo acceso da una passione sanguigna, appena frenata da una confusa coscienza d'inferiorità. Ma questa grave preoccupazione non gli correggeva nè la posa sgarbata di cavallerizzo montanaro, nè l'atteggiamento anche peggiore del cappello nero, a larghe tese, rigettato sulla nuca e calcato sugli orecchi, così che la sua testa già volgare diventava quasi ignobile.

Senonchè il cavallo rattenuto nella scesa, sopportando gran parte del proprio peso e tutto l'altro del padrone sulle gambe davanti, alzò una zampa ed urtò in un sasso. A quella percossa la fanciulla alzò il capo, e trasalì impercettibilmente.

--Buon giorno,--disse.

--Buon giorno,--rispose l'altro, cavandosi il cappello e frenando il cavallo che saliva per il vano della siepe.

--Turno!--esclamò Ida, guardando con ammirazione il bel cavallo maremmano:--Lo lasci entrare.

--Ritorno adesso dalla Roccaccia, c'è la vecchia fattoressa che sta male. Ih! me ne ha quasi fatta una delle sue, stamattina, Turno. Ha troppo sangue, fortuna che è buono quanto un agnello, altrimenti ci sarebbe da accopparsi con questo ragazzaccio. Non ha che sei anni, ed è di una razza, che sono tutti più o meno mal sicuri; forti, ma mal sicuri.

E si fermò a mezzo, indovinando nell'occhio della fanciulla un sorriso d'ironia.

Ma la fanciulla accarezzava già colla mano libera il muso della bestia, la quale, usa alle pallottole di zucchero, gliela lambiva colle lunghe labbra nere.

--Non l'ho, ghiottone,--gli ripeteva percotendolo amabilmente sulle narici, senza occuparsi del cavaliere.

Questi sentì finalmente la goffaggine del proprio imbarazzo, e le chiese della mamma.

--Avrei potuto visitarla ora.

--In questo momento è forse di già desta.

Egli scese pesantemente, si accomodò senza un pensiero della fanciulla i calzoni, rattrattiglisi all'inforcatura dal cavalcare, si stirò le gambe, e legate con un nodo da contadino le redini alla inferriata:

--E fermi!--proruppe, abbassando sulla groppa di Turno, che s'impennò, la bacchettina di siepe, che gli serviva di scudiscio. La fanciulla ebbe appena il tempo di cansarsi, e ritornò alla panchina.

--Come stanca l'andare a cavallo!--egli disse sedendosi. Ida gli gettò uno sguardo. Il dottore era sempre così impacciato, coi gomiti sulle ginocchia e gli occhi alle punte delle scarpe, come per leggervi le parole; taceva. Poi le sbirciò la testa abbandonata sul muro, e correndole indiscretamente cogli occhi dal seno, ancor più gonfio in quell'atteggiamento, su tutte le forme, le risalì d'improvviso al volto. Ida guardava nel vuoto. Allora si sentì coraggioso; le posò la mano sulle mani in grembo, e, pigliandole il libro, ne esaminò il titolo.

--È di una tristezza! Lo leggeva da studente. Però è stato un grand'uomo.

--Lo dicono.

--Non ne sarebbe persuasa? capisco che lei studia.

--Grande!--replicò la fanciulla coll'accento altero di chi sa di essere incalcolabilmente superiore nella discussione e pretende di avere bene approfondito il proprio soggetto.

Quindi raccogliendosi seco stessa in un'altra meditazione, si avventò contro Leopardi. Lo aveva sempre giudicato antipatico, troppo più piccolo della propria gloria. Egli aveva negato quanto non gli era toccato, l'amore, la virtù, la gloria, ma rimpiangendole quali la gente le desidera, pronto a venerarle incontrandole per caso. La sua negazione valeva l'affermazione degli altri, due volgarità. Come i pittori greci dipingevano solamente con quattro colori, egli aveva appena due o tre note; de' suoi tempi e de' suoi contemporanei non aveva conosciuto che Nerina e Silvia, due ragazze da nulla. La sua infelicità tanto vantata non era più niente paragonandola con quelle di Manfredi e di Faust, poichè l'uomo che si lamentava in Leopardi era l'uomo di tutti i secoli, infastidito delle miserie ordinarie della vita; mentre l'uomo di Byron e di Goethe era del nostro tempo, un sovrano annoiato di tutti i piaceri, un dio nauseato della propria potenza, che sentendosi più piccolo della propria creazione avrebbe voluto nel medesimo tempo distruggerla, e non rimanere quindi solo. Ma la fanciulla, che come Manfredi credeva di avere riportato dal fondo della vita il sentimento della doppia impossibilità di vivere e di morire, si imbrogliava seco stessa in questa muta e violenta analisi; quindi per liberarsene scoppiò improvvisamente a dire:

