No: Romanzo

Part 17

Chapter 173,734 wordsPublic domain

Jela ferita nell'orgoglio aristocratico, la sola sua forza, aveva osato lagnarsene collo zio, la sera stessa a pranzo, ma egli si era buttato nei principii democratici per provare il diritto di Ida, canzonando la nipote di quel puritanismo.

--Infine l'equipaggio di Ida era il più bello. Ma allora, mia cara, la duchessa Del Giglio, che tu saluti con tanto rispetto, non potrebbe entrare nel piazzale, perchè la sua magra carrozza sai benissimo che gliela mantiene quel vecchio ebreo.

--Ma Ida voleva offenderci.

--Glielo domanderò; in ogni caso tu non fai altro da mezz'ora: la partita è pari.

Jela non rinveniva dalla meraviglia, era tentata di piangere. Da quel giorno s'accorse che scoppiava la lotta, mentre la sua vita cominciava senza un amico o una amica. Fortunatamente la sua timidezza la salvò da confidenze stordite colle signore, che la ricevevano.

Quella sera il duca pranzava da lei, però essendovi altri invitati, non fu puntuale.

--Mi perdoni, Jela?--esclamò entrando nel salottino dei ritratti.

--No.

--Fai male. Vengo in questo punto da Ida, che voleva trattenermi a pranzo, ci ritorno.--Ma intanto si cavava i guanti, accomodandosi un riccio della pettinatura nello specchio del camino.

--Allora vengo anche io,--interloquì gaiamente il conte Enrico:--Non vedi come Jela è seria? Pranzeremo molto male qui.

--Per te staresti peggio laggiù: sei innamorato e non riesci.

--Adagio, zio.

--Gli è che non vali nulla: non è vero, Jela?

--E Ida vale proprio quello che vi costa?

--Più.

Sulla faccia di Jela passò una nube, il duca la vide come il conte, e ne sorrise. Ma a tavola Ida fu ancora il soggetto della conversazione, accarezzato con una esagerazione crudele, come se entrambi si fossero prima accordati per torturare fino a sangue la povera contessina. Il duca soprattutti era insolente. Nel bisogno di rifarsi sugli altri della vecchiaia attribuitagli prima di possedere quella donna singolare, la sua mordacità non aveva più nè tono, nè misura. Ida gli aveva raccontata, svisandola, la storia di quella notte, quando più curiosa che innamorata aveva voluto spiare come i due sposini si abbraccerebbero e il conte l'aveva sorpresa senza poterla sedurre; quindi egli, battuto recentemente dal conte con una ballerina celebre, per rifarsene lo aveva creduto. Anzi lo conduceva egli stesso da lei, per vederli lottare insieme e andarne sempre Enrico colla peggio. Ida era ogni giorno più implacabile contro lui e contro Jela.

Una volta il duca gliene chiese il perchè.

--Ditemi dunque perchè voi stesso serbate rancore a quell'adorabile contessina?

--Io... siete pazza?

Ma Ida lo aveva fissato con tale acutezza, che egli si era confuso, accorgendosi forse per la prima volta della verità di quella cattiva risposta.

II.

Quando il duca entrò nel gabinetto la pendola del camino suonava le undici. Ida era sdraiata sopra una lunga poltrona di raso a scacchi bianchi e neri, colle gambe incrociate e una piccola pantofola, che le si agitava impazientemente fuori della veste. La lumiera della volta, velata di fiori, lasciava nell'ombra l'angolo, dove ella posava innanzi al vecchio maestro, arruffando nervosamente le piume di un parafuoco fatto di un uccello dell'equatore, dalle penne brillantemente colorate e la coda aperta, con un ramoscello di albero fra i piedi.

Il maestro volle alzarsi rispettosamente, ma Ida lo rattenne con un'occhiata, quindi accennando al duca, che si avanzava colla mano tesa e il sorriso sulle labbra, di sedersi, seguitò la discussione. Parlavano di Murger. Savelli ne aveva vantato la profonda tenerezza, il sentimento fine fra quelle girandole di motti spiritosi, sotto quell'apparente volgarità di soggetti; ma Ida si ribellava. Per lei Murger non aveva che dello spirito e non sempre buono, il suo sentimento sapeva di lattime, le sue finezze servivano troppo spesso per una scroccheria.

