No: Romanzo

Part 12

Chapter 123,789 wordsPublic domain

Il duca fe' un atto inesprimibile di mille irritazioni in una sola, ristette e, riassumendo tutto il fascino di quella donna dalla sua ultima posa, disordinato, quasi grottesco, egli da tanti anni abituato a tutte le iattanze della galanteria e alle bravate della disinvoltura, uscì dalla biblioteca colle tenebre non meno dense agli occhi che al cuore. Ida non si mosse, ma appena fu sola si libò sulle labbra un sorriso e, stringendosi addosso tutta l'ombra di quello stanzone, parve voler farsene un velo, nel quale avvolgere il mistero di quella scena e tutta sè stessa.

Quella notte il duca dormì male, la mattina le mandò per il proprio cameriere di confidenza questo biglietto.

* * * * *

«Un giorno Puskin mandò all'Imperatore un volume delle proprie poesie con questa dedica: Opere di Puskin a Nicolò. L'Imperatore fece legare in marocchino molti boni di banca e glieli spedì: Opere di Nicolò a Puskin. Il poeta ebbe lo spirito di rispondere: Maestà, ho letto il primo volume, un capolavoro; aspetto il secondo.

Nicolò non trovò la risposta.

Io l'avrei trovata inviandogli la chiave del mio scrigno come la chiave della biblioteca.»

* * * * *

--Il duca mi ha detto d'aspettare la risposta,--le disse il cameriere colla dissimulata finezza di un uomo uso a simili incombenze.

Ida, che aveva letto indifferentemente quel biglietto, andò al tavolo e scrisse:

* * * * *

«Filippo di Macedonia si vantava di pigliare ogni fortezza nella quale potesse introdurre un asino carico d'oro; vanto di mediocre capitano, uso ad assaltare villaggi troppo poveri per scapitare in una resa».

* * * * *

Il duca, che attendeva la risposta facendo toeletta, ne fu dolorosamente punto. Quel giorno Ida non comparve che a pranzo e fu insensibile a tutte le sue allusioni, anche le più trasparenti. Dal proprio canto il duca sempre più irritato cominciava a smarrirsi, parendogli quasi un sogno di essere tanto trascorso con quella ragazza e che ella non se ne fosse offesa. Ma se da provetto conoscitore egli le aveva riconosciuta fino dal primo giorno la stoffa di una gran signora, capace ancora più d'ispirare follie che di commetterne, e si era incapricciato per la vanità di creare un ultimo scandaloso capolavoro, la fanciulla, che aveva troppa forza d'esperienza per cadere nel primo tranello, tratto tratto gli ricompariva ancora giovinetta, col fascino leggero della propria età e le provocazioni delle primizie.

Così le difficoltà, che avevano salvato il conte Alberto, finirono di perdere il duca. Egli non volle confessarsi inferiore ad una maestra, dopo essere stato battuto come uno scolaro. Questa amara parola gli era rimasta nella strozza e pareva soffocarlo, quando ella lo guardava placidamente senza abusare della vittoria.

--Dunque?--gli domandò il conte Alberto, sorprendendolo a contemplare la fanciulla, che si allontanava al braccio di Jela coll'Alidosi verso il bosco.

Il duca alzò una spalla colla più suprema indifferenza, ma il conte Alberto, che aveva saputo dalla Nencia la visita notturna in biblioteca e ne indovinava il risultato, ripetè il suo primo sorriso di sarcasmo.

Il duca corse sulle loro tracce per il bosco, ma Ida non c'era più. Raggiunse i fidanzati, passeggiarono per il gran viale; poi i due uomini, che s'intendevano a meraviglia, vollero ritornare.

Jela era triste, la sera passò male. Ida non scese dalla propria camera, Jela suonò, cantò inutilmente, mentre Enrico e il duca parlavano in un canto della maestra, la quale dopo il matrimonio della sorella di latte si troverebbe a mal partito.

--Cederà.

--Ne dubito,--ribatteva il duca, che, esagerando la iattanza col conte Alberto, esagerava la diffidenza con Enrico, un giovane, che poteva facilmente scavalcarlo:--tu non la conosci, è una di quelle donne alla Dumas, che calcolano sempre ed hanno troppa testa per avere molti sensi o abbastanza cuore.

--Ma se è quasi brutta!

--Tanto meglio.

