No: Romanzo

Part 13

Chapter 133,756 wordsPublic domain

--La strada del paradiso è malagevole,--disse Ida all'orecchio di Jela, ma così che il conte intendesse. La fanciulla ebbe un divino sorriso e non rispose. Si era separata dalla marchesa e camminava tutta raccolta, parendole di spingersi con quella passeggiata sul terreno del matrimonio, un mondo arcano, lungi sulle sponde dell'avvenire quando lo guardava dall'inferriata del convento, ed ora tanto presso che vi approdava. Il cuore le si apriva a tutte le sensazioni dell'ignoto, e tutte le ascensioni, che la poesia vi aveva deposto, si alzavano con un fremito sonoro di ali. Si sentiva così buona, che non camminava più, trasvolava; una misteriosa leggerezza la sollevava come un vento e, respingendole i capelli della fronte, gliela arrovesciava con una deliziosa espressione di fantasticaggine.

Ida se ne accorse e strinse i denti.

--Mi odiate dunque?--chiese il conte Enrico, avvicinandosele ad un mal passo per offrirle il braccio.

--Non ancora.

Ma accettò il braccio e, poichè toccavano la volta del monte, affrettarono il passo. I cespugli, più radi e più piccoli, non presentavano quasi più resistenza, sparsi qua e là come dalla mano di un abile giardiniere sopra una spianata arsiccia, aperta nel mezzo da una larga chierica arenosa. Una infinità di sassolini bianchi la smaltavano di piccoli sorrisi tra mille fiocchetti di erba rugosa e rattratta come un avanzo d'incendio. Ida si mirò attorno; il paesaggio si spiegava in tutta la pompa della sua verde serenità.

--Come è bella!--esclamò, voltandosi alla chiesa celata capricciosamente fra cinque o sei elci secolari sulla cresta del monte, ma troppo indietro perchè dal palazzo la si vedesse.

--Un nido!

--D'amore?

--No, di ozio, senza pensare, senza sentire, guardando da lontano la vita. Avete letto i _Lotofagi_ di Tennyson? la sua migliore poesia!

--No.

--Tanto meglio: Tennyson ha torto. Fra il naufrago sbattuto dalle onde e l'altro spossato ignudo sulla riva, è ancora più felice il primo del secondo.

Il conte capì quella mobilità; ma la marchesa e il duca arrivavano con Jela sulla spianata, e fu uno scambio di esclamazioni sulla bellezza del luogo, che si prestava ad una vignetta da album.

--Come sarebbe carina! Tu sai disegnare, Jela?--disse la marchesa.

--Io no, Ida.

--È troppo bella, la disegnerete.

--Con noi sulla cima, per rendere intelligibile il paesaggio.

--Perchè no?--rispose piccata la marchesa.

--E colla chiesa sull'altra vetta, per esprimere lo scopo della nostra presenza. Se la vorrai, Jela, te la disegnerò: sarà uno schizzo poetico, giacchè siamo in alto, presso l'ideale. Solamente,--seguitò guardando la marchesa e il duca,--ti converrà prendere il braccio del conte Enrico, perchè si conosca bene il gruppo dei fidanzati.

A questa insolenza detta col miglior garbo tutti risero, ma la marchesa potè appena frenarne il dispetto, e condensò tutta la propria risposta in una di quelle occhiate di alterigia, che le grandi dame e gli uomini superiori trovano così spesso e così terribilmente. Ida non volle accorgersene e si mosse la prima verso la chiesa.

Camminavano per una strada abbastanza comoda sul ciglione del monte, chiusa in fondo da un'alta croce di legno, un centinaio di passi prima della parrocchia. A piedi della croce sopra una pagina di ferro era incisa un'iscrizione.

--Che cos'è?--dimandò appressandosi il conte Enrico.

--Un invito a pregare,--rispose Ida,--per una ragazza che si suicidò abbracciata alla croce; l'amante l'aveva abbandonata.

--Ed ella abbandonò l'amante,--ribattè il duca col solito spirito:--la partita è pari.

Ma tutti si volsero.

--Ah!--esclamò il duca nello scorgere una grossa figura di donna, nascosta presso un'elce facendo dei segni precipitosi a qualcuno invisibile dietro un'alta siepe di bossolo:--ecco la Perpetua!--Ed aveva appena finito l'esclamazione, che si vide sgattaiolare con una vanga in mano, curvo della persona, scamiciato, un uomo nero e, rivolgendo bassamente la testa, fuggire ancora con più impeto.

