Chapter 5
--Divina!... Adorabile!...--Queste due volgarità Gino le aveva lasciate sfuggire a denti stretti, schiacciando quasi, con un moto convulso, il cappello fra le ginocchia. Benchè alle volte egli fosse pieno di spirito come un termometro, adesso lo spirito era svaporato del tutto. Egli si sentiva molto.... molto commosso. L'oscurità del salottino, alla quale il suo occhio si abituava, lasciava distinguere, a poco a poco, la bella marchesa di Tolosana che si disegnava fantasticamente fra i colori vivaci della seta e dei velluti. Di quella bizzarra creatura, Gino intravvedeva la linea pallida del collo e delle spalle, una linea che si allungava via via completandosi, quando a Lucia, che era tutta un continuo movimento, si apriva meglio la scollatura a cuore della veste. E distintamente, anche nell'oscurità, vedea disegnarsi il biancastro delle braccia tondeggianti, che, nude fin sopra il gomito, uscivano dalle maniche larghe e cortissime, e poi.... e poi tutta quella massa di capelli, quel disordine, quella confusione di capelli che, lunghissimi, le cadevano sul collo sulla faccia, sulle spalle, penetrando qualche ciocca indiscreta anche nell'apertura della veste; il profumo intenso, nuovo, particolare a quella donna, e il caldo della stufa e i fiori.... Insomma, se a Gino era svaporato lo spirito, bisogna pur compatirlo!...
--Adorabile!... Divina!...
--Recanati, attento! È la quarta delle dichiarazioni ch'ella mi fa in cinque minuti, e così non mi lascia nemmeno il tempo di poterle gustare.
--Marchesa cattiva! cattiva! Per amarla troppo terminerò coll'odiarla.
--Il caso non sarebbe nuovo, ma:
Sì fieri sensi nell'ardente petto Chi v'ispira, o signor?
--Sfido io! Non c'è caso ch'ella voglia prendere le mie parole sul serio!
--Oh! Se non prendo le sue parole sul serio, dovrebbe ringraziarmene, caro Recanati--e qui l'accento ebbe un'intonazione molto marcata.--Se no, scusi, sa, scusi, ma, a quest'ora.... me ne rincrescerebbe tanto per la diplomazia, ma....
--Marchesa, non era mia intenzione l'offenderla.
--Lo credo, e non si sgomenti. A me piace lo scherzo e ho capito che piace molto anche a lei, ecco tutto.
--Ella certo non può dubitare della mia stima!
--Oh no; perchè sono abbastanza sicura del fatto mio, ma lei, come lei.... Mi conosce da dodici ore e pretenderebbe di amarmi non solo, ma pretenderebbe anche di farsi amare e....
--Non lo pretendo, marchesa, lo desidero.
--Un momentino; lasci finire. Appena presentato, subito mi scarica addosso una dichiarazione fulminante. Io ne rido; e lei, con una disinvoltura invidiabile, giù la seconda, la terza, la quarta: una raccolta non sempre originale, ma molto ricca. Continuo a ridere, per il meno male, e allora, con un talento superiore a qualunque filodrammatico, mi recita per benino la parte del cruccio e dell'ira. Senta, se lei mi lascia ridere, rider di cuore, potrò credere che, pure scherzando, abbia della stima per me; ma se invece dubita solamente che io possa accettare le sue, sarò buona e dirò le sue _amabilità_ sul serio, per valuta corrente, nei miei Stati--la sua passione che dura da dodici ore, delle quali ne avrà dormito otto per lo meno, mi condurrebbe a delle conclusioni contrarie, credo, ai suoi desiderii.
Ella rideva mentre parlava, rideva con un riso fresco, giovane, sonante, e le fossette delle sue guance si facevano più profonde e più tentatrici.
--Sì.... dodici ore, sarà; ma dodici ore sono più che abbastanza per diventar matto!
--E allora, per ritornar savio, quante ore pensa che le possano occorrere?
Gino, a questa lezione, perchè, anche detta ridendo, mentre ella, con una mano, si accomodava i capelli dietro la nuca, mostrando così tutto il braccio nudo e facendo risaltare le curve squisite del busto, era sempre però una lezione, Gino si trovava maluccio....
--Chi le assicura che io l'abbia veduta per la prima volta ieri sera?--diss'egli come l'uomo che nuota a caso in cerca di una tavola di salvamento.
--Raiberti me lo ha assicurato mezz'ora fa.
