Part 18
Ella non gli serrava più la mano, abbandonata. Una seduzione insistente esalava da quella donna ravvolta in una veste di raso, sopra una poltrona di raso, nel torpore di un lungo desiderio, che le socchiudeva gli occhi lasciandole la bocca aperta. Il seno quasi nudo sotto quell'abito, che lo guantava, le batteva con una respirazione forte ma calma, come la faccia, che pareva addormentata sotto un sorriso. Evidentemente la fanciulla non aveva preoccupazioni. Savelli lo comprese di un tratto, e quell'abbandono di ogni difesa lo umiliò profondamente, come un calcolo pietoso della fanciulla per non fargli sentire d'esser vecchio e dargli tutto il tempo di preparare in sè stesso le energie dell'assalto. Fu un tumulto, ventoso, di un istante: il calore dello scirocco si abbassò, le nebbie si sciolsero, il volto gli si imbiancò come i capelli.
Si alzò.
--Me ne vado,--disse, tendendole la mano.
Ella rimase sopra pensieri: Savelli in piedi era diventato anche più freddo. La reazione lo gelava, quantunque in fondo al cuore qualche fiamma gli tremasse ancora e un rombo di sibili gli passasse all'orecchio; ma la ragione aveva preso il sopravvento. Si accorgeva di essere sfuggito a un grande pericolo.
--Avete ragione,--mormorò Ida stringendogli la mano:--sarebbe stata una disgrazia per voi; ma però ricordatevene sempre come della mia più grande prova di affetto.
Savelli ebbe uno slancio di orgoglio, salutò volgendosi per uscire con un passo più elastico, quasi per mostrarle di non essere poi vecchio; ma sulla porta ella lo richiamò.
--Venite qui... più vicino,--disse, tendendogli la fronte,--datemi un bacio paterno.
Egli le si chinò, sorridendo amorevolmente, sulla fronte, e la baciò.
--Adesso eccovi sicuro; addio, papà.
Savelli si fermò meravigliato, indi comprese. Soffocò con una stretta il suo ultimo orgoglio, che in quell'ultimo bacio aveva voluto vedere un dispetto di donna, e partì tutto commosso. Ida era rimasta sulla poltrona; la profonda ruga verticale le apriva la fronte.
--È strano!--sussurrò,--il secondo uomo che mi rifiuta.
La sera, quando Savelli ritornò coll'aria splendente, Ida lo accolse come se nulla fosse mai stato tra di loro; ma egli, che non poteva capire quella suprema indifferenza e sperava di riparlarle del mattino per soccombere ad una nuova tentazione, rimase scombussolato. Due o tre volte fu sul punto di cimentarsi con qualche scappata contro quell'amabile superba, senonchè ebbe sempre paura e finì col ritirarsi più presto del solito. Ida insistè leggermente, poi lo lasciò andare. Poco dopo entrò il duca. Era ilare. Le raccontò che Laura, la mantenuta del prefetto, era scappata con un impiegato di prefettura, e che quegli infuriato li aveva fatti arrestare. Al _club_ non si parlava d'altro. Il prefetto domani sarebbe la favola della città.
--Se fosse vivo Diogene!
--A proposito di che?
--Non avete mai letto il suo magnifico dialogo, conservatoci da Dione, sopra un caso consimile?
Il duca, che non s'aspettava questa doccia fredda di erudizione, sentì smorzarsi il proprio entusiasmo novellistico. Ida era seduta indifferentemente al tavolo col mazzo delle carte in mano: aveva incominciato un solitario.
--Sai che cosa si diceva al _club_?
Ella non si volse nemmeno.
--Che io sono fortunato.
--Perchè?
--Perchè tu non mi tradisci.
Ida si strinse nelle spalle con bonomia.
--Era il principe di Atella che diceva questo?
--Precisamente.
--Mio Dio! è così sciocco!
--Lo diceva con Lovito.
--Quello almeno è un bell'uomo; peccato che lo sappia troppo e si renda uggioso. Quando mi faceva quella corte spietata, aveva l'aria che io dovessi ammirarlo.
--Sei la donna più onesta della città,--proseguì il duca.
--È ancora il principe o Lovito che lo dice?
--Sono io.
--Avete ragione.