--Lo avevi detto!--proruppe il duca con Jela:--il tuo don Natale scappa.

Allora affrettarono il passo, ed arrivarono prontamente sul sagrato. La chiesa e la canonica addossate in un piccolo prato verde, sotto l'ombra delle elci, parevano due novità infantili nella loro pallida tinta rosea. La chiesa ancora più piccina, inquadrata da una lista turchina, colla porta gialla e due finestrelle rotonde, guernite esteriormente di due inginocchiatoi di sasso, finiva in un delta di pietre azzurre dentate, che le ricamavano l'ombra sotto il tetto. Una croce di legno, piantata sopra uno scalino ed inchiodata nel muro a destra, difendeva la porta; il campanile arrivava appena alla forcata delle elci, ed era roseo anch'esso colle campane brune. Un piccione casalingo vi tubava in quel momento sulla crocetta di ferro, mentre un altro passeggiava sul tetto muschioso della canonica, alta di un piano e larga di tre finestre, per due delle quali si vedeva una camera rosea, listata di azzurro. E quell'uniforme soavità di colori sotto la severità delle elci, su quella cima, fra quella immensa verdura dei monti, aveva una grazia di capriccio impreveduto, una amabilità piena di ingenua pretensione. Di fianco l'orto ed il cimitero, uniti dalla medesima siepe di bosso, ambedue senza cancello, compivano il quadro con una finitezza di più, e si aiutavano scambievolmente per quella vita grassa delle loro vegetazioni.

A sinistra della porta un ramerino, pieno di occhietti azzurri, era salito sulla finestra verso un bel vaso di rose bianche.

La comitiva si fermò, guardandosi maravigliati di trovare la porta chiusa.

--Che non ci voglia ricevere?--disse il duca, cominciando a divertirsi.

La marchesa strinse le ciglia.

--Favorite di bussare,--ordinò ad Enrico.

--Oh!

E la porta si aperse immantinente, e la stessa figura di donna riapparve rossa in viso come un gambero, con un'altra veste nera, a pieghe sbuffanti sulle anche, e un largo velo bianco sulle spalle. Aveva certo preparato qualche parola, che le cadde mutamente dalla bocca; quindi rimase in mezzo, incantata sulla porta, chiudendola quasi ermeticamente colla grossezza dei fianchi.

--Il signor curato?...--incominciò la marchesa.

--Si accomodino, aspettino che apro quest'altra mezza porta: sissignori, è in casa, adesso viene, se non hanno fretta.

--Grazie.

--L'ho già avvisato, li abbiamo visti venire, li ho visti io; si accomodino, adesso glielo vado a dire; ecco, si mettano a sedere. Compatiranno, vado e vengo subito; se hanno un po' di pazienza...--e, malgrado la disinvoltura di tutte queste parole, stentava a riaprire l'uscio del salottino a fianco della porta, nel quale li aveva introdotti. Il salottino era una stanzetta bianca, coi travicelli fiorati. La marchesa, che si era già seduta sull'unico sofà di paglia, fu la prima a sorridere dei sopramobili ordinati scrupolosamente sopra un piccolo tavolo da muro. Una Madonna e un Pio IX, entro due cornicette dorate, vi occhieggiavano fra molte linee di scatoline di zolfanelli di cera, rafforzate da due altre di sassi rari, pieni di asperità gemmee e di gobbe arabescate, come se dovessero segnare su quel tavolo i confini di due proprietà e mettere un ostacolo prudente nella solitudine di quei due. La Madonna era sola, colla bella faccia intenerita; Pio IX in ginocchio, le mani giunte, pregava con una compostezza elegante, tenendole gli occhi nel volto, dolci di affetto e di ispirazione. Ma le scatoline erano vecchie; Jela ne riconobbe molte alle figurine, già usate dal conte Alberto e che don Natale aveva intascate a una a una, nelle sere che veniva al castello. Anche Jela sorrise, poi tornò ad abbassare gli occhi; il conte Enrico osservava con Ida le rose della finestra. La finestra era senza tende.

Il duca, che aveva lasciato la marchesa sul sofà, si avvicinò loro.