--Non ha _humour_, guardate i _Paralipomeni_; non ha lirica, leggete la _Ginestra_, prosa poetica e non filosofica; non ha passione, passione vera, prepotente, esaminate il _Consalvo_, sentimentalismo clorotico. È morto...

--È morto vergine,--interruppe con accento sornione il dottore, barattandole il pensiero e guardandola nelle pupille per farla arrossire; ma ella che capì la maligna intenzione, invece di evitarla dilatò gli occhi neri, e rispose alla sua occhiata con uno sguardo così audace, che toccò al medico di abbassarli. Però egli non era più così impacciato dopo quelle ultime violente parole contro Leopardi che, svelando le tendenze letterarie della fanciulla, la impicciolivano nel suo concetto della vera donna, la quale non deve essere che madre ed occuparsi dell'andamento della casa.--Fumi di scuola!--pensava:--al primo arrosto ella lascia il fumo e si attacca alla carne.

Questo scherzo silenzioso lo fece sorridere, ma il silenzio troppo prolungato di Ida lo avrebbe ancora imbrogliato, se un rumore interno dalla cucina non veniva a destarli. Era la Ghita, che scorgendoli seduti sulla panchina, così nascosti a tutti gli sguardi e vicini che si toccavano colle vesti, non potè frenare un gesto malizioso.

--Ha fatto buone visite stamattina, signor dottore?--chiese appoggiando la testa all'inferriata.

--Una.

--Lunga eh?

--Così, così:--rispose sullo stesso tono.

La fanciulla si alzò indispettita.

--A quest'ora la mamma è desta senza dubbio, se lei vuole vederla; ed entrò per la prima. Egli la seguì, scambiando un sorriso colla Ghita nel passarle davanti. Salirono le scale.

--Che puzza!--esclamò entrando nella camera:--bisogna aprire la finestra. No, no, anderò io;--ma la fanciulla rossa in viso dalla vergogna gli rispose fra i denti.

--La non s'incomodi, guardi pure alla mamma.

Questa, scorgendo il medico, aveva già cominciato a gemere colle lagrime negli occhi, quasi per volerlo commuovere collo spettacolo della propria infelicità e strappargli alla fine il rimedio. Egli s'appressò sbadatamente al letto, come tutti i medici che, avendo già dichiarato il caso fallito, vengono solo per mostra. Le fece le solite domande inutili, cui ella rispose con voce piagnucolosa, lagnandosi dell'aria fresca, che entrava dalla finestra e poteva farle male; ma il dottore disse recisamente di no, e allora tacque.

--Guarirò?

--Col tempo.

--E tu?... dammi dunque il fazzoletto,--si rivolse alla fanciulla.--Dio! come sei disadatta! Ti sei incantata nel signor dottore?--proseguì barattando con lui un'occhiata.

Ida si chinò a raccogliere la pezzuola poco pulita, stentando a piegarsi entro quell'abito troppo attillato, che era lo scandalo del villaggio e la guantava superbamente dal seno sino sotto l'anca.

--Guardate come si vestono adesso! paiono dentro a un sacchetto. Lo guardi, signor dottore, che oramai si rompe. Se ai miei tempi avessimo vestito così, ci avrebbero tirato i pomidori. Adesso è tutto moda e progresso.

--Bene, bene, ai vostri tempi!--egli entrò per proteggere Ida visibilmente impallidita.

--Che cosa importa poi che tu diventi verde? Ci vorrebbe più giudizio invece di studiar tanto.

Ma Ida, che soffocava dalla umiliazione, stentando a rattener le lagrime, accennò di ritirarsi.

--Va pur là: tanto ho bisogno di dir due parole al signor dottore;--ed appena scomparsa la ragazza:

--Faccio così, ma in fondo poi è una buona pasta. Se non era suo padre con quei maledetti libri!