Egli fu scosso da quella risposta e più dal suo tono di semplicità. Ida ne sembrava così perfettamente convinta da non avere nemmeno sorpreso la ironia da lui messa nel complimento per una di quelle contraddizioni frequenti nei libertini, i quali in fondo alla coscienza non ammettono altra moralità che la borghese ed altra virtù che la legale.
--Sei singolare!
--Perchè sono onesta? E voi siete uno sciocco credendo che io lo faccia per voi. Una mantenuta dev'esserlo: è l'unica originalità, che le sia permessa. Gli scandali scadono di diritto alle signore, che sole vi arrischiano qualche cosa. Sposatemi e vedrete.
Il duca ammutolì.
--Intanto favorite di andarvene: mi avete seccato.
--Ida!
--Mi volete dunque costringere a scappare come la povera Laura? Buona notte, mio caro; domani v'invito a pranzo. Ho Savelli, non mancate,--gli disse voltandogli le spalle, senza preoccuparsi punto del suo viso confuso e collerico.
Ma il duca aveva l'abitudine di quei cattivi trattamenti. Erano poche le sere che Ida lo ricevesse di buon umore e gli permettesse di passare la notte nel proprio appartamento, perchè ella aveva subito compreso come per dominarlo bisognasse torgli ogni supremazia morale. Con un'abile manovra, e stringendolo sempre nel dilemma o di tacere subendo, o rispondere brutalmente (ed egli sapeva che Ida lo avrebbe piantato con quella audace indifferenza dell'avvenire mille volte provata), gli aveva tolto il coraggio della più piccola rimostranza. Come accade spesso a coloro, che sposano la propria serva, egli era lo schiavo della propria mantenuta; ma Ida aveva il tatto di non spingere troppo oltre la tirannia, e in faccia ad altri affettava talora una sommissione piena di blandizie, la quale gli lusingava tutti gl'istinti di uomo e di signore. Poi lo aveva persuaso di non ingannarlo. Il duca, che piegava sempre sotto la sua volontà, si era fatta un'idea bizzarra della forza di quella donna, nella quale sentiva qualche cosa di terribile, una risoluzione, un dramma nascosto, che la rendeva inaccessibile a tutte le debolezze delle sue pari. Questa stranezza di apparenza teatrale metteva come un'acrità di mostarda nel sapore carnale della loro relazione.
Gli pareva di non amarla; infatti cogli amici, al _club_, e col nipote parlava di Ida come di una delle sue tante mantenute; ma diceva: è l'ultima; e questa parola involontaria gli gelava spesso il sorriso libertino sulle labbra. Quella donna era diventata l'imperioso, il vitale bisogno della sua vecchiaia, giacchè lo divertiva, lo esaltava, lo rifaceva giovane con un solo gesto, con una risposta impreveduta. Ma vi era dell'astuzia in quella magia, perchè, bistrattandolo come amico, non gli faceva mai sentire di essere vecchio; quindi dopo averlo schiacciato colla superiorità dell'ingegno o del carattere, fingeva poi di soccombere nelle sue braccia, soffocata dal suo vigore di maschio, inebriata dal suo dispotismo di uomo. Ella che lo avrebbe scagliato nella parete colla stessa forza della Brunhilde dei _Nibelungi_, aveva allora delle umiltà trepidanti, dei rispetti di bambina e di schiava: era sfinita, dimandava grazia col corpo scultoreamente estenuato, lo sguardo velato e nullameno aperto ad una riconoscenza piena di ammirazione. Il duca che si sentiva abbagliare dalla morbida bianchezza di quel corpo, con tutti i profumi che gli entravano nelle carni, perdeva l'ultimo senso della realtà nella luce crepuscolare di quello sguardo. Amava quella donna, si ammirava col petto gonfio di orgoglio e il volto illuminato da un riverbero interiore, che sembrava verniciargli la precoce decrepitezza.
Quelle notti non ritornava al palazzo che verso le quattro o le cinque del mattino; ma nel giorno Ida non era più quella, non si ricordava più di nulla, aveva un sarcasmo per ogni allusione, una indifferenza altera, che gli frustava a sangue desiderii e ricordi. Così la loro relazione sembrava sempre al principio; Ida vi manteneva tutta l'etichetta di una gran signora, il duca ne soffriva qualche volta nei capricci di libertinaggio, ma in fondo n'era contento ed ammirava. Il linguaggio di Ida, troppo letterario per una donna, aveva la duttile castigatezza del salone; l'oscenità poteva entrarvi solo colla eleganza del tono e la superiorità della frase: ella, che ne aveva fatto un lungo studio, gli prestava sovente i motti temerari per i saloni, dove erano accolti colla più gaia cortesia e una meraviglia d'inaspettato. Se il duca non fosse stato duca e non avesse avuto forte sentimento della propria posizione sociale, sarebbe caduto piedi e mani legato dinanzi a quella fanciulla; ma ciò bastava a permettergli quella noncuranza spavalda parlando di Ida, e spiegava forse le subitanee e paurose tristezze di lei.