--È morto all'ospedale dopo avere inutilmente svestite le proprie piaghe su per le piazze, cercando d'impietosire col lazzo quando le lagrime fallivano; mentre Escousse, un altro boemo, forse con altrettanto ingegno ma con più cuore, piuttosto che scendere a tutte quelle bassezze, eseguite con tanto brio e descritte con abbastanza arte, si è ucciso. Non mi parlate di Murger,--seguitava riscaldandosi;--si può leggerlo, ma non si potrebbe invitarlo a pranzo, a meno di non considerarlo come uno scroccone, del quale si ammira la destrezza della mano e della lingua.

--Era povero,--arrischiò timidamente Savelli.

--Quando si è poveri e si vuol farsi una gloria o uno scandalo della propria povertà, bisogna vivere come Antistene o come Diogene.

--Un poeta!

--Perchè scriveva delle poesie! I poeti più che ai versi li riconosco alla vita. Byron, ecco il poeta; ha vissuto come ha scritto, è morto come ha vissuto. Musset, un altro. Un poeta è prima un temperamento, poi un ingegno. Goethe aveva più ingegno di Byron, ma io glielo pospongo. Hugo ha più ingegno di Musset, ma io ammiro Hugo ed amo Musset. Forse il poeta più vero non è quello, che scrive la migliore canzone, ma che commette la più bella follia.

--Perfettamente!--interloquì il duca.

Savelli, che temeva già di tener testa ad Ida, sentendo il duca approvarla si arrese del tutto, ma la fanciulla gli salvò la ritirata stringendosi improvvisamente col duca, che veniva da teatro. Era stato nel palco di Jela all'ultimo atto della _Dora_ di Sardou. Domani sera si rappresenterebbe l'_Etrangère_ di Dumas. Ida, che voleva assistervi, si volse al maestro, perchè la accompagnasse; egli titubava:

--Non è vero che non vi vergognate di me?

--Signorina!--esclamò sorridendo.

Ma questa domanda avea finito di sconvolgerlo. Malgrado la sua poca abitudine del salone, si accorgeva d'essere d'impaccio in quel gabinetto, fra quei due, ad un'ora così avanzata, egli che non frequentava altra casa e soleva coricarsi alle nove di sera, solo nel suo modesto appartamento alla mercede di una vecchia serva.

Gli pareva già di udirla brontolare in cucina. Tutte le sere, che veniva da Ida, bisognava chiedere il permesso, ed era sempre la solita ragione, che glielo faceva ottenere. Ida per mezzo del duca lo aveva fatto nominare direttore di un istituto tecnico con quattrocento lire di stipendio mensile. Questo colpo insperato di fortuna aveva portato alquanto di agiatezza nella vita di Savelli, entusiasmando la serva, umiliata fino allora da quella miseria nei propri talenti culinarii; ma non aveva potuto disarmarla. Per lei la fanciulla era sempre una sfacciata, buona per farsi mantenere dai vecchi, che non innamorava se non dei vecchi; ed egli pure, un vecchio, un professore, si era lasciato prendere come una lasca. E Savelli arrossiva.

Sicuramente sapeva di essere troppo vecchio per innamorarsi di Ida, ma la fanciulla d'oggi non somigliava punto a quella di due anni prima, quando meravigliandolo colla forte elettezza della propria natura gli faceva mormorare con mondano rammarico: peccato che non sia bella! Non era bella ancora, nel senso ordinario della parola, anzi a prima vista non destava nemmeno la simpatia delle persone brutte e squisitamente dotate. La sua fronte troppo seria per quella giovinezza, la sua pelle troppo bruna per quel pallore troppo livido, i suoi occhi troppo neri per essere così grandi, il sorriso sempre sprezzante delle sue labbra, impensierivano e repellevano; si considerava forse la sua testa, se ne ammirava la forza, ma non si poteva accarezzarla, e la simpatia non è se non la facilità della carezza. Ma la severa e nel tempo stesso pomposa eleganza del suo lusso attraeva l'attenzione; le sue arie di testa, il suo portamento, la perfezione plastica del corpo, al quale gli abiti così temerarii di rivelazioni andavano pur così bene; la finezza della sua pelle e la finitezza delle sue estremità, le mani nervose come la branca di uno sparviero e nullameno tanto morbide, il piede piccolo e superbamente arcuato come per calpestare tappeti ed affetti; un'alterigia che le evaporava da tutta la persona, e che ella agitava a onde col più leggero de' suoi moti e il più indifferente de' suoi gesti, le davano una vivezza di originalità troppo rara per una donna. Quantunque cortese e raffinata nelle maniere, un profondo disprezzo trapelava da ogni suo atto e da ogni parola; e vi era tanto orgoglio e tanta seduzione nella sua fisonomia, che sarebbesi detto non avesse voluto esser bella per un calcolo audace delle proprie forze.

