Part 19
--Cossa vi ha indovinato quando scriveva la parte di Silio nella _Messalina_: sei bello, ma vile! Avete paura che non vi renda quella lettera e la mostri a Buondelmonti?
Ma ella si arrestò e, colorandosi di un rossore improvviso, come lanciata da uno scoppio di passione, gli si avventò al collo, gli prese il volto con ambo le mani e divorandoselo degli occhi con rabbia amorosa, mentre glielo scuoteva come quello di un bambino:
--Che m'importa,--proruppe,--se egli è un soldato di ventura, che rubi agli uomini in tempo di guerra e si faccia mantenere dalle donne in tempo di pace? Buondelmonti è un imbecille: se non fosse un capitano, potrebbe essere un facchino; sarà per questo che la contessa Ceri lo paga. Tu credi che io lo ami? Non ti sei accorto che faccio per attaccarti un po' del mio male con questa gelosia ridicola? che amo te solo?... e tu credi! Oh!--esclamò colla voce piena di singhiozzi, intanto che il conte indietreggiava stupefatto per comprendere meglio quel brusco impeto. Ma la fanciulla, che non lo vedeva convinto, lasciando la presa con un gesto sublime di disperazione fu per voltargli le spalle.
--Guardate,--fe' rattenendola per un braccio e presentandole la lettera con un ultimo tremito.
Ella la ghermì avidamente. La contessa Ceri aveva pagato quel cavallo a Buondelmonti, impegnando per quattro mila franchi di gioie al Monte di Pietà, come se ne era confessata col conte. Egli, che era stato uno dei suoi capricci più effimeri ed era poi sempre rimasto con lei in una amicizia di piccoli servigi e di grandi confidenze, aveva dovuto andarla a trovar la mattina stessa del duello. La contessa furiosa scriveva una lettera a Buondelmonti, rinfacciandogli tutto, minacciandolo persino di dire tutto al marito; e il conte Enrico aveva cercato di placarla senza ottenere nulla in quel momento di esaltazione gelosa, mentre essa non si era nemmeno accorta, leggendogli quella lettera, come gliene pigliasse dallo scrittoio, distrattamente, la prima copia macchiata largamente d'inchiostro. Ma la contessa, malgrado ogni rimostranza, aveva mandato quella lettera al capitano.
Il conte Enrico ne sorrideva ancora:
--Che fate?--le chiese meravigliato, vedendola bruciare la lettera sul candeliere.
--Vi salvo: questa lettera avrebbe finito per compromettervi: d'altronde è così terribile, che la so quasi a memoria--aggiunse con uno strano sorriso.--L'avreste mostrata a qualcuno, la contessa avrebbe negato, molto più che è senza firma, Buondelmonti calunniato atrocemente vi avrebbe ucciso. Non lo voglio.
Era ritornata blanda e carezzevole: gli si appressò adagio con una sommissione da cavalla, lo prese per mano, lo condusse alla poltrona, poi sedendogli sulle ginocchia gli diè un bacio sulla fronte.
--Non lo voglio che tu sia ucciso,--ripeteva con una specie di singhiozzo,--ti amo troppo, ti amo troppo.
--Mi ami?
--Cattivo!
Il conte inebriato, violentato da quell'abbraccio inatteso, le copriva il collo di baci, l'accarezzava, se la stringeva sul petto, soffocando dalla felicità, che gli alzava le spalle e gli faceva aprire la bocca con una oppressione ineffabile. Ma fu un lampo, la fanciulla gli sfuggì robustamente, scattò in piedi, cogli occhi ancora lagrimosi, le labbra tremanti.
--Andate, andate.
--Ida...
--Andate, no, Enrico: andate...
Egli fe' un passo, ella più pronta si gettò al campanello e suonò.
--Domani?
--Domani.
Allora un impeto di superbia lo sconvolse: Ida era già alla porta della propria camera.
--Mai!?--le gridò dietro con un gesto grazioso ed il viso sfavillante.
Ella si rivolse sorridente, felice, diede al proprio sorriso lo splendore di un razzo, e senza rispondere disparve.