Quella sera il duca, che entrava allegrissimo, alla vista di Savelli si era subito agghiacciato. Istintivamente egli detestava quel vecchio pedante, il quale aveva passata la vita a fare il maestro per guadagnarsi da vivere, e gli si trovava continuamente fra i piedi nell'appartamento di Ida. Savelli aveva tutti i capelli bianchi, mentre il duca, più vecchio, li aveva invece tinti di nero. Poi la soggezione delle sue maniere, che egli giudicava servili, e la protezione di Ida, nella quale egli cercava delle intenzioni umilianti, glielo rendevano anche più antipatico.
--A proposito: vi ho mostrato lo stemma che metterò sulla mia carrozza?--disse Ida d'improvviso.--L'ho pensato questa notte. Un morione, scudo nero, in mezzo un braccio con una fiaccola, e sotto questo motto: _N. I. L._
--Un motto nichilista.
--Internazionalista anche. _N. I. L._; leggete: _Noctu, Ignis, Lux._
--Uno val l'altro,--disse il duca.
--Non esattamente, ma si fondono: il motto della disperazione suicida e della disperazione omicida; convenite che è almeno bello quanto il vostro: _Tarde sed tuto_, che pare trovato per una diligenza di villaggio.
Savelli non potè a meno di sorridere, il duca arrossì leggermente. Così trascorse una grossa mezz'ora, durante la quale Savelli ascoltò due volte suonare la pendola, accompagnandone i rintocchi con una cadenza intontita e pensando alla serva, che lo aspettava addormentata in cucina.
Finalmente il valletto annunziò il conte Alidosi.
--Vi siete fatto aspettare,--ella gli disse colla voce più carezzevole.
Egli s'inchinò al complimento, strinse volgendosi la mano al duca e a Savelli, e le sedette vicino sopra una poltrona. Era sempre così biondo e così bello. Ripetè una delle mille insignificanti conversazioni per le signore, profumandola con tutte le piccole attenzioni, le amabilità effimere del gesto e della voce, per farsi più bello colla perfetta manovra di un uomo abituato al salone. Ida accettava, il duca con un sorriso velato gettava qualche parola nel loro discorso, Savelli si era ancora più rincantucciato. Il conte, che sapeva chiacchierare e quella sera era in vena, trovava dei frizzi, dei doppi sensi, che scattavano come giocattoli, sempre più lusingato dall'attenzione della fanciulla sospesa ai suoi occhi.
Ad un tratto questa lo interruppe:
--È orribile! Essere arrivata a quarant'anni senz'amanti ed incontrarsi in un geloso, che vi ammazza.
--Infine lo ha avuto: può ringraziare la provvidenza.
--La provvidenza ha delle ironie formidabili,--esclamò la fanciulla, che si era alzata nervosamente.--La provvidenza, che rende cieco Galileo e sordo Beethoven, che ispira ai missionari il coraggio apostolico per scoprire i selvaggi e manda poi sulle loro orme i soldati che li spodestano e li distruggono! Ironia per il catecumeno ed il catechista: non è vero, Savelli?
Ma senza dargli tempo di rispondere gli andò incontro.
--Siete stanco: aspettate, adesso vi libero.
--Duca,--lo chiamò:--la trottata di questa mattina mi ha affranto; mi corico presto, perchè ho bisogno di montare a cavallo per rimettermi in esercizio. Se volete v'invito ad ammirarmi; non voi, Savelli: voi farete qualche cosa di meglio, mio caro maestro, farete scuola, e non farete più un'altra allieva come Ida. Voi, duca, dovreste accompagnarmi in carrozza: intanto, giacchè l'avete alla porta, riconducete Savelli.
--Signor duca, io non permetterò mai...
--È inutile, poichè sono io che ordino: andatevene, siate buono. È tardi, Savelli abita lontano. Datemi un bacio sulla fronte.
