Chapter 2
--Subito. Devi sapere che il _secondo_, scelto dall'Aimoni, è il Gottardi, che è poi fratello di una signorina che l'Aimoni ha promesso di sposare quando ritorna dalla Sicilia. Anche a lui, dunque, rincrescerebbe moltissimo, come puoi figurarti, se al suo mandante accadesse qualche sinistro. Noi due, vedi che cosa vuol dire nascere colla camicia? siamo amici intimi: eravamo a San Martino soldati nello stesso battaglione. Figurati!... appena saputa la cosa, immaginandosi che io sarei stato scelto da te per questo affare, è venuto a cercarmi, e allora, d'accordo, abbiamo fatto in modo che all'insaputa dei nostri due _primi_, bada bene, all'insaputa dei nostri due _primi_, il duello non avesse tristi conseguenze.
--E che cosa avete combinato?... Che cosa avete deciso?...--Ghegola passava dallo stupore alla diffidenza e dalla diffidenza all'incredulità.
--Che cosa abbiamo combinato? È presto detto. Devi sapere intanto che si scelse appunto la pistola, perchè l'inganno così è sicuro. Siamo noi due, non è vero, che dobbiamo caricarle? ebbene: noi due le carichiamo soltanto a polvere. Tu tiri il primo colpo a venticinque passi di distanza, l'altro tira il secondo avvicinandosi di cinque passi, tu tiri il terzo avvicinandoti d'altri cinque: avete sparati i tre colpi, non vi siete presi, naturalmente, e l'onore è bello e salvo.
--Ma gli altri due testimoni sono poi d'accordo in quest'affare? Bisogna che sieno presenti alla carica.
--Non è vero. Non è necessario che restino lì a guardare; del resto è facile allontanarli con una scusa qualunque, mandandoli a dire qualche cosa ai medici o a vedere se tutto è a posto, se non c'è nessuno che si avvicini o che possa sorprenderci!... Ce ne sono tanti, dei pretesti!
A Ghegola, se si deve dire la verità, quella soluzione non dispiaceva punto. Trovava che c'era molto del buono: salvava l'onore e non metteva in pericolo la pelle. Ma.... poteva proprio fidarsi di Foscarini? E se quelle palle da far scomparire, se quel giuoco di bussolotti non riusciva bene?...
Foscarini lesse negli occhi del cugino tutte le incertezze e le esitazioni che gli turbavano lo spirito, e con quella sua eloquenza di soldato franco e sincero gliene disse tante che riusci ad assicurarlo e a convincerlo.
--Avere un duello.... senza correre alcun rischio?!--Per Ghegola era addirittura l'avverarsi di un sogno!...
Però seppe far le cose per benino. Non volle ceder tutto in una volta, tornò da capo colla dignità, coll'onore, coi _brevetti di cavalleria_; ma così debolmente adesso, che Gianni Foscarini durò poca fatica a guadagnarselo completamente.
--Il secondo dell'Aimoni sarà uomo capace di conservare un segreto di tanta importanza?...
--Non è un ragazzo, diamine! E poi ne va del suo onore, come ne va del mio, e in ogni caso egli non sa che t'ho messo a parte del nostro progetto.
--Tutta Brescia dunque crederà che ci siamo battuti sul serio?...
--Certamente.
--L'Aimoni avrà una gran paura, crederà che lo ammazzi!...
--A meno che non isperi di essere lui ad ammazzar te!...
Ghegola, quantunque sapesse ormai questa supposizione fuori affatto del possibile, non potè trattenersi, ciò non ostante, dal fare una smorfia.
--Via, via,--replicò Foscarini--fortunatamente, come t'ho detto, nessuno dei due corre di questi pericoli. Ti raccomando intanto di mostrarti sicuro, disinvolto sul terreno, e di far vedere in una parola che è proprio vero che tu non hai paura.
--Lascia fare a me; e come mi devo vestire?
--Vèstiti un po' come vuoi.
--Di nero?
--Di nero o di rosso, non importa. Resta fissato che verrò qui a prenderti colla carrozza, alle quattro e mezzo.
--Alle quattro e mezzo in punto mi troverai in casa ad aspettarti.
--Intanto bada di non far chiacchiere, di non contare a nessuno che hai un duello.
--Diavolo, per chi mi pigli?!
--Siamo intesi!