Raiberti era un buon diavolo, ma chiacchierava troppo.
Esso raccontò alla marchesa l'esclamazione di Gino al sentire che Giulia era vedova, la confusione delle parentele; raccontò tutto, in una parola. D'altra parte era la sua prima visita, e si riteneva fortunato di avere così un argomento qualunque da mantener viva la conversazione.
--Ma Raiberti non lo poteva sapere.
--No?... Se mi ha detto che son due giorni soli ch'ella è qui a Roma e che era assente dall'Italia da cinque anni?
--Questo non vuol dire. Non è la prima volta che ci vengo.
--Ma io, cinque anni fa.... cinque anni fa ero già fidanzata.
--Fidanzata.... pur troppo!--Dicendo queste parole, egli prese una cera rassegnata, si avvicinò a Lucia che, sicura di sè, non si ritrasse nemmeno, e:--Se io le dicessi--continuò--di aver portato meco in questi cinque anni di esilio....
--D'esilio?... In Ispagna?... Alla Corte?... Con una incoronazione, due matrimoni e un funerale?
--Cinque anni di esilio, perchè non ho potuto dimenticare mai ciò che io avevo lasciato in Italia, qui a Roma.
--Raiberti me lo ha detto: una nonna adorata!...
--Marchesa, questa è cattiveria, è crudeltà....
--Via, via, da bravo! quella brutta faccia non gliela voglio vedere!...--e Lucia stese una delle sue piccole mani a Gino, che la prese e la strinse.... anche un po' troppo.
--Avevo lasciata in Italia, una fanciulla bionda, pallida, con due occhioni neri.
--Non la si può dire una rarità della specie; tutte le bionde, da poco in qua, hanno gli occhi neri.
--Lei.... non si ricorda di nulla, lei?--Gino prima di andare avanti aveva bisogno di un qualche indizio per poter regolarsi.--Imbecille! Perchè non sono andato al _club_ ieri sera?--pensava intanto fra sè.--Avrei potuto forse conoscere suo marito e raccogliere qualche informazione opportuna.
--Non si ricorda di nulla, lei?...
--Io?... Di nulla!
--Non si ricorda di avermi veduto mai, nè al Pincio....
--No....
--E nemmeno al Valle?...
--Al Valle, cinque anni fa? Ero ragazza!
--Cioè all'Apollo, volevo dire.
--Ci sono stata una volta con papà. Alla _première_ dell'_Aida_.
--E non si ricorda di avermi veduto!...--soggiunse Gino, il quale finalmente si sentiva in porto.
--Io no. Ero fidanzata, e capirà bene, io non guardava che il marchese di Tolosana.--Così dicendo Lucia abbassò gli occhi sospirando profondamente; profondamente davvero.
Gino pensò, con una soddisfazione colpevole, che anche quel marito non andava a versi alla moglie.
--Io non conoscevo alcuno--continuò il diplomatico--ero a Roma, per gli esami, da pochissimo tempo. Entro in teatro, mi guardo attorno svogliatamente e vedo.... vedo lei, marchesa, in un palco di....
--Di second'ordine.
--Appunto.... In seconda fila. Vederla, e restare colla bocca aperta, assorto in una muta contemplazione, fu tutt'uno. Le cantilene di Selika e di Nelusko....
--Cioè di Radames e d'Aida....
--Di Radames e d'Aida, trovarono la mia mente, i miei sensi distratti. Tutta la mia vita era negli occhi, negli occhi che contemplavano lei, e la divina musica di Verdi rimaneva soffocata da un'armonia celeste dell'anima, che mi trasportava in un altro mondo, in una follia di desiderii e di sogni. Egli è che allora conoscevo l'amore per la prima volta, egli è che allora per la prima volta imparavo ad amare. Finito lo spettacolo esco dalla sala per incontrarla all'uscita. Mentre la vedo passare bionda, pallida, sottile, come la figura d'Ofelia nella mente di Shakespeare innamorato, scorgo un collega:--Conosci quella giovinetta? domando.--È la.... Qui Recanati s'interruppe un istante: il casato di Lucia non lo sapeva.--È la fidanzata del marchese di Tolosana--mi risponde. Creda, marchesa.... mi sono sentito una mano ghiacciata serrarmi la gola, un coltello piantarsi nel cuore....
Lucia non rispose, pareva commossa.... anche lei pareva avesse perduto lo spirito.
--Ricordo di averla veduta quella sera con.... con un....