Il conte aveva vinto. Quindi per una idea subitanea, poichè il valletto tardava a comparire, volle un trofeo; si guardò attorno, corse su tutti gli oggetti per prenderne uno e riportarglielo l'indomani, ma dopo averlo conservato tutto la notte e riveduto al mattino colla gioia dei fanciulli, ai quali la vecchia ha portato il regalo per il camino. Gironzò, andò a tutti i tavoli, al camino ingombro di ninnoli, alle pareti, alle due scarabattole degli angoli, sulle quali si ammucchiavano a piramidi le bagattelle, le rarità, i capolavori senza nome; ma fra tutta quella folla bella e deforme di capricci non ne trovò uno solo col significato del momento.
Il valletto attendeva rispettosamente sulla porta.
Allora il conte si diresse ad un ombrellino di porcellana mezzo aperto, inchiodato nel muro, dal quale sorgevano molti fiori appassiti, esaminò molti ritratti in cento pose, di cento grandezze, in cento cornici, di Ida in amazone, in veste da camera, scollacciata, in costume, e nessuno gli piacque, e quel capriccio improvviso gli diventava una necessità, che lo esilarava. Vi si ostinò, tornò a cercare, finchè voltandosi vide il valletto, che lo osservava. Si sentiva allegro, la gioia lo illuminava, gli pareva di ridiventare ragazzo alla prima avventura. Il gabinetto aveva una misteriosità profumata, una curiosità di tutti quegli oggetti coalizzati contro di lui. I quadri e le figurine di Sassonia si ammiccavano nell'ombra, le porcellane rompevano in scoppi di sorrisi rutilanti, il canarino, che aveva udita tutta la conversazione sospeso fra le tende della finestra, lo seguiva colla testina dorata, aspettando forse di coglierlo in fallo per gettargli la sua beffa in un trillo. Ma il conte tornò alla poltrona, sulla quale Ida lo aveva ricevuto, e scorgendo i libri sul tavolino di lacca, li esaminò: un romanzo di Zola, un volume della _Psicologia_ di Spencer, _De Virginitate_ di S. Ambrogio. Quest'ultimo lo fece ridere addirittura, senonchè alzandolo vi scorse sotto un pugnale piccino come uno spillone, colla lama lucida al pari del cristallo e il manico di oro. Ida se ne serviva da tagliacarte. V'era un motto sulla lama:
--_Nulli parcit._--
Depose il libro e si tenne il pugnale.
--Bah!--mormorò nel pensiero,--_nulli parcit!_, come il «mai»: manìe di tragedia, che finiscono in farsa.
III.
Jela era rimasta alla finestra, guardando la sera salire sulle falde delle ultime colline. Dall'altezza del suo bel palazzo, sola nell'appartamento, nella stanza oramai buia, il pensiero le si oscurava malinconicamente come la campagna lontana, nella quale il verde fanciullesco della primavera svaniva tra il vecchio grigio del crepuscolo. Era un paesaggio smorto, diluito entro una nebbia finissima, lacerata ancora dalla massa biancastra di una casa o dal profilo sinistramente bruno di un albero. Poi la nebbia si ammucchiava all'orizzonte, come sbuffata da un cratere invisibile, ed avvolgeva le colline, mentre i campi, livellati sotto l'ombra, parevano allontanarsi colla inclinazione uniforme di un lago pieno di una vegetazione silenziosa.