Così passarono vari giorni, poi Enrico partì e non rimase che il duca, del quale il capriccio nascente era omai noto a tutti grazie alla Nencia. Ida durava la solita manovra e gli parlava spesso dell'Alidosi, del suo matrimonio con Jela, della felicità di quest'ultima sposando un uomo così raramente bello. E a poco a poco quella ammirazione della forma le si riscaldava suo malgrado nell'anima, con quella incessante preoccupazione di eccitare la voluttà negli altri.

Adesso la sua fantasia di poeta offriva tutto un carnevale di orgie al suo cuore di vergine e ai suoi sensi di donna; non desiderava più, chiedeva: non saliva alla lussuria, vi discendeva colla famelica ostinazione di una abitudine irritata dall'impotenza stessa. Era sempre la fanciulla dalle immaginazioni sultaniche, la quale voleva essere amata invece di amare, avere un uomo piuttosto che una passione, ma con un egoismo più cosciente ed una raffinatezza più corrotta. La sua lussuria aveva l'acrimonia dell'odio sotto tutta quella pompa di pensiero, ed era come il crocicchio di tutte le strade della sua anima, il vertice di tutta la sua vita. Ella, che non poteva essere un giorno se non per la lascivia, se n'era fatta come una mazza medievale dalle punte dentate; se non che, tenendola sempre in mano o fra le ginocchia, vi si pungeva soventi ella medesima.

Innamorare Enrico schiacciando Jela, suo padre, il duca di Rivola ed Enrico stesso, qual sogno!

Lo aveva fatto, poi lo aveva ripetuto.

IV.

--Me lo dici il segreto?--ricominciò Jela pigliandogliene un lembo dalle ginocchia e mostrandoglielo:--perchè questi colori? Quando te la metti?

--Forse la tua ultima notte. Non ti parrebbe ben immaginata per quella scena?--seguitò con voce sardonica.--Tu vi sei dentro nuda, più bianca di questa fodera stessa e con una commozione sul viso, alla quale il nero della veste dà quasi il tragico pallore del sacrifizio. Vedi, deve appena combaciare sul seno come nella _Femme Fellah_ di Landelle; basta scostarla un momento, ed appari nuda nella nudità del raso, con una verginità di due candori, una morbidezza di due nudità.

--Senza camicia.

Ida alzò le spalle.

--La fai dunque per me, di raso nero foderata di raso bianco?

--No.

--Non capisco.

--Domandane la spiegazione ad Enrico.

Jela diè in una risata, poi discese a cercare lo zio, che doveva partire; questi le chiese di Ida.

--È nel suo appartamento,--rispose la fanciulla, rattenendo un sorriso malizioso.

Ma il duca non osò salirvi, invece entrò in biblioteca. Il ricordo di quell'assalto fallito lo perseguitava tristamente.

Si sedette sulla poltrona, sentendovi con ironico piacere l'impronta della fanciulla, guardò poi sulla tavola il libro aperto ancora alla stessa pagina enigmatica. Ora la comprendeva troppo bene. Per un istante pensò che Ida se la tenesse sempre agli occhi per difendersi dalla sua seduzione, ed un lampo d'orgoglio illuminò il vespero del suo capriccio.

In quel punto la fanciulla, che lo aveva spiato da una finestruola sullo scalone, aperse la porta e, scorgendolo al proprio posto, fece un gesto di meraviglia.

Il duca la guardò con melanconia.

--Ero tornato per il mio libro.

Ida sorrise.

--L'avete trovato?

Il duca si fermò; il sorriso della fanciulla era così insolente, che gli cadde ogni idea di lotta, ma nel medesimo tempo ella gli apparve così provocante nello splendore della propria superiorità, che si sentì vinto per sempre.

Si ricordò in un attimo tutto il breve tempo della loro relazione, illuminato qua e là da una frase, da un frammento di scena, nella quale ella si rivelava sempre più voluttuosa, tirando indietro tutte le soluzioni e gettandogliele poi sul capo come una rete infrangibile. Era vinto, ma la sua sconfitta poteva cominciare dalla resa di lei.

--Ancora?--rispose Ida a un richiamo di quella notte.

--Non ebbi già la disgrazia di offendervi?

--No, signor duca, ma con queste parole mi offendereste un'altra volta, se io fossi una piccola borghese come le mie pari. Voi credete di non avermi offesa, perchè voi siete duca ed io sono povera... Vi è abbastanza orgoglio in questo pensiero e mi piace; ma io pure ho il mio orgoglio.