A queste parole, pronunciate meno bruscamente, il conte si rivolse.
--Badate, uno solo,--ella seguitò sorridendo.--Sì, uno per tutti e tutti per uno, la mia divisa.
Il conte vide lo zio chinarsi compostamente sulla faccia della fanciulla e stamparvi un bacio. Un sorriso di scherno gli contorse le labbra, si avvicinò al loro gruppo. Il duca gli strinse la mano.
--Ti lascio in buona compagnia,--disse, restituendogli un altro sorriso non meno ironico, e:--Sono tuo zio!--mormorò a bassa voce.
--Dubitereste?
Il duca guardò Ida, poi fissandolo sicuramente rispose:
--No.
Savelli, che si era chinato per prendere la canna, fece un ultimo inchino, la fanciulla gli strinse ancora la mano, scambiò un'occhiata languida col duca e, scuotendo mollemente la testa in segno di stanchezza, sembrò rattenerlo ancora un istante. Il duca sentì quella morbida resistenza.
--Addio, Enrico.
Questi non rispose. Si era seduto famigliarmente sul divano, dissimulando a stento il malumore.
Savelli e il duca uscirono. Ida gironzò qualche secondo per il salotto, finalmente gli si fermò di contro.
--Mi sembrate annoiato, caro conte.
--Con voi?!
Ella sorrise e, sedendogli presso, appoggiò la testa alla spalliera del divano.
--Allora,--proseguì guardandolo fra le palpebre socchiuse,--il bacio del duca vi ha messo di malumore.
--Perchè dovrei inquietarmi? non so forse...
--Non sapete gran cosa; ma potreste confessarlo, poichè sapete benissimo che non tengo alla vostra gelosia. La osservo. È un fenomeno poco studiato la gelosia di un uomo, che ama, sa di essere amato, e che sarà sempre respinto. Che m'importa se siete geloso? Io non sono cattiva, so di essere amata e mi basta. Il mio trionfo è pieno.
--Non del tutto, se mi amate voi stessa.
Ella parve raccogliersi a questa obbiezione, forse più profonda che il conte non credesse, aprì gli occhi, ma chiudendoli subito dopo come per velarne la espressione, mormorò:
--È vero.
Il conte sentì la propria irritazione crescere fino alla collera. Ida gli confessava forse per la centesima volta di amarlo, con quell'accento stentato di una confessione che gli faceva battere il cuore d'una inutile speranza. Egli fremeva, si arrovellava contro un ostacolo infrangibile, la volontà di quella donna, che un giorno gli aveva detto piangendo:
--Vi amo, ma non mi avrete mai.
Quel «mai» se lo trovava sempre tra i piedi, nel presente, nel passato, nell'avvenire. Era come un cerchio che gli rinserrava la vita, una montagna sorta d'incanto e che gli sbarrava l'orizzonte, sulla cima della quale sedeva quella donna atteggiata di un sentimento fantastico a guardarlo con una ostinazione di amore impossibile. Invano egli le aveva fatto tutte le proposte, offerto tutte le follie, altero, supplichevole, geloso, civettuolo, studiando tutti gli aditi del suo cuore, tutti gli spalti della sua mente, giacchè ad ogni porta, ad ogni fessura, ad ogni feritoia trovava sempre quel sorriso languido, quello sguardo appassionato, che lo respingeva con una carezza. Quindi egli vi si incaponiva colla testardaggine del desiderio rinvigorito dalla umiliazione e dalla vanità di altri trionfi, sperando che Ida, innamorata da gran tempo e per lui solo buttatasi allo sbaraglio di una vita infame, un giorno o l'altro gli cadrebbe sfinita di resistenza e di bramosia fra le braccia. Ma s'ingannava, se ne accorgeva, e s'indispettiva inutilmente. Dal primo giorno la fanciulla non aveva mutato contegno. Aveva accolta la prima e l'ultima dichiarazione d'amore colla stessa franchezza, quasi con riconoscenza, ma dall'alto di una superiorità intellettuale e di una suprema decisione: no.
--Allora, perchè mi amate?
--Lo so io forse? Siete bello fino all'assurdo, probabilmente sarà per questo.
--Ida!
Ella gli tese la mano.