--Con mio padre.
--Appunto. Un signore.... piuttosto in età....
--Alto di statura....
--Sicuro, alto.... un po'....
--Un po' magro.
--Un po' magro....
--Colla barba bianca.
--Oh bianchissima. Vede bene come ricordo ogni più minuto particolare!
Lucia lo guardò con un'occhiata che era una carezza, e sfogliando a caso uno degli _album_ che teneva sul tavolo, mostrò un ritratto a Gino.
--Lo ricorda?...
--Suo padre?...
--Mio padre.
--Tal e quale.--Eppure, pensava Gino guardando il ritratto, quella barba io la conosco.--Le rassomiglia molto.
--Le pare?
--Tutta lei. Come era bella anche allora! Con suo padre nel palco formavano un quadretto, tutt'e due, che non ho mai potuto dimenticare.
--Tutt'e due?... Cioè, tutti e tre, perchè c'era anche mia sorella.
--Sicuro, ma.... non se n'abbia a male.... con sua sorella era il quadretto veduto, solamente lei era quell'altro; quello conservato nell'anima.
A questo punto, Gino baciò lentamente la mano della marchesa. Lucia lo lasciò fare abbassando la vaga testina e così si aperse un po' più la scollatura dell'abito. Cominciava ad esser commossa anche lei, non della commozione effervescente di Gino, ma di una specie di malinconia tranquilla e profonda.
--Ebbene, signora Lucia.... Permetta che io la chiami così, per una volta sola almeno; ebbene, signora Lucia, quando le avrò detto che sono cinque anni, cinque lunghi anni che io vivo per lei e con lei, crederà ancora che, se sono pazzo, mi possano bastare poche ore per ritornar savio?
Lucia lo guardò, sorrise, e poi abbassò la testa anche di più:
--Oh se fosse proprio vero.... cinque anni.... allora.... allora sarebbe tutt'altra cosa!...
Recanati intanto continuava a farsi più e più vicino, e già, con un ginocchio, toccava la veste della marchesa.
--Io non pretenderei, certo, non pretenderei mai di essere amato, ma se tutto quello che ho sofferto in cinque anni, tutto quello che ho sofferto di dolori, di gelosie....
--Gelosie....--e qui la marchesa sospirò un'altra volta--adesso lei non avrebbe più ragione di essere geloso....
--No?...--Curiosa! pensava tra sè il diplomatico, fra marito e moglie le relazioni sarebbero dunque interrotte?--Ascolti, marchesa--riprese poi rinfrancato da questa nuova scoperta.--Ascolti. Mi deve rispondere con franchezza, con serietà. Se lo ricordi, non ha il diritto di scherzare colla passione di un uomo, perchè ha il diritto di non parteciparvi!
Lucia lo guardò con uno sguardo tenero, lungo, e riabbassò di nuovo gli occhi.
--Quando io facessi tutto ciò che il suo capriccio fosse per domandarmi, quando io superassi tutte le prove alle quali le piacesse di sottopormi, fra un anno, fra due, fra dieci, potrei forse sperare....
--Che cosa?...
--Una sua parola.... una sua parola sola.... Mi dica qualche cosa, marchesa.... Non rimanga così muta.... la prego, la supplico.... Dunque?... Sì o no?... Parli!...
--.... Forse! Chi sa!...
--Forse! Ah! Grazie, grazie; sente dunque che.... un giorno.... E allora si mostri buona, abbia della compassione per me. Non mi faccia aspettare troppo quel giorno. Sarebbe una crudeltà!
--Ma bisogna intendersi prima sul tenore di questa parola....
--Le domando solo di lasciarmi spendere la vita, tutta la vita, per adorarla in ginocchio. Domando di essere l'uno dell'altra per sempre! Oh! se potessi portarla con me, fuori dal mondo che ci separa, in una campagna isolata, lontana, lontana....
--Ma se io la dicessi, quella parola.... potremmo vivere così.
--Liberi?
--Come l'aria.
--Decisamente sono divisi--concludeva Gino--e quello stordito di Raiberti che non me l'ha detto!... Scommetto che l'ha fatto apposta.
--E allora tanto più se ella è libera, parli, parli subito. Dica tuttociò che compendia il mio sogno di cinque anni. Sarebbe così bella la nostra vita!
--No. Ella deve prima conoscermi meglio. Conoscermi a fondo. Ho dei difetti, sa; sono stata viziata, perchè sono stata anche molto amata.