--Signorina, non crediate...

--Non credo a nulla,--ribattè con accento nervoso:--ho l'orgoglio di sentirmi al disopra della mia vita ed, essendomi ben compresa, di potervi dire: signor duca, vi siete ingannato, posso ben perdonarvi un errore.

E, pronunciando queste ultime parole, la sua voce sempre soave avvolgeva quel perdono in una carezza di armonia.

--Mi perdonate?--egli domandò più meravigliato che commosso.

--Perchè no? Del resto il vostro errore non è forse senza mia colpa. Mi avrete creduta una delle tante ragazze, che cominciano ad arrendersi nei discorsi per cedere più facilmente dopo; la vostra esperienza avrà rafforzato questo errore. Ma a certe altezze, come diceva Madama di Staël, è sempre possibile intendersi: io non sono una fanciulla volgare e voi siete davvero un gentiluomo, che ha una maniera per la donna e un'altra per la dama. Dal momento, che v'accorgeste dell'equivoco, mutaste la vostra corte...

E si arrestò.

Il duca, che sapeva di non aver mai cangiato d'opinione verso di lei, dubitò di un complimento o di un sarcasmo, ma per timore di quest'ultimo:

--Però non la cessai,--soggiunse.

--La cesserete. Quando si fa la corte si spera, quando si spera...

Egli attese, e siccome ella sembrava invece aspettare da lui il resto della frase:

--Si ama,--continuò.

--Voi!--disse con quella irritante lentezza.

--Se arrivassi a persuadervene?

--Lo crederei.

--Allora?!

--L'amore è luce, ma il fosforo ha una luce fredda.

--Il fosforo non è amore.

Ma il duca, che sentiva divagare la conversazione, tornò a costringerla nella possibilità di una passione fra loro; quindi imbaldanzito della buona piega del dialogo parlò di un ricordo, di un pegno di pace; e siccome Ida senza rispondervi accennava a ritirarsi:

--Non mi lascerete baciare la vostra mano? Sarà il perdono di quell'altro bacio.

--Mi avete baciata!--esclamò con una indifferenza così perfetta, che lo ferì al cuore. Poi la fanciulla si rivolse leggiera, andò verso uno scaffale in fondo, vi si rizzò sulle punte dei piedi per leggere il nome dell'opera; ma non era quella, e dovette cercarla ancora, movendosi con una grazia così superba, che il duca stette lì lì per farle un altro complimento. Finalmente la rinvenne: era un grosso volume, vecchio; se lo mise sotto un braccio e, portando la mano più basso, a caso, sopra un altro volume, si sporse repentinamente verso il duca.

--Ecco!--esclamò:--era questo il vostro libro? George Sand, _Le dernier Amour_.

--_Le dernier_...

--_Mais amour?_

--Sia!--gridò facendole un passo incontro; ma ella agitò la mano ad un gesto di addio, di provocazione, di ripulsa, e fuggì per la porta. Il duca l'inseguì come un fanciullo, ma potè appena vedere le sue sottane svoltare all'uscio dell'appartamento. Ida proseguì; appena nel salotto s'incontrò nella Nencia, che la cercava da parte di Jela. La vecchia notò quell'aria trionfante della fanciulla e si morse le labbra per frenare una malignità irriflessiva, che l'altra fu pronta a coglierle nella contrazione della bocca.

--La signorina vorrebbe scrivere una lettera da consegnare al signor duca, che parte. Aspetta giù nel salone: il signor duca parte fra poco.

--Ritornerà.

--Quando si è amati in una casa ci si ritorna.

--Non sempre, buona Nencia; ma quando si ama sì.

Jela era già seduta al tavolo colla fronte aggrottata e la penna nelle mani. Voleva scrivere una lettera ad Enrico, ma con tutti gli sforzi non era riuscita ad andare oltre l'esordio, un periodo veramente orribile. Aveva quasi pianto di rabbia, poi si era dovuta decidere a mandare per Ida. Questa, già abbastanza informata dalle parole della Nencia, sorrise a quella confessione di una lettera segreta, cui il duca faceva da corriere. Quindi rispose subito:

--Scrivi.

Jela, ammirata di quel facile talento d'improvvisazione, la guardava ansiosamente.