Il dottore sedette famigliarmente al capezzale col fazzoletto in mano. Sembrava che aspettasse una parola favorevole e che, indovinandola di già, nella superbia della riuscita non se ne preoccupasse quasi più. L'ammalata tornò ai lamenti.

--Soffrite?

Ella non rispose, quindi:

--Ma è proprio vero, signor dottore?--me lo disse ieri sera la Ghita.

--Ne avete parlato coll'Ida?

--No; mio Dio! vi ringrazio, perchè è proprio una fortuna;--e seguitò perdendosi in tali effusioni, che finirono per sconcertare anche lui, all'apparenza non molto sensibile. Ma l'ammalata parlava sempre con voce più affaticata, così che egli dovette ordinarle di tacere.

--Vuole che la chiami adesso?

--Per carità! credete che accetti?

--Accettare?... vorrei vedere io!

--Allora aspetterò la risposta dalla Ghita prima di mezzogiorno. Ho da fare altre due visite!

L'inferma abbandonò stancamente la testa contro il muro, ed ammiccando gli mormorò con accento di malinconioso rammarico:

--Bei tempi quando si aspettano certe risposte!

Il dottore si alzò.

--Andiamo, datemi la mano, oramai sono più che il medico.

--Aspetti, mi faccia il piacere, mi chiami lei Ida. Glielo dico subito, che lei non è ancora fuori di casa. Povera ragazza, ne sarà tanto allegra!

Egli bussò discretamente alla sua porta.

--La mamma chiama. Buon giorno, tornerò poi stasera,--si rivolse.

--Prima! prima!

Egli uscì così ilare, con un'aria così leggera malgrado la incipiente convessità del ventre, lanciando una tale occhiata di superiorità alla fanciulla, che questa rimase incantata sulla soglia a guardargli dietro:

--Ti piace? Vieni qui, te lo dico subito: ti ha domandata per sposa.

Ida si distrasse appena.

--Oh!--esclamò la madre ripetendo la frase:--Che cosa fai lì? Ti ha domandata.

--Ebbene?

--Ebbene che cosa? È una fortuna: vieni qui, ti piace?

--No.

--È lo stesso.

Ma la fisonomia troppo seria della fanciulla all'annunzio di quella grossa fortuna di sposare il dottore, che aveva tremila franchi di paga e quarantamila lire del proprio, cominciava ad inquietarla; mentre Ida collo sguardo sonnambulo, quasi non la intendesse, ed aveva inteso benissimo, pareva intenta ai rumori di un altro sogno lontano.

--Sei imbecillita stamattina, che non capisci?

--Ho capito: no.

--No?!--e fece uno sforzo per levarsi sentoni, che le procacciò un'acutissima ferita.

Ida si era seduta, osservandole in volto lo scoppio della tempesta, ma questa volta s'ingannò. Il colpo era stato così forte, che l'altra invece di resistervi ruppe in pianto, nascondendosi il viso nelle palme. Piangeva a singhiozzi con tale evidente dolore, che la fanciulla volle calmarla, e le disse queste strane parole:

--Vi comprendo: secondo voi sarebbe la fortuna, per me no. Vivrò peggio: che cosa può importarvi il modo come io finisca?

--Ma sei matta?... il dottore?

--Il dottore, e poi? invecchiare in questo paese, non essere mai capita, fargli le calze, fargli forse la minestra per dieci o vent'anni... Ma allora è meglio gettare la propria vita dalla finestra, gettarla nel nulla. Imbecille!--seguitava riscaldandosi:--doveva pure aver compreso che un pari suo non poteva piacermi. Mamma, sentitemi bene: è inutile che vi ostiniate; il dottore non lo sposerò mai, dovessi cercare l'elemosina.

--Perchè? perchè?

--Perchè?! ve l'ho pur detto! non mi capireste.

--Sei matta,--insisteva con voce man mano più stizzosa: chi sei? che cosa vuoi?

--Che cosa voglio?--proruppe:--Voglio la vita.

L'altra, che non comprese, tornò ad aprire gli occhi sospirando:

--La mia Madonna! come ho mai da fare? Sei già una disgraziata! E io che gli ho promesso la risposta prima di mezzogiorno!

--Risponderete di no.

--Di no?

--Badate,--proseguì levandosi con un gesto risoluto.

--Che cosa farai al mondo... da te sola?