--Conoscerla? Ne ho forse io di bisogno? La donna che si ama, s'indovina, si sente.
--Il passo è grave ed io voglio lasciarle tempo a riflettere....
--Riflettere?! Riflettere quando l'amo?
--Si tratta della libertà, si tratta di tutta la vita, ci pensi!
--Ma s'è già nelle sue mani tutta la mia vita!
--Allora....
--Allora? Ebbene!... allora?
--No, no, parta, signore. Un altro giorno mi ringrazierà di non averle ceduto, di non averla sorpreso, quasi, in un momento di esaltazione.
--Partire? Partirò dopo che m'avrà detta quella parola, non prima, di certo.
--Ma se io le dicessi questa parola oggi, subito, che cosa poi potrebbe pensare di me?...
--Che siete un angelo!--rispose Gino, tentando il _voi_ per la prima volta.
--No, non sono un angelo--e qui Lucia, a sua volta, cogli occhi umidi, lucenti, accesa nel volto, tremante, pareva in preda anche lei all'orgasmo, in uno stato, pareva, di eccitamento nervoso.--No, non sono un angelo. Sono una povera donna che sente, che sente troppo, forse. Un linguaggio così appassionato, la confessione imprudente di un amore che dura da cinque anni, solitario, pieno di fede e senza alcuna speranza.... tutto ciò mi ha commossa, sconvolta. Oh, signore, dev'esser buono lei, che è tanto forte: ebbene, abbia un po' di compassione per me.
--Cara....
--E poi ella mi ricorda nella voce, nel volto, negli occhi.... mi ricorda....
--Chi vi ricordo?...
--No, no, parta, parta finchè sono padrona di me. Parta, non mi guardi in quel modo.... Mi fa male. No, è inutile, oggi, così subito, non voglio dirla quella parola. No. Sia buono. Non mi guardi così!--Ma il diplomatico si ostinava a fare il cattivo, e mentre sbarrava ancora di più gli occhi, fissandola, pareva volesse magnetizzarla, con una mano era penetrato adagio, adagio fra la spalliera del sofà e la vita della marchesa che, d'un tratto, strinse forte contro il suo petto.
--Ah! Demonio!
--Angelo!... Quella parola la voglio!
--No!...
--E allora già io non vi lascio.
--Ah! Mio Dio! Ebbene.... sì.... sì, sarò vostra moglie!
--Mia moglie?!--esclamò Gino e, rallentate le braccia, ritornò fermo, al suo posto.--Mia moglie?!... Cioè.... come sarebbe a dire?...
--Credo che non mi vorrete offendere, signore; credo che non avrete pensato nemmeno per un istante di poter ottenere il mio cuore, senza prima avermi fatta vostra moglie. Credo che non sarà una colpa quella che dopo cinque anni di amore venite a propormi.
--No, no certo, signora marchesa.... solamente.... mi avevano detto.... che.... vostro marito....
--Mio marito, dal cielo, mi perdonerà.
--Dal cielo?!...--Ah imbecille d'un Raiberti, imbecille!--pensava Gino che si sentiva la voglia d'inghiottirselo crudo come un'ostrica.--Egli ha confuso le due. La maritata era quell'altra!--e intanto continuava a ritirarsi, restringendosi in fondo al divano; non sapeva più quel che si facesse, asciugava il sudore coi guanti, cercava la lente che teneva nell'occhio, avrebbe voluto rispondere, ma non sapeva infilar due parole. Quella che avrebbe infilata molto volentieri, sarebbe stata la porta.
--Credete, siete certa davvero che vostro marito dal cielo perdonerà se....
--È la sua immagine ch'egli mi fa rivivere in voi.
--Grazie tante del miracolo--masticò Gino fra i denti e la bile.
--Voi gli rassomigliate in un modo singolare.
--Io?... Gli rassomiglio?
--Nel volto, negli occhi specialmente. È per questo che ho sentito subito di volervi bene.
--Era lui, dunque, che io poco fa vi ricordavo?
--Sì, ora posso confessarvelo.... Ora posso dirvi tutto, perchè oramai siamo uniti per sempre. Appena voi mi foste presentato ieri sera, io ho sperato quasi in una risurrezione. Aspettavo una vostra parola d'affetto come....
--Veramente, in principio, mi avete trattato piuttosto male.