--Siamo intesi, arrivederci alle quattro e mezzo.
***
Partito Foscarini, e Ghegola rimasto solo, fece due o tre salti nella camera, fregandosi le mani dalla contentezza. Quella soluzione insperata gli andava molto a genio, perchè la parte da eroe ch'egli avrebbe sostenuta nel duello, senza nessun rischio e pericolo, pareva proprio fatta a suo dosso, nello stesso tempo che, non avendo più paura d'essere infilzato da quell'altro, vedeva bene la necessità in cui era di lavare col sangue l'insulto patito dall'Aimoni. Di più, sfidato l'Aimoni e battutosi con lui, poteva continuare a fermarsi a Brescia, non occorreva altro che egli partisse per Modena, e di fatti si pose subito a disfare le valigie ch'erano già quasi piene di roba.
Durante quell'operazione fu sorpreso dalla Ghita ch'era solita di regalare al suo Menico delle visite mattutine.
Ghegola si lasciò baciare serio serio, sospirando.
--Che cos'hai, Menico?... Perchè mi guardi in quel modo?
--Nulla, nulla; lèvati lo scialle.
Ghita si levò lo scialletto nero che, secondo l'usanza delle sartorelle bresciane, aveva puntato sul capo e dopo averle circondata la faccia le scendeva giù fino ai fianchi avvolgendole tutta la persona.
--Povera la mia Ghita.... mi rincrescerebbe!... per te mi rincrescerebbe!...--borbottava il giovinotto a mezza voce, mentre ricambiava alla fanciulla baci e carezze.
La Ghita, a tali parole, si sentì stringere il cuore, e viste le valigie sparse per la camera, e i cassettoni aperti, ne rimase sbigottita; poi d'improvviso, sollevandosi sulla punta de' piedi per arrivare, piccina com'era, a stringersi al collo del suo lungo innamorato:
--Tu parti con Garibaldi--esclamò--tu parti!--e la poveretta si pose a piangere.
Menico, invece di mostrarsene intenerito, accettò con un gran sussiego tutte le manifestazioni di quel dolore così sincero, ed anzi fece intendere all'amorosa che sarebbe stato più facile di tornare indietro partendo con Garibaldi che non andando dov'era aspettato lui.... alle cinque in punto. E così, dopo averle fatto giurare che non direbbe nulla a nessuno, le contò il gran segreto, cioè che egli doveva battersi quel giorno coll'Aimoni, che l'arma scelta era la pistola, e che l'uno o l'altro, indubitabilmente, sarebbero rimasti sul terreno con una palla nello stomaco,
Ghegola, il crudele, la nominò varie volte quella palla micidiale, tanto che la poveretta ne era disperata e piangeva, piangeva con dei singulti che facevan pietà.
--Almeno--concluse singhiozzando--che tu fossi andato con Garibaldi! saresti morto per l'Italia e per Vittorio!...
Povera tosa; non aveva torto: ma c'era questo di male, che con Garibaldi i fucili si caricavano a palla!
***
Domenico Ghegola uscì di casa prima del solito e passeggiò sotto i portici per un pezzo, fumando tranquillamente un sigaro d'Avana, molto più corto, ma quasi più grosso di lui. Poi sul mezzogiorno andò a far colazione al Caffè del Duomo, dove fece mostra d'un appetito invidiabile.
Quando si trattò di pagare il conto, gettò al cameriere un biglietto di banca da duecento cinquanta lire.
--S'accomodi, signore, pagherà domani--e il cameriere fece l'atto di restituirgli il denaro.
--Domani.... domani, caro mio, chissà dove potrei essere a far colazione! Dammi il resto.
Uscì dal caffè zufolando l'arietta della _Bella Gigogin_, e si avviò dal suo parrucchiere, sul _Corso del Teatro_, a farsi radere la barba. Quel giorno Ghegola fu amabilissimo coi giovani di bottega, si provò anche a fare dello spirito, e, finito d'acconciare, prima di andarsene volle pagare l'_abbonamento_, benchè non si fosse allora che ai quindici del mese.
--Il signore è di partenza?--gli domandò il padrone di bottega, tutto cerimonioso.
--Potrebbe anche darsi....
--E.... va lontano, s'è lecito?...
--Mah! te lo saprò dire.... se ritorno.--Così parlando si arricciava i baffettini radi, ammirandosi nello specchio.