--La bellezza nelle donne è come lo spirito negli uomini: si seduce, ma non si conquista;--ella aveva detto.

Infatti era un conquistatore. Nessuna dama era più dama di lei. Avrebbe rinunziato a tutte le altre belle fattezze pur di conservare i piedi e le mani, i capelli e la pelle: il resto se lo traeva dall'anima.

Nessuno gliela aveva insegnata, ma appena ricca da poter rivaleggiare colle vere duchesse, aveva subito trovato quella disinvoltura, che non si acquista se non coll'abitudine del comando. Il suo sorriso aveva delle compiacenze da regina, e la sua fronte delle subite rughe da generale, pur restando sempre fanciulla. Spesso un'ombra di malinconia le sfumava gli angoli imperiosi del volto, e il corpo le si illanguidiva in una soavità di abbandono verginale, mentre gli occhi le si velavano e la bocca le si schiudeva come nel solletico di una carezza, che un sogno le facesse sulle labbra prima di svanire nel soffio di un sospiro.

Savelli, che in tutta la vita non aveva mai conosciuto una gran signora, fu vivamente impressionato di quella metamorfosi. Malgrado l'onestà della propria morale, a poco a poco dimenticò la falsa posizione di Ida, abituandosi a vederle il duca nell'appartamento, quantunque sapesse che glielo aveva ammobigliato egli medesimo spendendo una somma assurda. Il lusso, l'eleganza, la poesia, che ella dava alla sua nuova ricchezza e che la ricchezza le rendeva, gli furono sorgenti di nuove e squisite sensazioni; di giorno in giorno senti più forte la necessità di quella fanciulla, che gli era rimasta nel cuore come un affettuoso ricordo. La loro amicizia rifiorì quindi come un alicante al sole d'inverno.

Ma Ida, che supponendolo assolutamente vecchio lo considerava quasi senza sesso, non aveva scrupolo di riceverlo nel gabinetto della toeletta, persino a letto; aveva per lui delle moine di piccola nipote per il nonno, delle confidenze di fanciulla per la mamma, dei dispotismi di beniamino per il maestro; gli mostrava, gli spiegava, gli offriva tutto il proprio lusso. Ad ogni visita gli presentava un regalo, lo tratteneva a pranzo, lo invitava spesso a tenerle compagnia per il thè, abbandonandosi quindi con lui alle più audaci discussioni filosofiche. Però nelle analisi anche più imprudenti non si erano mai fermati alla posizione di lei col duca, nè all'avvenire, che un altro capriccio o la morte di questi potesse riserbarle.

Egli non l'avrebbe osato per tutto l'oro del mondo, ella sembrava non pensarci; poi Savelli ne avrebbe sofferto. Una gelosia sorda gli rendeva disaggradevole il pensiero del duca, un vecchio come lui, senza nessuna buona qualità, ed ancora tanto ricco e felice da possedere donne come Ida. Savelli, che gli doveva quella nomina a direttore, finiva col sentirsi umiliato della sua indifferenza di gran signore per i clienti; ma bastava che Ida sorridesse, perchè il cuore gli tornasse a battere come ai bei tempi, quando studiava in una soffitta sognando una cattedra all'Università e ristorandosi dello studio nelle braccia di una qualche sartina. Le antiche dissolutezze, seppellite nella memoria da lunghi anni, gli risorgevano improvvisamente nella memoria, come se la morte le avesse colpite nell'ora più felice della loro primavera; si sentiva gli sguardi lucenti, alzava la fronte nell'antico orgoglio dei capelli neri, senza ricordarsi più di nulla, quasi avesse finalmente realizzato il sogno di tante notti insonni, essere l'amante di una gran signora.