--Rose bianche, amore pallido.

Ida si volse per rispondere, ma in quel punto si aperse l'uscio e don Natale si presentò tutto vestito di nero, colla sua faccia buona ed angolosa, così sbigottito dell'onore di tali ospiti, che la fanciulla commossa gli andò incontro come ad una vecchia conoscenza.

--Tocca a noi di cercarvi fino quassù: la nostra visita è di rimprovero.

--Signorina,--disse col suo più dolce sorriso, cavandosi solo allora la berretta nuova della domenica.

E il disgraziato non trovò altro; ma per colmo di sciagura, guardandosi le mani vi scoperse sul dosso una striatura del lucido dato or ora alle scarpe; e allora non capì più. Si trovò in mezzo a quel gruppo di gente mondana, tanto dissimili dal conte Alberto, col quale parlava di lepri come cogli altri parrocchiani, affabile, alla mano, che non pareva nemmeno un conte. Essi invece lo osservavano sorridendo sotto la loro educata serietà, perchè lo avevano veduto scappare scamiciato colla vanga, e trovavano ridicolo il suo salotto e lui peggio; indovinavano che si era mutato di veste per loro, si era lustrato le scarpe; poi ne avrebbero parlato scherzando al castello chissà quanti giorni, essendo venuti a trovarlo non sapeva perchè, forse solo per ridere. Quindi si girò gli occhi intorno senza vedere, in piedi fra le due fanciulle, come un prigioniero tra due gendarmi.

Il duca dovette ricordarsi di essere un gentiluomo per non dare in una risata, il conte Enrico si mordeva le labbra sotto i baffetti biondi. Ma la marchesa, che si era levata, gli andò incontro, lo fece sedere sul sofà accanto a lei e gli parlò del matrimonio di Jela, delle pubblicazioni, mentre egli rispondeva sempre di sì colle mani supine sui ginocchi, pensando che aveva il collare poco bianco, la barba vecchia di cinque giorni e le calze di un nero un po' rossiccio. Quando capì finalmente, alla terza volta, che il matrimonio della contessina si farebbe nella sua chiesa, si gettò indietro guardando la marchesa.

--Spero che non avrete difficoltà.

--Signora... ma la mia chiesa... troppo onore.

--Avete conosciuto Jela bambina.

--No, no, signora, non sono stato io, fu il mio predecessore.

La marchesa non finì la frase, e chiamò Jela.

--Abbiamo accomodato tutto, carina: don Natale,--e lo guardò in modo che ne fosse lusingato,--ti sposerà l'ultima domenica di quest'altro mese. Puoi ringraziarlo del regalo, sarà il maggiore che riceverai.

Jela arrossì leggermente.

--Verrà qualche volta da noi?--gli chiese colla sua grazia:--Papà lo ricorda spesso, lo ricordo anch'io.

--Adesso non lo dimenticherai più, non è vero?

Jela fece un atto grazioso colle spalle, e don Natale si sentì come sollevato da un gran peso.

Durante la conversazione la sua fisonomia si era andata schiarando, facendosi mano mano più simpatica, con quei capelli brizzolati, che gli davano un'aria rispettabile, e il sorriso della sua bocca grande a magnifici denti, che addolciva la durezza di tutte quelle angolosità già rugose e abbruciate dal sole. Si capiva che doveva essere un buon uomo, senza molta pietà, ma con abbastanza cuore, di un'umiltà più selvatica che servile, rimasto contadino malgrado gli studi fatti e le cure del sacerdozio. Ma un altro pensiero lo scombuiò improvvisamente, di non sapere come chiudere la visita con quegli ospiti insospettati, ai quali per consiglio della serva in cucina, mentre si lustrava le scarpe, aveva deciso di offrire una limonata.

Il conte Alberto gli aveva regalato l'anno prima un magnifico vaso di limone, diventato tutto il suo agrume e l'orgoglio del suo piccolo orto; e precisamente quella mattina ne aveva staccati tre frutti maturi.