Il parrucchiere gli si avvicinò con intrinsichezza, e--Ho capito, anche lei se ne va con Garibaldi--gli sussurrò in un orecchio. Eh! se avessi vent'anni di meno le chiederei l'onore d'accompagnarla: le farei magari da ordinanza!
Menico se ne andò indispettito. Per Dio, non sapevano parlar d'altro che di Garibaldi, in quei giorni!
***
.... Foscarini fu puntuale: suonavano le quattro e mezzo, ch'egli entrava da Menico. Lo trovò tutto vestito di nero, come un notaio.
--Andiamo?
--Andiamo.
Ma è proprio vero che il peggior passo è quello dell'uscio!...
Difatti tutti due stavan già per uscire, quando, proprio sulla porta, s'incontrarono nella Ghita che voleva ad ogni costo abbracciare il suo amante per l'ultima volta.
La poverina cominciò a piangere, a strillare, e finì col buttarsi per terra in preda a fortissime convulsioni. Foscarini, commosso, l'aiutava, la soccorreva, tentava di tutto per darle animo, per acquetarla; mentre Menico, imperturbabile, non faceva che ripetere a suo cugino:--Bada, Gianni, che si fa tardi; sono le quattro e trentacinque!--Andiamo, Gianni, ti ripeto che si fa tardi; sono le quattro e trentasette.
--Madonna delle Grazie, salvatemelo voi, salvatemelo, per carità!--singhiozzava la Ghita, e si stringeva con degli spasimi da disperata addosso al suo Menico, che rimaneva duro come un palo.
--Animo, via, sta' su, Ghita. Sai bene che io non posso sopportare di queste scene!...
--Ma se quell'altro t'ammazza....
--Ebbene, e per questo?... Una volta o l'altra bisogna morire!
--Ma non vedi, stolido, che potresti far crepar lei parlandole in questa maniera?--gridò Gianni stizzito.
--Intanto che ti commovi, ti ricordo che son le quattro e quarantatrè!--E Menico mostrò l'orologio al cugino con un sangue freddo da far stordire.
La ragazza fu quasi trascinata da Gianni fuori della stanza e, sola, cominciò a discender le scale, come istupidita, senza che nemmen lei sapesse che cosa si faceva; ma appena in fondo, fu tutta presa dalla angoscia paurosa di non rivederlo mai più: allora risalì precipitosamente e gli si buttò nelle braccia, stanca, priva di forze. Mai come in quel momento la Ghita era stata sua. Poi fece un gesto deciso, baciò Menico ripetutamente, in fretta, e sparì di corsa giù per le scale; asciugò gli occhi, benchè non avessero più lacrime, nascose il viso dentro lo scialletto nero e si cacciò in mezzo al frastuono della via.
***
Le due parti s'eran date convegno, per il duello, in un tratto di terreno abbandonato che si distendeva al di là del Camposanto.
Ghegola e Aimoni vi giunsero quasi nello stesso punto. Aimoni un po' pallido, serio, ma sicuro; Ghegola saltellante, sorridente, con una parlantina ed una disinvoltura tutt'altro che forzata, distribuiva saluti e strette di mano ai medici, ai testimoni dell'avversario, e per poco, nell'effusione, non complimentava anche il _brumista_ che l'avea condotto sul luogo.
Intanto i padrini si occupavano dei preparativi, e dopo misurata la distanza, fissarono i duellanti l'uno di fronte all'altro. L'Aimoni, colle braccia incrociate, si manteneva grave, taciturno; Ghegola, sempre sorridente, si arricciava i baffetti. Però ci fu un momento, anche per lui, di una dolorosa perplessità: cioè quando vide tutti e quattro, i due padrini e i due testimoni, riunirsi per caricar le pistole. Ghegola si sentì correre un sudor freddo per il corpo e mancò poco non scappasse via. Fortunatamente in quel punto i due testimoni si allontanarono, uno per indicare ai medici dove dovevano mettersi, l'altro per avvertire i fiaccherai che s'eran di troppo avvicinati. Foscarini, allora, rimasto col secondo dell'Aimoni, sbirciò Ghegola con un'occhiatina che gli rimise il fiato in corpo e gli ritornò il colore sulle guance.
Caricate le armi, i due padrini si avvicinarono e le misero in pugno ai loro primi, che col braccio piegato ascoltarono le solite raccomandazioni, senza batter ciglio.