--Scrivi pure; sarà una bella lettera, degna di voi due:--e mentre Jela si accomodava meglio al tavolo, Ida cominciò a passeggiarle dietro per la stanza. Era diventata pallida; la voce le tremò nel pronunziare il nome di Enrico. Colla sua prontezza agli espedienti aveva già traveduto tutto il partito, che poteva trarre da quella lettera.

* * * * *

Enrico!

«Quando m'imponesti di scriverti, non avevi certo pensato che per me sarebbe stata la prima volta e mi troverei qui ora, al tavolo, senza saperne più nulla. Ti amo, lo sai: ma dopo non so più cosa dirti, non lo so, non lo so. Mi pare che tu sia qui a vedermi scrivere, sorridendo del mio imbarazzo, mentre quello stesso rossore, sul quale hai tanto scherzato, m'infiamma orribilmente la faccia. Mi vuoi veramente bene, Enrico? Vedi, io non reggo teco a cinque minuti di conversazione, sono una bambina, ma ti amo tanto che consentirei anche a diventare brutta, se per uno strano capriccio tu dovessi chiedermelo un giorno».

* * * * *

--No, no,--interruppe Jela:--sei pazza.

--Scrivi,--ribattè l'altra con accento nervoso.

* * * * *

«Se non potrai ritornare prima di sabato, te lo dico apertamente, sei ben cattivo. Ma non lo sai, Enrico, che ho bisogno di vederti, che penso troppo a te quando sei lontano, che il tuo pensiero mi diviene un tormento, che ti ho sempre agli occhi e l'anima mi si sfinisce nello spasimo soave di questa illusione? La notte ti sogno, il giorno è un'altra notte, che mi ti fa più bello. Suono sempre quel _valtzer_, che hai composto per me, e ne ripeto le note per lunghe ore, perchè mi pare di sentirti così sotto le mie dita».

* * * * *

A questo punto Ida, che passeggiava innanzi al tavolo di Jela, dominandola di tutta la persona, vide schiudersi piano piano la porta ed apparire guardingamente la bionda testa dell'Alidosi. Impallidì. Egli entrò sulle punte dei piedi, vestito di bianco, leggiero, come un'ombra, sorridendo di quella scena indovinata all'ultime parole della lettera, e della quale la Nencia eragli corsa incontro ad avvisarlo. Le fe' un cenno scherzoso di seguitare, guardandosi attorno per sedersi in un angolo. Ma Ida si rimise prontamente, gli rispose con una occhiata, poi chinandosi su Jela si fe' ripetere l'ultimo periodo, quasi ne avesse perduto il filo, e lo pronunciò con voce vibrata.

--È troppo,--arrischiò timidamente Jela.

--Per il tuo amore? Se lo ami meno, possiamo smorzare le frasi.

--Ma infine non mi ha ancora sposata! Se lo sapesse papà mi sgriderebbe.

--Scrivi, la straccerai poi.

E Ida perfettamente sicura ricominciò a passeggiare verso il conte. Una indefinibile umidità le appannava la levigatezza della fronte, mettendole sulle gote un pallore di emaciazione; gli si appressò, sempre cogli occhi negli occhi, e con un gesto quasi grave gli tese la mano. Egli meravigliato, commosso, gliela strinse, avvolgendosi involontariamente nella luce del suo sguardo. In quel momento ella gli si chinava sovra i capelli biondi, divisi femminilmente sulla fronte, curvandogliela con una terribilità di atto amoroso, cui il pericolo di quel silenzio e lo stesso lividore del volto davano una solennità quasi tragica.

Quindi ripetè, staccando ad una ad una le parole:

* * * * *

«Io non lo so perchè ti ami, ma ti amo dal primo giorno che ti ho veduto, ti amo ancora, ti amerò sempre, anche se tu non mi amassi o, per una orribile brutalità del destino, dovessimo separarci per sempre prima di esserci uniti eternamente. Mi somigli quasi: sei bello come una donna».

--Questa poi è una insolenza:--disse Jela senza voltarsi.

Ida, piegata sul volto di Enrico, lo divorava cogli occhi dilatati:

--Aspetta,--susurrò con accento convulso.

* * * * *

«Sei bello, ti amo, ti voglio...».