--Siate ragionevole: conoscete bene che è impossibile. Alla vostra vanità dovrebbe bastare che io, sprezzantemente respinta, in ginocchioni davanti a voi, scacciata da una casa dove ero stata accolta come una sorella, vi ami al punto di dovervelo confessare, a voi che mi avete rovinata. Se non vi avessi incontrato, a quest'ora invece di essere la mantenuta del duca di Rivola, sarei forse una direttrice celebre nei giornali per il suo ingegno, con una posizione netta nella società e un avvenire sicuro ed onorevole. Voi avete su di me un grande vantaggio.
Egli alzò le spalle.
--Io non ho che il mio no, l'ultimo brano di ragione, col quale mi sono armata la volontà contro di voi, che vi umilia un pochino nella vostra superbia di donnaiuolo, ma non áltera punto la vostra vita. Invece voi dominate la mia: vi siete trovato al suo principio, e tutto quello che mi accade è una vostra conseguenza.
Ida si alzò, pareva agitata da quell'analisi dolorosa della propria vita. Andò a un piccolo tavolo da fumare, ricco e bizzarro nel disegno, ne prese due grossi sigari d'Avana, ne accese uno alla candela, stracciandone quasi con rabbia la punta fra i denti, e ritornò a presentargli l'altro.
--Non parliamone più, sarà meglio per ambedue.
--Come sta Jela? Non me ne avete ancora dato nuove, cattivo marito.
--Colpa vostra.
--Ancora?
--Ancora e sempre. Non volete dunque accettare?
--Ma parlate sul serio?
--Avete torto.
--Ho ragione e vi compatisco, perchè vi so debole di testa. Essere la vostra mantenuta! E con che mi manterreste voi?--seguitava con accento nervoso e una fiamma gialla in fondo alle pupille, che le vibrava a quando a quando come una lingua di serpente:--voi che siete più povero di me! Il duca ve lo avrà detto, perchè se ne vanta: non siamo insieme da un anno, e gli ho già speso centocinquanta mila lire. Io amo il lusso; è la mia aristocrazia, la mia vita, io che ho perduto tutte le altre dignità e sono uscita dall'ambiente sociale. Che importa? Molti grandi furono gettati dalla tempesta sul margine della società, e seppero rientrarvi più violenti della tempesta. Voi siete povero, la vostra ricchezza è la dote di Jela. Intenderete benissimo che io amo Jela, la mia sorella di latte, che mi ha salvato un giorno dalla fame, e non voglio renderla infelice rubandole quelle ricchezze, che mi ha mille volte offerte con una generosità, che voi non capirete mai.
Il conte, pallido di umiliazione, non ebbe il coraggio di una risposta, gettò lungi lo zigaro, abbassò il capo. Avrebbe pianto come un fanciullo, se non se ne fosse vergognato. La inesorabilità di quella logica lo spezzava; ma Ida, dolente di averlo afflitto, mutò dolcemente la voce:
--Non vi basta, Enrico, di essere il mio amante?
--Così no.
--Mi amate dunque molto?
--Al punto di diventare uno sciocco.
--La cosa non è molto difficile,--ribattè con sarcasmo feroce, contemplando quella sua aria sconcertata.--Gli uomini,--aggiunse, ritornando al tuono lusinghevole di prima,--non sanno amare senza commettere scempiaggini. Amatemi come vi amo io, in fondo al cuore: vi ci ho seppellito sotto un mucchio di rose e non vado a cercarvi se non quando sono ben sola. Che importa se voi non siete con me? Ci siete egualmente e più bello di adesso. Passo con voi delle lunghe ore che mi sfiniscono, vi mangio con una avidità di poeta e di donna, che hanno raffinato le loro due delicatezze per una di quelle voluttà, alle quali si finisce sempre per soccombere, quando non se ne impazzisce. Perchè mai siete così bello?
--Davvero?--non potè a meno di rispondere, riscaldato dal calore di quella passione ed avanzandosi verso di lei per prenderle una mano.
--È la sola giustificazione della mia insensatezza: dovrei odiarvi, e vi amo.