--Attenti!--gridò Foscarini, e fece l'atto di cominciare a batter le mani.
Ghegola tranquillo, impassibile, continuava a sorridere. Era bello di coraggio e d'audacia; tanto bello, che lo stesso Aimoni si sentì costretto ad ammirarlo.
--Attenti!--grida Gianni per la seconda volta.--Uno!... Due!... Tre!--Ghegola pronto tira il grilletto.... il colpo parte.... Aimoni, colpito, gira su se stesso, poi cade fra le braccia del suo padrino.
Foscarini, i medici, i testimoni, gli corsero tutti d'intorno per soccorrerlo; soltanto Ghegola non si mosse.
Egli s'era fatto bianco, quasi livido: pareva un cadavere. Gli tremavano le gambe, il terreno gli cominciò a girare sotto gli occhi, poi tutto all'intorno gli alberi vicini e le colline lontane; e finì anche lui col cader per terra, senza dir motto, lungo disteso.
***
Aimoni ebbe forata una spalla parte a parte, e rimase a letto per una quarantina di giorni; ma dopo potè dire d'averla scappata bella, che i medici, dapprincipio, lo davano come spacciato.
Anche Menico, appena finito il duello, fu portato nella sua vettura più morto che vivo: la sera fu colto da una febbre fortissima, e poco mancò non se ne andasse davvero all'altro mondo.
Fra malattia e convalescenza, ne ebbe per più di un mese anche lui. La paura gli aveva sconvolto la mente; gridava tutta la notte che lo volevano ammazzare; e, nei momenti di riposo, gli pareva di vedere un fantasma al quale domandava perdono giurando d'essere innocente!
La Ghita faceva dire delle messe alla Madonna delle Grazie, e non abbandonò mai, nè giorno, nè notte, il capezzale del povero delirante, finchè durò in quello stato e non cominciò a migliorare.
Com'è poi l'usanza cavalleresca, gli avversari, appena furono in caso di poterlo fare, si affrettarono a scambiarsi delle visite. Ma in questa occasione fu il ferito quello che fece visita per il primo al feritore, perchè Ghegola era tuttavia convalescente quando l'Aimoni era già completamente ristabilito.
ERA MATTO O AVEVA FAME?...
Quella mattina il buon Michele si alzò più presto del solito. Aveva cenato la sera innanzi, e non avendone l'usanza, gli era rimasto il cibo sullo stomaco, si sentiva la testa pesante e la bocca amara. Non fece colazione punto; prese soltanto il caffè con due gocce di latte, e poi bighellonando là là, dove il fumo del sigaro lo conduceva, infilò, senza avvedersene, per forza d'abitudine, la _Via Nazionale_, dove stava di casa la contessa Lavinia: una signora, che voi mi domanderete subito se è vedova, perchè io vi possa rispondere di sì, e salvarle in tal modo la morale della favola.... che non c'è.
La contessa Lavinia è bionda; non come Giulietta o come Ofelia, ma come una marchesa dei _proverbi_ di De Musset, di quel biondo capriccioso, a giorni rossiccio, a giorni quasi castano. È carina, è buona, è amorosa; e quando voi desiderate una cosa, se la contessa Lavinia non la vuole, essa, per non disgustarvi, non vi dirà di no colla bocca, ma piegherà la sua testina lentamente, sorridendo coll'aria di una bimba che fa i capriccetti colla mamma.... Però quel sorriso amabilissimo, quel _no_ che pare uno scherzo e una carezza insieme, sono inflessibili.
C'è un capitano di stato maggiore, per esempio, il cavaliere Arditi, che le fa una corte spietata: orbene, il buon Michele n'è geloso come un Otello.... bianco; suda veleno ma protesta invano.
--Cattivo! cattivo che sei!.... Non capisci mo'che sopporto la corte degli altri per nascondere la tua?--E con questa scusa, che pare buona per la grazia con cui sa dirla, Lavinia si tiene il capitano Arditi sempre fra i piedi.
Proprio quella mattina, passeggiando lemme lemme, come vi ho narrato, in _Via Nazionale_, il nostro amico pensava appunto al capitano, che la notte scorsa avea ballato colla contessa il _cotillon_, quando, attratto da un rumore di sproni che battevano sul marciapiedi, alza il capo e se lo vede, luccicante d'oro e colla durlindana sotto il braccio, ca minare in fretta, pochi passi dinanzi a lui.