* * * * *

--Ti voglio,--ripetè con voce strozzata, ed avventandoglisi colla furia dell'aquila, gli si posò fremente, feroce, ferita, sulla bocca. Egli, preso da quel bacio, ebbe appena la forza di resistere all'urto; non capì. Gli parve che un unghione gli si piantasse nel cuore, che gli bruciassero le labbra. Chiuse gli occhi, li riaprì, e vide Ida rivolgersi bruscamente col viso stravolto e dare in una risata stridente.

--Oh!--esclamò Jela, che si voltava in quel punto, e rimase tutta meravigliata di vedere Enrico ancora per mano di Ida. Egli non si poteva rimettere, ma l'altra, ridendo sempre più naturalmente gli diè una scossa disperata, mentre ubbriaca dal soverchio riso andava ad abbattersi sopra una poltrona.

Allora anche Enrico sorrise.

--Ma,--disse Jela, che stentava a comprendere.

--Sono entrato di nascosto.

--Non lo direte con alcuno?--intervenne Ida con gaio spavento.

--Che! è un segreto.

Quindi Ida si levò, venne intorno a Jela, e ridendo le chiesero perdono dello scherzo.

--Senti, se non ci perdoni, guai a te! Lo dirò a mia zia, che ti aspetta su nel salone con papà, e siccome è la donna più noiosa del mondo... Signorina,--si rivolse a Ida,--anche questo è un segreto... Ti renderà la vita impossibile. Mio Dio! ho dovuto portarla meco, ma ci aiuteremo a lasciarla sempre sola. È la mia unica parente.

--E il duca?

--È mio zio, ma lo considero come un amico. Eccolo là!--esclamò vedendolo passare pel cortile.

E corse alla finestra.

--Non parto per oggi: dov'è Ida?--chiese questi a bassa voce.

--Qui: l'ami?

--Come un pazzo.

--Lo sei.

L'indomani la marchesa di Renzuno, ancora indispettita col conte Alberto, il quale aveva rifiutato ogni ragione perchè il matrimonio accadesse pomposamente in città colla esposizione del corredo, i ricevimenti, le feste, il corteo dei parenti, la folla curiosa (un trionfo per la famiglia ed una vera entrata nel mondo dal gran portone aperto a due battenti), colla sua consueta febbrilità cercò subito del curato. Voleva intendersi seco per la cerimonia, preparando una festa campestre; ma poi non era contenta, e tornava sulla sconvenienza di questo matrimonio di sotterfugio, quasi Jela non fosse la contessa di Valdiffusa e il conte Enrico non portasse uno dei nomi più belli della provincia. Se non che il conte Alberto, il quale si vedeva innanzi tutta la schiera delle noie e delle contrarietà mascherate di cortesie, già ristufo del mondo ed inchine per pigrizia alla misantropia, non si lasciava punto smuovere e cercava di placarla, confessandole ripetutamente il proprio torto. Il duca lo sosteneva per sollazzo, il conte Enrico affettava una grande passività, piena di rispetto affettuoso per il suocero e di amore per Jela, cui il frastuono vagheggiato dalla zia spauriva. Ma ella si arrabattava ancora. La sua attività, diventata proverbiale nel vasto circolo delle sue relazioni, non aveva requie. Purchè ci fosse una causa, nella quale aver ragione a furia di dare torto agli altri, il titolo non importava; ella vi dava dentro soffiando, anfanando, girando sempre su sè medesima, e parendole così di fare il giro del mondo.

--Mio Dio!--aveva esclamato il conte Alberto dopo un assalto:--la vita deve sembrarvi ben breve.

--Ma l'ozio è orribile.

--Forse v'ingannate,--ribattè colla sua felice indolenza, allungandosi sulla poltrona e seguendo con occhio distratto il fumo azzurrino del proprio sigaro.

--Anche l'ozio deve essere stato calunniato: il destino di tutti i grandi!

Ida sorrise di approvazione.

--Ma come si fa a stare in ozio, pensando sempre?

--Non si pensa: non è vero, signorina Ida, voi che pensate sempre?

La fanciulla ripetè col conte il suo fine sorriso, e la marchesa non potè frenare un gesto d'impazienza.

Quella mattina, benchè il sole fosse già alto, volle partire per la parrocchia. Sarebbe stata una passeggiata.

--Andiamo a cavallo?--sclamò Ida guardando il conte Enrico.

--L'invito è a piedi,--ripetè secco secco la marchesa, e si volse al duca, perchè egli pure fosse della partita. Questi rispose con un inchino e, passando vicino alla fanciulla:

--Fate presto,--le disse:--la marchesa ha sempre fretta.