--Volevo mettervi alla prova, e poi temeva quello che non è, fortunatamente. Temeva, e lo temeva per il mio avvenire, per la mia felicità, che voi foste un vagheggino sciocco, presuntuoso e leggiero, con nessuna stima nelle donne, e con nessun rispetto per il loro onore; un _irresistibile_ di professione, un Don Giovanni da strapazzo che si crede un gran Sultano e passeggia colle tasche piene di fazzoletti per....
--Ma il vostro dubbio....
--Oh! Il mio dubbio offendeva il vostro carattere, come offendeva la cara memoria di colui che voi mi ricordate tanto!
--E per ciò....
--E per ciò capisco che vi debbo un'ammenda.... ebbene, io vi domanderò perdono a Tolosana.... una villetta appartata dal mondo, una villetta chiusa da tanti anni, ma che si riaprirà con voi, perchè con voi riavrà l'adorato suo ospite e signore. Mi avete aspettato cinque anni ed io non ho il diritto di essere crudele, non voglio farvi aspettare di più. Ecco la mia mano, è vostra. Daremo un addio per sempre alla società, al mondo, alle feste, ai balli, ai teatri, alla Corte, come avete desiderato, per vivere noi due soli, in campagna, in mezzo al verde, lontano, molto lontano, raccolti nel nostro amore, fra
Pianure interminabili e colline Di perpetua verdura inghirlandate;
solamente rallegreranno la solitudine i miei figli che amerete.... come un giorno amerete i _nostri_, non è vero?
--I vostri figli?
--Quattro....
--Quattro?
--Quattro angioletti. E verrà con noi, a Tolosana, mia madre....
--Anche la suocera!--borbottava Gino, sospirando un treno diretto che lo riportasse a Madrid.
--È un po' nervosa, irascibile, malaticcia.... ma è un angelo anche lei!
--Anche lei! Tolosana, cara, diventerà la scala di Giacobbe!
--Ah! Gino, ripetete ancora le vostre divine parole di poco fa: Come sarà bella la vita!
Lucia, così dicendo, questa volta si avvicinò lei. Ma a Recanati non pareva più la medesima. In quelle tenebre l'occhio si era assuefatto e vedeva che la carnagione della marchesa non conservava più la prima freschezza e che molto candore lo doveva alla cipria. I capelli non erano biondi, ma rossi, il disordine della pettinatura di pessimo genere, i colori sfacciati della veste di pessimo gusto, e il profumo che aveva intorno quella donna era un odore insopportabile di kaenferia, da far venir l'emicrania.
--Prima però.... ho da regolare qualche affaruccio.... e bisogna per pochi giorni che io ritorni in Ispagna....
--Benissimo, andremo in Ispagna facendo il viaggio di nozze! Avete sofferto cinque anni di angosce ed io voglio compensarvene, non lasciandovi mai, mai più.
--Questo è impossibile.... il mio ufficio.... ho una missione del Governo delicatissima e....
--O posso venire con voi.... o date le dimissioni.
--Ma....
--Non ascolto nulla, non ammetto nulla, non vi permetto una sola parola. Sono gelosa, e basta.
--Avete torto. Io non sono già un Don Giovanni da strapazzo, io non sono un gran Sultano che abbia le tasche piene di fazzoletti per....
--Oh! Questo no. Anzi non ne avete nemmeno uno: da mezz'ora vi asciugate il sudore coi guanti.
Così dicendo, Lucia suonò il campanello. Battista entrò.
--Alzate quella tendina. Mio Dio!--disse poi Lucia a Gino, vedendolo pallido e quasi allibito,--voi vi sentite male.
--Non è nulla.... è l'emozione.... mi sento bisogno di prendere una boccata d'aria.... d'aria libera.
--La signora marchesa ha null'altro da comandarmi?--domandava intanto Battista.
--I bambini sono di là?
--Sono usciti, signora marchesa--rispose il servo.
--Con miss Dlain?
--No, col signor marchese.
--Appena ritornano, dite a mio marito,--aggiunse Lucia, fissando Recanati che a queste parole acquistava gli smarriti colori,--dite a mio marito che li conduca qui, che voglio vederli, andate.
Battista, fatto uno dei suoi soliti inchini a tre tempi, scomparve di nuovo.
--Come? Ma dunque--allora--voi vi siete presa giuoco di me!--esclamò Gino con aria offesa.
--Sì, un pochino, ve lo confesso. Intanto vi avverto che all'Apollo da ragazza non ci sono mai stata e che cinque anni fa ero ancora a Bologna.