Jela alzò gli occhi; quel sereno così freddo e deserto le fece male. Colla mano guantata si strinse la capparella al seno, fece colla bocca una moina delicata e seguitò a pensare. La sera, bagnandola nel proprio umidore, la calmava in un'attonitaggine, che aveva la stessa incertezza di quell'ombra. Colla nuca appoggiata allo spigolo della finestra e il volto all'altezza del davanzale, senza un'attenzione per la strada, dalla quale si alzava un sommesso rumore di passi, seguiva col grande sguardo violetto quel digradamento della luce, digradando ella stessa in un abbattimento muto, senza trapassi di resistenza nè vertigini di cadute. Nella stanza il buio era così denso che lo specchio si era spento. Quindi a poco a poco ella si assopì. Il rumore della strada si era fatto più discreto, come di ombre vagolanti tra i fanali allineati fin lontano rompendo il buio del selciato con certe pozzanghere di chiarore, le quali rimbalzavano sui muri all'altezza più che di un uomo; e al disopra l'ombra calava dai tetti, sospesa ancora sulla strada, comprimendone l'altezza. La frescura troppo umida cominciava ad avere delle vibrazioni, che le scendevano nelle carni, delle ondate, che le si rompevano negli occhi. Poi un vento gelato la destò di soprassalto, e Jela si trovò ancora dinanzi a Ida come due ore prima nel salone della lotteria, fra un crocchio elegante, che la guardava ironicamente. Jela tremava ancora, ma Ida conservava la stessa calma teatrale, voltandole le spalle colla tranquillità di un avventore.
Ella che si era recata così gioiosa alla lotteria! Aveva indossato il nuovo abito di saia turchina, un costume immaginato colla contessa Guelfi, con una casacca da uomo che le serrava la vita incrociandosi sul petto, e quattro tasche piene di sigari e di sigarette. Poi aveva nascosto i capelli biondi sotto un cappellino tondo, birichino, colla fibbia di acciaio e la penna: un colletto dritto e largo acconsentiva tutta la delicata mollezza del suo collo, e intorno ad esso svolazzavano due grandi capi di una sciarpa turchina; la gonnella stretta a pieghe e rattenuta sul fianco sinistro da un gancio d'argento, cadeva sugli stivaletti bianchi, alti, che disegnavano due piedi e due caviglie adorabili. Una correggia a bandoliera reggeva tutta la sua piccola bottega di sigari e di fiammiferi. Jela era una tabaccaia e girava su e giù per il salone della lotteria festonato, la notte illuminato da tre grandi lampadari a gocce di cristallo, che s'accendevano come tre bracieri dalle fiammelle multicolori, dandogli un'aria da teatro, con tutta la gente che lo riempiva aggruppata intorno ai banchi delle venditrici, le più belle signore, rivaleggianti di grazia e di lusso, di avventure e di avventori.
Jela, che non si sentiva forte a spirito, aveva scelto quel piccolo commercio e vi era stata fortunatissima. La sigaraia entusiasmava. Entrava avvolta in una capparella quasi bianca, un'audacia di fanciulla, che il successo aveva giustificato, e che con quella pettinatura e quel costume la rendeva singolarmente vivace. La sua fisonomia forse troppo delicata e signorile assumeva una grazia popolana, una piccola energia di scappata, con un ardore roseo sulle guance, un'ilarità cristallina negli occhi. Non sapeva che ridere, sorridere, inchinarsi, ma le sue mani erano così piccine quando offrivano un sigaro, era così piacevole fermarsele innanzi e cacciarle a soqquadro la piccola bottega, che pochi vi resistevano. I suoi incassi facevano disperare le compagne, mentre la contessa Guelfi, che non era stata accettata fra le venditrici, ne gongolava, appropriandosi i due terzi del trionfo.
Jela era fuori di sè, si divertiva, si perdeva. Tutti i giovani più belli e alla moda le si serravano intorno in un cerchio mobile: riceveva un complimento ad ogni sigaro, i desiderii le si accendevano innanzi colla spontaneità dei fiammiferi, forse non durando di più, ma con una luce egualmente gaia e senza infiammare l'atmosfera. Ormai non parlava più di altro a casa, collo zio, colla zia, aveva sempre qualche aneddoto da raccontare, qualche piccola difficoltà superata, qualche audacia indovinata o cansata; poi sorrideva arrovesciando il capo con quella sua grazia di angelo monello. Solamente fra quei lumi, i fiori, le minime botteghe delle venditrici, quella folla educata e chiassosa, un incanagliamento aristocratico di un buon gusto forse equivoco ma pieno di acri profumi e di sapori carnali, ogni tratto il rosso delle gote le si smorzava ed un impaccio la investiva per tutta la persona incontrandosi nel capitano Buondelmonti, il più colossale e nullameno il più bel soldato del proprio reggimento; il quale la guardava con una sfacciataggine incredibile, ma di cui ella sola si accorgeva.