--Suo marito ne aveva anche più, giacchè è vedova.

--Ah!--gridò il duca, frenando a stento una risatina, e corse dal conte Alberto a ridirgli il motto.

Ida salì al proprio appartamento, si acconciò un velo nero sui capelli e prese il frustino invece dell'ombrello. Per le scale s'incontrò con Jela; la marchesa aspettava già sul portone col duca ed Enrico. Era un grazioso mattino. Traversarono il vecchio bosco, umido di nuova vita, cogliendo qualche viola serotina, la marchesa al braccio del duca, e Jela a quello della marchesa, Ida innanzi con Enrico. Benchè lo scopo della passeggiata fosse lieto e il cielo sorridente, parevano tutti malcontenti. Parlavano poco. Jela, col pensiero alla chiesa del suo matrimonio, seguiva coll'occhio i passi di Enrico, il duca ascoltava senza intenderle le parole di quei due davanti, che parevano camminare senza il solito brio. Il viale fu interminabile.

Ma Ida, cui la profonda serietà del bosco premeva la voglia di una risoluzione, avventò la prima frase; il conte si spinse oltre col solito tono di frivolezza, e il loro dialogo già difficilissimo s'impigliò nell'orgoglio di entrambi.

--Vi preferisco così,--ella proruppe nervosamente ad un silenzio:--sono io, che vi tento.

--Mi tentate?

--Volete un'altra parola? vi amo; siete bello, leggero... oh!--fe' mordendosi le labbra per trattenere un aggettivo più insultante ed egualmente vero:--Jela, non può comprendervi, perchè vi somiglia troppo. Ci vuole un poeta e non una rosa per capire un narciso.

E le parole le tremavano talmente sulle labbra, che egli vi sentì quel bacio delirante nel salotto. Le strinse il braccio.

--Lo so,--disse poi.

Ella attese.

--Mi amate?--ella domandò alzando la fronte.

--Sì.

--Questo sì è breve come un amore di uomo, potrebbe rispondervi Shakespeare. Ho torto; non avrei mai dovuto giungere con voi sino a questo punto, ma la vostra debolezza è stata più forte della mia forza.

Egli si scosse, e Ida proseguì frettolosamente:

--È la prima volta che ci parliamo liberamente, potrebbe esser l'ultima. Vi amo, ve lo ripeto umiliandomi. Sono parole avvelenate le mie. Se mi amate, che pensate di me? Fra un mese sarete il marito di Jela e partirete. Io...--Ma la fanciulla, che gli studiava attentamente nel volto, strozzò un urlo di sdegno.

--È orribile!--mormorò disperatamente fra i denti.

Il conte, che non capì, le si curvò precipitosamente sulla faccia, ma, sentendosi dietro il passo del duca, per timore di essere sospettato allungò imprudentemente il proprio.

--Che avete?--chiese con premura.

--Nulla! Lo volete sapere?... Adesso, in questo momento, mentre vi domandavo... ebbene avete supposto che cercassi presso di voi, nella nuova casa, un posto di maestra, come lo sono ora per voi e per tutti presso Jela. Non lo negate, lo avete pensato, signor conte. Ma voi non siete più una donna adesso, siete un uomo, perchè bisogna essere un uomo coll'abitudine di tutti i mercati per credere che volessi vendermi così abbiettamente per una simile carica.

--V'ingannate,--balbettò confuso dal tono ardente di quelle parole e dalla penetrazione di quel pensiero:--vi assicuro sul mio onore di gentiluomo...

--Non mentite, lo avete pensato. Chissà se non abbiate ragione, stimandovi così poco da non potere ispirare ad una donna un amore al disopra di ogni riguardo, e capace di farle perdere tutto senza nemmeno una speranza.

Questa volta il conte si morse le labbra.

--Più piano,--gridò loro dietro il duca, impigliato negli sterpi del sentiero e nei discorsi della marchesa.

Si arrestarono l'una in faccia all'altro, ma non parlarono più. Il duca li raggiunse, poi salirono la boscosa costiera per una piccola calagna, che menava alla parrocchia. La marchesa, vestita di un ricco abito da città, si lagnava incessantemente dei pruni e del terreno così sdrucciolevole e disuguale, che ad ogni passo si correva rischio di cadere.