--Da dove è saltato fuori?--borbotta Michele certo è uscito dalla casa della contessa. Non c'è dubbio, la casa della contessa è a dieci passi, lui è a venti, e prima non lo aveva veduto.
Ad ogni costo vuol sapere come sta la faccenda, e si affretta per raggiungere quell'altro.
--Capitano! Capitano!... Buon giorno!
--Oh!... Buon giorno, conte Michele!
--Dove si corre, se è lecito?...
--Devo essere al _Comando_ alle undici, figuratevi, e sono adesso le dieci e mezzo.
--Diavolo, chissà chi vi avrà fatto perdere tutto questo tempo!
--Affari di servizio.
--Ma servizio di che genere? Maschile o femminile?
--Il servizio, pur troppo, è di genere neu.... To'! benissimo! una vettura!... Fiaccheraio, sei disponibile?
--Sissignore!
--Scusate, ma come vi ho detto, sono in ritardo.
E il capitano Arditi stringe la mano al giovanotto, salta nella carrozzella e grida al vetturino di condurlo al _Comando militare_.
Il buon Michele era rimasto là con un palmo di naso.
--Certo--masticava fra sè, e intanto sentiva la bocca farsi sempre più amara--certo esce da lei. Non ha voluto dirmi nulla, non ha voluto spiegarsi.... e poi lo si vedeva com'era imbarazzato. Però questa faccenda bisogna chiarirla subito. O lui o me, o dentro o fuori, cara contessa! Ah! Ah! Crede lei di potermi sorbire come il caffè? Tanto meglio; ma quest'oggi mi troverà senza zucchero, mi troverà. Un po' per uno, signora mia. Avete sempre comandato voi? Va bene; e adesso tocca a me a comandare. Ma non sono che le dodici, e fino alle due tanto non mi riceve! Come bruciarle queste due ore?...
Il buon Michele si pose a passeggiare; ma gira e rigira, ogni volta che guardava l'orologio, quella benedettissima lancetta non avanzava mai; pareva che avesse il granchio!... Allora egli si sentiva addosso, con un orgasmo nervoso, il bisogno di rivederla, di trovarsi con lei, di farle una scena!...--Intanto, per non perdere il tempo, ruminava nella mente le frasi meglio adatte colle quali egli avrebbe fatto colpo, rimproverandola. Quando era contento dell'effetto, si fermava su due piedi, rispondendosi quello che gli avrebbe risposto Lavinia, e concludeva combinando in cuor suo di finire la visita fissandola con due occhi freddi, proprio di stagione, perchè s'era in gennaio, e di dirle lentamente sottolineando le parole:
--Amleto, quando chiamò la donna _perfida come l'onda_, non era matto, signora contessa, no, non era matto!
Ma dopo quello sfogo, dopo quel borbottare eccitato, a mezza voce, il petto gli faceva male e lo prendeva l'angoscia ed una prostrazione di forze generale. Allora si sentiva avvilito, non ci trovava più nessun costrutto nemmeno a perdonare alla contessa Lavinia, s'ella si fosse anche gettata alle ginocchia di lui; tanto e tanto egli sapeva ormai di essere ingannato; si sentiva ineffabilmente infelice, vedeva farsi il vuoto d'intorno e, cosa strana, lo provava anche dentro di sè, batteva i denti sotto quel sole falso di gennaio, aveva una gran voglia di piangere; e non essendo che le dodici e mezzo, pensò che poteva ingannare benissimo un quarto d'ora facendosi radere la barba.
--Perfida! Perfida come l'onda--borbottava fra sè sospirando, mentre il barbiere lo insaponava.--No! Non era matto Amleto quando lo disse.... Ohi! Ohi! senza il contrappelo, mi raccomando!...
Rasa la barba ricominciò a camminare, benchè provasse un'insolita stanchezza. Ebbe quasi l'idea di far colazione, ma quell'idea non fu così forte da sedurlo. Ormai cominciava a soffrire l'inappetenza per il lungo digiuno. Guardò l'orologio: segnava le una e mezzo. Alle cinque desinava; facendo colazione allora, si sarebbe rovinato il pranzo, e poi aveva più volontà di morire che di mangiare!... Vi rinunciò, e, prendendola larga, si avviò di nuovo verso i paraggi di _Via Nazionale_. Di quel passo lì, sarebbe cascato da Lavinia in punto alle due.