Sulle prime le era dispiaciuto questa specie di predominio brutale, poi lo aveva cercato involontariamente. Aveva tanto inteso a dire che Buondelmonti era il più bell'ufficiale della città, uno spadaccino e un donnaiuolo terribile, che la sua piccola immaginazione se ne era riscaldata. Lo sbirciava con un'ammirazione paurosa, non osando nemmeno dirsi tutto su quell'uomo, che avrebbe potuto sollevarla per giuoco sul palmo della mano.
Ma Buondelmonti, che si era accorto della buona impressione, le faceva la corte comprando qualche sigaro, che pagava sempre venti lire, e permettendosi spesso di accompagnarla in giro scherzosamente. Allora Jela si sentiva ancora più rimpicciolire, con una paura piena di soavità e una incertezza di moti e di parole fra quella gente, che la fermava ad ogni passo e alla quale bisognava pur rispondere, mentre ella cercava di farlo palpitando di vanità appena le paresse di aver trovato una risposta o avanzato un passo più presto. Se non che Buondelmonti, troppo guasto dall'abitudine delle donne facili per capire la grazia di quell'armeggìo, insisteva forse meno per capriccio galante che per la compiacenza di essere preferito dalla contessina Alidosi, una delle più grandi signore della città.
--Convenite però che è bella,--gli aveva detto la contessa Ceri, la quale vendeva i liquori nel caffè della lotteria, e colla quale si andava raccomodando.
--Per ora non posso: conoscete il mio modo di giudicare le donne.
--Quale?--calcò la contessa, che lo sapeva benissimo:--dopo una rottura?
--Sarebbe esigere troppo.
La contessa aveva trovato quel motto da caserma spiritoso, ma Jela, che sapeva della loro relazione, aveva provato il morso di un dispetto vedendoli assieme.
Quel giorno Jela era anche più gaia. Aveva girellato per gli scompartimenti delle venditrici sempre seguita da un gruppo di giovanotti, interessandosi a quelle piccole vendite così assurde di prezzo e talvolta, ma rado, così preziose di brio. Benchè la luce s'oscurasse nel salone, non si erano ancora accesi i lampadari, e quell'ora crepuscolare metteva nelle botteghe quasi una verità di chioschi lungo una strada, quando il giorno cade e la gente si rarefà. Le venditrici in piedi o sedute, usando dimestichezze deliziose, levavano ogni tratto una voce d'incanto e ridevano sonoramente, sorvegliandosi con occhiate scintillanti, facendosi più belle con uno sforzo di vanità a piacere. Quindi si udivano gli scoppi del bersaglietto dove una signora caricava ed offriva le pistole, i fiori olezzavano, il trillo nasale di una tromba da bambino dominava per un istante lo schiamazzo, poi lo schiamazzo cresceva, una ressa momentanea l'animava, perchè il pubblico a quell'ora non era più che di eleganti, una minoranza nella quale tutti si conoscevano. Molte mani si alzavano per ghermire un giuocattolo, e le risa stormivano con tinnii cristallini fra le note in falsetto, le parole tronche, le esclamazioni prolungate: ricominciavano da ogni lato nell'ombra, sprizzando fra la luce, di banco in banco, mescendosi, alzandosi, rumoreggiando, per ricadere in una cascata di zampilli, sparpagliarsi con un volo leggero di libellule, raggrupparsi ancora e risorgere.
Jela colla capparella bianca sulle spalle e la cassetta al collo girava nella folla, presa fra quella allegria, che le ricordava certe chiassate al convento, sorridendo di felicità quando vendeva dieci franchi uno zolfino e metteva la mano nel borsello ricamato delle sue grandi cifre in argento e la corona di contessa, per lasciarvi ricadere il denaro. Il borsellino già gonfio le batteva sopra un fianco. La marchesa di Renzuno, che a forza di istanze aveva dovuto accompagnarla quel giorno, rubandosi ad un altro comitato di beneficenza, il quale le dava una pena infinita per la inerzia degli uomini e la indisciplinatezza delle signore, osservava tratto tratto la folla, congratulandosene seco medesima come di un proprio affare.