Ma ciò gli accadeva quasi sempre nel gabinetto di Ida. Era un salottino buio come un antro, tappezzato di un damasco a foglie marine di mille colori verdognoli, che ne venavano il fondo, dandogli l'apparenza di un letto di mare, nel quale i riverberi della seta si accendessero qua e là come i riverberi dell'acqua alla luce del cielo. Il cortinaggio della finestra, doppio e panneggiato, non lasciava passare che un lume incerto sui pochi mobili di ebano, senza che nè un vaso o uno specchio potessero turbare con stridenti chiarori o con importune fosforescenze quel silenzio azzurro-cupo.

Ella vi restava sdraiata lunghe ore sull'ottomana prendendo un bagno di tenebre. Nessun oggetto poteva frammischiarsi a' suoi sogni: il tappeto era torbido come le pareti, la volta si distingueva appena. Savelli non vi entrava mai senza un fremito, come penetrando nell'ignoto delizioso di tutti i romanzi mal fantasticati nella gioventù. L'ombra aveva un tepore di meriggio primaverile e grandiosità notturne; dagli angoli del gabinetto, che parevano prolungarsi nel buio, si muovevano pericoli sonnacchiosi, mostruosità buie e vellutate; i mobili neri avevano un'immobilità, una nudità sinistra, come preoccupati di custodire i secreti della padrona, della quale non serbavano il più piccolo vestigio.

La prima volta, che vi fu ammesso, Savelli si ricordò del pranzo di Diocleziano colle corone di cipresso e gli apparati neri, scherzo di una imperiale ferocia, che lo aveva tanto divertito leggendolo la prima volta. Egli vedeva una massa, più bruna e lunga, schiacciata sul tappeto, rischiarata dalla pallida bianchezza del volto: si appressava, Ida gli tendeva mollemente la mano e chiacchieravano.

Caso civetteria, Ida aveva sempre delle pose seduttrici, delle temerità negligenti, che sembravano provocazioni.

Talora incantandosi in un pensiero, sospirava languidamente o si stirava le braccia. Savelli se ne accorgeva, seduto sempre sulla stessa poltrona, guardandosi attorno nella preoccupazione di quel buio, che pareva farsi mano mano più fosco e tremare di un palpito prepotente. Un odore di seta, un umidore di bagno, una caldezza di alcova piena di atomi frizzanti e di polveri pollinee gli irritava tutti i sensi.

Non avrebbe saputo dirlo egli medesimo, vergognandosi di analizzare ciò che provava, ma a poco a poco cessava di rispondere, come assopito in quell'olezzo leggero e diffuso come di prati falciati. Una lassitudine voluttuosa lo prendeva; si affondava in tutte quelle morbidezze, i piedi sul tappeto, il corpo sulla poltrona, gli occhi in quel crepuscolo. Ida sembrava dentro un bagno di rasi odorosi come tante foglie di fiori, del quale la ottomana fosse la tinozza. Egli le stava presso: non aveva se non ad allungare la mano e a tuffarvi dentro una carezza per dividerlo. Un'inquietudine trepidante di dolcezze gli saliva dalla coscienza; il cortinaggio della finestra apriva l'ombra del gabinetto con un chiarore calmo, una discrezione piena di lusinghe cortigiane; la punta di un mobile in un angolo frenava a stento un sorriso.

Tutto quel gabinetto non era che una cornice di Ida; ella lo riempiva, lo spiegava. I mobili erano neri come le sue vesti, la luce pallida come il suo volto; le stesse tenebre, lo stesso arcano della sua vita, un raccoglimento delizioso e sinistro, un lusso severo e romantico. Ella lo aveva creato traendolo da sè medesima, come altra volta si adattava le mode e si cuciva le vesti; giacchè il duca non vi appariva più del tappezziere.