--E se invece la piantassi? Se non mi facessi più vedere da lei?... così alla chetichella, senza dirle nulla, all'inglese?
Giunto sul posto, guardò di nuovo l'orologio: era l'ora precisa. Benchè avesse già infilata la porta, si pentì, ritornò indietro: sarebbe stato ridicolo, facendosi vedere così puntuale da lei che lo tradiva, che lo faceva aspettare fino alle due; e ciò considerato, volendo salvare la dignità, rifece la passeggiata almeno per altri dieci minuti.
***
Quando fu introdotto nel salottino particolare dove Lavinia non riceveva che gli amici, gli toccò di attendere, secondo il solito. Là dentro c'era un odore così acuto di viole e di mughetti, che gli fece crescere il mal di testa e cominciare anche il mal di gola, quando un noto aprirsi e rinchiudersi di porte vicine, ed un fruscio di abiti, lo avvertì che Lavinia stava per giungere. Egli adesso aveva abbandonato il progetto di assalirla con una scenata; non aveva più lena di parlare.
All'indifferenza avrebbe opposto indifferenza; la trovava anche più _scicche_, e invece di aspettarla dietro la porta per sorprenderla con un bacio, si cacciò nel vano della finestra, guardando fisso in istrada, fingendo di non accorgersi della sua venuta e di essere assorto in lontani pensieri.
Lavinia gli si fece vicina, piede innanzi piede, trattenendo il respiro, poi, improvvisamente gli chiuse gli occhi con le mani:
--Ah!... siete voi?--Il buon Michele prese un'aria trasognata, che parea venisse allor allora dall'altro mondo.
--No, sai, è stato il _babau_--e la contessa, ridendo, andò a rannicchiarsi, co' suoi atteggiamenti di gattina indolente, in un cantuccio in fondo del canapè. Michele le tenne dietro, ma si fermò a sedere due poltrone distante da lei. Lavinia lo fissò, poi:
--Temporale, quest'oggi--esclamò con aria di amabile canzonatura.
--Tutt'altro, bonaccia completa--rispose Michele senza guardarla.
--_Sarà_.... _sarà_.... _sarà ma non lo credo_!--canterellò Lavinia a mezza voce.
Michele non fiatò, tutti e due stettero zitti zitti, immersi nella meditazione. La contessa, dal canapè, sfilandosi colle dita inquiete le frange della manica, di tanto in tanto, di sottecchi, guardava Michele, che mezzo sdraiato sulla poltrona, una mano in tasca, il bastoncino nell'altra, gli occhi per aria, scotendo convulsamente una gamba, faceva battere il tacco sul pavimento con un tic, tic, tic, regolare, monotono, inquietante.
La contessa Lavinia, in fondo, era una buona donna.... Oh Dio, non moriva d'amore per Michele, questo no, ma gli voleva bene e le rincresceva di vederlo così imbronciato. Dopo un po' di tempo che durava quella scena muta, si rizzò dal suo cantuccio, e pian piano, leggera, si avvicinò a quell'altro, gli si inginocchiò dinanzi, poi appoggiando i gomiti sui bracciuoli della poltrona, e congiungendo le mani in atto di preghiera:
--Andiamo, parla--le disse--qual nuovo misfatto ho io commesso?...
Michele continuò ostinato a non guardarla, e aspettò del tempo prima di risponderle.
--Avete voglia di scherzare, voi--le disse alla fine.... con una voce incerta.
--E lei?... avrebbe volontà di dormire, _lei_?...
--Quasi!--rispose l'altro con un vocione brusco brusco, mettendosi il corno del bastoncino sulla bocca per nascondere uno sbadiglio.--Notate bene, anche quello era uno sbadiglio nervoso.
--Allora s'accomodi sul canapè, vi starà meglio--e Lavinia forzò il buon Michele, strascinandolo contro voglia, lei gaia, sorridente, birichina; lui duro, imbronciato, a cambiare di posto. Poi gli si sedette accosto, vicinissima, e gli prese una mano, affaticandosi inutilmente per riuscire a sbottonargli un guanto.
--Via, noioso che sei, lèvati i guanti!