La figura del conte si illuminò. Indovinava in quella scena un calcolo di umiliarlo, straziandolo colla povertà e fingendo di amare Jela, mentre forse la odiava con tutto l'accanimento di una popolana arricchita provvisoriamente dai disordini disonoranti della propria vita; ma non si poteva frenare. Gli occhi e le parole di quella donna lo trascinavano. Come un fiore strappato dal vento, avvolto nelle carezze del sole, nella confusione di una polvere ardente, egli si alzava leggiero e sbattuto, lacerato e felice, incoronandosi di quella luce che lo accecava, lasciandosi straziare da quella donna, che non giungeva ad odiarlo e, se non fosse stato l'orgoglio di una rivincita, gli avrebbe strisciato ai piedi leccandoglieli come un cane. Le prese tutte e due le mani e, stringendogliele con forza, finse di volerla ricondurre sul divano. La sua bella testa, bionda come quella di una fata, aveva un'espressione quasi pura, illuminata dalla luce turchina degli occhi, di una soavità fantastica. Ella l'avvertì, gli guardò il collo dolce come quello di una donna e più bianco della camicia.
--No.
--Datemi un bacio.
Egli insistette, ella negò, egli lo ridimandò ostinandosi invano, supplicando, ella rispondendo sempre di no col sorriso ed una fiamma negli occhi, che le divampava tratto tratto sempre più grande, vibrando con tutto il corpo quando egli le appressava il volto. Stettero così forse cinque minuti, egli non si stancava: la pendola suonò.
--All'ultimo tocco me lo darete.
--No.
--Vendetemelo dunque,--gridò con uno scoppio d'irritazione.
--Non siete abbastanza ricco per comprarlo; poi io sono come Diogene: mi si può pagare, ma non mi vendo.
Egli aprì le mani.
--Non siete ragionevole, Enrico. Un bacio! non ve lo do, mi perderei. La mia volontà ne resterebbe ubbriaca, e allora addio famosa risoluzione. Ad un altro uomo forse più bello, ma diversamente bello, a Buondelmonti... glielo darei un bacio, glielo venderei, per servirmi della vostra parola cortese: a voi no.
--A Buondelmonti non glielo vendereste certo un bacio,--ripetè colla sua stizza di femmina.
--Forse perchè egli pure non potrebbe pagarmelo? È povero?
--Più di me,--e un'ironia mista di amarezza gl'increspava le labbra.
--Conosco questo sorriso: sapete qualche cosa su Buondelmonti, o fingete saperlo.
--Sì, fingo.
--Perchè siete geloso. È bello quanto voi.
Egli scosse sprezzantemente il capo.
--Provatevi dunque a vendergli un bacio.
--È inutile, glieli regalo,--rispose tranquillamente.
--Buondelmonti è dunque il vostro amante?
--Forse: perchè non vi voglio, non è una buona ragione per non accettare un altro. È bello, intelligente, un nobile carattere.
Il conte era impallidito a quella confessione: per un momento vacillò. Egli aveva per Buondelmonti l'antipatia di un efebo depravato in paggio per il gigante guerriero, ma rattenuta dalla paura. Dubitò, poi l'ira del dispetto rendendolo meno guardingo, si raddrizzò con una grazia sinistra di serpente e le vibrò una occhiata di sfida. Ida per irritarlo doppiamente finse di non gli badare, quindi alzandogli gli occhi in viso con una di quelle occhiate di ammirazione compassionevole, parve dirgli:
--Povero ragazzo!
--Vendetegli un bacio!--egli ripetè con voce stridula.
--Giacchè ci tenete, lo farò.
--Mi farete vedere il prezzo.
--Sarà difficile, poichè me lo pagherà con un altro.
--Difatti, non ha altri capitali, ma ne vive bene.
Ella comprese:
--Voi dite una viltà, non vi credo.
--Se ne avessi la prova?
--Non l'avete. Siete vile come un fanciullo e calunniatore come una donna.
A queste nuove sferzate il conte s'impennò. La violenza di Ida nel difendere Buondelmonti, che egli temeva davvero il suo amante, lo accecava.
--Le donne non calunniano sempre. Potrei mostrarvi una lettera della contessa Ceri, che gli ha pagato il suo ultimo cavallo, quello stupendo morello, che gli avete visto oggi.
--Infamie di donna: Buondelmonti ha dovuto battersi ed abbandonarla, ed ella se ne vendica.
--Voi credete al carattere nobile di Buondelmonti?
--Voi siete suo amico.
--Ma non ho voluto servirgli da padrino.
--Lo eravate di Villani.
--E me gli ero offerto per non essere di Buondelmonti.
--Perchè dunque salutate quell'uomo e non lo smascherate al _club_, mio buon gentiluomo senza macchia e senza paura? Mostratemi quella lettera.
--No.