Un giorno, che il cielo era nebbioso e l'aria tepida, il maestro stava con Ida. La fanciulla lunga distesa sulla poltrona, colla testa appoggiata ad un cuscino e i capelli disciolti, che le si ammucchiavano sul tappeto, aveva preso allora allora un bagno caldo e ne assaporava, colla quiete dei grandi raffinati, il rilassamento snervato. Non fumava, non aveva fatti due gesti in mezz'ora. Savelli, seduto sopra un _pouff_ a capo della sua poltrona, le stava sopra col volto. Si era rasa poco prima la barba e spartiti accuratamente i capelli bianchi sulla fronte, ma il suo viso era ancora così fresco che i capelli parevano incipriati come quelli di un ritratto antico. Era malinconico.

Non si udiva che la calda respirazione del calorifero nascosto, rotta a volta a volta come dal soffio di un respiro o da un bollore di serra, che passavano sopra l'ottomana della fanciulla e sulla fronte di Savelli inumidendogliela. Due volte egli si era portato la mano al capo con un gesto nervoso, poi glielo aveva appressato ancora più, abbassandolo, così che avrebbe potuto darle un bacio sui capelli.

La ottomana aveva ingoiato tutto il corpo di Ida, l'ombra addossatavisi aveva divorato tutto il corpo di Savelli: non restavano che le due facce.

Savelli, una mano sulla spalliera della poltrona, le prese una ciocca di capelli, esaminandone, con quell'attonitaggine che pare il morto irrigidimento di una attenzione troppo prolungata, i fili radi, di una finezza di seta, quasi crepitanti fra le dita. Quindi si ricordò improvvisamente senza saper come il proverbio contadino: «regge più un pelo di donna che un canapo da carro», che egli aveva tante volte ripetuto al caso di qualche follia amorosa colla bonomia leggermente ironica dei vecchi saggi, senza accorgersi che quel ricordo era forse l'ultimo avviso della coscienza. L'odore della donna lo aveva ubbriacato. Ella non faceva un moto.

Forse la lassitudine del bagno, apprendendosele all'anima, gliene assopiva gl'istinti gagliardi e i fieri sentimenti. Si sentiva prostrata. Quel raccoglimento quasi di cappella e quel calore del gabinetto senza un fiore, uno specchio, un ricordo, una speranza di uomo, che ella si era composto in un giorno di orgoglio intellettuale per sottrarsi a tutto il mondo e sognare, le dava le lubriche mansuetudini, gl'incerti desiderii della notte a letto, nel silenzio della penombra, quando le vesti caddero dal corpo come i disegni e le preoccupazioni dallo spirito, e le due nudità si sdraiano in un morbido impudore. Le pareva di annegare nella ottomana come in una gora di raso tiepido, che le si apriva sotto con un romorio di fremiti accarezzandole le carni, fasciandola come in una grande moina dalla radice del collo ai piedi sporgenti asciutti sul tappeto.

La poltrona, larga quanto un lettino e quasi lunga altrettanto, le si abbassava con una curva sapiente sotto il dosso, rialzandolesi al capo con una mollezza di guanciale.

Ida alzò gli occhi e sorprese Savelli, che le guardava il seno.

La fanciulla ebbe un palpito.

--Perchè tacete?--gli domandò colla sua voce più dolce.

Savelli non rispose, tornò ad arrossire; poi levandosi come chi prenda una risoluzione, rimase ancora colla mano appoggiata sulla spalliera.

Ella non disse altro. Savelli, che aspettava una parola, interdetto da quel silenzio si smarrì di nuovo.

--Dovrei andarmene,--balbettò.--Dovrei...--ripetè, con sorriso fine ma indolente.--Anzi me ne vado,--e staccando la mano, cercò cogli occhi il cappello, lo vide sopra una poltroncina, fece un passo per prenderlo. Era agitato, tremava; una confusione di scolaro lo rendeva quasi compassionevole. S'abbottonò il vecchio soprabito, e allora, come se si fosse chiuso nella corazza, si sentì meno debole. Tuttavia le parole non gli venivano, era orribilmente imbarazzato per andarsene.

--Eccovi la mano,--gli disse Ida, che seguiva sempre colla stessa aria quella manovra.

Egli la prese infatti, ma Ida gliela strinse tirandolo a seder sulla sponda della propria poltrona:

--Cosa fate?--egli chiese smarrito.

--Sedete.