--Mio Dio! marchesa, rovinate il mio piccolo commercio: mi avete mangiato tre fragole,--esclamò la baronessa De Angelis, una bella bruna, grassotta, vestita con buon gusto pretenzioso, vedendole prendere distrattamente un'altra fragola dal panierino di filigrana.
--Ah! è vero, carina.
--Settantacinque franchi di meno: non ne ho più che otto. Perchè non comprate piuttosto quest'uccellino del paradiso? Cento lire.
La vecchia marchesa sorrise.
--Guardate Buondelmonti,--esclamò l'altra,--si accosta alla contessina Alidosi.
--Le fa la corte, ma Jela ha altro da pensare, si diverte troppo.
Infatti Buondelmonti pareva volersele riavvicinare. Ella se ne accorse, e vedendogli il sigaro ormai ridotto ad un mozzicone:
--Un altro?--fe' mostrandogli un lungo sigaro Virginia con un gesto confidenziale.
--Fra poco,--e dovette voltarsi perchè un amico lo chiamava, ma si rivoltò nuovamente. Ida appariva sulla porta spalancata del salone. I primi che la videro, si guardarono meravigliati, ma ella si avanzò lentamente, cercando Jela coll'occhio. Era sola, certamente venuta in carrozza, con quel lungo abito a coda.
Jela, che la scorse quasi subito, si morse le labbra. L'abito color di foglia morta con una leggera guarnizione di foglie secche, rimaste come fra le pieghe della sottana, sapientemente traversate da una increspatura che le disegnava i ginocchi colla vivezza di un colpo di vento, era un capolavoro. La sua figura alta vi si allungava ancora sotto un cappotto grigio, chiuso sul petto e col largo bavero ribattuto, sul quale si attorcigliava il velo bruno del cappellino carico di foglie secche. Era più smorta del consueto, con un'aria più nobile, di una bella tristezza mondana, che la faceva rassomigliare ad un autunno, come lo rappresentano i giornali illustrati. In quei primi giorni della primavera Jela vi comprese una delle solite antitesi favorite di Ida. Il gruppo dei giovani, che la circondava, sussurrò, la marchesa di Renzuno occupata colla baronessa De Angelis non se ne avvide, ma due o tre altre venditrici si sentirono battere il cuore. Il loro istinto di donna le avvertiva di una scena.
Ida s'inoltrava; colpì l'aspettazione destata dalla sua presenza e venne dritto a Jela, che si era fermata inconsciamente nel mezzo di quel crocchio per ricevere l'attacco. Oramai tutti la spiavano. Jela ebbe un brivido, le parve di riconoscere in quel volto la fisonomia tragicamente sconvolta della sua prima notte di matrimonio, quando colla veste di raso nero come le penne dell'aquila, e con una stessa furia stava per rapirle il marito. La fantasia le si abbuiò, si sentì una paura serpere nelle vene colla fredda viscosità di una biscia: poi un palpito violento la scosse. Vide che salutava Buondelmonti, il quale ne rimase impacciato e contento fra quelle signore, e che le si appressava. Il suo abito di seta troppo lungo aveva dei sibili sottili, le scorse una foglia secca sospesa per il gambo, che sembrava staccarsi ad ogni passo, le esaminò il taglio del cappotto, le parve che Ida fosse cresciuta.
Si erano in faccia.
Ida fece ancora due o tre passi, il gruppo si era aperto stringendosi dietro Jela. Ella fu quasi per voltarsi invocando la marchesa, ma era troppo tardi; e come tutto cospirasse contro di lei, si trovavano dirimpetto ad un finestrone, che fasciava tutto quel crocchio in un lembo biancastro di luce. Ida le si fermò dinanzi, quindi cercandosi il portasigarette nella tasca del cappotto:
--Una scatola di fiammiferi,--chiese colla sua voce vellutata, accennandogliela del dito. Il guanto era colore di foglia secca, un'altra foglia le era caduta dal cappellino sulle spalle.