Ma dopo quelle ultime parole della marchesa don Natale aspettò trepidando. Coi sensi resi più fini dalla paura, attraverso il muro della cucina, vedeva la faccia della Marianna preoccupata nel cercarsi inutilmente in testa un complimento, una frase da rivolgere alla marchesa o a Jela. Ida era tornata presso le rose bianche, il duca e il conte, malgrado la scioltezza di gente abituata a tutte le situazioni di una conversazione, avevano sotto il loro atteggiamento impenetrabile un impaccio sardonico. Il quale finì di centuplicare il suo. Quindi tentò un grande sforzo volgendosi alla marchesa; questa nel presentimento di una domanda annuì cogli occhi, egli mosse appena i propri invece delle labbra, poi li abbassò. La marchesa ne profittò per levarsi, e allora egli corse imprudentemente ad aprire l'uscio per farle onore.

--Manca un cucchiaino,--gli disse sordamente all'orecchio la Marianna in agguato dietro l'uscio.

Egli non potè rispondere, perchè la marchesa gli era addosso con un sorriso, Jela gli sorrideva, il duca ed il conte Enrico lo circondavano salutandolo. Il conte Enrico, che la marchesa gli aveva presentato parlando del matrimonio, gli strinse la mano con un complimento, tutti lo serravano con malizia indulgente, alla quale rispondeva con inchini, perdendosi in ringraziamenti inintelligibili, finchè tutti infilarono l'uscio, e ultima passò Ida, che gli aveva rubata una rosa.

--La conserverò, don Natale,--gli disse armoniosamente, tendendogli la mano.

Egli la strinse così così, e le si accodò, indeciso di accompagnarli alquanto sulla strada o di riverirli un'ultima volta sulla porta. La Marianna gli tirò una falda del soprabito; ma in quella il conte Enrico si ritraeva per lasciar passare Ida, poichè la marchesa era già sul prato a braccetto del duca.

--Al piacere di rivederla,--mormorò con un cenno del capo.

--Oh! grazie,--rispose don Natale appoggiato con una mano al becco del saliscendi, e piegandoglisi in faccia come davanti all'altare.

--Ma ci vada dunque dietro,--gli susurrò stizzita la Marianna da una spalla, mentre il conte discendeva i due scalini. Ma egli non si poteva risolvere, spaventato del come poi lasciarli a mezza la strada, e li guardava che si rivolgevano verso la porta, sospesi dalla sua stessa indecisione, intanto che la Marianna più coraggiosa seguitava a tirargli le falde, ripetendo:

--Sono signori, non istà bene.

--Arrivederla, don Natale, arrivederla,--gridò Jela.

--Buona passeggiata.

--Vada dunque,--insistè la serva.

Jela si voltò ancora.

--Vacci dunque tu,--replicò stizzosamente don Natale, umiliato della propria timidezza.--E il cucchiaino?

--Lo sa pure, che sono solamente quattro, d'argento. Sì, poi adesso mandarli via come cani: è una vergogna. Almeno ci fosse andato dietro, non morsicano già. Ma chiuda dunque la porta: sono cose da far pietà!

E la chiuse ella stessa, correndo subito alla finestra per tener loro dietro, nascosta dal vaso delle rose; don Natale riflettè un momento a testa china, poi la seguì. La Marianna, colla fronte contro il vaso e le reni grasse sporgenti, guardava per lo spiraglio fra il vaso ed il muro.

--Com'è che gli sposini non sono a braccetto? C'è la signorina Ida invece. Io poi ci vorrei stare, al mio posto.--Ma dopo un istante con un grosso riso di donna matura esclamò:--Non mi piace, è un coso bianco bianco come un pollo morto. Eh! sono in due, che se non s'insanguinano non diventano rossi.

--Sta zitta,--mormorò a bassa voce, quasi potessero udirla ancora, don Natale rattenendo una risata.

Ma la Marianna si rialzò dallo sforzo di quell'atteggiamento, che le aveva fatto diventare il viso purpureo. Era ancora bella; si passò una mano sugli occhi neri, poi mettendo un respiro, che le fe' tremare superbamente tutta la massa del seno:

--Non ce n'è nemmeno da cena con uno sposo così: dopo poi? Sì...

E ritta in tutto il vigore della sua sanguigna robustezza, lanciò loro dietro un gesto intraducibile, cogli occhi luccicanti, il seno grosso, la bocca commossa da un sorriso così formidabile, che don Natale ebbe una compiacenza nello sguardo, ammirandola, e sorrise.

V.

--Pigliami teco a letto la prima notte: lo ameremo insieme.