--Ma....
--Mio padre poi è piccolissimo di statura e non ha mai portata la barba.
--Ma allora, quel ritratto?...
--Quel ritratto? Abbiamo guardato l'album degli uomini illustri: il ritratto era quello di Don Pedro d'Alcantara, l'imperatore del Brasile.
--Aveva ragione anch'io! Quella barba non mi era nuova.
--Del resto, calmatevi--continuò ridendo Lucia, con un'aria di canzonatura che le andava a meraviglia--benchè imperatore, Don Pedro è un uomo di spirito e non se n'avrà a male se un diplomatico ha trovata molta rassomiglianza fra l'augusto suo volto e quello di una povera marchesa.
--Marchesa.... Marchesa scellerata!
Gino, nella sua falsa posizione, non trovava altra scappatoia, per il minor male, che quella d'irritarsi e d'offendersi. Prese il suo cappello:
--Ed ora....--mormorò cominciando dal salutare Lucia.
--Ora potete venire anche voi, dalle due alle quattro.... quando vengono tutti gli altri.
--Non mi rivedrete più, signora marchesa.
--Mai più?...--disse Lucia con un accento e una espressione che mostravano del rincrescimento sincero....
--Riparto questa sera per la Spagna.
--Ebbene, me ne dispiace molto, molto.--Dicendo queste parole Lucia si era rifatta seria, e i suoi occhioni avevano un'espressione così ammaliante, che Gino credendola forse pentita del suo scherzo e dolente per la sua partenza, ritornò indietro, vicino a lei, e, prendendole una mano:
--Davvero?--le domandò--ve ne dispiace molto che io ritorni in Ispagna?
--Molto, perchè la nostra diplomazia mi pare in cattive mani!
QUINTINO E MARCO
L'avevano chiamato Quintino, perchè bisognava trovare ad ogni costo una parola che, mentre ricordava al pover'uomo tutta la sua miseria, lo insultasse, e facesse ridere; e la parola fu trovata.
S'egli fosse stato meno forte, incontrandolo gli avrebbero allungato dei calci, oppure avrebbero fatto una gran baldoria, buttandogli in faccia dei pugni di sabbia o delle manate di fango; s'egli avesse avuta una casa, una mensa, una donna, sarebbero entrati là dentro per attossicare quel pasto, per offendere quella pace e per tentare quella donna: ma il disgraziato, quantunque paziente e mite, era forte.... ed era solo. Non restava dunque che il veleno dell'ironia; e il pitocco seminudo, che non aveva mai un soldo in saccoccia e non portava con sè che una gran fame per tutto bagaglio, fu chiamato Quintino perchè allora appunto era ministro delle finanze Quintino Sella. Quel nomignolo, buttato là per ischerno da un burlone ben pasciuto, fece dimenticare il vero nome dell'oscuro martire, crocifisso dal buon umore altrui, un nome, che la sua mamma forse, povera pia, avrà voluto scegliere apposta per lui da un vecchio libro di preghiere. Ma Quintino era buono, paziente, rassegnato; e non solo sopportava tutto, anche quell'insulto quasi feroce, sorridendo con un sorriso così mesto che avrebbe dovuto inspirare un po' di compassione, ma per far ridere ancora di più, aveva messo il nome d'un altro ministro delle finanze, di Marco Minghetti, al fido e solo amico ch'egli avesse al mondo; al suo cane. E Marco era proprio degno di Quintino; era una bestiaccia magra, sozza, appuntita; ma però giudiziosa, compassata, prudente.... o dormiva, o pensava. Mai un latrato, mai un ringhio ostile, non faceva mai un salto più del necessario, non faceva mai una corsa alla quale non fosse stata obbligata. Tutto il suo còmpito si riduceva a far da sentinella con un _cheppì_ di carta ed un randello per fucile. I soldati, a veder quel fantaccino più rassegnato che formidabile, se lo indicavano l'un l'altro, ridevano a crepapelle, gli si fermavano a frotte d'intorno e facevano sì che la bestia fosse più profittevole dell'uomo.
Quintino lo capiva, e quando guardava Marco, accarezzandolo colle mani lunghe ed ossute, i suoi occhi rivelavano una tenerezza infinita.
Come l'uomo, anche la bestia era triste e meditabonda. Quintino diffondeva la sua melanconia su Marco; e tutti e due, confusi nello stesso dolore, parevano maledetti dallo stesso destino.