Jela tremava. Quella domanda così semplice le si prolungava all'orecchio col fragore di una cascata, assordante e diffuso. Le teneva gli occhi bassi all'altezza del seno, incantati nel luccichio di un bottone. Passò del tempo o le parve; poi sentì la gente sussurrare intorno, che forse non erano trascorsi tre secondi, e prendendo la scatola, alzò la mano, alzò gli occhi.
--Quanto?--seguitò Ida affrontandola.
--Per voi due soldi.
Fu uno scoppio di fulmine. Tutti sussultarono, ma nessuno parlò. Ida ricevette il fendente sul petto, ma non si mosse, la guardò colla stessa lentezza, poi cercando nel portasigarette ne trasse un bono, lo spiegò, era da mille lire, glielo porse. Jela lo accettò senza capire. Cominciava già a perdere la testa, sorpresa dalla soggezione di lei, che riceveva nel volto bianco come la cima di uno scoglio tutte quelle occhiate ostili. Era rimasta col bono nella mano aperta improvvidamente, non sapendo come o che cosa fare. Tutta la sua paura era risorta, non si ricordava più di nulla, con una sensazione soffocante della gente, che la serrava in un cerchio di curiosità malevole. Poi colla mano stessa, nella quale teneva il bono, cercò macchinalmente il borsello, ma Ida ebbe un gesto.
--Il resto per i poveri.
Ella si scosse. Senza comprendere seguitò a trarre dei biglietti di banca, guardandoli, che non potevano giungere a mille lire.
--Non ne ho...
--Dei poveri?--la interruppe vivamente.--Allora per voi, per i poveri di spirito.
E le volse le spalle. Jela non si ricordava più di altro, solamente di aver pianto due grosse lagrime fra quella gente, che si agitava in un mormorio di risa soffocate; poi aveva incontrato lo sguardo di Buondelmonti, e la vergogna dell'umiliazione era stata così forte che ne era quasi svenuta. Ida aveva fatto un mezzo giro nel salone senza fermarsi a nessun banco. Quindi anche Jela se n'era andata colla marchesa di Renzuno, come passando attraverso una siepe di spini, che le entravano nelle carni.
Adesso non pensava quasi più, sentendo il freddo di una grande irreparabilità agghiacciarle tutta la vita. Un dolore, che non osava di lagnarsi, le si aggrondava nell'anima, mentre cogli occhi fisi nella sera vedeva ancora il bel capitano con un sorriso involontario sulle labbra scambiare con Ida una rapida occhiata d'intelligenza, e rispondere poi agli amici, che gli si accalcavano intorno. La sua piccola testa di gigante si piegava con una compiacenza piena di discrezione, parlando certamente di lei, senza nascondere l'ilarità degli occhi, più insolente di tutto il rumore sommesso e beffardo di quella folla.
Vi pensava, v'era sempre più incantata. Non si rammentava che la marchesa l'aveva lasciata in quella camera, uscendone a furia per cercare il conte o il duca e ricondurglieli, perchè s'intendessero su quel vituperio. Ella si era seduta alla finestra guardando di fuori, ma non vedeva che il capitano. Le pareva più bello e più grande. In quell'abbattimento la sua forza l'attirava come un rifugio: quell'uomo non potrebbe mai essere sopraffatto. Il suo volto angoloso, malgrado la rotondità piuttosto grossa di tutto il corpo, aveva un vigore di arditezza, che incuteva ed ammaliava. Il suo petto era così vasto che due donne avrebbero potuto cadervi e non tremare. Senza pensare alle conseguenze di quello scandalo, che le avrebbe attirato chissà per quanto tempo una ressa di malignità velenose, ella cedeva all'avvilimento di sentirsi sola, abbandonata da tutti in un mondo, che si rideva della sua gracilità, mentre sembrava qualche volta applaudirla per coglierla forse meglio in fallo ed aggiungere l'ingiustizia di una condanna all'ingiustizia di quella ironia.
Il cielo si era fatto più scuro, la campagna affondata nelle tenebre mandava verso la città un roco sussurro di morente. Jela si alzò dal davanzale, e tutta quell'ombra della strada le fece paura; quindi per sottrarsi quasi ad un altro pericolo fuggì fanciullescamente nella propria camera.