--Che? Enrico è tutto mio, non te ne do neanche un capello.

--Bada, gli piglierò la testa.

--La testa?--rispose Jela, arrestandosi un momento all'energia feroce di questo scherzo; quindi buttandosele contro il viso ed arruffandone i capelli:--Il bel guerriero indiano! Te la metterai agli arcioni di Febo. Senti, ti suono il suo valzer: lo ha composto per me.

--E tu lo credi: lo ha rubato a Schubert.

--Bello! bello!... come sei bello, Enrico!--Jela seguitava a gridare scorrendo colle agili dita sulla tastiera, e traendone una danza di note calde e folleggianti, che pareano battere come tanti cuori e fremere come tante labbra, mentre la sua testina si agitava in una smania lasciva e scimmiesca.

--Ida, vuoi venire a letto con noi? Appena arriva glielo domando.

Ma Ida, che riceveva gli aculei di quelle celie nell'anima, come il toro la punta delle bandieruole rattenendo tutti gl'impeti dello spasimo per un salto inaspettato, era tornata collo sguardo sulla strada; quando all'urto di una massa bruna, che si avanzava verso il castello fra un nuvolo di polvere, esclamò:

--Arrivano.

Jela balzò alla finestra, poi fuggì. Ma Ida, che non voleva perdere il vantaggio di essere cercata, colse il loro doppio saluto, mentre entravano sotto il portone; il conte le parve anche più bello. Quindi ritornò sulla poltrona e riflettè lungamente prima di scendere in giardino. Nell'atrio incontrò il duca, che la cercava. Il sole curvo sulla cima del bosco allungava l'ombra del palazzo fin oltre la vasca dei pesci, mentre la moltitudine dei verdi sul monte impallidiva malinconicamente. L'aria era ancora calda e piena di profumi campestri. Essi rimasero in piedi, appoggiati colle ginocchia contro l'orlo levigato della vasca, ascoltando l'inesauribile soliloquio delle fontanelle. Ma il duca, che smaniava di offrirle il regalo, si trasse di tasca un astuccio e, presentandoglielo aperto con un garbo quasi di orefice, le domandò che cosa ne pensasse. Era un filo di perle piccole, brune ed uguali. Ida le considerò sbadatamente, e gliele restituì.

--Ma sono per voi, se avrò la fortuna che le accettiate,--disse con una certa crudezza.

La fanciulla lo guardò.

Egli fu impacciato.

--Quanto vi costano? signor duca?--chiese colla sua voce più limpida, giocarellando col filo delle perle nel mignolo.

Egli fu impacciato.

--Quanto vi costano? Spero che il loro prezzo non sarà un segreto.

--Duemila lire.

Ida trovò uno de' suoi potenti sorrisi.

--Al mio villaggio conoscevo un ragazzo falegname, che un giorno per una lite col padre dovette uscire di casa, e sostituì un signore nella coscrizione. È morto nella Sila contro i briganti. Povero ragazzo! vendette per tremila franchi la sua vita!

--Signorina,--rispose il duca colla fronte ardente di rossore:--vi assicuro che questa volta avete torto. Il duca di Rivola non è nè abbastanza ricco, nè abbastanza pazzo, per voler comprare con un filo di perle un brillante più grosso del Reggente.

--Ah!--fe' rattenendo una risata a questo complimento rettorico, ma guardandolo con aria lusinghiera:--siete voi, signor duca, che avete torto. Perchè mi fate la corte a questo modo? Perchè non mi avete presentato un fiore, un libro, una perla sola? In una perla piccina può capire un mondo di ricordi o un mondo di speranze.

--Vi ho offesa?--mormorò ammaliato dalla dolcezza di quella voce.

--Offesa! ve l'ho detto un'altra volta: non mi offendo per non darvi il vantaggio di una superiorità. Offritele a Jela queste perle: ne sarà tutta contenta.

--E se vi pregassi di accettarle come un rosario, col quale preghereste per me? Prendetene una almeno.

Ella ruppe con una strappata il filo delle perle e, raccogliendole tutte nel cavo della mano, gliele presentò sorridendo.

--Mettetemela nei capelli,--disse poi, abbassandogli il capo sul petto colla eleganza vezzosa, ma forte, di una capra.