--Quando non si può vivere, si muore. Badate, vi ho detto: no. Sono giovane, non sono bella, ma posso divenirlo,--e lo sguardo le corse sprezzante sui poveri abiti:--vi parrò matta, e invece calcolo benissimo, solamente voi non potete comprendermi. O la vita, o la morte. Il dottore sarebbe la morte, e adesso, a vent'anni, col mondo davanti, ve lo dico: no, no!

Quindi si volse per ritornare nella propria camera soffiando un'aria del _Roberto il Diavolo_. Sull'uscio incontrò Atta Troll.

--Non è vero, amico? tu sei aristocratico, tu mi capisci.

III.

Quella mattina Ida la passò nella propria camera, anzi per non essere disturbata, vi si era chiusa a chiave. Una violenta preoccupazione esercitava il suo spirito. Quell'ultimo no, risposto alla mamma, era stata la più seria parola della sua vita, e quindi la rimeditava come un duellista ripensa nella notte l'audace alterezza della propria sfida. Ma se la mamma non lo aveva compreso, ella medesima, approfondendolo, sentiva annebbiarsi la fredda limpidezza della ragione. A vent'anni, senza posizione, oramai orfana, rifiutava la mano del più ricco signore del paese; e perchè? Lo capiva, ma non sapeva darsene la formula.

Pensava, risaliva il corso della propria vita, per non discenderlo verso l'avvenire brumoso di affascinanti e terribili incertezze. Quel no lo aveva pronunciato con voce vibrante, il cuore grosso di orgoglio, quasi avendo d'intorno tutto il mondo ad applaudire il suo eroico coraggio di fanciulla; lo aveva mille volte ruminato nel silenzio della propria camera, di notte, quando l'ombra si popolava di larve e le tenebre si diradavano sulla soglia di un mondo lontano; e nullameno le era sfuggito nella inconscia risoluzione di un momento supremo. Aveva arrischiata la vita alla posta di un giuoco sconosciuto, ma tanto più tremendo, che la posta poteva tardare di molto a risolversi; quindi soffriva le prime febbri del dubbio in un tumulto di affetti e di ragionamenti.

Tutte le energie della sua volontà e delle sue passioni battagliavano intorno a questo no, che il buon senso batteva col flagello della propria volgare ironia, mentre ella seguiva le vicende di quella battaglia in sè medesima coll'ansia immemore dello spettatore, che si perde in una troppo acuta attenzione.

Era sola. La mamma, il medico, il villaggio co' suoi costumi, i suoi giudizi, erano scomparsi; nessun'eco la infastidiva, nessuna voce la irritava. Era ben sola con sè medesima, in faccia alla propria risoluzione, col sentimento tragico della sua grandezza e l'affanno compresso di vere, indeterminate e forse invincibili difficoltà. Si accorgeva che, pure fortificandosi in questa decisione, non guadagnava nulla sul futuro, ma il cuore le si alzava sotto le strette della paura, mentre il pensiero le si spingeva innanzi come un segugio a cercare il nemico. Si esaltò ancora, prese quel no e, considerandolo come lo scrittore rivoltola fra le mani la prima copia del suo primo libro, lo ripetè sonoro ed aggressivo. No era stata l'arma delle sue battaglie sempre perdute, ma dalle quali era uscita sempre illesa, cosicchè nella propria vanitosa erudizione scolastica usava paragonarsi ad Isada, lo spartano, che balzò nudo dal bagno a combattere per le vie di Sparta la splendida ed inutile audacia di Epaminonda.

No! Se quando bambina si affacciò al mondo dal ventre della madre le avessero chiesto: Vuoi entrare? ecco forse il solo no, che non avrebbe pronunziato. Ida amava la vita e, benchè l'avesse sortita in un ambiente ingrato, vi si era abbarbicata colla incontrastabile tenacità di quelle piante selvatiche, che spuntano fra le fessure delle rocce e le allargano.

Era nata trovando un padre, una madre, un fratello. Così piccina la dissero subito incomoda; la mamma le dava mal volentieri il latte e, quando ella piangeva per la fame, la dichiarava la più cattiva delle bambine del mondo. Il padre non la guardava mai senza accusarsi dell'errore di esserle padre, e il fratello di quattro anni aveva già per lei tutto il disprezzo di un primogenito.