Savelli era rimasto colla mano della fanciulla nella mano all'altezza del petto, seduto, scivolandole verso il grembo della sponda della poltrona duramente imbottita. Una fiamma gli imporporò il viso.

--Lo so,--mormorò la fanciulla lentamente; poi raddolcendosi ancora ed appressandogli il capo di un dito:

--Perchè non mi baciate la mano? Preferite la faccia? Se non è che questo...

Egli ebbe un gesto perduto, abbassò gli occhi, si guardò il cappello, vergognoso di essere scoperto, ed impacciato ancora più da quel tono di tiepida affettuosità, che gli andava al cuore. Ida aveva una bontà quasi materna, una mitezza di vergine, che vela l'invito col sorriso, quasi per renderlo più facile con tale suprema delicatezza. Il pallore le si era fatto più opaco, e la mano nella sua mano gliela premeva con un crescendo insensibile.

--Perchè no? Siete il solo che mi ami per me. Una volta non vi piacevo, eppure mi volevate bene lo stesso; e se oggi...--e i suoi occhi ebbero un sorriso di soave malizia.--Ebbene tanto meglio, o tanto peggio: io valgo bene un'altra, e voi valete certamente il...

Stava per dire il duca, ma un pudore improvviso la rattenne in quell'invito brutale, poichè le parve un'insolenza per Savelli legare con un confronto quei due vecchi e quei due amori così dissimili. Quindi riprese concitata:

--Non l'avrei mai creduto, ma voi non siete un uomo come gli altri. Forse l'essere professore di storia ha servito a rendervi così buono. Guardando la vita dall'alto, ne avete perduto le passioni nella curiosità dello spettacolo; fors'anche la bontà di un genio (voi sostenete che il vero genio è sempre buono) dipende dall'indifferenza della sua volontà e dalla socievolezza del suo istinto. Che importa? L'essere buono sarà sempre una grande attrattiva, perchè è una grande originalità, e voi lo siete, mio caro maestro. Vi ricordate quando venivo a scuola? Allora non avremmo previsto di trovarci qui. Io aveva la febbre di tutti i sogni, voi mi guardavate con una passione malinconica di esperienza. Io lo aveva indovinato. Forse avevate ragione, ma potreste anche un giorno aver torto, perchè una battaglia perduta non decide sempre della guerra.

E la sua voce vibrò nel pronunciare queste ultime parole. Gli appressò ancora la testa, agitandola sulla spalliera. Savelli, che aveva sdrucciolato nuovamente sul pendio della poltrona e si sentiva un fianco grasso, caldo, della fanciulla contro l'anca, dovette reggersi con isforzo sulla gamba sinistra per non caderle letteralmente addosso.

La fanciulla scottava. Poi alzò pigramente un braccio, si volse, se lo passò sotto il capo a guanciale, ed allungandosi come sul letto, dal proprio canto, colle pupille velate, ebbe due o tre moti di sonnolenza. Savelli scivolò del tutto.

Le aveva quasi un gomito sul seno.

--Non ho che voi a volermi bene:--ella ripetè; quindi ripigliando l'immagine dell'ultima frase, proseguì:

--_À la guerre comme à la guerre._ Tutto è provvisorio quando la vita è incerta o una vittoria può mutare il soldato più che la morte stessa. Non vi è più differenza tra un granatiere e Napoleone, che tra un granatiere vivo e un granatiere morto? Si bivacca, si uccide, si ama dappertutto. Si saccheggia oggi per essere derubato domani, si stringe una mano come un fucile, si agguanta un cavallo come una donna. Anche noi siamo in guerra, non è vero? Voi siete un uomo, io sono una donna, ma se foste un giovane non sareste più nulla per me. Così sì. Non arrossite, mio caro maestro. Un giovane vorrebbe strappare invece di accettare, avrebbe delle pretese, tutte le pose romantiche ed insopportabili. E tutto questo perchè? Per una ignobile commedia, che non c'ingannerebbe nessuno dei due. Mi desiderate? prendetemi: potrete aver l'orgoglio di essere il solo, al quale...--e senza finire la frase agitò ancora la testa e chiuse gli occhi.

Savelli la guardò di furto; era ancora rosso, ma quelle ultime parole lo avevano rimesso.