Il duca si guardò attorno come per darle un bacio sulla nuca profumata di un sottile odor di fieno; ma l'abbattimento di quella nuova sconfitta fu più grave della tentazione, e il desiderio gli si affondò nella coscienza. La fanciulla, che in quell'atteggiamento gli porgeva la mano colle perle più alto della propria testa, sforzando voluttuosamente un contorno del seno, cominciava a tremare d'impazienza. Egli prese quindi una perla e, sollevandole un riccio sulla fronte, ve la nascose in modo che non cadesse.

--Avete finito?--sussurrava la fanciulla con un riso soffocato, accorgendosi che il duca le si perdeva cogli sguardi giù per il collo.--E queste? fate la mano.

--Accettatele, ve ne prego.

--Lo volete?

--Ve ne scongiuro.

--Ecco; grazie, signor duca!--e lanciò improvvisamente tutte le perle in aria, sulla vasca, che caddero in una pioggia minuta, attirando i pesci di Jela, mentre ella si curvava ad osservare le loro disillusioni colla stessa grazia, che se vi avesse gettato della sabbia. Ma il duca, sopraffatto da un sordo rammarico, era rimasto colla bocca aperta.

--Come mi esaminate!--ella sclamò ad un tratto.--Ecco che mi trovate straordinaria, perchè distruggo duemila lire senza possederne altrettante. Via, signor duca, dovreste esser più gentile.

--Vi ammiro.

--E mi amate un poco per questo?

--Vi amo troppo.

--Troppo! avaro! Ebbene, fatevi amare, diventate bello come il conte Alidosi: la bellezza è sempre la prima virtù.

--Siete innamorata di lui?--proruppe morsicato dalla gelosia.

--Io...

Poscia si fece seria e gli tese la mano.

--Signor duca, vi credo: forse un giorno avrò bisogno di voi e dovrò cercarvi, se mi amerete ancora o piuttosto non mi avrete dimenticata come tante altre donne, che v'ispirarono dei capricci.

--Mai.

--Conto su di voi. Adesso parliamo d'altro, perchè ecco appunto che vengono a cercarci il conte Alberto e i due sposini: vedete, parlano di noi, dicono già che mi state seducendo. Ma, signor duca, se non affettate un contegno più indifferente, crederanno di arrivare a tempo per salvarmi: siete quasi drammatico.

Il duca ebbe appena il tempo di rimettersi sotto questa nuova sferzata, che gli altri erano già loro sopra, e tutti insieme andarono nel bosco ad aspettare l'ora di pranzo. Jela raggiante pei regali ricevuti, e non ne era arrivata se non l'avanguardia, sotto la pressione di quella gioia, che le traboccava dal cuore, dovette appoggiarsi al braccio della sorella. Ella non capiva in sè, parlava, rideva, guardando Ida ed Enrico a vicenda, quasi per rifrangere sul loro viso la propria felicità e raddoppiarla.

--No,--rispose Ida al conte con uno sguardo fiammeggiante.

Egli le fece un cenno inutile, Jela non si era accorta di nulla, e l'altra era già tornata verso il duca.

Passeggiarono ancora qualche tempo per il bosco, poi la campanella li chiamò a pranzo. Ida era presso il conte Enrico.

--Ho bisogno di parlarvi: questa notte verrò nel vostro appartamento,--sussurrò offrendole una salsa.

--Non siete abbastanza forte per farvi un giocattolo di me.

--Allora non mi amate.

--Vi amo più di Jela, ma se non posso disputarvi, non voglio pregustarvi come un cuoco.

--Non le piace questa salsa?--le chiese il duca insospettito di quel dialogo a bassa voce.

--No.

Finalmente venne il giorno delle nozze. La funzione avrebbe dovuto essere per il mattino, ma Jela si era sentita così male, che sul consiglio del dottor Torquemasi, invitato dal villaggio, si era rimandato il tutto per l'indomani. La fanciulla non era più uscita dal proprio appartamento, sola tutto il giorno colla Nencia; poi la sera aveva pregato ella stessa lo zio, perchè il matrimonio si celebrasse subito, senza nemmeno quella poca solennità consentita dall'indolenza del padre. Ella aveva come paura e vergogna; se lo avesse potuto, sarebbe andata di notte, sola con Enrico e la Nencia, a bussare alla porta di don Natale, perchè li sposasse.